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Il Fatto Quotidiano
14 03 2014

In un futuro non troppo lontano le donne potranno riprodursi senza dover tenere in grembo l’embrione per 9 mesi e senza i dolori del parto: ci sarà un utero artificiale esterno che porterà avanti la gestazione al loro posto. Non avranno nemmeno più bisogno degli spermatozoi maschili per la fecondazione.

Come accaduto per la topolina Kaguya, concepita in un laboratorio dell’università di Tokyo nel 2004, basterà fondere due cellule riproduttive femminili per ottenere un ovulo da impiantare nell’utero. La partogenesi umana, immaginata nei modi più diversi nei libri di fantascienza femminista, sarà dunque realtà. Per avere figli maschi si ricorrerà a cromosomi creati in laboratorio. Gli scienziati si stanno dando già da fare, preoccupati come sono dal declino del cromosoma Y (che rende l’uomo fertile e l’embrione maschio) che “sta lentamente e inesorabilmente morendo; oggi gli restano solo 45 geni degli oltre 1400 che aveva quando prese avvio la specie umana”.

Queste e molte altre visioni da uno stadio postumano della riproduzione – una fase storica in cui diventa sempre più difficile distinguere ciò che è naturale da ciò che è modificato o creato dall’uomo – sono descritte nel dettaglio e con numerosi esempi nel libro di Aarathi Prasad, genetista inglese quarantenne, per anni ricercatrice all’Imperial college di Londra.

Il suo saggio, pubblicato in Italia con il titolo “Storia naturale del concepimento. Come la scienza può cambiare le regole del sesso” (ed. Bollati Boringhieri, 22 euro), è uscito un anno e mezzo fa in Inghilterra e ha fatto discutere. Prendendo le mosse dalla storia e dalle ricerche sui cosiddetti “parti verginali”, cioè le nascite che avvengono senza la fecondazione, eventi possibili o frequenti in alcune specie animali tra cui api, vespe, tacchini, squali, la scienziata dimostra che i meccanismi della riproduzione umana sono destinati a cambiare radicalmente a causa della scienza.

E questo porterà a una vera e propria rivoluzione: “Nel corso dei secoli, i ruoli sessuati assegnati in base al genere sono stati usati per opprimere le donne e giustificare i pregiudizi contro gli omosessuali. Se possiamo fare figli senza ricorrere al sesso, le strutture famigliari che abbiamo imparato a considerare tradizionali potrebbero cambiare e diventare irriconoscibili”. Un’ipotesi che fa storcere il naso a tutte (femministe comprese) e a tutti quelli che pensano che l’identità femminile non possa e non debba essere svincolata da quella di madre ma che di fatto si avvicina allo scenario della fine del genere teorizzato da pensatrici come Donna Haraway e Rosy Braidotti.

La soglia della riproduzione tradizionale è già stata varcata nel momento in cui le donne, soprattutto nelle aree più ricche del mondo, hanno smesso di fare figli “secondo natura”. Gli anticoncezionali, l’ottenimento di diritti fondamentali come il voto e l’entrata nel mercato del lavoro hanno permesso loro di dedicarsi ad aspetti della vita un tempo tipicamente “maschili”, come lo studio, la capacità di procurarsi un reddito, la carriera, ritardando (e in certi casi saltando del tutto, per una libera scelta) il momento della maternità.

Lo slittamento dell’età della riproduzione comporta una serie di conseguenze – tra queste: difficoltà a restare incinta o a portare avanti la gravidanza e rischio più alto di malformazioni e di malattie del feto- che hanno spinto gli scienziati e il mercato della salute a mobilitarsi per cercare soluzioni che stanno aprendo scenari inediti per il futuro dell’umanità.

L’utero artificiale esterno, a cui Hung-ching Liu, ricercatrice del Centro di medicina riproduttiva della Cornell University di New York, sta lavorando da oltre 10 anni e la creazione di ovuli e spermatozoi artificiali, che potrebbero anche liberarci dalle pesanti eredità genetiche causa di diverse malattie, sono solo alcuni dei molti esempi citati da Prasad. Si tratta ovviamente di soluzioni riservate soltanto a chi sarà interessato (e a chi potrà permetterselo), sottolinea la Prasad, che confessa di non capire lo scetticismo dimostrato da gran parte dell’opinione pubblica di fronte ai progressi scientifici a cui stiamo assistendo. “E’ divertente quando sento le persone che definiscono ‘naturali’ certe cose e altre no. Ma naturali in che senso e rispetto a cosa? Noi esseri umani pensiamo di essere al culmine della nostra evoluzione ma la verità è un’altra: siamo ancora in fase di adattamento”.

Stefania Prandi

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Una trentenne ha partorito il figlio morto dopo aver aspettato inutilmente il parto cesareo nell’ospedale romano

ROMA - Parcheggiata come un veicolo ai margini della sala operatoria mentre le doglie esplodevano con fitte violente. Abbandonata in un reparto del «Sant’Eugenio», K.S., una donna italiana di circa trent’anni ha perso il bambino. Il fatto risale alla fine di ottobre scorso mentre, nei giorni scorsi, sulla base della sua denuncia, è stato aperto un fascicolo dal procuratore aggiunto Leonardo Frisani.
L’ESPOSTO - L’esposto è un atto di accusa nei confronti dell’ospedale della Laurentina ma, va detto, che il bimbo, morto, è stato partorito altrove. Al «Grassi» di Ostia.

PARTO D’URGENZA - Perché per il suo primo figlio, K.S. aveva sperato in un parto perfetto ma, poi, le cose hanno preso una strada diversa. Un’ora e passa di attesa inutile al «Sant’Eugenio» (dalle 19,39 alle 20,53 è specificato nella denuncia) sotto la pressione delle doglie, senza attirare l’attenzione dei medici. Un iter straziante che genera ulteriore ansia per il parto imminente. Sull’onda della disperazione e delle fitte più intense, mentre vede allontanarsi la prospettiva dell’intervento, K.S. decide di andarsene e riesce a farsi trasportare al vicino «Grassi» di Ostia. Tutto si gioca in poco tempo, probabilmente minuti. Al «Grassi» viene ricoverata prontamente: parto d’urgenza. Ma per il bambino nessuna speranza. Esce già morto.

ACQUISITA LA CARTELLA CLINICA - K.S. si rivolge ai carabinieri, sporge denuncia. Viene acquisita la cartella del suo ricovero con le informazioni di base. Età, condizioni, primo figlio. Le indagini partono. Ora tutto si gioca sul filo dei tempi. Servirà una perizia per stabilire quanto l’attesa abbia inciso sulle condizioni di salute del feto. La sua vita di donna non basterà, forse, a sanare quel dolore di madre mancata.

L’OSPEDALE - Al Sant’Eugenio, dopo aver effettuato una ricerca in archivio, sulle pazienti delle ultime settimane, la direzione precisa: «La paziente, secondo la nostra ricostruzione, aveva avuto un aborto spontaneo e si era rivolta a noi per un intervento successivo. Non abbiamo letto la sua denuncia ma non siamo a conoscenza di atti della magistratura». Roberto Crea, segretario regionale di Cittadinanzattiva chiede alla Regione Lazio di «verificare l’accaduto e mettere in atto in tempi rapidissimi, come già richiesto, tutti gli interventi necessari perché comunque le attese da parte di coloro che si recano negli ospedali e in particolare nei pronto soccorso si riducano a tempi accettabili».
Una donna italiana incinta è stata sedata a forza e costretta a subire un parto cesareo dai servizi sociali inglesi, che hanno poi trattenuto la neonata, ora offerta in adozione. ...

Le parole senza peso di Cassandra

  • Martedì, 15 Ottobre 2013 11:59 ,
  • Pubblicato in Flash news

Lunanuvola's Blog
15 10 2013


(“The disbelieving of women”, di Joy per The F-Word, 12 ottobre 2013, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo)


All’inizio di quest’anno, due conduttori televisivi olandesi hanno deciso di sperimentare la simulazione delle contrazioni del travaglio, per avere un qualche indizio su com’è il partorire. Il video, che li mostra mentre si agitano e urlano dal dolore, è diventato popolare su molti social media ed è stato commentato da numerosi uomini che, in apparenza, avevano appena capito come il partorire, in fin dei conti, era davvero doloroso. I due conduttori olandesi non sono i soli ad averlo fatto (è accaduto successivamente anche in Gran Bretagna), ma la vicenda è più o meno identica: gli uomini cominciano il loro “viaggio” felici e intrepidi, a volte persino sprezzanti, e finiscono piegati dalla sofferenza, esprimendo un nuovo rispetto per le madri. Il pubblico ne è deliziato e i video fanno il giro del mondo.

Pure, una domanda continua a tormentarmi: perché questi uomini sentono la necessità di “farne esperienza” da se stessi, prima di poter riconoscere la portata dei dolori del parto? Mi sconcerta che nonostante le sofferenze del travaglio siano un fatto assai noto, il dubbio comunemente aleggi fra questi uomini. Prima di sottoporsi alla simulazione Zeno, uno dei conduttori olandesi, chiede al secondo: “Pensi che il dolore ci farà proprio urlare?” In un altro video, uno dei partecipanti dice prima dell’inizio: “Secondo le donne partorire comporta una delle più intense sofferenze possibili. Ma lo sapete: è opinione degli uomini che le donne esagerino tutto.”

Questo, credo, è il cuore della questione. Sfiducia, la maledizione di Cassandra nella mitologia greca, è una maledizione che è caduta sulle donne in generale e continua a ferirle a tutt’oggi. Le donne sono rappresentate nella cultura popolare come incapaci di piena comprensione e di articolare le proprie stesse esperienze, o intriganti e manipolative, o istrioniche regine del dramma, o semplicemente irrazionali, e la società è condizionata a prendere le parole delle donne con un po’ di precauzione. La reazione principale a qualsiasi cosa una donna dica sembra essere la sfiducia, a meno che ella accompagni alle parole prove incontrovertibili.

Se tu sei una donna che ha ed esprime forti opinioni, specialmente online, troverai familiare questo: la continua domanda da parte degli uomini affinché noi gli si presenti studi accademici per sostenere le nostre argomentazioni. Ora, io riconosco l’importanza di avere seria evidenza dei fatti in un discorso o del citare le proprie fonti. Ma, quando gli uomini chiedono citazioni costantemente alle donne – e solo alle donne – durante conversazioni casuali ed in una maniera piena di sfida e di disprezzo, allora c’è qualcos’altro al lavoro, qui, e non si tratta di semplice passione per il rigore accademico.
In nessun caso il non credere alle donne è più evidente che nella reazione pubblica alla denuncia di stupri o abusi sessuali, in special modo se l’uomo in questione è una celebrità o riveste una posizione di potere. Nonostante tutte le prove e ricerche insistano sull’estrema rarità delle false accuse di stupro, troppe persone automaticamente denigrano la testimonianza della vittima e preferiscono credere alle proteste d’innocenza dell’accusato. Spesso, nemmeno il verdetto di colpevolezza emesso da un tribunale convince della veridicità della vittima.

Quest’abitudine di non credere alle donne non è cosa da poco, e non ha fine. Non solo nega giustizia alle vittime e impedisce ad altre vittime di farsi avanti, ma permette ai perpetratori di non rispondere dei loro crimini, e rassicura altri possibili perpetratori che, in caso, le possibilità sfuggire alla condanna sono alte. Se le nostre parole non hanno peso, ciò serve a riaffermare e cementare lo status da “seconda classe” delle donne nella società, invalidando le nostre esperienze e lasciando cadere le nostre interpretazioni come esagerate, male informate, o piane e semplici bugie maliziose.
E sapete una cosa? Se gli uomini possono credere alla sofferenza del travaglio solo guardando un altro uomo che attraversa una minima simulazione delle contrazioni, allora la situazione è davvero molto, molto triste.

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