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Il Messaggero
12 05 2014

Nel Lazio partorire in casa è diventata un'occasione concreta: la Regione Lazio ha anche fissato una tariffa per coprire le spese che chi sceglie di dare alla luce un bimbo tra le pareti domestiche deve affrontare. La tariffa, annuncia il presidente Zingaretti, «è stata fissata in 800 euro». Ed è stata fissata dopo un'attesa di anni perché la legge regionale permetteva il parto in casa ma non precisava la tariffa per il rimborso spese. ...

 

Come fino agli anni Sessanta, si tornerà a partorire in casa. Lo fanno sperare due proposte di legge regionale, una della maggioranza, l'altra dell'opposizione. ...

Parto in casa. Ecco la rivoluzione emiliana

Il Corriere della Sera
01 04 2014

Alle porte di Bologna c’è una delle quattro Case maternità d’Italia, “il Nido”. Se a un Italiano la parola “casa maternità” non dice nulla, in Olanda da anni ce ne sono centinaia. Cos’è una “Casa Maternità”? Un luogo dove non solo si può partorire, ma mamma e bambino vengono seguiti prima e dopo la gravidanza, fino a quando il neonato ha compiuto un anno.

“La Casa Maternità è un luogo sociale” ci dice Annalisa Pini, ostetrica, fondatrice con altre 3 colleghe della struttura bolognese, inaugurata nel 2008. «Qui, finora abbiamo assistito 250 parti». Due camere da letto con bagno e vasca per il travaglio in acqua, una cucina, un salottino, uno studiolo. Insomma la Casa maternità è una vera e propria casa. In più c’è anche una palestra e al piano terra ci sono gli ambulatori per le ostetriche, il pediatra e la psicologa.

«Delle donne che si sono rivolte a noi, l’89% ha partorito qui o in casa – ci spiega Annalisa Pini – c’è poi un 5-6% di donne che, nel corso delle visite preliminari, viene giudicato non idoneo al parto naturale. I motivi possono essere vari, si va da patologie pregresse della futura mamma a patologie nuove che non renderebbero sicura una nascita spontanea.Per l’altro 5-6% delle donne capita che durante il travaglio venga deciso il trasferimento in una struttura ospedaliera, ma anche in questo caso noi ostetriche continuiamo a seguire la donna. Con gli ospedali oggi c’è un ottimo rapporto, ma c’è voluto un po’ di tempo per farci accettare». Comunque i trasferimenti di emergenza sono davvero rari, ci spiegano; le ostetriche presenti ad un parto sono sempre due e nella quasi totalità dei casi si agisce con tutti i margini di tempo e di sicurezza.

Andando via incrociamo una quasi mamma. È alla 38 settimana, manca poco. È raggiante. Le chiediamo, come mai qui per partorire? Ho scelto di dare a mia figlia il modo più sereno per venire al mondo, risponde.Alle porte di Bologna c'è una delle quattro Case maternità d'Italia, “il Nido”. Se a un Italiano la parola “casa maternità” non dice nulla, in Olanda da anni ce ne sono centinaia. Cos'è una “Casa Maternità”? Un luogo dove non solo si può partorire, ma mamma e bambino vengono seguiti prima e dopo la gravidanza, fino a quando il neonato ha compiuto un anno.

“La Casa Maternità è un luogo sociale” ci dice Annalisa Pini, ostetrica, fondatrice con altre 3 colleghe della struttura bolognese, inaugurata nel 2008. «Qui, finora abbiamo assistito 250 parti». Due camere da letto con bagno e vasca per il travaglio in acqua, una cucina, un salottino, uno studiolo. Insomma la Casa maternità è una vera e propria casa. In più c’è anche una palestra e al piano terra ci sono gli ambulatori per le ostetriche, il pediatra e la psicologa.

«Delle donne che si sono rivolte a noi, l’89% ha partorito qui o in casa – ci spiega Annalisa Pini – c'è poi un 5-6% di donne che, nel corso delle visite preliminari, viene giudicato non idoneo al parto naturale. I motivi possono essere vari, si va da patologie pregresse della futura mamma a patologie nuove che non renderebbero sicura una nascita spontanea.Per l’altro 5-6% delle donne capita che durante il travaglio venga deciso il trasferimento in una struttura ospedaliera, ma anche in questo caso noi ostetriche continuiamo a seguire la donna. Con gli ospedali oggi c'è un ottimo rapporto, ma c'è voluto un po' di tempo per farci accettare». Comunque i trasferimenti di emergenza sono davvero rari, ci spiegano; le ostetriche presenti ad un parto sono sempre due e nella quasi totalità dei casi si agisce con tutti i margini di tempo e di sicurezza.
Andando via incrociamo una quasi mamma. È alla 38 settimana, manca poco. È raggiante. Le chiediamo, come mai qui per partorire? Ho scelto di dare a mia figlia il modo più sereno per venire al mondo, risponde.

La Repubblica
26 03 2014

È gratuita in ogni ospedale dell'Emilia-Romagna da Parma a Rimini, da Ferrara a Modena. Ad ogni ora del giorno e della notte, 365 giorni all'anno. Soltanto a Bologna le donne che scelgono l'epidurale – l'anestesia che consente di ridurre il dolore durante il parto – sono costrette a pagare. E tanto, visto che l'intervento si fa in libera professione e costa fino a 800 euro. Un paradosso che dalle corsie del Sant'Orsola e del Maggiore, dove la pratica è garantita previo pagamento di lauti compensi, viaggia sui forum on line e si diffonde col passaparola di mamma in mamma. Senza trovare una chiara spiegazione.

Sotto le Due Torri l'epidurale non si paga soltanto per le donne che hanno meno di 26 anni o più di 38 (e, senza distinzione d'età, per coloro che hanno specifiche patologie più o meno gravi). Una selezione all'ingresso che taglia fuori una fetta molto ampia di persone: basta considerare che in EmiliaRomagna, secondo uno studio della Regione, l'età media del parto è di 33 anni per le italiane e di 29 anni per le straniere. Mentre l'anestesia nel 2012 è stata richiesta durante il 15,3% dei parti (quasi 5.500 casi).

Per Corrado Melega, consigliere comunale del Pd ed ex direttore della maternità del Maggiore, si tratta di una questione economica: «Io penso che l'epidurale dovrebbe essere gratuita per tutte le donne, lo ha previsto anche il ministero della Sanità. Ma nella nostra provincia, tra Sant'Orsola, Maggiore e Bentivoglio, nascono più di 7mila bambini all'anno. Il freno delle risorse, anche in termini di anestesisti e ostetriche, può essere la spiegazione giusta».

Una spiegazione che però non convince del tutto il medico e scrittore Carlo Flamigni: «Io do molto retta a quello che dice Melega, che è un esperto del settore. Però le donne hanno un diritto: partorire con meno dolore possibile. E in un periodo di scarsità di risorse si ricorre a un intervento drastico sulle spese inutili, che sono vergognose. È solo un problema di soldi? Si trovano in modo semplice, a partire dalla medicina difensiva e dalle decine di esami inutili che vengono prescritti».

In tutto il resto della regione, evidentemente, si sono date delle risposte diverse. E lo si capisce dalle parole di Paolo Accorsi, direttore del dipartimento di Ostetricia dell'Ausl di Modena, che spiega: «Noi eseguiamo l'epidurale gratuitamente all'ospedale di Carpi. L'unica cosa che chiediamo alle donne è di partecipare a un incontro di formazione».

Antonella Messori, invece, è una dirigente dell'Ausl di Reggio Emilia: «Per l’anestesia abbiamo aperto un punto all'ospedale di Guastalla, attivo tutti i giorni, 24 ore su 24. E una volta al mese facciamo una conferenza con tutte le donne gravide, perché affrontare il tema del dolore durante il parto è doveroso. Poi saranno le future mamme a scegliere una pratica farmacologica o meno». Stesso discorso all'Ausl di Parma, mentre al policlinico della città ducale hanno uno staff di 14 anestesisti. Niente soldi da pagare all'Ausl e all'azienda ospedaliera di Ferrara, al policlinico di Modena, all'ospedale di Piacenza, in tutta la Romagna (Cesena, Forlì, Ravenna, Rimini, ora riunite nell'Ausl unica).

E invece a Bologna sono ancora in tanti a dover mettere mano al portafoglio. «L’epidurale dovrebbe essere garantita gratuitamente a tutte le donne, senza discriminazioni – dice Elena Mitri, vicepresidente del Collegio delle ostetriche di Bologna. Noi in genere preferiamo il parto naturale, certo, perché se il supporto emotivo è valido la partoriente chiede meno analgesici. Ma prima di tutto noi stiamo dalla parte delle donne, che devono poter essere in condizione di scegliere».

Troppi parti cesarei in Italia

  • Sabato, 22 Marzo 2014 09:33 ,
  • Pubblicato in L'Inchiesta
Beatrice Viselli, Ingenere
18 marzo 2014

377 bambini su mille a casa nostra e 155 in Olanda nascono per via chirurgica. Le ragioni cliniche sono irrilevanti. Pesa l'incuria e l'inefficienza, come dimostra il caso Campania. Un'analisi economica conferma le preoccupazioni dei medici più sensibili.

Limitare le risorse in un delicato comparto del welfare come quello sanitario è rischioso, anche per il futuro di un Paese.

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