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"Meriam sarà liberata tra pochi giorni". Ad annunciarlo è il sotto segretario agli Esteri sudanese Abdullahi Alzareg, che ha aggiunto che il Sudan garantisce la libertà religiosa e protegge le donne. Gli avvocati, però, sono prudenti e parlano di una scarcerazione "non prima di due settimane". ...

Huffingtonpost
19 05 2014

La speranza di salvezza per Meriam Yahia Ibrahim Ishag, 27enne cristiana, incinta, condannata a morte perché non ha voluto rinnegare la sua fede è legata al giudizio finale della Corte Costituzionale, un organo più politico che giuridico. Ed è per questo che ora, più che mai, non si può e non si deve abbassare la guardia.

Da quando lunedì 12 maggio il giudice le aveva dato 72 ore per abiurare il suo credo religioso, suo marito, i suoi avvocati e gli attivisti che le sono stati accanto dal momento dell'arresto sapevano che la condanna sarebbe stata inevitabile.

La sua unica colpa? Essere figlia di un musulmano e dunque considerata di religione islamica, pur essendo stata cresciuta dalla madre etiope come una cristiana - ortodossa. Si temeva che la sentenza potesse essere particolarmente dura, nonostante le rappresentanze diplomatiche di Stati Uniti, Gran Bretagna e Olanda avessero chiesto al governo sudanese di impegnarsi a far rispettare il diritto alla libertà di culto, come sancisce dal 2005 la stessa Costituzione (ad interim) sudanese.

A sollecitare l'intervento dell'ambasciata Usa il marito di Meriam, Daniel Wani, sud sudanese con cittadinanza americana che dopo aver sperato di chiarire quello che riteneva fosse un equivoco si è dovuto scontrare con l'intolleranza delle autorità giudiziarie locali.

Un'intransigenza ferma confermata anche dalla risposta pilatesca all'appello degli ambasciatori del presidente del parlamento del Sudan, che si è limitato ad affermare che "il potere giudiziario è autonomo e ben distinto da quello politico". Quindi nessun intervento...

Il 12 maggio viene emessa la sentenza che, al rifiuto della giovane di rinunciare al suo credo, è stata confermata 72 ore dopo.

Meriam era stata arrestata dalle forze di polizia sudanesi il 17 febbraio e portata in carcere insieme al figlio dove tuttora attende di partorire: il primo giugno scade il tempo della gravidanza. Nonostante questo il giudice che l'ha processata, Abbas Mohammed Al-Khalifa, non ha avuto alcuna pietà. E tutto il livore nei confronti di questa giovane mamma è stato manifestato con la lettura del verdetto a fine dibattimento.

Khalifa le ha ricordato con tono sprezzante che le erano stati concessi tre giorni per abiurare, ma avendo deciso di non riconvertirsi all'islam meritava l'impiccagione. La Corte, che ha basato le sue accuse sulla denuncia del fratello e degli zii paterni, non ha creduto all'imputata, nata sì da padre mussulmano ma cresciuta nella fede cristiana da quando il genitore aveva abbandonato la moglie e i figli.

Lei aveva solo sei anni. Ma per la Sharia la religione si tramanda di diritto dalla linea paterna. E c'è di più. Essendosi sposata con un cristiano, Meriam è ritenuta colpevole non solo di essersi convertita ad altra fede, ma anche di aver commesso adulterio in quanto il matrimonio tra culti diversi non può essere riconosciuto.

La mobilitazione per questo abominevole sopruso è stata immediata. Grazie a 'Italians for Darfur', che ha lanciato una petizione per raccogliere firme da mandare al presidente del Sudan per chiedere di sospendere l'esecuzione, la notizia ha iniziato a girare in rete, sui social network, per essere poi ripresa da agenzie di stampa, tv e quotidiani che mai, come in quest'occasione, hanno dato grande risalto a una vicenda di diritti umani violati in Sudan.

Ora, però, bisogna vigilare, tenere alta l'attenzione sul caso di Meriam. E augurarsi che, 'davvero', il giudizio finale della Corte costituzionale non si basi sul diritto islamico, escludendo così la pena capitale.

Atlas
02 05 2014

Entra oggi in vigore in Brunei la prima fase del nuovo codice penale basato sulla sharia (la legge islamica), sei mesi dopo la pubblicazione del testo nella Gazzetta Ufficiale del paese. Questa prima fase prevede severe multe e il carcere per quanti non assisteranno alla preghiera del venerdì.

Lo riporta The Brunei Times, secondo cui la seconda fase – che include pene corporali e l’amputazione degli arti per i furti - sarà attuata tra sei mesi, mentre la terza – che comprende la lapidazione in caso di adulterio e la pena di morte in caso di blasfemia - tra un anno e mezzo.

Il nuovo codice penale si applicherà sia ai musulmani che ai non musulmani.

Il sultano del Brunei, Haji Bassanak Bolkiah, ha recentemente dichiarato che “queste leggi non possono essere considerate crudeli o ingiuste perché sono state volute da Allah”.

Sebbene la pena di morte in Brunei sia da lungo tempo in vigore, non vengono effettuate esecuzioni dal 1957.


Il condannato ha già la benda sugli occhi e il cappio al collo, la bocca spalancata. La madre del ragazzo ucciso lo schiaffeggia sul viso. Poi lei e suo marito aiutano a togliere il cappio: hanno scelto la compassione. ...

Osservatorio Iraq
02 04 2014

Mentre altrove continua il trend positivo che vede la pena capitale in diminuzione negli ultimi 20 anni, in Medio Oriente si va nella direzione opposta. Insieme alla Cina, Iraq, Iran e Arabia Saudita contano l’80% dei casi registrati nel 2013 secondo le stime di Amnesty International.

Sono almeno 778 le persone messe a morte in tutto il mondo nel 2013. Si tratta di un aumento del 15% rispetto al 2012. Questo dato tuttavia non comprende le probabili migliaia di persone condannate in Cina, dove la pena capitale è coperta dal segreto di Stato.

Ad eccezione dunque di Pechino, l'80% di tutte le esecuzioni è stato registrato in tre paesi: Iran, Iraq e Arabia Saudita.

Nel primo caso, sarebbero almeno 369 le esecuzioni ufficialmente confermate, pari a una crescita del 15% annua; ma secondo fonti attendibili, il numero dei morti a causa della pena capitale potrebbe essere quasi il doppio, circa 700.

In Iraq invece sono 169 le condanne eseguite ( 30% in più rispetto al 2012), nella maggior parte dei casi per vaghe accuse di terrorismo. Per quanto riguarda l'Arabia Saudita si contano 79 persone giustiziate. Tra queste addirittura tre minorenni al momento del reato.

Sono questi, in sintesi, i dati più significativi e impressionanti pubblicati dal rapporto sulla pena di morte nel 2013 da Amnesty International.

Impressionanti perché comunicano che gli aumenti delle esecuzioni sono dovute quasi esclusivamente a 3 paesi, tutti in Medio Oriente. Significativi perché confermano che mentre altrove nel mondo la pena di morte continua, seppur lentamente, ad essere archiviata come strumento di giustizia, in questa regione viene portata avanti con decisione.

"L'aumento delle uccisioni cui abbiamo assistito in Iran e Iraq è vergognoso. Tuttavia, quegli Stati che ancora si aggrappano alla pena di morte sono sul lato sbagliato della storia e di fatto sono sempre più isolati", ha dichiarato Salil Shetty, segretario generale di Amnesty International, in un comunicato diffuso il 27 marzo.

"Solo un piccolo numero di paesi ha portato a termine la vasta maggioranza di questi insensati omicidi sponsorizzati dallo Stato e questo non può oscurare i progressi complessivi già fatti in direzione dell'abolizione".

Il numero delle esecuzioni in Iran e Iraq pone questi due paesi al secondo e al terzo posto della classifica mondiale, dominata dalla Cina dove - sebbene le autorità mantengano il segreto sui dati - Amnesty ritiene che ogni anno siano messe a morte migliaia di persone. L'Arabia Saudita è al quarto posto con almeno 79 esecuzioni, gli Stati Uniti d'America al quinto con 39 e la Somalia al sesto con almeno 34.

Nonostante i passi indietro del 2013, negli ultimi 20 anni vi è stata una decisa diminuzione del numero dei paesi che hanno usato la pena di morte e miglioramenti a livello regionale vi sono stati anche l'anno scorso.

Per quanto riguarda il Medio Oriente, nonostante la “maglia nera” rappresentata dai paesi già citati, non ci sono stati casi in Bahrein e negli Emirati Arabi Uniti per la prima volta in 4 anni, sono dimezzati nella Striscia di Gaza ad opera del governo di Hamas e le condanne a morte eseguite in Yemen sono diminuite per il secondo anno consecutivo.

In controtendenza Amnesty International sottolinea il fatto che il Kuwait abbia ripreso ad uccidere persone per mezzo della pena capitale dopo 6 anni, ed esprime profonda preoccupazione per quanto sta accadendo in Egitto, dove il regime militare sta esercitando in modo alquanto arbitrario la giustizia, in particolare nei confronti dei membri della Fratellanza Musulmana.

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