Cosa si nasconde dietro le banalità della Boschi

  • Mercoledì, 13 Maggio 2015 09:46 ,
  • Pubblicato in Il Commento
MaschereElettra Deiana, Cronache del Garantista
13 maggio 2015

La ministra Boschi lo ripete spesso ed è un mantra che snerva: poco è meglio che niente. Il trionfo dell'ovvio? Forse anche qualcosa in più e di diverso. Detto da una ministra dovrebbe suscitare fastidio. E invece no, si allarga la schiera dei compiacenti, dei convinti, strafatti di renzismo. "Strafatti": non so in che altro modo dirlo. Quelli a cui va bene tutto e ne chiedono ancora a iosa di decisionismo.
E con enfasi, perfino con una certa euforia, che alcuni media mainstrem italiani hanno commentato la parità di genere nella composizione del governo Renzi e, più tardi, la riunione nel quartiere generale della Nato delle cinque ministre della Difesa, tra le quali l'italiana Roberta Pinotti. ...

Il Fatto Quotidiano
28 02 2014

La foto ‘storica’ che ritrae le cinque ministre della Difesa alla riunione Nato (Italia, Norvegia, Albania, Germania e Olanda) è stata salutata come un evento, e lo è.

Si tratta della prima volta, in assoluto, che così tante donne ricoprono questo ruolo in Europa.

Guardo l’immagine, che le ritrae sorridenti ed eleganti, mentre si tengono a braccetto, e mi chiedo perché non provo quella gioia e quell’orgoglio che dovrei sentire.

Non ho, non abbiamo lottato in tutti i modi possibili (raccogliendo i frutti e i lasciti delle femministe più anziane) anche perché una nostra simile potesse ricoprire una carica così importante, rompendo il tetto di cristallo che bloccava le donne nell’accesso di alcuni luoghi, alcuni poteri, alcune funzioni che solo gli uomini avevano il privilegio di incarnare?

La discussione sulla necessità di praticare il principio paritario del 50 e 50 è stata difficile, irta di asperità e trappole: da una parte un teorico giusto bisogno di sanare la palese ingiustizia della finta rappresentanza, perché non c’è uguaglianza se non si può essere dovunque. Ma se questo è vero, come fare per tenere insieme il principio di quantità della parità formale con l’assoluto bisogno di qualità e di contenuti?

Grave dilemma: agli uomini non si è mai chiesto di garantire quantità e qualità, visto che erano sempre i soli a gestire il potere, (dalla famiglia al Parlamento), e più che la qualità valeva il principio di cordata e di fedeltà alla linea di una ideologia.

Le donne, non previste dalla storia plasmata, narrata e tramandata dagli uomini, in politica sono sempre state comunque ospiti, e nonostante le cariche acquisite sono facilmente depotenziabili: con l’insulto sessista o con il riporle nella ‘naturale’ dimensione sociale attraverso colorite disamine (di stampa e tv) sull’acconciatura, sull’abbigliamento, sulla fisicità: difficile che a un uomo sia riservato un trattamento così umiliante, svalorizzante e banalizzante.

Così, ora che c’è un fiorire di ministre al governo in Italia, (non quella per le Pari opportunità, forse a dire che la matematica di un governo è sufficiente) e ora che le foto ritraggono così tante donne alla Difesa possiamo dirci più forti e realizzate nell’intento di perseguire la parità e le pari opportunità? Non dovrei, non dovremmo essere soddisfatte?

In quella foto c’è una mia concittadina e pressocché coetanea, Roberta Pinotti. L’ho conosciuta e intervistata nel 1997 per la rivista femminista Marea: reduce dall’abbagliante vittoria elettorale dentro al monolitico e assai maschilista ex Pci, diventata assessora in Provincia, Pinotti era ancora fresca dello spirito scoutistico che costituiva il suo robusto background, e lamentava la distanza tra il metodo della condivisione al quale era abituata con quello straniante e solitario del potere. Prometteva ascolto, relazione con le altre donne, dichiarava curiosità verso il mondo dei movimenti. Da allora deve essere successo qualcosa di straordinario, se quella stessa donna dichiarò di recente di preferire come Presidente della Commissione Difesa del Senato Sergio De Gregorio a Lidia Menapace, ottantenne partigiana e femminista nota per le sue convinte e motivate posizioni antimilitariste, pacifiste e nonviolente e rea agli occhi della ex scout di aver dichiarato la sua contrarietà alle esibizioni delle Frecce tricolori.

E mentre l’ex partigiana e fondatrice del Manifesto, appena eletta al Senato aveva già cominciato a prendere contatti con alcuni esponenti illuminati delle Forze Armate, disponibili a ragionare su riconversione del militare, dismissioni di siti per la restituzione di parte di questi alle comunità Pinotti dichiarò, (per bocca di De Gregorio, come riporta Il Fatto Quotidiano):
”Meglio che sia stato eletto De Gregorio, nonostante il suo sia stato un blitz, perché avremmo dovuto combattere con la Menapace, che ha un valore distorto della divisa e delle Forze Armate”. Sarebbe interessante capire di che valore si tratta, ma il sospetto è che non sarà facile far tornare Pinotti su questo argomento.

Peccato, perché molte donne avevano pensato che questa ex scout dall’aria pulita e ispirata dalla passione per la giustizia sociale potesse rappresentare un’occasione di cambiamento rispetto alla mentalità del potere triste e autoreferenziale che lei per prima diceva di avversare.

Solo una coincidenza: in quel numero di Marea l’intervista a Roberta Pinotti (il titolo era Il potere seduce, ma io non ci sto) seguiva un lungo articolo scritto da Lidia Menapace, dal titolo Patti tra donne.

Già, i patti: in che cosa può differire, per cominciare, il modo di usare il potere per costruire cambiamento rispetto all’esistente frusto modello patriarcale della politica? Per esempio facendo dei patti con le donne che non si vogliono uniformare al sistema, e che accettano ruoli istituzionali pubblici ma non rinnegano ideali e valori alternativi rispetto a quelli del dominio.

Quindi non si tratta di essere solo delle donne, fisicamente, perché ciò non garantisce automaticamente distanza dai valori patriarcali, non è un vaccino contro il virus dell’autoreferenzialità, dell’ambizione senza umanità, del primato del pensiero unico. Per fare la differenza bisogna essere differenti, nella testa e nel cuore, e non solo, purtroppo, nei genitali.

Qualche settimana fa un’anziana suora negli Usa ha accettato con serenità la condanna da 5 anni di carcere per avere manifestato contro una struttura militare che produce aerei da combattimento, assai simili a quelli che la nostra ministra della Difesa vuole finanziare. A parte l’età tarda, che forse potrebbe essere un ostacolo (anche se mi risulta che non lo sia per papi e Presidenti) sorriderei a vedere quella suora nella foto tra le ministre, e mi sentirei pacatamente appagata.

Forse la novità di quella foto è che oggi posso criticare una ministra della Difesa, invece che un ministro, grazie anche al contributo di attiviste come Lidia Menapace che hanno lottato perché le più giovani sedessero in Parlamento e poi diventassero titolari di dicasteri. Però non chiedetemi di essere contenta per questo.

Monica Lanfranco

Ministra. Si dice ministra

  • Martedì, 25 Febbraio 2014 08:56 ,
  • Pubblicato in Flash news

GiULiA
25 02 2014

E adesso che si fa? Adesso che ne hanno nominate ben otto? Già ce le immaginiamo le colleghe e i colleghi delle redazioni centrali di giornali e tv, in eterno affanno nel già caotico traffico di titoli e catenacci, a correggere fino a tarda notte un titolo qua e una didascalia lì. Col ridicolo risultato - sotto gli occhi di tutti - di scambiare la lingua italiana per un optional letterario dove ognuno può dire la sua. Insomma, è come se non ci fossero precise e ferree regole grammaticali per cui ogni giornalista si sente in diritto di operare in un totale sgangheramento lessicale e morfologico. Tutto, pur di non nominarle mai queste donne che - miracolo! - adesso compongono al 50% il nuovo governo di Matteo Renzi.

Qualche esempio? Ce ne sono a decina, basta sfogliare quotidiani, settimanali, mensili o dedicarsi pochi minuti al web. Ne citiamo uno per tutti, dalla Repubblica di sabato scorso 22 febbraio, giorno successivo alla presentazione della lista dei dicasteri. A pagina 6, titolino. La squadra. Titolo: Nomi nuovi e l'obiettivo 2018. Napolitano: ultima chance. Occhiello: Oggi il giuramento. Il Colle: sul governo timbro di Renzi. Un bel paginone con le fotine per intero delle ministre, su fondo rosa (una vera sciccheria, e ovviamente a figura intera perché quando si parla di donne bisogna sempre mostrare scarpette e tailleur, scollature e stringhe a pois...).

Si comincia con gli Esteri, Federica Mogherini, Pd, 41 anni "terza donna alla Farnesina dopo Susanna Agnelli e Emma Bonino". E fino a qui, niente da dire. Quindi si passa alla Difesa: "Roberta Pinotti, Pd, 53 anni, genovese, ex Pci e Ds, professoressa di liceo, è stata sottosegretario alla Difesa con Letta. Ora il grande salto". Perché sottosegretario? Allora si poteva anche scrivere: professore, invece di professoressa. E' curiosa questa dicotomia. Ma la concordanza dei generi non ci ha insegnato nulla? Non è possibile essere una volta donna e quella successiva, un uomo. Bastava semplicemente scrivere (e dire): sottosegretaria alla Difesa. Che è, la parola segretaria non ci piace?

Mi auto-cito, da un articolo che ho scritto qualche tempo fa pubblicato qui, su Giulia Globalist: "Pensate un momento alla parola segretaria, declinata da subito al femminile, dagli anni Sessanta in poi, è stata, purtroppo, spesso svilita e vilipesa nel ruolo. Bene, come sappiamo, esiste anche il segretario, ma non in quella accezione lì. E infatti ecco che il vocabolo si nobilita e diventa Franco Siddi, segretario della Fnsi. E deve essere davvero nobile se anche Susanna Camusso ci tiene a farsi chiamare segretario della Cgil, e guai a chiamarla segretaria. Ma perché se declinata al maschile, la parola immediatamente assume un connotato nobile, se al femminile no? E questo pone un'altra, delicatissima questione. Noi, noi donne, giornaliste, scrittrici, sceneggiatrici, operatrici della comunicazione. Possibile che dobbiamo esser contente di chiamarci e farci chiamare come se fossimo uomini? Quando capiremo, parafrasando Wittgenstein, che ciò che non si dice non esiste e dunque che, se non ci vedono quando parliamo, discutiamo, scriviamo, non esisteremo mai? Pensateci: un termine coniugato al maschile spinge automaticamente la nostra mente a pensare a un uomo. Ancora: tutti dicevano "Il direttore dell'Unità, Concita De Gregorio", ma poi ecco "La direttrice dell'asilo, Cinzia Lojacono". Ma perché un direttore di giornale è importante e dunque maschile, mentre dirigere un asilo è confinato nel ghetto di una roba da donne, anzi da donnette?".

Torniamo a Repubblica e alle nostre ministre. Sviluppo, "Federica Guidi, tecnico, 45 anni. Imprenditrice, è stata presidente dei giovani di Confindustria". Anche qui, tecnico ma subito dopo imprenditrice. Qualcuna mi spiegherà prima o poi perché non dovremmo dire tecnica, allo stesso modo di maestra/maestro, operaia/operaio, della serie - scuola primaria - le parole che in italiano finiscono in O, al femminile si declinano in A. Vallo poi a spiegare alle migranti che vengono al corso di italiano! (clicca sul titolo per continuare a leggere)

Andiamo avanti. Riforme, Maria Elena Boschi, Pd, 33 anni. "Avvocato, renziana, è soprannominata Faccia d'angelo. E' la più giovane ministra del governo". L'HA DETTO! Anzi, l'ha scritto! La collega o il collega di Repubblica ha scritto ministra. Ma allora, cavolo, si può scrivere! E perché stavolta sì, e tante altre no? Perché la lingua italiana è a discrezione dell'ignorante di turno (quello che non lo scrive, ovviamente)? E perché avvocato e non avvocata? Secondo le indicazioni del noto linguista Aldo Gabrielli, uno dei più autorevoli studiosi della lingua italiana del XX secolo, è sbagliato. Infatti, già nel 1976 (quasi quarant'anni fa) nel suo Si dice o non si dice, spiegava: "Da una terminazione maschile in -o, nasce il femminile in -a, dunque deputato, deputata. Tanto più che qui si tratta di un participio passato del verbo deputare: cioè persona deputata a rappresentare in Parlamento gli elettori. Per avvocato, la stessa cosa, altro participio passato, questo di origine latina: advocatus, da advocare, chiamare presso, cioè persona chiamata presso chi deve essere assistito in un giudizio. Maschile in -o, femminile in -a: avvocata e guai ad usare avvocatessa. Per non parlare dei ministri in gonnella". Bisogna riconoscere che l'orgasmo linguistico può toccare vette insormontabili: ma se il femminile di sinistro è sinistra, mi chiedo, perché il femminile di ministro non può essere ministra? E quello di avvocato, avvocata?

Andiamo avanti, ce ne mancano ancora quattro. Vediamo un po'. Al ministero della Salute, Beatrice Lorenzin, Ncd, "ex fedelissima di Berlusconi". All'Istruzione, Stefania Giannini, Sc, 53 anni. "Segretario di Scelta Civica ed ex rettrice dell'Università italiana per Stranieri di Perugia. Sostituisce la Carrozza". A parte le risate a 64 denti per quest'ultima frasetta "sostituisce la Carrozza", ci verrebbe da rispondere "e chi ci mette il cavallo"? Per dire, possibile che i nostri meravigliosi mezzi di comunicazione debbano citare le donne con l'articolo davanti? Diremmo mai il Renzi, il Napolitano? Al di là delle cadenze dialettali (nelle Marche, in Umbria, in Toscana, in molto Nord, ma non al Sud), la lingua dovrebbe essere univoca, o no? E comunque, anche qui, rieccolo: segretario, e subito dopo ex rettrice. Ma insomma, è sempre la stessa persona? O parliamo di due persone diverse, di cui uno è un uomo, il sottosegretario, per l'appunto?

Alla Semplificazione, Mariana Madia, Pd, 33 anni. "Responsabile Lavoro del Pd, è il secondo ministro più giovane del governo Renzi dopo la Boschi". Fermiamoci un momento. Maria Elena Boschi, dice Repubblica, è la ministra delle Riforme. Un po' più avanti, stessa pagina, stesso articolo, Marianna Madia è un ministro. Ci volete spiegare? Per fortuna che ha un bel pancione, a scanso di equivoci. È una donna, sì, una donna incinta, che è stata nominata ministra. Anche qui, notiamo la dicitura piuttosto scatologica e oggettivizzante "dopo la Boschi".

Ma arriviamo alla conclusione, e cioè al ministero per gli Affari Regionali. "Maria C. Lanzetta, Pd, 58 anni, civatiana e già sindaco di Monasterace (Reggio Calabria), è da tempo nel mirino della 'Ndrangheta che la minaccia". Mi arrendo. Ho solo la forza di riportare, ancora, quel che afferma Aldo Gabrielli a questo proposito: "La grammatica italiana insegna una cosa elementare: che per gli uomini esiste un maschile e per le donne un femminile, non si può fare eccezione per un sindaco o per un ambasciatore". Raccontando di come, un tempo, tutti i pittori erano maschi, almeno quelli celebri. "Ma ecco che tra il Seicento e il Settecento spuntano due astri pittorici femminili, Artemisia Gentileschi e, mezzo secolo più tardi, Rosalba Carriera. Fino ad allora si era usata la sola parola pittore, con le varianti più antiche dipintore e pintore, ma qualcuno voleva classificare anche queste donne artiste, e sorse il problema linguistico: come definirle? Il latino classico offriva solo pictor, pictoris maschile. Esisteva però un aggettivo femminile, pictrix, pictricis, creato nel basso latino: si diceva, per esempio, natura pictrix, natura pittrice. A questo aggettivo si rifecero i letterati dell'epoca sostantivandolo, e dissero: la pittrice Artemisia Gentileschi, la pittrice Rosalba Carriera. Da allora, la parola pittrice diventò comune nell'uso e nessuno oggi penserebbe di poter dire che Gentileschi e Carriera furono due celebri pittori". Ps. Abbiamo sorvolato sugli aspetti politici di tutto questo sgrammaticato scrivere. Una cosa per volta. Nel frattempo, se avete altri esempi, articoli, titoli, occhielli, commenti, editoriali, dove si scrive in italiano, segnalateceli. Li pubblicheremo nella nostra rubrica settimanale "L'italiano con la A" sul sito www.loscioperodelledonne.it e su Fb.

La Repubblica
02 05 2013

VENEZIA - "Vorrei esprimere il mio più sentito grazie ai Carabinieri che oggi hanno fermato i responsabili di un abominevole atto di violenza su una donna. Ma vorrei fare anche un invito al nuovo ministro dell'Integrazione Kyenge a venire a Vicenza a rendere visita alla vittima, con il coraggio di affrontare i problemi per quello che sono e per ribadire a tutti che non ci può essere integrazione senza legalità". A dirlo il Presidente della Giunta regionale del Veneto, Luca Zaia,ha espresso il suo compiacimento per l'aver assicurato alla giustizia in tempi rapidi due stranieri i responsabili di un'efferata violenza su una giovane ragazza a Vicenza.

"Ora - dice Zaia - però mi auguro che la magistratura applichi il codice penale con la massima severità perchè di fronte a una efferatezza del genere non c'è alternativa se non la tolleranza zero.
Colgo l'occasione per ricordare a tutti che il Veneto è la prima Regione d'Italia per immigrazione legale. Chi viene legalmente e lavora qui è il benvenuto, ma tutti devono rispettare la legge e chi delinque deve essere espulso. Il rispetto della donna e della sua identità è uno dei pilastri della nostra cultura veneta. Chi viene da noi deve accettare questo principio sociale e rispettarlo senza se e senza ma".

Immediata la risposta del Pd. "Quelli di Borghezio sono insulti beceri, ma anche il governatore Zaia non scherza. Per quali ragioni il ministro Kyenge dovrebbe sentirsi responsabile dello stupro di una cittadina austriaca da parte di alcuni cittadini extracomunitari? Zaia la smetta di alimentare il razzismo e la xenofobia con queste stupide associazioni di idee", ha detto la deputata democratica Margherita Miotto.

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