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La Stampa
20 11 2014

Un giudice del Texas si è rifiutato ieri sera di rinviare l’esecuzione di un condannato a morte affetto da disturbi mentali, nonostante numerosi appelli contro l’esecuzione, prevista per il prossimo tre dicembre con un’iniezione letale.

Scott Panetti, questo il nome del condannato, che da 30 anni soffre di schizofrenia, aveva ottenuto il sostegno di diverse organizzazioni specializzate nella salute mentale - come l’associazione degli psichiatri americani - ma anche di ex giudici, pubblici ministeri, pastori evangelici e vescovi.

Anche l’Unione europea aveva scritto al governatore del Texas, Rick Perry, per chiedere clemenza perché «l’esecuzione di persone malate di mente è in contrasto con i criteri ampiamente riconosciuti dei diritti umani», secondo la normativa internazionale e la Costituzione americana.

Ma in un documento di una pagina, il giudice distrettuale Keith Williams si è rifiutato di rinviare l’esecuzione, come avevano chiesto gli avvocati di Panetti per eseguire una perizia psichiatrica e determinare se il loro assistito è penalmente responsabile.

Panetti, che è stato condannato a morte nel 1995 per l’omicidio dei genitori della sua ex compagna, è stato ricoverato una decina di volte per allucinazioni ed episodi psicotici. Al processo, l’uomo si era presentato in abiti da cowboy e aveva chiamato come testimoni il Papa, John F. Kennedy e Gesù Cristo.

Corriere della Sera
26 10 2014

La madre dice al Corriere: «Il vero responsabile di tutto questo è il potere giudiziario iraniano».

di Viviana Mazza

«La mia Reyhaneh è stata impiccata. Aveva la febbre mentre danzava sul patibolo». Shole Pakravan piange così la figlia di 26 anni su Facebook, il giorno prima di accompagnare la bara al cimitero di Teheran. «Domani alle 10 del mattino saluterò la sua salma…. Sono un soldato che ha perso il suo comandante e il suo amore, seduto sul mare senza fine della tristezza», continua Shole, un’attrice teatrale. E nelle sue parole riecheggiano i versi del poeta sufi Mansour Hallaj, un tempo anche lui finito sulla forca. Poco dopo, Shole risponde al telefono dalla sua casa di Teheran. «Il vero responsabile di tutto questo — dice al Corriere — è il potere giudiziario iraniano».

Sua figlia Reyhaneh Jabbari, un’arredatrice di interni, è stata giustiziata ieri all’alba per l’omicidio di un medico ed ex funzionario dell’intelligence, Mortaza Abdolali Sarbandi. Nel 2009 durante il processo, la ragazza aveva sostenuto di averlo pugnalato per legittima difesa. Aveva raccontato di averlo conosciuto in un internet café: lui, sentendola parlare di lavoro, le si era avvicinato e le aveva offerto un impiego (arredare il suo ufficio); poi però l’aveva portata in un appartamento e aveva tentato di stuprarla; e lei l’aveva pugnalato con un coltello tascabile ed era fuggita. Reyhaneh sosteneva che le ferite inflitte non avrebbero da sole potuto ucciderlo, e aveva additato come assassino un misterioso terzo uomo di nome Sheikhy, giunto mentre lei scappava. Ma i giudici l’hanno giudicata colpevole di omicidio premeditato. Un processo che Amnesty International e altre organizzazioni per i diritti umani definiscono «viziato» — tra prove sparite, limitazioni a vedere l’avvocato, confessioni estorte in isolamento. C’è anche chi crede che il caso sia stato insabbiato proprio perché un uomo dell’intelligence era stato additato come stupratore.

Per anni, la madre ha condiviso su Facebook l’attesa, la paura, la rabbia. È stato soprattutto grazie ai suoi messaggi che è nata la campagna internazionale che chiedeva un nuovo processo, più equo. Una campagna cresciuta negli ultimi mesi, con l’appoggio di diversi artisti iraniani e un totale di 240.000 firme. Ma non è bastata a salvarla.

L’ultima speranza era il perdono della famiglia dell’uomo ucciso: poteva rinunciare ad applicare la legge del taglione (qisas). Ma Jalal Sarbandi, il figlio, ha rifiutato. Era in piedi davanti alla forca ieri con due parenti, per far rispettare «il diritto di sangue» di suo padre. Molti commenti su Facebook si scagliavano contro di lui. Ma Shole spiega al telefono di non nutrire astio nei suoi confronti, di considerare responsabile il regime.

Ha potuto dire addio alla figlia venerdì, faccia a faccia, ma non è stata ammessa all’esecuzione. Ha passato la notte con un’ottantina di sostenitori davanti al carcere, piangendo e chiedendo aiuto a Dio. Per due volte, in passato, la sentenza di morte contro Reyhaneh era stata sospesa: ad aprile e poi a fine settembre. «Mamma, devi lasciarmi andare, basta», l’aveva supplicata la figlia. Shole voleva ascoltarla, tanto che aveva scritto su Facebook: «Da oggi mi siederò in silenzio in un angolo. Non scriverò più nulla». Ma non poteva tacere, doveva cercare di salvarla.

Il Fatto Quotidiano
20 10 2014

di Riccardo Noury

L’ultima volta che in Marocco venne eseguita una condanna a morte fu nel 1993. Da allora, i tribunali hanno continuato a emettere sentenze capitali ma non ci sono state esecuzioni. Eppure, dopo oltre 20 anni di moratoria, in attesa dell’uccisione per via giudiziaria rimangono oltre 100 prigionieri. A fare che?

Secondo Nouzha Skalli, ex ministra e attuale portavoce della Rete parlamentare contro la pena di morte, “molti dei condannati a morte hanno sviluppato disturbi mentali e versano in condizioni psicologiche estremamente difficili”. Alcuni di loro sono nel braccio della morte da oltre 15 anni.

Le richieste di cancellare definitivamente la pena di morte dall’ordinamento giuridico si fanno sempre più insistenti: da parte della società civile, guidata dalla Coalizione marocchina per l’abolizione della pena di morte, una rete di sette organizzazioni abolizioniste sorta nel 2003; e da parte delle istituzioni, in prima fila il Consiglio nazionale per i diritti umani e la Commissione per l’equità e la riconciliazione ma anche lo stesso parlamento, dove ormai 240 deputati su 600 sono apertamente contrari alla pena capitale.

Dal lato opposto, la nuova Costituzione, adottata nel 2011, garantisce “il diritto alla vita” senza vietare espressamente la pena di morte. I partiti islamisti la difendono in quanto coerente con la sharia e il ministro della Giustizia sostiene che il “terrorismo” è un buon motivo per mantenerla.

Intanto che va avanti il dibattito, gli oltre 100 condannati a morte attendono che qualcuno si occupi della loro situazione. Magari con un provvedimento di clemenza, che riduca la sentenza a pena detentiva.

I Rosenberg. Lettere dalla sedia elettrica

"Cari amori miei, adorati figli, non più tardi di questa mattina sembrava che infine potessimo tornare a stare assieme. Ora non è più possibile. Vi conforti il fatto che anche adesso che la fine della nostra si avvicina lentamente, noi ne abbiamo una certezza tale da sconfiggere il boia! La vostra vita deve che la libertà e tutte le cose che rendono la vita degna e soddisfacente devono talvolta esser pagate care".
Vittorio Zucconi, La Repubblica ...

Amnesty International
10 10 2014

In occasione della Giornata mondiale contro la pena di morte, Amnesty International ha denunciato che gli stati continuano a mettere a morte persone con disabilità mentale e intellettiva, in evidente violazione degli standard internazionali.

L’organizzazione per i diritti umani ha documentato casi di persone con tali forme di disabilità condannate o già messe a morte in paesi quali Giappone, Pakistan e Stati Uniti. Se questi paesi non riformeranno i loro sistemi di giustizia penale, molte altre persone rischieranno l’esecuzione.

“Gli standard internazionali sulla disabilità mentale e intellettiva sono importanti salvaguardie a tutela di persone vulnerabili: non hanno lo scopo di giustificare crimini orrendi ma stabiliscono dei criteri in base ai quali la pena di morte può essere o meno inflitta” – ha dichiarato Audrey Gaughran, direttrice del programma Temi globali di Amnesty International.

“Siamo contrari alla pena di morte in ogni circostanza, in quanto è l’estrema punizione crudele, disumana e degradante. Ma nei paesi che ancora ne fanno uso gli standard internazionali, compresi quelli che la vietano nei confronti di determinate categorie di persone vulnerabili, devono essere rispettati, in vista dell’abolizione definitiva” – ha aggiunto Gaughran.

In occasione della XII Giornata mondiale contro la pena di morte, Amnesty International e la Coalizione mondiale contro la pena di morte vogliono mettere in evidenza l’uso della pena capitale nei confronti delle persone con disabilità mentale e intellettiva.
“Gli standard internazionali stabiliscono senza ombra di dubbio che le persone che soffrono di disabilità mentale e intellettiva non devono subire questa sanzione estrema. Tuttavia, in molti casi, tale condizione non viene accertata durante il procedimento penale” – ha sottolineato Gaughran.

“I paesi che ancora ricorrono alla pena capitale devono assicurare che vi siano risorse per svolgere valutazioni indipendenti e rigorose su chiunque rischi la pena di morte, dal momento in cui viene incriminato fino alla fase successiva alla sentenza” – ha continuato Gaughran.

“Chiediamo ai governi di tutti i paesi che ancora usano la pena di morte di istituire immediatamente una moratoria sulle esecuzioni come primo passo verso l’abolizione. Quello che mettiamo in luce oggi è un altro esempio dell’ingiustizia della pena di morte” – ha concluso Gaughran.

I casi che seguono illustrano il modo in cui la pena di morte è usata nei confronti di persone con disabilità mentale e intellettiva:
negli Usa, Askari Abdullah Muhammad è stato messo a morte il 7 gennaio 2014 in Florida per un omicidio commesso in carcere nel 1980. Aveva una lunga storia di malattia mentale e gli era stata diagnosticata una schizofrenia paranoide. Il 9 aprile, il cittadino messicano Ramiro Hernandez Llanas è stato messo a morte in Texas nonostante sei successivi test sul quoziente intellettivo avessero dimostrato la sua disabilità intellettiva e dunque l’incostituzionalità della sua condanna a morte. In Florida, Frank Walls e Michael Zack, due condannati a morte con gravi traumi mentali, hanno esaurito tutti gli appelli contro l’esecuzione;
in Giappone, molti prigionieri sofferenti per malattie mentali sono stati già impiccati, altri rimangono nel braccio della morte.

Hakamada Iwao, 78 anni, condannato a morte per omicidio nel 1968 al termine di un processo iniquo, è la persona che ha trascorso il più lungo periodo di tempo nel braccio della morte, 45 anni. Durante decenni di isolamento completo, ha sviluppato numerosi e gravi problemi di salute mentale. È stato rilasciato provvisoriamente nel marzo 2014 in vista di un possibile nuovo processo.

Matsumoto Kanji è nel braccio della morte dal 1993 e, sebbene i suoi avvocati stiano chiedendo un nuovo processo, potrebbe essere impiccato in ogni momento: ha sviluppato disabilità mentale a seguito di avvelenamento da mercurio e appare paranoico e incoerente a seguito della malattia mentale sviluppata durante la detenzione;

in Pakistan, Mohammad Ashgar, diagnosticato schizofrenico paranoide nel 2010 nel Regno Unito e da qui rinviato in Pakistan, è stato condannato a morte nel 2014 per blasfemia.

Firma l’appello per Hakamada Iwao

Approfondisci il tema della Giornata mondiale contro la pena di morte

Per approfondimenti e interviste:
Amnesty International Italia - Ufficio Stampa
Tel. 06 4490224 - cell. 348 6974361,
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