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Amnesty International
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Campagna "No alla pena di morte".

Il governatore della Florida ha firmato un mandato di esecuzione per Askari Abdullah Muhammad, 62 anni, condannato a morte nel 1975 quando aveva 24 anni. L'uomo ha una lunga storia di malattia mentale, inclusa una diagnosi di schizofrenia paranoide.

Askari Abdullah Muhammad, prima noto come Thomas Knight, è stato condannato a morte nel 1975 per l'omicidio di Sydney e Lillian Gans avvenuto nel 1974 vicino Miami. La sentenza capitale fu revocata nel 1988, ma successivamente riconfermata nel 1996.

Nel frattempo, nel 1983, l'uomo è stato nuovamente condannato a morte per l'omicidio di James Burke, una guarda carceraria.

Sebbene l'esecuzione di Askari Abdullah Muhammad sia attualmente sospesa in attesa di un'udienza sul nuovo protocollo dell'iniezione letale, la data potrebbe essere fissata nel giro di poche settimane. Il governatore della Florida ha negato la grazia nel momento in cui ha firmato il mandato di esecuzione a ottobre. Gli avvocati di Askari Abdullah Muhammad hanno fatto ricorso contro l'equità del procedimento di grazia.

Gli avvocati hanno presentato ricorso anche sulla base della lunga storia di grave malattia mentale dell'uomo. Quest'ultimo è stato ricoverato in ospedale nel 1971 e ha seguito terapie per i primi stadi di schizofrenia, per poi ricevere una diagnosi di schizofrenia paranoide prima del processo del 1975. Durante il processo, un esperto ha concluso che l'imputato era incapace di intendere e di volere al momento del crimine, mentre altri tre esperti hanno dichiarato che non lo fosse, ma che soffrisse comunque di disordini mentali. Al momento della riconferma della sentenza nel 1996 nel caso Gans, la difesa ha prodotto le prove della schizofrenia di Askari Abdullah Muhammad a suffragio dell'ipotesi che la malattia mentale avesse avuto un ruolo fondamentale nell'esecuzione dell'omicidio.

Un anno prima dell'omicidio della guardia carceraria, un medico aveva definito Askari Abdullah Muhammad "uno schizofrenico paranoide" e "un uomo con un grave problema psichiatrico, per il quale si rendono necessarie opportune terapie mediche e farmacologiche". Nel caso Burke, due diversi giudici hanno risposto negativamente alla richiesta di Askari Abdullah Muhammad di difendersi da solo in ragione delle sue capacità mentali. Il primo ha sottolineato che l'uomo "manifesta sintomi significativi di estrema paranoia" e che i suoi avvocati avevano reso nota la sua "grave disabilità mentale". Il giudice ha poi lasciato il caso.

Gli avvocati della difesa hanno in seguito presentato al nuovo giudice un appello in cui veniva descritta la lunga storia di malattia mentale del loro cliente, le diagnosi di schizofrenia paranoide e la perizia di un medico che ha riferito che "il signor Askari ha sofferto di schizofrenia per molti anni". Quando il processo è stato annullato, anche il secondo giudice ha lasciato il procedimento. Un terzo giudice ha consentito infine ad Askari Abdullah Muhammad di difendersi da solo.

In appello, il caso è stato rinviato alla Corte del primo procedimento. Nel 2001 la Corte ha revocato la sentenza capitale dichiarando che l'accusa aveva ignorato le prove che indicavano che Askari Abdullah Muhammad soffrisse di una grave malattia mentale al momento dell'omicidio di Burke. La Corte suprema della Florida ha tuttavia riconfermato la condanna stabilendo che la presunta negligenza da parte dell'accusa non avrebbe cambiato l'esito del procedimento.

Firma subito l'appello

Governor Rick Scott
Office of the Governor
The Capitol, 400 S. Monroe St. Tallahassee,
FL 32399-0001, USA

Egregio governatore,

le scrivo in quanto sostenitore di Amnesty International, organizzazione non governativa che lavora dal 1961 in difesa dei diritti umani, ovunque essi siano violati.

Le chiedo di fermare l'esecuzione di Askari Abdullah Muhammad, che si trova da decenni nel braccio della morte.

La sollecito ad applicare la sospensione dell'esecuzione per riconsiderare la grazia negata. Sono a conoscenza della storia di grave malattia mentale di Askari Abdullah Muhammad e ritengo che metterlo a morte sarebbe ingiusto.

Esprimo solidarietà alla famiglia e agli amici di Sydney e Lillian Gans e di James Burke. Non è mia intenzione minimizzare le circostanze della loro morte o sottovalutare la sofferenza che ne è conseguita, tuttavia ritengo che la pena di morte abbia come unico effetto l'alimentazione di un doloroso ciclo di violenza.

La ringrazio per l'attenzione.

Corriere della Sera
14 10 2013

di Riccardo Noury

“Gentile Procuratore generale, le chiedo di sospendere l’esecuzione di Hakamada Iwao e di consentire che il suo appello vada avanti”.

È l’appello lanciato da Amnesty International per salvare l’uomo che, nel mondo, ha trascorso il maggior numero di anni in un braccio della morte: 45.
Quasi mezzo secolo trascorso da solo in cella, attendendo l’esecuzione (in Giappone, la data non è comunicata in anticipo: dicono che è più umano…), raggiungendo i 77 anni di età e con una salute psicofisica a pezzi.

Hakamada Iwao, sulla cui vicenda è stato girato un film bellissimo, mai distribuito in Italia, è nel braccio della morte dal 1968. È stato condannato all’impiccagione nel 1966, al termine di un processo iniquo che lo ha ritenuto colpevole dell’omicidio del direttore della fabbrica, presso la quale era impiegato, della moglie e dei loro due figli.

Hakamada si dichiarò colpevole dopo 20 giorni di interrogatori senza avvocato. È questo sistema di detenzione preprocessuale, in base al quale un sospettato può essere trattenuto fino a 23 giorni in una stazione di polizia, a garantire il massimo delle “confessioni” attraverso torture, percosse, intimidazioni, privazione del sonno e interrogatori estenuanti, senza pause.
Hakamada ritrattò ben presto la confessione iniziale, affermando di essere stato picchiato e minacciato. Nel 2007 uno dei giudici che emise la condanna ha ammesso di essere convinto dell’innocenza dell’imputato, a differenza degli altri due giudici.

I prigionieri in attesa di essere messi a morte possono essere tenuti in isolamento, anche per decenni. L’interazione con gli altri detenuti è limitata e i contatti col mondo esterno sono circoscritti a visite sporadiche e controllate coi familiari e gli avvocati. Non possono guardare la televisione o svolgere progetti o attività personali, ma possono fare lavori volontari. A eccezione dell’utilizzo del bagno e di due o tre sessioni di esercizi fisici alla settimana, della durata di mezz’ora, non devono muoversi all’interno delle celle e devono rimanere sempre seduti.
Il tribunale distrettuale di Shizuoka ha fissato al 16 dicembre un’udienza per decidere se permettere ad Hakamada Iwao di presentare appello contro la condanna.

Facciamo sapere al Procuratore generale del Giappone che la richiesta di Hakamada Iwao è sostenuta anche dall’Italia! Firmiamo l’appello di Amnesty International.

Giornata mondiale contro la pena di morte

  • Giovedì, 10 Ottobre 2013 10:24 ,
  • Pubblicato in Flash news

Amnesty International
10 10 2013 

Per Amnesty International la ripresa delle esecuzioni è una "vergognosa manovra politica".

In occasione della Giornata mondiale contro la pena di morte, Amnesty International ha invitato gli esponenti politici a smetterla di presentare le esecuzioni come soluzione rapida per ridurre i tassi di criminalità e a concentrarsi invece sui problemi del sistema penale dei loro paesi.

"Gli esponenti politici devono cessare di rincorrere l'applauso del pubblico e mostrare, invece, leadership sui temi della sicurezza. Non vi è alcuna prova convincente sul fatto che la pena di morte abbia un effetto deterrente speciale. Occorre piuttosto concentrarsi nella ricerca di rimedi efficaci per affrontare la criminalità" - ha dichiarato Audrey Gaughran, direttrice dei Temi globali di Amnesty International.

Nel suo documento diffuso oggi, intitolato "Non ci renderà più sicuri", Amnesty International ha messo in evidenza l'assenza di prove a sostegno della tesi che la pena di morte riduca i crimini più gravi.

Una minoranza di paesi ha ripreso o ha in programma di riprendere le esecuzioni, spesso come reazione impulsiva all'aumento dei reati o a omicidi particolarmente efferati.

Dal 2012, le esecuzioni sono riprese in Gambia, India, Indonesia, Kuwait, Nigeria, Pakistan e Vietnam. Ciò nonostante, i paesi che ricorrono alla pena di morte restano assai pochi a fronte dei 140 paesi che l'hanno abolita per legge o nella prassi.

Il documento di Amnesty International spiega che non vi sono prove convincenti che la ripresa delle esecuzioni abbia avuto un impatto nel contrasto alla criminalità:

-in India, negli ultimi 10 anni, gli omicidi erano diminuiti del 23 per cento, eppure dal 2004 al 2011 non vi era stata neanche un'esecuzione;

-in Canada, il numero degli omicidi è diminuito dopo il 1976, anno dell'abolizione della pena di morte;

-un recente studio condotto a Trinidad e Tobago ha riscontrato l'assenza di correlazione tra esecuzioni, condanne al carcere e criminalità.

"Prendere posizione a favore della pena di morte distrae l'attenzione dalle soluzioni a lungo termine che affrontano efficacemente i problemi del sistema penale" - ha commentato Gaughran.

Attività di polizia efficaci, sistemi giudiziari funzionanti, progressi nel campo dell'educazione e dell'impiego si sono dimostrati strumenti importanti nella riduzione dei livelli di criminalità.

Gli esponenti politici citano spesso l'alto consenso dell'opinione pubblica per la pena di morte come giustificazione per il suo uso. Tuttavia, i sondaggi tendono a semplificare la complessità delle opinioni del pubblico.

Quando vengono presi in esame fattori quali il rischio di mettere a morte un innocente e l'iniquità dei processi, il sostegno dell'opinione pubblica alla pena di morte cala.

"Le vittime del crimine meritano giustizia, ma la pena di morte non è la risposta. Riprendere le esecuzioni per mostrarsi duri verso il crimine assoggetta la vita delle persone all'opportunismo politico" - ha sottolineato Gaughran.

Amnesty International si oppone alla pena di morte in tutti i casi, senza eccezione, a prescindere dalla natura o dalle circostanze del crimine, dalla colpevolezza, innocenza o altra caratteristica del condannato o dal metodo usato per eseguire le condanne a morte. La pena di morte è la punizione più crudele, disumana e degradante. Viola il diritto alla vita, proclamato dalla Dichiarazione universale dei diritti umani.

Ulteriori informazioni

La Giornata mondiale contro la pena di morte del 2013 sarà dedicata alla pena capitale nei paesi caraibici. L'area caraibica presenta oggi una situazione paradossale in cui sono pochissime le sentenze capitali eseguite (l'ultima risale al 2008) a fronte di un nutrito gruppo di paesi che ancora si oppongono all'abolizione della pena di morte. Dei 25 paesi componenti l'area, 10 sono abolizionisti per legge, due nella pratica e ben 13 sono ancora mantenitori.

L'azione per la Giornata mondiale, oltre alle consuete iniziative di sensibilizzazione, si concentrerà in particolare su due paesi: Barbados e Trinidad e Tobago, dove verrà chiesta l'eliminazione della pena di morte con mandato obbligatorio.

L'imposizione obbligatoria della pena di morte, emessa esclusivamente in base al tipo di reato commesso, è una violazione della legge internazionale in quanto non considera né eventuali circostanze attenuanti né la storia personale dell'imputato.

Amnesty International Italia organizzerà iniziative e raccolte di firme in numerose città.
Partecipa anche sui social network usando l'hashtag #10ottobre e #EndDeathPenalty
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New York, torna la pena di morte

  • Mercoledì, 25 Settembre 2013 10:19 ,
  • Pubblicato in DINAMO PRESS

Dinamo Press
25 09 2013

Non è solo la pena capitale, è tutto il sistema che non funziona

Sono passati cinquant'anni. Era dal 1963 che a New York non veniva eseguita una sentenza capitale. Ed è proprio nella corte di Brooklyn, città nella città tanto osannata per la sua originalità con cui attrae turisti e circuiti culturali e politici alternativi, in cui si è deciso di uccidere ancora. A Ronnell Wilson, 31 anni, verrà fatta l'iniezione letale per aver ucciso due poliziotti sotto copertura, dieci anni fa.

Non appena letta la sentenza gli occhi erano puntati tutti su di lui, Wilson, un giovane afroamericano che è stato impassibile. Non ha mosso un muscolo. Negli ultimi mesi, ha chiesto scusa, ha cercato i famigliari delle vittime. Ma loro non ne hanno voluto sapere: "E' troppo tardi, deve pagare per i suoi errori".

C'è qualcosa di mostruoso nel condannare a morte una persona. Ma negli Stati Uniti pare sia una pratica a cui proprio non vogliono rinunciare. Una giustizia in nome di quel moralismo che li fa sentire i migliori e unici depositari della verità. Ma qui di giusto c'è proprio molto poco. Le ingiustizie dettate dai pregiudizi sono all'ordine del giorno. Tanti, troppe persone innocenti sono finite in prigione perché qualcuno li aveva riconosciuti, magari solo dal colore della pelle. E la presunzione di innocenza non vale proprio per nessuno. E' una spirale da cui è molto complicato uscire.

C'è pure un'aggravante: se si confessa un crimine non commesso, le probabilità di venire scagionati sono pochissime. Nemmeno se c'è una prova del dna. Tantomeno se ci sono 18 persone pronte a testimoniare che eravate con loro proprio il giorno e il momento in cui il crimine è stato commesso. La firma su un pezzo di carta in cui si ammette il coinvolgimento, vale più di qualsiasi altra prova. Eppure nell'era di Csi, o tutti quei polizieschi, con pseudo "eroi" ci sarà una maniera ribaltare la sentenza. Niente di tutto questo, ma c'è un team di avvocati che cerca di aiutare chi è stato condannato ingiustamente. The Innocence Project da oltre 15 anni assiste gratuitamente (anche perché la maggior parte dei loro assistiti non si può permettere un avvocato) e si batte per la loro innocenza. "La maggior parte dei nostri casi riguardano stupri degenerati in omicidi. E' molto più facile provare che il crimine non è stato commessa da una persona se sulla scena del crimine c'è del dna di qualcun altro", ha spiegato Peter Neufeld a capo del progetto.

Già ma tante volte i procuratori non vogliono arrendersi nemmeno davanti all'evidenza. Come Michael Mermel, della contea di Lake, che a un giornalista ha spiegato di non volere rivedere il caso perché la vittima (11 anni) " poteva aver scelto di fare sesso con qualcun altro, prima di essere uccisa". L'arrestato Juan Rivera, che poi sarà scarcerato, aveva confessato. Una bella firma in cui raccontava come aveva stuprato e ucciso una bambina.

Ma se lui non ha commesso il crimine, perché lo ha ammesso? Bella domanda. E la risposta molte volte è semplice: lo hanno indotto. Il sistema americano permette l'uso della forza durante gli interrogatori. Coercizione e repressione. "Ti possono lasciare ore senza essere assistiti a un avvocato", manco a dirlo se la prendono con i ceti più bassi. E troppe il volte il colore della pelle è un indizio per i ranger. Come nel caso di Brenton Butler, 15 anni, che è stato arrestato per aver sparato e ucciso una donna. Il ragazzo era stato fermato perché camminava nei paraggi due ore dopo. Il marito lo ha riconosciuto: "E' stato lui". Il giovane si è fatto più di dieci anni di prigione prima di essere stato esonerato. Ci sono tanti troppi casi in cui i pregiudizi contano più della realtà. Solo Innocence Project è riuscito a far scarcerare quasi 300 persone. Ma per quattro uomini è stato troppo tardi, sono finiti sulla sedia elettrica pur non avendo fatto niente. Tu, chiamala se vuoi giustizia.

Il Paese delle Donne
14 09 2013

Amnesty international: "Dev’esserci un’azione concertata per cambiare le attitudini discriminatorie contro le donne e le ragazze che sono all’origine della violenza"

Amnesty international

Commentando le quattro condanne a morte emesse oggi a Nuova Delhi per uno stupro di gruppo commesso nel dicembre 2012, Amnesty International ha dichiarato che profonde riforme istituzionali e procedurali, e non la pena capitale, occorrono per stroncare l’endemico problema della violenza contro le donne in India.

Il tribunale ha giudicato colpevoli i quattro imputati di stupro di gruppo, omicidio e altri reati. Un altro imputato, 17enne, e’ stato condannato a tre anni di carcere. Un quinto accusato era stato trovato morto in cella il 10 marzo.

‘Lo stupro e l’uccisione della giovane donna fu un crimine orribile, per cui rivolgiamo la nostra piu’ profonda solidarieta’ ai familiari della vittima. I responsabili devono essere puniti ma la pena di morte non e’ mai la risposta’ – ha dichiarato Tara Rao, direttore di Amnesty International India.
‘L’impiccagione di questi quattro uomini non otterra’ niente se non una vendetta di breve termine. Mentre e’ comprensibile la rabbia di massa suscitata da questo caso, le autorita’ devono evitare di usare la pena di morte come soluzione sbrigativa. Non vi e’ alcuna prova che la pena di morte abbia uno specifico effetto deterrente nei confronti del crimine e il suo uso non porra’ fine alla violenza contro le donne in India’ – ha proseguito Rao.
Gli stupri e altre forme di violenza sessuale sono comuni in tutto il paese. Ad aprile e’ entrata in vigore una nuova legge che punisce numerose forme di violenza contro le donne, tra cui gli attacchi con l’acido, lo stalking e il voyeurismo. Tuttavia, lo stupro coniugale non e’ ancora considerato reato qualora la moglie abbia piu’ di 15 anni e alle forze di sicurezza e’ garantita di fatto l’immunita’ legale per gli atti di violenza sessuale.

‘Occorrono riforme legislative ma anche impegni concreti delle autorita’ per garantire che il sistema giudiziario agisca in modo efficace e a ogni livello quando vengono presentate denunce di stupro o di altre forme di violenza sessuale’ – ha aggiunto Rao.
‘L’attenzione che le autorita’ hanno riservato a questo caso dev’estendersi a migliaia di altri casi. Esse devono agire, ad esempio, nominando un numero maggiore di giudici per assicurare processi rapidi ed equi’ – ha sottolineato Rao.

I reati contro le donne sono ancora scarsamente denunciati. Le autorita’ devono ancora dare attuazione a una serie di raccomandazioni di segno positivo presentate dalla Commissione presieduta dal giudice Verma, relative tra l’altro alla formazione delle forze di polizia e alla riforma di questo organismo nonche’ ai necessari cambiamenti nel modo in cui le denunce di violenza sessuale vengono registrate e indagate.

‘Dev’esserci un’azione concertata per cambiare le attitudini discriminatorie contro le donne e le ragazze che sono all’origine della violenza. Queste misure richiederanno un duro lavoro ma nel lungo termine saranno piu’ efficaci e renderanno l’India un posto piu’ sicuro per le donne’ – ha concluso Rao.
Amnesty International si oppone alla pena di morte in tutti i casi, senza eccezione, a prescindere dalla natura o dalle circostanze del reato, dall’innocenza, dalla colpevolezza o da altre caratteristiche della persona condannata o dal metodo usato per eseguire la condanna a morte.

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