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Condanna a morte per Dzhokhar Tsarnaev, l'attentatore della maratona di Boston di due anni fa. L'aveva chiesta Eric Holder, ormai ex ministro della Giustizia progressista di un'amministrazione, quella di Barack Obama, che di certo non sostiene a spada tratta la pena capitale. E il patibolo è stato da tempo abolito in Massachusetts: lo Stato nel quale è avvenuta la strage e nel quale Tsarnaev è stato giudicato.
Massimo Gaggi, Corriere della Sera ...

Orban, la morte e chi non vuol vedere

  • Giovedì, 30 Aprile 2015 08:58 ,
  • Pubblicato in LA STAMPA

La Stampa
30 04 2015

Il premier ungherese Viktor Orban, che di persona appare efficace e persino gradevole ma che in realtà ha l’abitudine di dire e fare cose che noi umani avremmo preferito non rivedere, ha affermato che "la questione della pena di morte deve essere rimessa all'ordine del giorno". Ritiene che l’attuale normativa contro la criminalità "non sia abbastanza dissuasiva".

La notizia colpisce per tre motivi.

Il primo è che ha avuto relativamente poco risalto, come se Orban fosse qualcuno che vive in un mondo lontano, col quale noi abbiamo poco o punto a che fare. Invece il leader magiaro solo una settimana fa era seduto al tavolo dei leader Ue che parlavano di immigrazione. Con pari dignità.

La seconda ragione è che la negazione della pena di morte è uno dei principi fondamentali su cui si basa la costruzione europea. Come ha sottolineato un portavoce dell'esecutivo Ue - non senza circospezione, purtroppo - , se uno stato prevede l’eliminazione fisica di chi commette dei reati non può far parte dell’Unione.

La terza considerazione ruota intorno all’esile reazione della politica europea. Si può immaginare che abbiano ritenuto che far finta di niente fosse la strategia migliore, ma forse sarebbe stato meglio dire a Orban nelle venti e passa lingue ufficiali dell’Ue qualcosa come "ma che sei fuori di testa?".

Si è sentita la voce della protesta un po’ a sinistra, mentre duro è stato l’attacco del leader euroliberale Guy Verhofstadt, uno che - se fossimo nel migliore dei mondi possibili - sarebbe presidente del Consiglio, della Commissione e del Parlamento al tempo stesso.

Orban è membro del Ppe, la stessa famiglia di Angela Merkel (e di Berlusconi). Nessuno ha fiatato. Il mite Joseph Daul, presidente del gruppo, ha detto che parlerà con Orban, ma il francese è quello che ha sempre difeso il centrodestra italiano anche quando diceva che l’euro doveva essere cancellato dalla faccia della terra. Non proprio una tigre, insomma.

A Budapest faranno marcia indietro, in qualche modo. Semmai. Forse. Nel caso, resterà il dubbio che la verità fosse la prima dichiarazione e non l’eventuale correzione. E la certezza che, in casi come questi, i leader e politici dell’Unione dimostrino sempre di non avere gli attributi per difendere i propri valori e principi fondamentali. E che preferiscano l’opportunismo politico allo scontro aperto per la difesa dei diritti più elementari.

C’è Orban. Ma è peggio chi non vuol vedere.

ps. Oggi è il settantesimo della morte di Hitler. Non c’è nulla da celebrare.

Marco Zatterin


Le persone e la dignità
01 04 2015

Nel suo consueto rapporto annuale sulla pena di morte nel mondo, Amnesty International rileva due fenomeni contrastanti.

Da un lato, il numero dei paesi che nel 2014 hanno eseguito condanne a morte è rimasto basso (22, lo stesso del 2013).

La pena capitale rimane un’eccezione nel mondo odierno – negli ultimi cinque anni solo 11 paesi vi hanno regolarmente fatto ricorso – ed è concentrata soprattutto in Medio Oriente e Asia: Iran, Iraq e Arabia Saudita sono stati responsabili del 72 per cento delle esecuzioni a livello globale e, se avessimo a disposizione i dati sulla Cina, la percentuale di questi quattro paesi potrebbe ampiamente superare il 90 per cento.

Dall’altro, rispetto al 2013 il numero delle condanne a morte è notevolmente aumentato: almeno 2466 rispetto a 1925. L’incremento si deve essenzialmente agli sviluppi in Egitto e Nigeria, dove centinaia di persone sono state condannate alla pena capitale nel tentativo, futile e di corto respiro, di contrastare in questo modo le minacce alla sicurezza, l’instabilità politica e il terrorismo.

In Nigeria sono state emesse 659 condanne a morte, con un aumento di oltre 500 rispetto alle 141 del 2013. In una serie di processi, i tribunali militari hanno condannato a morte una settantina di soldati per ammutinamento, nel contesto del confitto interno contro Boko haram.

In Egitto le condanne a morte inflitte nel 2014 sono state almeno 509, 400 in più rispetto al 2013. In due processi di massa, celebrati attraverso procedure inique, sono state emesse 37 condanne a morte ad aprile e 183 a giugno.

Per quanto riguarda le esecuzioni di cui Amnesty International è venuta a conoscenza, ovvero quelle rese note dalle autorità statali, sono state 607, il 22 per cento in meno rispetto al 2013.

Questo dato va preso, precisa l’organizzazione per i diritti umani, con beneficio d’inventario. La Cina, che da sola esegue più condanne a morte che il resto del mondo (si stima siano migliaia ogni anno) continua a circondare la pena di morte col segreto di stato ed è impossibile avere informazioni attendibili sull’uso della pena capitale in Corea del Nord.

Inoltre, il secondo paese al mondo per numero di esecuzioni, l’Iran, ne ha ammesse 289 mentre secondo altre fonti attendibili il totale sarebbe di 743, una media di due al giorno.

L’elenco dei cinque principali esecutori di condanne a morte si completa con l’Arabia Saudita (almeno 90 esecuzioni), l’Iraq (almeno 61) e gli Stati Uniti d’America (35).

La preoccupante tendenza a combattere le minacce alla sicurezza interna ricorrendo alla pena di morte è stata visibile in ogni parte del mondo: Cina, Iran e Iraq hanno eseguito condanne a morte per reati di “terrorismo”, così come il Pakistan, dove a seguito dell’orribile attacco dei talebani contro una scuola di Peshawar, il governo ha ordinato la ripresa delle esecuzioni.

In Cina, il governo ha usato la pena di morte come strumento punitivo nella campagna denominata “Colpire duro”, lanciata contro la rivolta della Regione autonoma uigura dello Xinjiang. Durante l’anno, sono state messe a morte almeno 21 persone per tre distinti attentati, mentre tre persone sono state condannate a morte in un processo pubblico di massa tenutosi in uno stadio, di fronte a migliaia di spettatori.

In altri paesi, come Arabia Saudita, Corea del Nord e Iran, i governi hanno continuato a usare la pena di morte come strumento per sopprimere il dissenso politico.

Importanti sviluppi sono stati registrati negli Stati Uniti d’America, che hanno continuato a essere l’unico paese del continente americano a eseguire condanne a morte: il numero è diminuito, da 39 esecuzioni nel 2013 a 35 nel 2014, a conferma del recente declino della pena di morte a livello nazionale. Non solo: le esecuzioni hanno avuto luogo in sette stati (erano stati nove nel 2013) e quattro di questi (Texas, Missouri, Florida e Oklahoma) sono stati responsabili dell’89 per cento delle esecuzioni.

L’uso della pena di morte è sempre più limitato nell’Africa subsahariana, dove solo tre stati (Guinea Equatoriale, Somalia e Sudan) hanno eseguito condanne alla pena capitale.

Quanto all’Europa, la Bielorussia si conferma l’unico paese della regione a eseguire condanne a morte. L’anno scorso almeno tre fucilazioni hanno posto fine a un periodo di assenza di esecuzioni durato 24 mesi. Le esecuzioni sono avvenute in segreto e familiari e avvocati sono stati informati solo dopo.

Utah, manca il veleno tornano le fucilazioni

  • Giovedì, 12 Marzo 2015 09:47 ,
  • Pubblicato in Flash news
Avvenire
12 03 2015

Torna il plotone d'esecuzione nello Utah, ultimo in ordine di tempo fra gli Stati americani alla ricerca di modi "creativi" di infliggere la pena di morte quando l'iniezione letale non è possibile.

L'assemblea legislativa a maggioranza repubblicana dello Stato dell'Ovest (noto per l'alta percentuale di mormoni fra la sua popolazione) ha approvato una legge che autorizza la fucilazione dei condannati nel caso in cui non siano disponibili i farmaci da usare per l'iniezione letale. ...


Holder: moratoria subito sulle esecuzioni

  • Giovedì, 19 Febbraio 2015 14:09 ,
  • Pubblicato in Flash news
Avvenire
19 02 2015

Eric Holder, il ministro della Giustizia statunitense uscente, ha chiesto ieri ai 32 Stati americani che applicano la pena di morte di varare una moratoria delle esecuzioni in attesa che la Corte Suprema si esprima sui farmaci usati per l'iniezione letale e finiti sotto accusa.

L'esponente democratico afroamericano, precisando di parlare a titolo personale e non come membro dell'amministrazione, ha poi ribadito di essere contrario alla pena di morte perchè è "inevitabile" la possibilità che lo Stato uccida un innocente. ...

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