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Pedofilia, storia del braccio di ferro Onu-Vaticano

  • Lunedì, 10 Febbraio 2014 09:10 ,
  • Pubblicato in Flash news

Linkiesta
09 02 2014

Il documento si lega a quella cultura sessuofobica del Vaticano che il Papa ha messo in discussione

di Francesco Peloso

Il rapporto delle Nazioni Unite sugli abusi sessuali del clero diffuso il 5 febbraio, è qualcosa di più di un resoconto sferzante sulla piaga della pedofilia nel clero, è la rappresentazione di un conflitto che va oltre le aperture di papa Francesco e che mette tra parentesi i passi avanti compiuti da Benedetto XVI nel denunciare la piaga degli abusi nella Chiesa. È la manifestazione di due diverse rappresentazioni del mondo, culturalmente opposte, difficilmente conciliabili, almeno in superficie. Di fatto i 18 esperti guidati dalla giurista norvegese Kristen Sandberg, esperta di diritti dell’infanzia, hanno associato al tema pedofilia altre questioni: la posizione della Chiesa contraria all’aborto anche in caso di pericolo di vita della donna (lo spunto un episodio tremendo: la scomunica impartita da un vescovo nel 2009 a medici e madre di una bambina brasiliana di 9 anni violentata e poi costretta ad abortire per non morire), l’opposizione al riconoscimento dei diritti degli omosessuali, il ‘no’ vaticano all’uso del contraccettivo anche per combattere l’Hiv; senza contare il riferimento ad argomenti spinosi come quello del riconoscimento dei figli dei preti e così via. Insieme a tutto questo c’è l’ampio capitolo dedicato agli abusi, dove vengono ripetute e messe in fila accuse ormai consolidate. L’insabbiamento sistematico di ogni episodio, la mancata collaborazione con la giustizia civile, il coinvolgimento delle più alte gerarchie nelle coperture (viene ricordato il ruolo del cardinale Dario Castrillon Hoyos che promosse la politica dell’omertà), lo spostamento di tanti parroci abusatori da una parrocchia a un’altra (consentendo così che rimanessero a contatto con i bambini) e così via.

Il fenomeno ha una lunga storia alle spalle, ma è venuto interamente alla luce negli ultimi 15-20 anni quando, in sostanza, i cambiamenti culturali e di costume hanno indotto le vittime a denunciare le violenze subite da bambini senza più essere succubi della vergogna e del ripudio pubblico. Da allora è stato come un fiume in piena e sbaglia chi afferma che il dato statistico è minimo, è vero invece che si tratta di decine di migliaia di casi e che la diffusione dei reati è stata estremamente diffusa in tutto il mondo.

D’altro canto, ha obiettato la Santa Sede attraverso il suo osservatore presso l’Onu di Ginevra, monsignor Silvano Maria Tomasi, il rapporto sembra non tener conto della spinta al cambiamento venuta già con Benedetto XVI e dei passi avanti fatti per combattere il fenomeno. Per questo qualche settimana fa, quando una delegazione vaticana era stata ascoltata dal comitato per i diritti del fanciullo dell’Onu, era stata diffusa la notizia – dalle stesse autorità vaticane - di circa 500 riduzioni allo stato laicale negli ultimi anni proprio per rispondere allo scandalo. In questa complessa storia che per certi versi segna uno spartiacque nelle vicende della Chiesa contemporanea, ci sono alcuni aspetti importanti e contradditori. Il Vaticano parla di processi canonici, ma la richiesta sempre reiterata da parte delle associazioni delle vittime, è però che i colpevoli siano processati al pari di tutti gli altri cittadini.

Il Vaticano ha prodotto, è vero, norme che vanno in questo senso (cioè spingono i vescovi a dare pieno sostengo all’azione della giustizia civile) ma che spesso non vengono applicate, se non sono completamente ignorate, dalle singole conferenze episcopali. Questa discrasia è stata segnalata nel rapporto che pure solleva l’eterno dilemma: il vescovo e il prete, se pure non sono ‘delegati’ del Papa a lui devono obbedienza e osservano le leggi della Chiesa universale. La loro responsabilità penale è dunque solo personale (cioè locale, nazionale, relativa alla loro cittadinanza) o chiama in causa la Chiesa-Stato Vaticano come ultima istanza?

La giustizia americana, l’unica che fino ad ora abbia affrontato il problema in alcuni procedimenti per i risarcimenti a ex vittime di abusi, ha ad oggi rifiutato di estendere le responsabilità fino a Roma. Ma il punto resta. In generale la questione posta dal caso abusi sessuali come da quello dello Ior e del problema riciclaggio denaro sporco, è il rapporto fra il piccolo Stato vaticano novecentesco figlio dei patti lateranensi (con radici certo più antiche) e l’epoca della globalizzazione e dell’interdipendenza. In questo senso i vari rapporti Moneyval (organismo del Consiglio d’Europa) su antiriciclaggio e Vaticano e l’audizione sulla protezione dell’infanzia all’Onu di Ginevra, sono molto simili. Pongono cioè alla Santa Sede problemi che hanno a che fare con l’adeguamento alle legislazioni moderne e non con l’annuncio del Vangelo.
La Santa Sede ha innumerevoli rapporti diplomatici e spesso le nunziature sono state vie privilegiate di negoziati e messaggi nelle crisi internazionali, ma anche di indicazioni date più o meno segretamente alle conferenze episcopali su determinate questioni. Se il Vaticano ha lamentato “l’ingerenza” dell’Onu nelle posizioni espresse dal magistero su aborto o altro, non va dimenticato che solo pochi anni fa l’Irlanda lamentò la stessa cosa quando emersero rapporti fra la nunziatura e alcuni vescovi circa la gestione di alcuni casi di abuso sessuale.

Ancora la Santa Sede si è ritrovata spesso a fare da capofila degli Stati che in seno alle Nazioni Unite si oppongono alle politiche di controllo della natalità, del riconoscimento dei diritti di omosessuali e transessuali (la cosiddetta cultura del gender). C’è da credere che il rapporto redatto dal comitato per la protezione dei diritti del fanciullo sia stato influenzato da tutto questo? La Santa sede ha parlato di lobby pro aborto e pro-gay che hanno spinto in questo senso. Di certo il testo dell’Onu sembra dare un contesto più ampio alla questione abusi e pedofilia legandola a una più generale cultura sessuofobica diffusa nella Chiesa, quella stessa cultura, paradossalmente, che il nuovo papa aveva cominciato a mettere in discussione.

Ma certo fra la Chiesa “ospedale da campo” promossa da Bergoglio e la presenza diplomatica e politica all’Onu, una qualche contraddizione c’è. L’approccio pastorale e non ideologico – ora si vede chiaramente – consente alla Chiesa di muoversi sul difficile crinale dell’accoglienza di tutti mantenendo allo stesso tempo determinate posizioni in campo etico. L’essere Stato porta allo scontro politico, alla contestazione legislativa, di diritto, e non sempre il Vaticano è in grado di sostenerlo. Analoghe critiche, in materia per esempio di tutela dei diritti degli omosessuali, sono state rivolte da Ban Ki Moon a Putin, il quale non ha avuto difficoltà a ignorarle non essendo e non volendo essere titolare di nessuna autorevolezza etica e morale, tantomeno nel campo dei diritti.

Restano, poi, questioni aperte e irrisolte: i ritardi segnalati dall’Onu sono reali, i vescovi italiani dopo anni di melina non hanno ancora presentato le linee guida antipedofilia, uomini di punta come l’arcivescovo di Dublino Diarmuid Martin che strenuamente ha combattuto per fare pulizia dentro la Chiesa, non è mai stato promosso cardinale, mentre il suo connazionale, coinvolto nello scandalo, il cardinale Sean Brady primate d’Irlanda, è rimasto al suo posto. Senza contare che i Legionari di Cristo, con un passato di nefandezze e un presente incerto, sono ancora lì. Insomma il cammino per la Chiesa è ancora lungo e passerà anche per il sinodo sulla famiglia e forse, in un futuro non lontano, per una revisione del celibato obbligatorio.

Corriere della Sera
10 02 2014

Lo smarrimento nell’affrontare e risolvere i conflitti è lo specchio di una crescente mancanza di «intelligenza sociale»

di Stefano Blanco*


Se c’è un divario digitale tra coloro che hanno accesso alle tecnologie e coloro che ne sono esclusi, è ormai acclarato che ne aumenta un altro tra il mondo digitale, in particolare quello dei social network, e il mondo reale. Nelle nuove generazioni di studenti medi ed universitari la correlazione tra un uso smodato dei social e alcune incapacità di affrontare i problemi della vita reale si fanno ogni giorno più evidenti. Esplodendo quando dal mondo dello studio si passa a quello pienamente adulto del lavoro.

Troppe volte gli adulti, prigionieri di giovanilistiche effusioni per questi mezzi, faticano ad avere un quadro limpido sul tema. Se qualche anno fa le aziende correvano alla ricerca dei cosiddetti nativi digitali, oggi la sensazione è che un eccessivo appiattimento verso le logiche dei social network porti con sé persone con un impoverimento di alcune competenze chiave per la vita lavorativa e non solo. In primis, i social network allenano ad uno stile di discernimento del tipo like/unlike , impoverendo la capacità di comprensione di una realtà contemporanea che ha, al contrario, una complessità non pienamente comprensibile. La semplificazione porta ad una superficialità nell’affrontare i problemi. Così come la leggerezza di valutazione che si esprime in rete (troppo spesso anonima) porta conseguenze nefaste e inaspettate più che reali per gli autori.

Lo smarrimento nell’affrontare e risolvere i conflitti, naturale e determinante nella costruzione di legami sani sul lavoro e in famiglia, è lo specchio di una crescente mancanza di «intelligenza sociale» che si manifesta in una difficoltà alla relazione con persone e organizzazioni reali. Così, a lato di una immensa potenzialità di allargamento di orizzonti anche sociali e di conoscenza, si avverte la pericolosa tendenza a rileggere il proprio stare al mondo entro schemi che non appartengono alla vita reale. Effetti indesiderati che impoveriscono non solo i singoli ma la società nel suo complesso.

Corriere della Sera
10 02 2014

Anche quando non si realizzano rapporti sessuali, basta una conversazione insinuante e perturbante per destabilizzare un adolescente

di Silvia Vegetti Finzi

Il confine tra minori e adulti è diventato confuso da quando ai rapporti personali e diretti si sono sovrapposti gli scambi virtuali. Mancando la visione del corpo, viene meno l’aggancio alla realtà e si lascia spazio all’invenzione di una identità fantastica, ipotetica e provocatoria. Ecco uno stralcio di conversazione in chat tra due dodicenni:

«Boy: Come sei? Lynda: non male. Boy: Che significa non male? Lynda: Carina. Boy: Non hai voglia di parlare? Lynda si scusa: 1,65, bionda, occhi chiari, terza di seno, 52 kg. Boy: vestita come? Boy: Parto sempre dicendo che ho 30 anni. Poi semmai, se capisco che quella con cui parlo è piccola, scendo».

In questo caso l’inganno riguarda il piccolo che si finge grande, ma più pericoloso è il contrario, quando un adulto si presenta come un coetaneo del ragazzo. E con intenzioni tutt’altro che rassicuranti. Da tempo si invitano gli educatori, in particolare i genitori, ad assumersi le responsabilità che i nuovi mezzi di comunicazione comportano. Ma la ricerca dell’associazione Save the Children sull’atteggiamento degli adulti nei confronti del sesso con i minori, sesso reale e/o soprattutto virtuale, apre non pochi interrogativi. Sul palcoscenico della realtà simulata avvengono scambi che non troverebbero posto nella vita concreta. Ed è una scena in continua espansione.

Basta pensare che il 75% degli intervistati «più social» si collega a Internet per trovare amicizia e amore e, in media, rimane collegato 3-4 ore al giorno, per gli uomini preferibilmente notturne. Il dato più significativo (più di un italiano su tre ritiene accettabili i rapporti con adolescenti) rivela una generale tolleranza, come se la differenza d’età non costituisse un problema. Più critico l’atteggiamento delle donne e dei genitori (il 55% si dichiarano preoccupati di quanto possa accadere ai figli). È vero che gli adolescenti sono cambiati e, in base a questa considerazione, il 41% degli adulti attribuisce anche a loro la responsabilità dell’iniziativa. Spesso sembrano più grandi di quanto non siano e ostentano una disinvoltura che sconcerta.

Ma, di fronte a questa parata, dobbiamo chiederci: si tratta di una vera maturità? Non credo. Il più delle volte l’aspetto adulto di chi adulto non è ancora è un effetto di superficie e la sua disponibilità un autoinganno, un modo per mettersi alla prova, per misurare la sua età sul metro graduato delle relazioni intime e segrete. Tuttavia, anche quando non si realizzano rapporti sessuali, basta una conversazione insinuante e perturbante per destabilizzare un adolescente che, per quanto possa apparire spavaldo, è pur sempre fragile e vulnerabile, bisognoso di essere protetto e tutelato, anche da se stesso.

 

L'81% degli italiani pensa che le interazioni sessuali tra adulti e adolescenti siano diffuse e trovino in Internet il principale strumento per iniziare e sviluppare la relazione, che può sfociare in un incontro fisico. ...


Uno tsunami di accuse durissime, arrivato a mezzogiorno e condensato nelle 16 pagine di osservazioni finali del Rapporto per i Diritti del fanciullo, riguardanti soprattutto il fenomeno della pedofilia nella Chiesa. 118 esperti dell'organismo, di cui fa parte la psicologa e psicoterapeuta italiana Maria Rita Parsi, chiedono al Vaticano l'attuazione di una risposta in più punti. Questi i principali. ...

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