In base a recenti stime, si calcola che circa 135 milioni di donne e bambine nel mondo siano state sottoposte a MGF e che ogni anno vi siano circa 3 milioni di potenziali vittime (più di 8000 al giorno), soprattutto tra le bambine fino al quindicesimo anno di età. ...

Il Fatto Quotidiano
08 02 2013

Tolleranza zero sulle mutilazioni genitali femminili: dopo la risoluzione dell’Assemblea generale dell’Onu sulla messa al bando universale di questa pratica, a Roma si definiscono i passi per tradurre in concreto il divieto. Gli attori che sono stati in prima linea nella battaglia, sono riuniti – prima al Senato, poi al ministero degli Esteri – per dare efficacia e concretezza all’appello della comunità internazionale. “Ban Fgm -sì al diritto, no all’impunità”, la conferenza internazionale organizzata dal partito radicale e “Non c’è pace senza giustizia”, mette a confronto rappresentanti di Stati africani, ambasciatori e attivisti del diritti dell’uomo: obiettivo arrivare, entro il 2015, alla ‘tolleranza zero’ di una pratica che ha menomato fino a 140 milioni di donne e bambine in tutto il mondo e mette ogni anno a rischio 3 milioni di potenziali vittime.

Le mutilazioni genitali femminili comportano l’escissione (l’asportazione parziale o totale) degli organi genitali femminili esterni della donna. Un’aggressione dei diritti umani, un abuso – come ha detto il presidente del Consiglio Mario Monti, intervenuto per esprimere l’interesse “altissimo” del governo italiano al problema – irreparabile e irreversibile”. Le mutilazioni genitali comportano complicazioni sanitarie a breve e lungo termine gravissime: infezioni, emorragie (con shock settici e persino, a volte, la morte), stenosi vaginale, problemi di infertilità ma anche complicazioni post partum (perché la minore elasticità nella zona perineale aumenta la mortalita’ perinatale e della stessa puerpera: su 1000 donne che partoriscono, da 10 a 20 muoiono in conseguenza delle mutilazioni).

Ora si vuole sradicare un flagello così disumano e arrivare all’eliminazione di questa pratica inutile, dolorosa e pericolosa. “Questa è un’occasione di celebrazione” (la risoluzione è stata approvata il 20 dicembre 2012 e mercoledì 6 febbraio si celebrerà la Giornata Internazionale contro le mutilazioni), ma anche di rilancio, coordinamento e definizione di nuove iniziative perché la risoluzione Onu sia riconosciuta e applicata”, ha spiegato, aprendo i lavori a Palazzo Giustiniani, il vicepresidente del Senato, Emma Bonino. “Oggi è un punto di partenza, dobbiamo tradurre in pratica la risoluzione Onu”, le ha fatto eco Antonio Tete, osservatore permanente dell’Unione Africana all’Onu. L’obiettivo della conferenza, ha sintetizzato il segretario di ‘Non c’è pace senza Giustizia’, Niccolò Figà-Talamanca è la riflessione su temi riguardanti l’adozione di leggi nazionali (gli elementi da inserire in leggi efficaci), ma anche la prevenzione, l’educazione, la dissuasione, la protezione, il perseguimento dei responsabili e l’assistenza alle vittime; e poi, la riflessione sui piani e le strategia nazionali successive all’adozione di leggi e su come assicurare, nel contesto delle migrazioni, il coordinamento tra Paesi limitrofi, considerata la dimensione transfrontaliera del fenomeno

Numerosi i rappresentanti dei governi africani presenti a Roma, alcuni dei quali arrivati da Paesi che sono stati “la punta di lancia” della battaglia (Burkina Faso, Benin, Niger, Costa d’Avorio, Mali). Dalla discussione è emerso che passi in avanti ci sono stati, ma che ora occorre affrontare il problema su più fronti. Occorre adottare un approccio “olistico”, ha spiegato il ministro nigerino per la condizione delle donne, Maikibi Dandobi: l’educazione delle donne in primis (per far capire che si tratta di pratiche pericolose per la salute), la sensibilizzazione del contesto sociale (gli operatori culturali, ma anche le istituzioni: polizia, pubblici ministeri, giudici), la definizione di compensazioni economiche per la perdita di reddito dei responsabili delle pratiche; e in Niger, questo flagello e’ sceso dal 5% al 2,2% grazie a queste diverse strategie.

“E’ un approccio che deve interessare tutti gli elementi della società: le ragazze, le famiglie, i leader religiosi e tribali, le istituzioni internazionali”, ha osservato Nestorine Sangare, ministro per la promozione della donna in Burkina Faso, uno dei Paesi pionieri nella battaglia (la pratica è scesa dal 68% al 49% dal 2006 ad oggi). Anche in Benin, come ha raccontato Fatouma Djibril, ministro della famiglia del Benin, il ‘modello’ ha funzionato: nel 2002 una donna su cinque aveva una qualche forma di mutilazione; ma dal 17%, si è scesi al 13% nel 2006 e all’8% nel 2012, grazie a una campagna di sensibilizzazione della popolazione promulgata: prima con una legge del 2003 e poi con un’altra, più specifica, nel 2012, tradotta nei 12 idiomi nazionali per sensibilizzare una popolazione per il 50% analfabeta; è stato anche prodotto un documentario dal titolo eloquente, ‘Il sacrificio sull’altare dell’ignoranza’. “La risoluzione – ha continuato la Sangare – è l’inizio, ma non basta: bisogna agire sul campo, sensibilizzare e creare il confronto tra gli attori, farsi carico delle vittime”. “Insomma – nelle parole della Bonino – occorre continuare una campagna che e’ la somma di molte azioni che si svolgono nei luoghi piu’ impensati: dai villaggi nelle foreste al Palazzo di Vetro”

Guinea, salva le 9 figlie da mutilazione genitale

  • Venerdì, 08 Febbraio 2013 09:35 ,
  • Pubblicato in Flash news

Frontiere news
08 02 2013

Una storia di coraggio, diffusa da Plan Italia, quella di Sekou Soya, 65 anni, guineano che si è rifiutato di mutilare le sue 9 figlie. Una scelta rivoluzionaria per un uomo della Guinea: “La gente del villaggio mi ha respinto. Ci hanno vietato di usare il pozzo. Non potevamo parlare con gli altri né star loro vicino”. Un atto coraggioso che poi è stato premiato, infatti anche gli altri uomini del villaggio hanno deciso di rifiutare questa pratica.

Nel mondo sono 140 milioni le donne che hanno dovuto subire una mutilazione genitale e sono 3 milioni le bambine che rischiano di subirla. Una pratica questa condannata dall’Onu che l’ha bandita attraverso una risoluzione e l’istituzione di una giornata nazionale.

Mutilazioni genitali: rompiamo il silenzio italiano

  • Mercoledì, 06 Febbraio 2013 15:59 ,
  • Pubblicato in Flash news
West
06 02 2012

Sulle mutilazioni genitali femminili in Italia si sa poco o nulla. Mancano informazioni certe e attendibili su un fenomeno che, complici i flussi migratori, è ormai una realtà anche in una nazione come la nostra. Gli unici dati ufficiali risalgono al 2009, quando il Ministero delle Pari Opportunità ha pubblicato un’indagine dalla quale è emerso che nello stivale sono 35 mila le donne mutilate. Ma, secondo gli addetti ai lavori, potrebbero essere molte più. Quante? E soprattutto a cosa è dovuto il velo di silenzio steso su questo fenomeno?

In occasione della Giornata mondiale per eliminarle indetta dalle Nazioni Unite, che ricorre oggi, ne abbiamo parlato con Cotrina Madaghiele, presidente dell’Associazione Genere Femminile: “Per quanto i dati in nostro possesso siano attendibili si può tranquillamente affermare che le cifre indicate sono una stima riduttiva. L’entità del problema in Italia è sicuramente maggiore eppure resta un argomento sottovalutato, troppo sussurrato. E senza conoscenza non si può estirpare questa usanza”.

Ma in che cosa consistono le mutilazioni genitali femminili? Sono procedure mediche non necessarie che comportano l’asportazione parziale o totale degli organi sessuali femminili esterni e Madaghiele sottolinea che “avvengono in ambiente domestico, in condizioni igieniche pessime. Soprattutto non vengono praticate da mani esperte ma da praticoni privi di qualsiasi nozione chirurgica. Le bimbe rischiano gravi infezioni che spesso degenerano in patologie e nell’impossibilità di poter procreare. Per non parlare dello shock psicologico che non le abbandonerà mai”. Eppure sono proprio le donne che obbligano le proprie figlie o le nipoti a subire la stessa tortura toccata a loro.

“In Italia la legge n.7 del 2006 le ha messe fuorilegge ma è indubbio che siano comunque ancora praticate. Ovviamente avvengono in totale clandestinità e fare stime è inutile. Quel che è certo è che la grande maggioranza di escissioni e infibulazioni avvengono in madrepatria. Le matrone prendono le piccole e le portano nei villaggi del proprio Paese di appartenenza. Per loro è una tradizione cui non riescono a rinunciare, perché è un retaggio culturale di fondamentale importanza sociale. Antropologicamente ha la valenza di un debutto in società. Dopo l’intervento possono accedere alla comunità e vengono accettate dal futuro marito”.

Mentre per la cultura occidentale è una lesione del diritto alla salute e alla disposizione della propria persona. “Non si può fare altro che sperare che le nuove generazioni raggiungano l’emancipazione attraverso l’istruzione e la partecipazione a una società liberale. Alcune associazioni organizzano dei dibattiti nelle scuole, ma vista la delicatezza del tema non è facile raggiungere le bambine in età infantile. Dunque non si tratta di prevenzione ma esclusivamente di informazione. Spetterà a loro decidere di interrompere la tradizione qualora avessero una figlia”.

Come quasi sempre avviene in Italia, i centri di ascolto e di aiuto delle donne funzionano su base volontaria, consapevoli che i finanziamenti pubblici non arriveranno mai nelle loro casse. “A dispetto delle difficoltà finanziare le iniziative di tutela femminile si sono moltiplicate e chi oggi si rivolge a noi può contare sulla disponibilità di personale capace e appassionato che va da psicologi professionisti ad avvocati pro-bono. Ascoltiamo e informiamo. Il riscatto delle donne arriverà attraverso la cultura”.

Claudia Moschi 

In genere
06 02 2013

Il 6 febbraio si celebra la giornata mondiale indetta dall'Onu per l'eliminazione delle mutilazioni genitali femminili. Il 20 dicembre scorso l'assemblea generale delle Nazioni Unite ha adottato la risoluzione di messa al mando universale di questa pratica, ora però spetta agli stati membri approvare leggi per mettere fine all'impunità, proteggere le donne e organizzare protezione e assistenza sanitaria e psicologica per le vittime. Sembra una realtà lontana, confinata a zone circoscritte dell'Africa, e invece l'immigrazione ha portato la pratica fin qui, nonostante i divieti esistenti in Italia in altri paesi europei, sottolineano le associazioni Genere femminile e Diritto in rosa, che in occasione della giornata mondiale ricordano come le mutilazioni genitali femminili sono diffuse in numerosi gruppi ed etnie dei paesi dell'Africa Subsahariana e in alcuni paesi della Penisola Arabica. "Dal punto di vista antropologico - si legge su una nota diffusa da Genere femminile in questi giorni - secondo la prospettiva della cultura d'origine, le mutilazioni costituiscono il diritto di accesso alla comunità delle donne, al proprio ruolo sociale e garantiscono, in relazione al matrimonio, l'accettazione da parte dell'uomo. Da un punto di vista medico, in una prospettiva occidentale, le mutilazioni possono avere effetto sulla sfera della sessualità e nei rapporti; costituire un limite importante al parto; complicare le infiammazioni e il decorso delle patologie e rischiare di ridurre la salute riproduttiva della donna".

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