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Voglio partorire con dolore (Paola Soriga, Io donna)


L'emancipazione della donna passa dalla riappropriazione del corpo. "Io ho lavorato tanto in gioventù coi movimenti femministi, so bene quello che ha significato questo concetto per il femminismo: vuol dire, per esempio, riappropriarsi delle competenze e del sapere legati al parto, e non delegarli ad altri." ...

Cosa vogliono le donne al momento del parto? Mettere al mondo un figlio in sicurezza e senza soffrire troppo. Un terzo delle partorienti chiede la partoanalgesia ma solo il 4% riesce ad ottenerla gratuitamente in una struttura pubblica. In Italia il parto indolore è ancora un'utopia mentre il cesareo, ben lungi dal decrescere, è proposto alla donna come panacea di tutti i mali. ...

Il Fatto Quotidiano
24 07 2013

Le conseguenze dell’eccessiva medicalizzazione del parto sulla salute della donna e del bambino. Le ricadute in termini di costi per la salute pubblica. Il rispetto delle 15 raccomandazioni dell’Organizzazione Mondiale della sanità secondo cui ogni donna ha diritto a essere coinvolta nella pianificazione del proprio percorso di nascita. La valorizzazione delle competenze ostetriche. E ancora una carta dei diritti delle partorienti, la promozione della demedicalizzazione e del parto attivo come unica strada per ridurre il tasso dei cesarei. 


Sono alcuni dei temi emersi nel corso dell’incontro “La medicalizzazione del percorso nascita e il corpo della donna in sala parto”, promosso da Freedom for birth-Rome Action Group, il primo movimento italiano che si propone promuovere il rispetto dei diritti umani al momento del parto.

Al dibattito, che si è svolto nell’ambito della Festa del Pd di Roma, erano presenti la senatrice Laura Puppato, la consigliera regionale del Lazio, Maria Teresa Petrangolini, la dirigente di ricerca dell’Istituto Superiore di sanità, Angela Spinelli e la presidente della casa Internazionale delle Donne, Francesca Koch.

“Il nostro movimento, nato nel 2012 in occasione della prima mondiale del documentario Freedom For Birth, non vuole proporre un modello specifico di parto, ma affermare il diritto della donna a una scelta consapevole, anche attraverso la promozione di iniziative legislative, la raccolta di testimonianze di abusi, l’assistenza ostetrica, psicologica e legale”, afferma Virginia Giocoli, l’avvocata di Freedom.

Tre le richieste rivolte al Governo: realizzare un’indagine conoscitiva parlamentare sulla medicalizzazione del parto; avviare una raccolta dati sulle pratiche messe in atto dai diversi ospedali, attraverso la creazione di un osservatorio accessibile alle donne; il riconoscimento giuridico della violenza ostetrica inserendo all’articolo 1 della proposta di legge per il contrasto della violenza di genere che sarà presto discussa in Parlamento, anche questa forma e definizione di abuso, come già avvenuto in Venezuela nel 2007.

Proposte che la senatrice Laura Puppato ha detto di voler accogliere, definendo l’eccessiva medicalizzazione “un business sul corpo delle donne” e ribadendo che “è necessario fornire alle Regioni delle linee guida, perché il dislivello nelle modalità di assistenza e conduzione del parto nelle diverse parti di Italia è inaccettabile”.

Differenze sottolineate anche da Angela Spinelli, secondo cui “il tasso dei cesarei nel nostro paese si aggira infatti intorno al 38%, con punte regionali del 60% in Campania e dal 20% all’87% in alcune cliniche convenzionate del Lazio, quando l’Oms raccomanda una percentuale del 10-15%”.

Per Maria Teresa Petrangolini, in passato segretaria nazionale del Tribunale per i diritti del malato “è difficile oggi ridurre il tasso dei cesari se non si interviene sulle pratiche di eccessiva medicalizzazione che innescano un processo per cui il cesareo diventa poi necessario. Per questo la Regione Lazio ha introdotto una procedura di valutazione che analizzerà l’operato dei direttori generali delle Asl in base al raggiungimento degli obiettivi assegnati. Nel caso dei tagli cesarei si punta a ridurre il numero del 20% rispetto al 2012”. Una posizione condivisa dal movimento stesso che a novembre sarà in Belgio, in rappresentanza dell’Italia, per la prima conferenza mondiale per i diritti umani al parto.

Manuela Campitelli


Un inferno chiamato Palestina. Non puoi capirlo. Bisogna viverlo. E solo chi ha sulla propria carne le stigmate di un'occupazione israeliana divenuta stabile può descrivere cosa accade. Azmi Abukhalil è il direttore del distretto sanitario di Gerusalemme. ...
Il Messaggero
26 04 2013

L'odissea di una giovane dell'Est ignorata per 4 ore in ospedale. Arriva Letizia, l'aiuta e la ospita in casa con il bimbo: «aveva paura glielo togliessereo perché non ha soldi e casa»

ROMA - Rannicchiata su una sedia, piange, si dispera. Ha il volto da bambina, occhi chiarissimi affogati in un mare di dolore. È sola, incinta di nove mesi, non parla italiano e crede di essere in un pronto soccorso. Da 4 ore aspetta che un medico la visiti, ma nessuno le si avvicina. Romena, vent'anni, la chiameremo Maria, incontra il suo angelo solo quando Letizia Pietrangeli, 48 anni, impiegata romana, entra nell'ambulatorio di Ginecologia dell'ospedale Umberto I per una visita: «Ho visto quella giovane disperata con il pancione e ho cercato di aiutarla».

Maria è stremata, è arrivata in ospedale dopo un lungo viaggio da una città del Sud. Poi nero sul suo destino: era andata in Italia in vacanza con il compagno che dopo qualche giorno è scomparso. A Maria resta solo qualche euro e un biglietto scritto dall’ex: «Torna in Romania da sola». La giovane prende il treno, a Termini si sente male: inizia la corsa in ospedale dopo aver chiesto aiuto a un tassista. Questa è la storia di Maria, di una giovane che si ritrova da sola, incinta di nove mesi, in una città caotica che per quattro ore la ignora. Ma è anche la storia dell’altra Roma, quella degli occhi di una mamma romana che ruggiscono quando si tratta di difendere la vita di un’altra madre. Letizia, separata, con un figlio, in quella sala d’attesa grida, cerca un medico: «Mi hanno detto - racconta - di andare al pronto soccorso, per la visita a Ginecologia erano necessari la prenotazione e il ticket. Al pronto soccorso un'infermiera credeva che volessimo saltare la fila nell’ambulatorio, ma Maria stava veramente male».

Dopo la visita di un medico, la giovane viene subito ricoverata. Maria sdraiata su una barella lascia la mano di Letizia ma i loro sguardi restano impigliati nel mare mosso degli affetti. L'impiegata lascia il numero di cellulare alle infermiere che continuano a chiedere: «Ma lei è una parente?». No, Letizia è solo una sconosciuta con un gran cuore. Dopo qualche giorno arriva la telefonata: «Maria sta per partorire». L’impiegata lascia tutto, corre in ospedale, non vuole che la giovane sia sola. Assiste al parto, la consola e piange con lei quando nasce il piccolo.

Ma intanto la legge fa il suo corso. Arriva l’assistente sociale: Maria non ha soldi, casa, lavoro. La giovane è terrorizzata, teme che possano portarle via il bimbo, chiama Letizia che racconta: «Mi si è stretto il cuore ho pensato a quale futuro potessero avere, soli, senza un euro». Letizia firma i documenti per il rilascio dall’ospedale, parla con l’assistente sociale, in pratica adotta Maria e il bimbo: li porta a casa. «Non potevo rimanere indifferente», dice mentre culla il fagottino seduta sul divano. «Ora la cosa più urgente è attivare la procedura per farle assegnare un medico di base», sussurra Letizia. Intanto è scattata l’ora della poppata, Maria prende il biberon: il latte materno non c’è più, scomparso per il trauma.

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