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Pablo Picasso, Donne che corrono sulla spiaggiaManuela Campitelli, Il Fatto Quotidiano
5 febbraio 2015

Sono oltre 100 milioni nel mondo le bambine e le donne che hanno subito la pratica delle mutilazione genitale (Mgf), ossia una rimozione parziale o totale dei genitali femminili esterni e circa 3 milioni quelle a rischio nei prossimi 10 anni.

Protagoniste del proprio futuro: la lotta alle MGF

  • Giovedì, 05 Febbraio 2015 08:46 ,
  • Pubblicato in L'Incontro

Stop alle mutilazioni genitali femminiliVenerdì 6 febbraio, dalle ore 09.00 alle ore 13.00
Auditorium del Ministero della Salute
Lungotevere Ripa, 1 - Roma

Associazione Genere Femminile
03 02 2015

 

COMUNICATO STAMPA

Mutilazioni genitali femminili: una violazione dei diritti della donna.

06 febbraio: Giornata Mondiale indetta dall’ONU per l'eliminazione delle mutilazioni genitali femminili (MGF).

 

Superano i 100 milioni, secondo la stima dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, le bambine, ragazze e donne nel mondo che hanno subito una mutilazione genitale, ossia una rimozione parziale o totale dei genitali femminili esterni o altre modificazioni indotte agli organi genitali femminili, effettuate per ragioni culturali o altre ragioni non terapeutiche.

L'Africa resta il continente in cui il fenomeno è più diffuso, ma la pratica è estesa anche in Medio Oriente, in alcuni Paesi asiatici e in alcune regioni dell'India.

L’aumento dei flussi migratori verso il mondo occidentale ha reso visibile anche nei Paesi Europei il fenomeno delle MGF.

Le MGF vengono praticate principalmente su bambine tra i 4 e i 14 anni. Tuttavia, l’età può essere ancora più bassa: in alcuni Paesi vengono operate bambine con meno di un anno di vita, o persino neonate di pochi giorni.

Il tipo di intervento mutilatorio varia a seconda del gruppo etnico di appartenenza: il 90% delle mutilazioni genitali femminili praticate è di tipo escissorio, vale a dire avvengono con taglio e/o rimozione di parti dell'apparato genitale della donna, mentre un decimo dei casi si riferisce all'azione specifica della infibulazione che ha come scopo il restringimento dell'orifizio vaginale e può, a sua volta, essere associata anche a un'escissione.

"Diverse sono le motivazioni per cui vengono effettuate e variano a seconda della comunità etnica di appartenenza - osserva Cotrina Madaghiele, presidente dell'Associazione Genere Femminile - ma la criminale pratica delle mutilazioni genitali ha gravissime conseguenze fisiche, psicologiche e sessuali su chi le subisce. È una vera e propria violazione dei diritti umani e della donna".

Le mutilazioni sono umilianti, traumatiche, estremamente dolorose, rischiose per la vita stessa. 

L'Associazione Genere Femminile è molto attenta al fenomeno e ritiene che le armi a disposizione, oltre all'impegno da un punto di vista legislativo, sono il dialogo e l'informazione al fine di aumentare la consapevolezza sulle conseguenze negative delle MGF.

Occorre consolidare e intensificare l’impegno politico e civile globale per costruire un più ampio movimento di opinione che contribuisca a condannare senza mezzi termini le MGF, e rendere le donne e le ragazze più consapevoli dei propri diritti anche riguardo alla loro salute sessuale e riproduttiva.

 

 

Contatti:

Madaghiele Cotrina

Associazione Genere Femminile

Cell. 347 9091265

Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

27ora
27 01 2015

Suhair, detta Su-su, aveva 13 anni. Quella mattina d’estate del 2013 in cui, per volere della famiglia, è stata portata nella clinica di un medico per la “circoncisione femminile” (detta anche “infibulazione” o come la chiamano gli esperti “mutilazione genitale femminile”), lei aveva un bruttissimo presentimento.

Era già successo a una delle sue sorelle, Amina, di venire sottoposta alla pratica due anni prima – come peraltro è accaduto al 90% delle egiziane sotto i 50 anni (secondo le stime del governo). Chissà cosa le aveva raccontato Amina. Ma quel che è certo è che Suhair Al-Bataa sentiva che qualcosa sarebbe andato storto, come hanno raccontato le amiche ad una giornalista della Bbc. Anche la nonna (sottoposta lei stessa alla pratica all’età di 9 anni) ha confermato che Suhair non ci voleva andare. “Aveva pianto, aveva rifiutato”. Ma il padre la costrinse. Allora, prima di obbedire, Suhair raccomandò alla sorella maggiore di prendersi cura della più piccola e, al calzolaio cui aveva chiesto ripararle le scarpe, disse che forse quella sarebbe stata l’ultima volta.

Suhair aveva ragione. E’ morta nel villaggio agricolo di Mansoura, lo stesso in cui era nata, nel Delta del Nilo, un posto povero e isolato dal mondo. Non diventerà mai una giornalista: era il suo sogno, secondo la migliore amica Amira Arafat. L’autopsia dice che a ucciderla è stato “un calo repentino della pressione sanguigna in seguito ad un trauma”. A differenza delle altre tre ragazze sottoposte contemporaneamente alla circoncisione, lei non si è svegliata: dopo un’ora è stata portata in ospedale.

Non è stata la famiglia a sporgere denuncia, ma alcuni attivisti. E ieri, alla fine, il medico Raslan Fadl, che praticava una dozzina di infibulazioni al giorno e che è anche l’imam della moschea di Mansoura, è stato condannato a due anni di carcere più una multa. E’ la prima volta che succede in Egitto. “Una vittoria monumentale” la definisce l’associazione “Equality Now”.


Anche il padre di Suhair è stato condannato: a tre mesi di carcere con la condizionale. E’ stata la famiglia a volere l’infibulazione per Suhair, il padre nel suo caso, ma anche le donne hanno un ruolo. La sua morte è interpretata dallo zio come “il volere di Dio”. La nonna, con la voce che le si spezzava, ha detto che la nipotina “era una ragazzina dolce come il miele”. Poi ha raccontato al quotidiano inglese Independent di un’altra nipote, di dieci anni. Verrà circoncisa? “Dipende da quello che deciderà sua madre. E’ una cosa buona. Io e le mie cinque sorelle siamo state circoncise. E’ la tradizione. Siamo venute al mondo e le nostre famiglie hanno questa tradizione”. Dopo la morte di Suhair la mutilazione genitale femminile continua nel suo villaggio. Secondo il giornale egiziano Masry El Youm, il dottore aveva offerto l’equivalente di quasi tremila dollari ai familiari per farli tacere.

La mutilazione genitale femminile è una delle più devastanti pratiche cui vengono sottoposte le ragazze e le bambine dell’Africa orientale. Spesso si tratta di ragazze tra i nove e i tredici anni, ma a volte hanno appena sei anni. In Egitto avrebbe avuto origine già prima dell’avvento dell’Islam (è chiamata “circoncisione faraonica”) mentre non è praticata in Paesi ben più conservatori nel Golfo.

Si muore per emorragia, per reazioni allergiche e, per tutte coloro che sopravvivono le conseguenze possono andare da infezioni all’infertilità e a rischi gravi durante il parto. La consapevolezza è aumentata in Egitto: diversi anni fa, prima che la pratica venisse dichiara illegale nel 2008, un gruppo di infermiere fece pubblicamente – per la prima volta – un minuto di silenzio dopo la morte di una tredicenne di nome Karima in una clinica del Cairo.

Emma Bonino è stata una delle promotrici della battaglia contro la mutilazione genitale femminile. Oggi molti attivisti sottolineano l’importanza di far penetrare il dibattito al di là delle élite progressiste e all’interno delle masse povere nelle zone rurali. Decine di villaggi, grazie a campagne di educazione sulla questione, si sono in effetti liberati dalla pratica. Ma c’è ancora molto da fare, come dimostra la storia di Suhair. L’Unicef chiede una più efficace applicazione della legge. Ma il problema è spesso la mentalità: molti nelle zone rurali credono che l’infibulazione sia l’unico modo per evitare che le donne della famiglia siano promiscue; diversi genitori la considerano una pratica religiosa, anche se le massime autorità islamiche e cristiane del Paese l’hanno esplicitamente condannata.

In passato erano i “circoncisori tradizionali” a praticare l’infibulazione, applicando polvere e sale sulle ferite. Poi a volte erano i barbieri. Ora lo fanno quasi sempre i medici in Egitto, il che porta alcuni a ritenere che sia una “cosa moderna”. Ma nessuno di loro impara queste cose studiando medicina. Le ragazze continuano a morire, proprio come Su-su. Chissà quante storie ci sono come la sua, ma senza nomi né soprannomi.

Independent.co
27 01 2015

Almost 500 newly identified cases of female genital mutilation (FGM) were reported by hospitals across England in one month, according to the latest figures.

An average of 15 cases were discovered each day in November, according to data published by the Health and Social Care Information Centre (HSCIC).

Last November 466 cases of FGM were identified; while in October, the first month such figures were compiled, 455 cases were reported. The figures for December are expected this week.

Despite the apparently high number of FGM cases, no one has yet been convicted for the practice, which has been illegal in the UK since 1985.

Dhanuson Dharmasena is currently on trial accused of performing FGM on a patient at the Whittington hospital in north London, it is the first prosecution of its kind.



FGM is the deliberate partial or total removal of the external female genitalia for non-medical reasons.

It is often performed in north and east Africa, as well as in some Middle Eastern and Asian cultures, on pre-pubescent girls and is thought to mark the passage into womanhood.

John Cameron, the NSPCC’s head of child protection operations, called FGM a “barbaric practice”.

“It is vital all health professionals are trained to spot the signs of FGM and that girls who are subjected to this brutal practice get the post-traumatic support they deserve,” he told the Sunday Times.

 

FGM poses an increased risk to childbirth, can cause infertility, raises the risk of infection and can even result in death.

In the UK it is estimated that 20,000 girls under the age of 15 are at risk every year, according to the Plan charity, which campaigns against the practice. Globally, 130 million girls and women have undergone FGM.

Around a quarter of NHS trusts did not submit figures to the HSCIC, which means the true number of cases is likely to be higher.

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