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Condom Lead, "il sesso ai tempi di Piombo Fuso"

  • Venerdì, 29 Marzo 2013 08:59 ,
  • Pubblicato in La Storia
Valerio Evangelista, Frontiere News
5 marzo 2013

"La guerra non è fatta solo di bombe e missili, ma anche di piccole grandi privazioni quotidiane", racconta Rashid Abdelhamid, produttore di Condom Lead (vedi il trailer). ...

La Stampa
20 03 2013

Indesiderati in terra giordana, preoccupati dalle condizioni di vita in Libano, viaggiano verso il Cairo: «La situazione era insostenibile»
FRANCESCA PACI
Che si dice dei palestinesi? La domanda ricorreva incalzante come quella sulla partecipazione delle donne nelle piazze del Cairo, di Tunisi, di Bengasi, delle capitali arabe spazzate dal vento ribelle del 2011. L’urgenza in quel momento era capire quali fossero le esigenze primarie di egiziani, tunisini, libici, all’indomani della cacciata dei dittatori. Di certo, al di là di un atavico sentimento anti-israeliano, non c’era la questione palestinese. A distanza di due anni appare chiaro come anche l’emancipazione femminile stesse a cuore solamente alla parte meno indottrinata dei rivoluzionari, ma per tutti quanti, laici e religiosi, il lavoro, la libertà di opinione, il diritto alla partecipazione politica venivano e vengono assai prima della materializzazione della Palestina.

Lo scollamento tra una causa sventolata strumentalmente per decenni dai despoti mediorientali e i bisogni di popoli oppressi è emerso in modo netto nei giorni e nei mesi seguiti alle rivoluzioni. Chi non ha stipendio né prospettive di vita ha poca disponibilità a pensare a quelle altrui. Ma oggi la sorte dei palestinesi che fuggono dalla Siria di Assad e cercano rifugio in un Egitto sorprendentemente molto meno ospitale di quanto sperato sembra la metafora di quella contraddizione.

“Siamo scappati da Damasco perché dopo mesi di bombardamenti governativi indiscriminati la situazione era diventata impossibile e abbiamo scelto il Cairo perché, come palestinesi, era l’unico posto dove avremmo trovato una buona accoglienza” racconta la ventiseienne Rula Deeb al quotidiano Egypt Independent. Rula è nata in Siria ma i suoi nonni sono originari di quella Gaza a cui Fratelli Musulmani egiziani tendono ora formalmente la mano. Il Libano e la Giordania, no. Rula sa che quelli come lei non sono benvenuti. La Giordania in particolare accoglie in questi mesi qualsiasi rifugiato siriano (perfino gli ex amici del regime) a condizione che non sia palestinese. E in Libano le condizioni di vita nei campi profughi palestinesi non sono esattamente il massimo. L’Egitto in confronto ha pochissime barriere in entrata. Almeno all’inizio.

Sì perché a conti fatti l’esperienza di Rula coincide con quella di migliaia di rifugiati palestinesi (in fuga dalla Siria) che in Egitto hanno incontrato una barriera inaspettata: il divieto di accedere ai servizi umanitari. Sospesi in un limbo legale infatti, i palestinesi-siriani non sono intitolati all’assistenza finanziaria, sociale e sanitaria che spetta invece ad altri rifugiati registrati alle Nazioni Unite (siriani compresi). Secondo il diritto internazionale i rifugiati palestinesi sono quelli che discendono dai palestinesi nati nella Palestina mandataria e estromessi dopo le guerre arabe-israeliane del 1948 e del 1967. Per loro esiste una speciale agenzia delle Nazioni Unite, l’UNWRA, incaricata di seguirli nei loro cinque paesi di residenza: Siria, Libano, Giordania, Cisgiordania e Gaza. Non facendo l’Egitto parte della cinquina, l’UNWRA del Cairo non è “tacnicamente” autorizzata a occuparsi di Rula e degli altri.

Prima della rivolta anti-Assad e della guerra civile scaturitane, in Siria vivevano circa 500 mila palestinesi che avevano quasi gli stessi diritti dei locali ma non hanno mai ottenuto il passaporto siriano. Annosa questione questa del passaporto. Da un lato infatti i paesi arabi hanno sempre argomentato il rifiuto di rilasciarlo con il fatto che il passaporto avrebbe “isituzionalizzato” i rifugiati negando loro di fatto il diritto al ritorno in Israele, dall’altro però questa questione “di principio” li ha sgravati dall’integrare un popolo che per esempio in Giordania ha creato parecchi cortocircuiti.

Negli ultimi due anni circa 15 mila rifugiati siriani sono arrivati in Egitto. All’inizio i palestinesi erano pochi perché c’era un po’ di confusione su come il regime di Assad si sarebbe comportato con loro (in passato Hamas aveva dimora fissa a Damasco). Poi però quando il governo ha cominciato a prendersela anche con loro (uno dei tanti capri espiatori) e bombardare il campo profughi di Yarmouk, a Damasco, è partito l’esodo.
E’ difficile dire quanti siano i palestinesi-siriani in Egitto, probabilmente qualche migliaio. La destinazione Cairo come porto sicuro è una novità per loro (senza molta scelta) perchè dopo la prima guerra del Golfo e l’espulsione dei palestinesi dal Kuwait (Arafat sosteneva allora Saddam) l’Egitto sospese loro i visti d’ingresso. Oggi al potere ci sono i Fratelli Musulmani, teoricamente appartenenti alla stessa famiglia sunnita, ma pare che siano piuttosto impreparati e che al di là dei proclami del presidente Morsi in sostengo di Gaza non si stiano occupando della sorte dei palestinesi giunti al Cairo dalla Siria.

“I palestinesi sono in qualche misura gli ebrei del mondo arabo” scrisse una volta il fondatore del Manifesto Valentino Parlato. Di certo oggi, con la Siria in fiamme, sono più in fuga che mai.

Il 210 parte alle 4.30 dal valico di Eyal e viaggia per dieci fermate che tagliano il centro di Israele fino al sobborgo elegante di Ra'anana. ...
C'est que Asmaa El-Ghoul est une récidiviste : journaliste free-lance agée de 30 ans, écrivaine, elle écrit notamment pour le quotidien pale stinien AI-Ayyam, et surtout elle blogue, avec boulimie, sans tabou: l'islamisation forcée, les "crimes d'honneur", la corruption, les violations des droits de l'homme - et de la femme...

Palestinesi, morire sotto tortura in prigione

Il Fatto Quotidiano
27 02 2013

Arafat Jaradat, un giovane di 30 anni originario di un villaggio vicino a Hebron in Cisgiordania, è morto sabato in una prigione israeliana. Lascia una moglie in attesa e due figli di quattro e tre anni.

Jaradat era stato arrestato nella notte del 18 febbraio e sottoposto a interrogatorio dai servizi segreti dello Shin Bet nel centro di detenzione di Al-Jalame, prima di essere trasferito nella prigione di Megiddo in Israele. Secondo fonti israeliane era stato arrestato in quanto sospettato di essere coinvolto nel ferimento di un colono israeliano durante una protesta contro l’offensiva militare dello scorso novembre contro la striscia di Gaza.

La morte di Jaradat ha dato il via ad uno sciopero della fame di massa ed ha contribuito ad innalzare la tensione, già molto alta di questi giorni, e le proteste in corso contro l’occupazione israeliana.

Immediatamente è stata chiesta un’indagine internazionale su questa morte, su cui da subito è aleggiato pesante il sospetto di tortura. Come segnalato dall’organizzazione per i diritti umani Al Haq, i risultati dell’autopsia eseguita poche ore fa hanno tragicamente confermato tale sospetto.

Secondo fonti mediche palestinesi, il corpo di Jaradat mostra ferite e segni su diversi parti delle spalle, del torace, della schiena e del collo, tra cui lesioni muscolari che indicherebbero gravi torture. Diverse costole sono rotte e lesioni sono state riscontrate nel muscolo della mano destra.

Il ministro della difesa israeliano ha dichiarato che il detenuto sarebbe morto d’infarto e che le ferite e lesioni riscontrate sul corpo potrebbero essere dovute all’intervento di emergenza prestato in carcere nel tentativo di rianimarlo. I risultati dell’autopsia non sarebbero comunque sufficienti, per il portavoce israeliano, per determinare le cause della morte, ancora da accertare.In serata le autorità Palestinesi hanno sollecitato i medici, israeliani inclusi, che dovessero dubitare che Jaradat sia stato torturato a morte, a visitare il suo corpo presso l’ospedale Al-Ahli a Hebron.

La storia di Jaradat ricorda quella di tanti altri detenuti palestinesi. Secondo i dati pubblicati dal centro Addameer, che si occupa dei diritti dei detenuti Palestinesi, negli ultimi dieci anni vi sono state circa 700 denunce di torture nelle prigioni israeliane. Dal 1967 (anno d’inizio dell’occupazione israeliana dei territori palestinesi) si contano 72 morti per torture e 53 morti per negligenze mediche nelle prigioni israeliane, nessuna delle quali è stata propriamente investigata. La morte di Jaradat è la seconda di quest’anno dovuta a maltrattamenti subiti in un centro di detenzione israeliano (Ashraf Abu Dra’ è morto il 21 gennaio poco dopo il suo rilascio, a causa delle condizioni della sua detenzione).

Il 6 settembre 1999 l’Alta Corte di giustizia israeliana ha formalmente vietato il ricorso a tecniche di tortura durante gli interrogatori, tuttavia lasciando la porta aperta a metodi di interrogatorio eufemisticamente denominati come “moderata pressione fisica” in caso “ necessità di difesa” ed in situazioni di emergenza (il c.d.“ticking bomb scenario”).

In pratica tuttavia i detenuti palestinesi sotto sottoposti frequentemente a diverse forme di tortura durante gli interrogatori tra cui: uso eccessivo di bende e manette; schiaffi e calci; privazione del sonno e isolamento; mancanza di cibo e acqua per lunghi periodi; divieto di accedere ai bagni o di lavarsi o cambiarsi i vestiti per giorni o settimane; esposizione ad estremo caldo o freddo; costrizione in posizioni innaturali, esposizione a grida e forti rumori.

L’avvocato di Jaradat, Kamil Sabbagh, ha dichiarato che il giovane si era lamentato ripetutamente di forti dolori alla schiena ed in altre parti del corpo dovuti ai prolungati interrogatori cui era sottoposto ogni giorno per diverse ore, nel corso dei quali veniva picchiato, costretto a mantenere posizioni innaturali e lasciato appeso. Nonostante ciò non era stato fatto visitare da alcun dottore: solo dopo la richiesta dell’avvocato all’udienza di giovedì scorso il giudice, contestualmente all’estensione della detenzione di Jaradat per ulteriori 12 giorni, aveva disposto che al detenuto venissero prestate le necessarie cure mediche. Due giorni dopo Jaradat era morto.

Seppur molto diversa per contesto, la storia di Jaradat ricorda anche vicende a noi ben più vicine, quale quella di Stefano Cucchi morto dopo una settimana di custodia cautelare al Regina Coeli. Sebbene non abbia confermato con certezza le cause delle ferite sul corpo del giovane, una recente perizia ha attribuito certamente la morte (per lo meno) al comportamento colpevole dei medici cui era affidato nel penitenziario romano.

Stefano Cucchi è stata la 148esima persona deceduta in un carcere italiano quell’anno: nel solo 2009 il numero dei decessi nelle nostre carceri ammontava 177, il che rappresenta un numero impressionante per un Paese civile e democratico. Le cause di moltissimi decessi – la maggior parte dei quali sono giovani – rimangono ancora da accertare.

Ogni caso di morte in carcere e presunte torture e maltrattamenti implica pesantissime e ineludibili responsabilità dello Stato e dei suoi rappresentanti, in uno Stato in guerra come Israele, e a maggior ragione in uno Stato che in guerra non è e che si fregia di essere civile e democratico, come l’Italia.

 

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