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Il paese dei cesarei

  • Mercoledì, 28 Gennaio 2015 13:05 ,
  • Pubblicato in INGENERE

Ingenere.it
28 01 2015

Si nasce grazie al bisturi, da noi molto più che altrove, e in particolare al sud. L’Italia continua a essere il paese dei parti cesarei, con una percentuale che supera di gran lunga la media europea, ma anche quella di Usa e Canada. Secondo i dati appena pubblicati dall’Istat nel report “Gravidanza, parto e allattamento al seno”, la percentuale italiana dei cesarei è pari al 36,3% nel 2013, oltre il doppio di quella raccomandata dall’Organizzazione mondiale della sanità, e superiore di quasi 10 punti percentuali rispetto alla media Ue (26,7% nel 2011).


In parte, ma solo in parte, le ragioni vanno cercate nell’aumento dell’età media al parto, passata da 30,6 anni nel 2000 a 32 nell’anno scorso. Tant’è che la quota massima di parti chirurgici avviene tra le over 40, con il 47,2%. Ma la percentuale è decisamente alta, 30,1%, anche tra le venticinquenni. E comunque si ricorre alla chirurgia di più al sud (45,2%), dove l’età media al parto è un po’ più bassa che al nord (31,3 rispetto ai 32,2 anni al nord).


Sarà allora che le italiane soffrono di più di patologie legate alla gestazione, per le quali si raccomanda di procedere al taglio cesareo? Non proprio, vista la “bassa diffusione di queste patologie”, si legge nel report. La percentuale di cesarei è particolarmente alta nelle strutture private: 64,6% contro 33,4% delle strutture pubbliche.

Come mai allora la forte tendenza italiana? Molto ci sarà di “medicina cautelativa”, cioè di scelte fatte dai medici per tutelare innanzi tutto loro stessi e la loro reputazione, e difendersi da cause e richieste di risarcimenti. Ma ancor più c’è di economico, considerando che non si sta parlando solo di salute ma anche di soldi. In più occasioni è stata denunciata la tendenza delle strutture sanitarie a passare per la via più “complessa”, come quella chirurgica, non per ragioni cliniche ma solo per avere rimborsi maggiori. Scelta che sembra in voga in particolare con le nascite, tanto che la modalità con cui si partorisce è considerata un indice di appropriatezza sanitaria. I dati dei casarei italiani sono talmente alti da lasciar temere una precisa strategia adottata dai dirigenti sanitari per ottenere rimborsi più elevati da parte del sistema sanitario nazionale. Una tendenza in atto in tutta Europa e non solo per i parti, ma particolarmente eclatante in Italia. (gina pavone)

C'è stato un tempo in cui le donne partorivano in casa, accanto a un catino d'acqua calda e qualche asciugamano. Un tempo in cui il ginecologo era ancora un lusso e spesso ad assistere il parto c'era solo una levatrice. Cinquant'anni fa, neppure troppo. Praticamente un'epoca. Lo spartiacque decisivo sono gli anni '70, quando le "mammane" vengono progressivamente rimpiazzate dalle ostetriche.
Lorenzo Tosa, Il Fatto Quotidiano ...

L’insospettabile violenza del parto (istituzionale)

  • Martedì, 02 Dicembre 2014 10:49 ,
  • Pubblicato in Flash news

Articolo21
02 12 2014

di Luisa Betti

Quante donne partoriscono senza sapere a cosa effettivamente vanno incontro e quante fanno una scelta precisa quando decidono dove affrontare un momento così importante della propria vita? In Italia sono pochissime, una percentuale quasi irrisoria, perché in fondo fare figli è una cosa che succede al di là del come e tutte le donne che hanno partorito nell’arco della storia dell’umanità sono lì a dimostrare che quello che è importante non è scegliere di partorire in un modo o in un altro ma il risultato: mettere al mondo figli. Malgrado si debba indubbiamente riconoscere il progresso per ciò che riguarda la salvaguardia della salute della donne – almeno in un parte del mondo – quello che oggi ci sorprende se riflettiamo sul momento del parto, è quanto la donna sia messa davvero in condizione di scegliere in maniera consapevole, autodeterminando questo momento e come l’istituzione, cioè un ospedale, salvaguardi o meno questa possibilità. In realtà il parto in un ospedale italiano, anche se si impegna a salvaguardare la salute della donna e del bambino, non si pone in nessun modo questo quesito e dà per scontato che per salvaguardare la vita delle donne e dei bambini, basta mettere una donna su un letto con un travaglio anche di 10 ore con un monitor attaccato alla pancia per vedere che fa il nascituro. I racconti di un parto sono spesso allucinanti: dolori indescrivibili che durano per un tempo infinito (anche venti ore) con l’impossibilità di muoversi e che in maniera inequivocabile somiglia più a una tortura che a un atto “naturale” per mettere al mondo qualcuno. Ma si potrebbe fare diversamente? Ce lo hanno spiegato sabato scorso a Roma, alla Casa internazionale delle donne, chi di questo si occupa a tempo pieno. E un’idea di cosa significhi la violenza del parto istituzionale che l’ha data in maniera esaustiva – in un’intervista su NoiDonne (“Partorire senza violenza. I diritti delle donne si fermano sulla soglia dell’ospedale”) – la stessa Gabriella Pacini, ostetrica e presidente di Freedom For Birth Rome Action Group, coordinatrice dell’evento alla Casa internazionale.

Sono ostetrica dal 1997 e quando ho iniziato ad assistere i parti, nel grande policlinico romano dove studiavo, appena una donna arrivava in travaglio le facevamo subito la depilazione e il clistere, non le permettevamo di avere nessuno accanto durante il travaglio e il parto, non le permettevamo di alzarsi e muoversi liberamente o scegliere una posizione per il parto – magari accovacciata, per aiutarsi con la forza di gravità – ma la costringevamo a stare sdraiata sulla schiena in una posizione senz’altro più faticosa e dolorosa per lei. Non le lasciavamo neanche bere un po’ d’acqua, ma le mettevamo una flebo per idratarla. Non poteva andare al bagno ma portavamo noi una padella. Il più delle volte dilatavamo il collo dell’utero con le dita, una pratica molto dolorosa e anche dannosa. Al parto poi le gambe venivano legate al lettino, all’altezza delle cosce, con delle cinte di cuoio e, con una potente spinta sulla pancia e un ampio taglio alla vagina, tra le urla della madre, la creatura finalmente nasceva. Se invece queste pratiche non funzionavano – e capitava spesso che una donna sottoposta a quel supplizio non riuscisse a partorire – allora si andava di là in sala operatoria e le veniva praticato un taglio cesareo.

A prescindere dal tipo di parto comunque madre e bambina/o venivano immediatamente separati e per i genitori non era possibile vedere il bambino se non ad orari decisi dall’ospedale. Le donne che facevano il taglio cesareo in particolare soffrivano molto di questo, perché nessuno portava loro la creatura e, quasi sempre finiva che vedevano il bambino per la prima volta dopo 3 lunghissimi giorni, semplicemente perché il nido era al piano di sotto e da sole non riuscivano a scendere dopo l’operazione.

Tutte queste pratiche che ho descritto sono molto dolorose e, se praticate di routine senza una precisa indicazione, sono anche dannose per la salute di madre e persona che nasce. Alcune, come legare le gambe, sono diventate molto rare anche se non sono completamente scomparse e oggi le donne possono, in moltissimi ospedali, avere una persona con se durante il travaglio e il parto. Ma tante altre pratiche, come ad esempio la posizione del parto, rottura del sacco amniotico, la separazione dal bambino/a che viene portato al nido immediatamente dopo la nascita, e il taglio alla vagina (episiotomia), sono ancora molto comuni nella maggior parte degli ospedali. Siamo riuscite a vedere riconosciuti molti nostri diritti e la condizione delle donne è molto cambiata negli ultimi 40 anni. Ad esempio il nostro diritto alla contraccezione – con la riforma del diritto di famiglia, dopo i referendum su divorzio e aborto e l’abrogazione degli articoli che prevedevano attenuanti per il “delitto d’onore” – rappresenta una conquista indiscussa. Un altra data importante è 1978, l’anno in cui le donne hanno affermato anche sul piano legislativo il diritto ad interrompere la gravidanza: un fondamentale riconoscimento del diritto alla libertà di scelta e autodeterminazione, di poter scegliere e decidere sul proprio corpo e affrancarsi finalmente dal destino biologico di una maternità non desiderata che ha oppresso generazioni di donne.

Centinaia di migliaia di donne sono morte per aborti clandestini prima di veder riconosciuto questo diritto. Ma ancora oggi la stessa libertà non è riconosciuta nel parto.

Faccio parte dell’associazione Vitadidonna da 12 anni e se una donna vuole abortire posso indicarle un ospedale dove può farlo secondo il suo sentire: se con il metodo chirurgico o farmacologico, se con anestesia locale o generale. Ci sono ancora grandi difficoltà ma posso aiutarla a scegliere. Ma se una donna mi chiede in quale ospedale può partorire scegliendo la posizione del parto e avendo la persona che nasce con sé – due semplici, elementari richieste, che non richiedono nessuna particolare attrezzatura da parte dell’ospedale – purtroppo devo ammettere che non esiste ancora a Roma un solo ospedale in cui possa vedere riconosciuti questi suoi diritti contemporaneamente.

Le spiegherò che gli ospedali non seguono le raccomandazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, che raccomandano l’appropriatezza della medicalizzazione e non l’abuso, ma degli obsoleti protocolli interni che non hanno nessuna motivazione medica, e originano da arcaiche pratiche di controllo e disciplinamento del corpo. Le dirò che potrà scegliere la posizione del parto solo se l’ostetrica e in particolare il medico ritengano legittimo questo suo diritto e se, al contrario, pensano che lei debba sottostare a delle prassi e consuetudini (rituali appunto) che non hanno nessuna motivazione medica ma rappresentano un puro esercizio di potere, allora sarà obbligata a salire sul lettino. E che potrà avere il bambino con se solo se la policy dell’ospedale lo considera opportuno, a prescindere dai suoi desideri o condizioni di salute.

In 17 anni che assisto le donne al parto ho imparato alcune cose: ho imparato che sono le donne che partoriscono e non noi che “le facciamo partorire”. Ho imparato che se cerco di capire quali sono i bisogni della donna durante il travaglio e il parto e cerco, quando posso, di assecondarli, il parto è più facile, meno doloroso, e più sicuro per la salute della madre e persona che nasce. Ma ho anche imparato che malgrado nella nostra Costituzione l’art. 32 riconosca alle persone il diritto di scegliere e ribadisca come non si possa obbligare nessuno a un trattamento sanitario questo diritto, di fatto, non è riconosciuto alle donne durante il travaglio e il parto. E che, di fatto, le donne vengono oppresse e intimorite con l’artificioso espediente che vuole il parto sempre potenzialmente pericoloso e che tutto questo viene fatto per il bene del bambino.

E ho imparato che le donne ricevono trattamenti sanitari senza che loro possano dare o rifiutare il consenso (vedi episiotomia) e che, di fatto, passano necessariamente attraverso un percorso obbligato. Infatti durante il travaglio e il parto può diventare molto difficile per una donna far valere il proprio diritto alla scelta e autodeterminazione. Servirebbe un Basaglia anche per le donne nel parto: abbiamo riconosciuto alle persone con problemi mentali il diritto di parlare e decidere della loro salute e ancora non è possibile quando si parla di donne a termine di gravidanza. Con questo evento, che coinvolge solo alcuni operatori sanitari, ma sopratutto altre figure, vogliamo cercare di fare un pò di luce sul perché di questi “rituali”, perché non avendo nessun significato razionale, appunto di rituali si tratta.

Non credo nel bisogno dell’operatore sanitario, medico o ostetrica, di affermare un suo potere possa rappresentare la reale motivazione o possa, da sola, giustificare quanto accade. Proprio per indagare le motivazioni all’origine di questa condizione, all’evento della Casa Internazionale delle Donne, è stato fondamentale coinvolgere bioeticisti, storiche, antropologhe, psicologhe e femministe che possano aiutarci a far luce su quelle che sono le ragioni di questo controllo e abuso, che probabilmente ha radici profonde e riguarda in prima istanza il modello patriarcale da cui proveniamo. Dobbiamo chiederci come viene percepito e normato nella nostra cultura e società ilcorpo della donna per poter comprendere la posizione della donna nel parto. Le donne stanno in sala parto così come vengono considerate nella società.

Ci sarà tra gli altri, relatori anche un antropologa che ci racconterà come in modo molto simile accade la stessa cosa nei parti a casa Bali, da dove è appena tornata. La cosa non mi sorprende affatto: la mistica del “parto naturale” che permetterebbe una maggior espressione della soggettività della donna nelle società a bassa tecnologia non è confermata dagli studi ma al contrario sappiamo che praticamente in tutte le società il parto viene normato e controllato attraverso differenti rituali. Nella nostra società, in questo momento storico, questo ruolo di disciplinamento e controllo è assunto dalla tecnologia e medicalizzazione, che però non rappresenta la causa ma solo lo strumento attraverso il quale noi priviamo le donne del loro potere generativo perché appartiene solo alle donne lo straordinario potere di trasformare un semplice materiale genetico in nuove persone.

Dunque non è tornando alla natura che cambierà qualcosa, ma perderemmo solo i vantaggi che il progresso scientifico ci ha dato. La strada è un altra e per fare chiarezza ci vuole l’aiuto e il contributo di tutte e tutti.

1 dicembre 2014

Quando si sbaglia, in un caso su cinque è infatti proprio nel momento più bello: quello della nascita. Su 507 casi di malasanità accertati dalla Commissione dal 2009 al 2012 ben 104 si sarebbero verificati in sala parto. Questo anche perché i centri nascita che mettono al mondo pochi bambini quasi mai sono attrezzati con la terapia intensiva prenatale o la doppia guardia medica durante le 24 ore.
Pa.Ru., La Stampa ...

La Repubblica
20 10 2014

133 strutture effettuano meno di 500 parti l'anno, standard minimo fissato dal Ministero. Diminuiscono (di poco) i parti cesarei. Secondo il Programma Esiti di Agenas si registra un aumento degli interventi chirugici effettuati nei tempi stabiliti. Ma l'80% delle strutture ha ancora un volume troppo basso di operazioni oncologiche

MIGLIORA la qualità degli ospedali italiani e la performance del Servizo Sanitario Nazionale ma ancora esistono troppe strutture che non rispettano gli standard di sicurezza per i parti. E' un rapporto con luci e ombre per la sanità italiana il Programma Nazionale Esiti presentato oggi dall'Agenas, l'Agenzia per i servizi sanitari regionali, per conto del ministero della Salute.

In generale, da quando è stato istituito il Programma, si registra un aumento del numero degli interventi chirurgici effettuati nei tempi stabiliti dalle linee guida internazionali. Segnali incoraggianti arrivano dagli interventi per ricomporre la frattura del femore ( la proporzione di fratture di femore operate entro due giorni è infatti passata dal 28,7% del 2008 al 45,7% del 2013) e dagli interventi di angioplastica (la proporzione di infarti trattati entro due giorni è passata dal 27,9% del 2008 al 39,6% del 2013). Intervenire entro 48 ore singifica ridurre il rischio di mortalità e
complicanze per il paziente. Calano inoltre i ricoveri impropri: ad esempio il tasso di ospedalizzazione per gastroenterite pediatrica, ad esempio, si è ridotto dal 2,2% all'1,3%, mentre il tasso di ricoveri per broncopneumopatia cronica ostruttiva si è ridotto dal 2,7% nel 2008 al 2,2% nel 2013.

Il 26% dei centri sotto soglia minima parti stabilita dal Ministero. Dall'altro lato il rapporto evidenzia il fatto che in Italia ci sono ancora troppe strutture ospedaliere poco sicure per partorire. Nel nostro Paese esistono 133 strutture (il 26%) che effettuano meno di 500 parti l'anno (su 521 ospedali presi in considerazione), e che non rispettano quindi il parametro minimo fissato dai nuovi standard ospedalieri ministeriali. Le Regioni con più ospedali sotto la soglia di 'sicurezza' sono Campania, Sicilia e Lazio. Il dato è significativo alla luce del fatto che i centri con un maggior numero di nascite, come dimostrato scientificamente, garantiscono migliori risultati per la salute delle donne e dei bambini. Il regolamento del Ministero della Salute sugli standard rimanda all'accordo Stato-Regioni che, già nel 2010, prevedeva la chiusura delle maternità con meno di 500 parti.

Diminuiscono i parti cesarei. Positiva è invece la diminuzione del numero dei parti cesarei in Italia, da sempre molto alto, un fenomeno che aveva spinto nel 2012 l'allora ministro della Salute Renato Balduzzi ad affidare ai Nas un'azione di controllo. La proporzione di parti cesarei primari è infatti passata dal 29% del 2008 al 26% del 2013, con grandi differenze tra regioni: in Campania, ad esempio, un parto su 2 è cesareo. E' quanto emerge dal Programma nazionale esiti 2014, sviluppato dall'Agenzia per i servizi sanitari regionali (Agenas). L'Organizzazione Mondiale della Sanità dal 1985 afferma che una proporzione di cesarei superiori al 15% non è giustificata. Il parto cesareo rispetto a quello naturale comporta infatti maggiori rischi per la donna e il bambino e dovrebbe essere effettuato solo in presenza di indicazioni specifiche.

Il Programma Nazionale Esiti mette a confronto le performance delle strutture sanitarie di tutte le regioni, in base a 129 indicatori che vanno dalla mortalità a 30 giorni per ictus a quella per infarto, dalla proporzione dei parti con taglio cesareo alle complicanze a 30 giorni per colecistectomia. Si tratta di un vero e proprio osservatorio, consultabile on line, in continua evoluzione che fornisce una fotografia su efficacia, sicurezza, efficienza e qualità delle cure prodotte dagli ospedali italiani. Da quest'anno il sito è consultabile on line previa iscrizione; vi sono, oltre all'analisi per 'Struttura ospedaliera/Asl' e 'Sintesi per struttura/Asl', anche una sezione dedicata all"Emergenza-Urgenza, una dedicata alle 'Sperimentazioni regionali' e una con gli 'Strumenti per l'audit'.

Nell'80% degli ospedali ancora troppo pochi interventi oncologici. Anche per i tumori vale la regola statistica che dove si fanno più interventi si muore di meno e aumenta l'aspettativa di vita, ma non sono ancora molte le strutture che rispettano gli standard minimi dei volumi di operazioni previsti. Nel rapporto viene sottolineato che per i tumori di colon, polmone, mammella e stomaco, in media, solo il 10-20% delle strutture rispetta gli standard minimi di volume. Nel 2013 in Italia 805 strutture ospedaliere hanno eseguito interventi chirurgici per tumori del colon: tra queste 106 (il 13,2%) hanno presentato un volume di attività superiore ai 50 interventi annui e i dati dimostrano che la mortalità a 30 giorni diminuisce decisamente nelle strutture dove si effettuano più di 50-70 interventi annui. Dati non troppo difformi anche per i tumori al polmone e al seno. Ciò significa che circa l'80% degli ospedali italiani presenta un volume di attività troppo basso rispetto agli standard per gli interventi di tumore.

Criticità, ancora una volta, vengono evidenziate nelle differenze fra regioni, anche se emerge il dato incoraggiante di regioni del sud e del centro come Sicilia, Basilicata e Lazio che raggiungono o superano i valori medi nazionali.

Il direttore di Agenas Francesco Bevere ha annunciato che entro il 2015 il monitoraggio e il controllo dell'efficacia, dell'efficienza e della sicurezza e qualità delle cure dovrebbe riguardare anche i singoli professionisti, almeno per quanto riguarda il volume d'attività.

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