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Egitto, altre 183 condanne a morte

  • Martedì, 03 Febbraio 2015 09:16 ,
  • Pubblicato in Flash news

Amnesty International
03 02 2015

Al culmine di una campagna mediatica che chiede l'esecuzione dei responsabili degli attacchi contro l'esercito e la polizia, il 2 febbraio 2015 183 imputati sono stati condannati a morte nel processo d'appello per l'attacco alla stazione di polizia di Giza dell'agosto 2013, in cui morirono 11 agenti di polizia.

Il processo d'appello non è stato celebrato in un tribunale ma all'interno del Centro di polizia di Tora, presenti e testimoni unicamente agenti di polizia e familiari delle vittime. Non tutti gli imputati hanno potuto assistere al processo e tra quelli cui è stato consentito di presenziare, molti non hanno potuto ascoltare il contenuto dell'udienza né parlare con gli avvocati difensori perché isolati da una pesante vetrata scura. Agli avvocati della difesa non è stato consentito di rivolgere domande ai testimoni dell'accusa.

"Ormai, emettere condanne a morte in massa nei casi riguardanti l'uccisione di agenti di polizia è diventato quasi la regola, a prescindere dai fatti e senza alcun tentativo di accertare le responsabilità individuali. Queste condanne a morte devono essere annullate e gli imputati devono essere sottoposti a un nuovo processo, in linea con gli standard internazionali sull'equità dei giudizi e senza il ricorso alla pena di morte" - ha dichiarato Hassiba Hadj Sahraoui, vicedirettrice del programma Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty International.

Finora, 415 persone sono state condannate a morte, in quattro distinti processi per l'uccisione di agenti di polizia. In profondo contrasto, l'ex presidente Hosni Murabak è andato assolto per l'uccisione di centinaia di manifestanti nella rivolta del 2011 e non c'è stato un solo caso in cui le forze di sicurezza siano state chiamate a rispondere per l'uccisione di 1000 manifestanti nell'agosto 2013.

Corriere della Sera
29 01 2015

La Corte Suprema ha ordinato all’Oklahoma di rinviare le prossime tre esecuzioni previste fino a quando non sarà presa una decisione sul controverso farmaco usato per il procedimento, che potrebbe violare il divieto, imposto dalla Costituzione americana, di punizioni “troppo” crudeli. La sentenza arriva dopo il ricorso di tre condannati a morte che si erano rivolti alla Corte per far fermare le esecuzioni, previste da qui a marzo. In attesa della decisione dei giudici, lo stato dell’Oklahoma(che continua a sostenere che il farmaco utilizzato è giusto) voleva comunque procedere con le esecuzioni usando un altro farmaco, ma la Corte Suprema ha respinto la richiesta. Questo significa che Richard Glossip, John Grant e Benjamin Cole, ritenuti colpevoli di assassinio, non andranno nel braccio della morte. Glossip, accusato di aver ordinato l’assassinio del suo capo nel 1997, doveva morire giovedì prossimo. L’esecuzione di Grant era prevista per il 19 febbraio e quella di Cole, accusato di avere ucciso la sua bambina di nove anni, per il 5 marzo.

Sedativo sotto processo
«Si ordina che le esecuzioni, dove è previsto l’uso del midazolam, siano bloccate in attesa della disposizione finale sul caso», si legge nella decisione della Corte Suprema. Lo scorso venerdì i giudici hanno accettato la richiesta dei tre detenuti e deciso di verificare se il sedativo midazolam possa essere utilizzato nelle esecuzioni a seguito dei timori che non produca un profondo stato comatoso e di incoscienza come è accaduto nelle esecuzioni avvenute in Arizona, Ohio e Oklahoma. Il caso sarà discusso ad aprile e una decisione è attesa per giugno. Il midazolam è sotto accusa dall’aprile 2014, dopo l’esecuzione di Clayton Lockett: in quel caso il condannato, dato per incosciente, aveva cominciato ad agitarsi e urlare perché la vena dove dove essere iniettato il mix di farmaci letali era scoppiata, poi è morto d’infarto. La Casa Bianca in quell’occasione aveva commentato: «Nel caso di Lockett non sono stati rispettati gli standard di umanità necessari».

Ultima esecuzione
La sentenza della Corte Suprema giunge otto giorni dopo che i giudici si erano rifiutati di bloccare l’esecuzione di Charles Warner, accusato di avere violentato e ucciso una bambina di 11 anni. dove viene usato lo stesso tipo di farmaco. Oltre al midazolam viene utilizzato un medicinale per paralizzare il detenuto e un terzo per bloccarne il cuore.

Le persone e la dignità
27 01 2015

Cambiano i re ma non le cattive abitudini. Lunedì 26 gennaio in Arabia Saudita c’è stata la prima decapitazione di un uomo sotto il regno dell’appena nominato Re Salman (nella foto sulla destra mentre riceve le condoglianze per la morte del fratellastro) . L’esecuzione è avvenuta a Gedda. Moussa al-Zahrani era stato condannato per aver rapito e stuprato molte ragazze ma il caso aveva suscitato molte perplessità perché l’uomo si è dichiarato innocente fino alla fine e aveva accusato la polizia di essere stata corrotta per condizionare il processo. Suo fratello Hassan lo descrive come un padre innocente di tre figli. Altri parenti sono apparsi in televisione per spiegare le inconsistenze dell’accusa.

Lo scorso settembre un osservatore indipendente dell’Onu aveva espresso le sue preoccupazioni sulle procedure giudiziarie in Arabia Saudita e lanciato un appello per una moratoria delle esecuzioni. Purtroppo dall’inizio dell’anno questa è già la tredicesima.
Il ministro dell’Interno, però, non ha dubbi: Moussa al-Zahrani ha rapito delle ragazze minorenni, le ha drogate e le ha stuprate.

In ossequio ad un’interpretazione rigida della Sharia la pena di morte nel Paese è prevista per vari reati, tra i quali: omicidio, stupro, rapina a mano armata, traffico di droga, stregoneria, adulterio, sodomia, omosessualità, rapina su autostrada, sabotaggio e apostasia. Tre i metodi di esecuzione: l’impiccagione, la lapidazione e la decapitazione, quest’ultimo è il sistema più applicato (nel 2005 tutte le esecuzioni sono avvenute per decapitazione) anche se vi sono talvolta impiccagioni e lapidazioni. Le donne possono scegliere di essere giustiziate con un colpo di pistola alla nuca per non essere costrette a scoprire il capo.

Alcune organizzazioni umanitarie hanno denunciato che in Arabia Saudita c’è una quasi totale assenza di garanzie processuali. Per esempio, agli imputati è stata spesso negata la presenza di un avvocato o di una rappresentanza legale in aula; solo nel 2002 è stata consentita dal governo saudita la visita dello Special Rapporteur ONU sull’indipendenza dei giudici.Secondo i dati diffusi da Amnesty International nel 2013 l’Arabia Saudita si è classificata terza, dopo la Cina e l’Iran, nella scala mondiale delle esecuzioni.

Il 21 aprile del 2004 l’Arabia Saudita ha votato contro la risoluzione per l’abolizione della pena capitale approvata dalla Commissione per i Diritti Umani dell’Onu.

Amnesty International
19 12 2014

Voto Onu sulla moratoria delle esecuzioni: per Amnesty International Italia "successo importante, efficace coordinamento con la Farnesina"

"Il voto di oggi in Assemblea generale è un successo importante. Segna un ulteriore passo in avanti nel lungo cammino verso l'abolizione della pena di morte nel mondo, un traguardo che non è ancora a stretta portata di mano ma non appare più, come un tempo, quasi irraggiungibile" - ha dichiarato Antonio Marchesi, presidente di Amnesty International Italia, commentando il voto odierno dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite sulla moratoria delle esecuzioni capitali. Hanno votato a favore 117 stati, mentre 38 hanno votato contro e 34 si sono astenuti.

"Il fatto che la maggior parte degli stati membri delle Nazioni Unite abbia espresso un consenso più ampio di sei voti su un testo rafforzato rispetto a quello approvato due anni fa, premia la strategia portata avanti con successo da Amnesty International, assieme a tutto il movimento abolizionista mondiale, e in modo particolare il lavoro condotto dalla 'task force' sulla pena di morte istituita dal ministero degli Esteri su proposta di Amnesty International Italia per coordinare il lavoro congiunto delle istituzioni e della società civile del nostro paese" - ha concluso Marchesi.

 

Le esecuzioni diminuiscono tranne in Cina e Iran

Nel 2013 le condanne eseguite sono state 4.106, 3mila della quali nella sola Cina. Seguono, nella macabra classifica, l'Iran, dove sono state giustiziati 687 condannati, e l'Irak, con 172 vittime, poi l'Arabia Saudita, 78 uccisioni di Stato. In Europa, il solo Paese dove la condanna a morte sia ancora in vigore è la Bielorussia: due esecuzioni nel 2013.
Il Manifesto ...

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