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Così brucia la protesta

Che senso ha incenerire la giusta lotta per il diritto al cibo con una raffica di molotov? Come si possono contrastare la povertà e la fame nel mondo, se si danneggiano negozi, se si incendiario le auto di cittadini incolpevoli, se si mette in campo solo una anarchica voglia di distruzione? Cosa significa manifestare indossando una maschera antigas? Ha ragione il sindaco di Milano, Pisapia, a definire imbecilli questi travestiti di nero che si divertono a fare i cattivi. A volto coperto. Tuttavia non basta qualche aggettivo per catalogare dei comportamenti sconsiderati. Perché chi agisce ricorrendo ad una violenza fine a se stessa, distrugge in primo luogo la politica, il diritto di manifestare pacificamente, mette in un angolo i movimenti che vogliono esprimere - anche in piazza un'altra visione del mondo.
Norma Rangeri, Il Manifesto
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Corriere della Sera
20 02 2015

Il prefetto di Milano, Francesco Paolo Tronca, ha nominato un commissario ad acta che ha cancellato la trascrizione dei 13 matrimoni omosessuali celebrati all’estero, che era stata fatta dal sindaco Giuliano Pisapia. Le coppie sono state informate tramite lettera. Secca, la replica del sindaco sul suo profilo Facebook: «Ci opporremo in tutte le sedi contro una decisione strumentale e discriminatoria». Non solo. Pisapia ha rinnovato il suo appello al Parlamento, «affinché intervenga al più presto con un provvedimento legislativo complessivo che finalmente allinei l’Italia a quell’Europa dei diritti cui aspiriamo». Infine, una stoccata al ministro dell’Interno, Angelino Alfano, per il quale invoca una «formale mozione di censura» dagli scranni di Montecitorio. Punta il dito contro il responsabile del Viminale anche l’assessore alle Politiche sociali, Pierfrancesco Majorino: «Invece di occuparsi di come accogliere dignitosamente gli immigrati, perseguita le coppie di fatto». Si dicono «sgomente» per «un intervento a gamba tesa, un atto oscurantista e fascista» le coppie omosessuali milanesi sposate all’estero, riunite nel gruppo «Love Out Law».

La vicenda
Più volte il sindaco Pisapia si era rifiutato di cancellare le nozze gay celebrate all’estero, ritenendole legittime. Era lo scorso 4 novembre quando il prefetto aveva adottato il «provvedimento di annullamento» di trascrizione dei 13 matrimoni tra persone dello stesso sesso trascritte dal sindaco. Nel provvedimento Tronca aveva ordinato al sindaco, in qualità di ufficiale di stato civile, di provvedere «senza ritardo» a tutti gli adempimenti. Il commissario ad acta si è recato nei giorni scorsi in Comune a cancellarle. «Un atto dovuto», lo definiscono fonti della prefettura.

I Giovani democratici: «Mozione contro Alfano, si dimetta»
E sulla trascrizione, da più parti, monta la polemica. Arriva dai Giovani democratici milanesi la proposta di presentare e votare una mozione contro il ministro dell’Interno: «Alfano si dimetta. Dimostra ogni giorno un’inettitudine disarmante che mette a rischio la fiducia e la tenuta del governo — dichiara Giacomo Marossi, coordinatore cittadino dei Giovani democratici — come se già non bastasse l’imbarazzo di starci in maggioranza».

De Corato: «Meglio tardi che mai»
Solidarizza con il prefetto Riccardo De Corato (FdI), vice presidente del consiglio comunale. «Meglio tardi che mai — il suo commento — . Finalmente anche a Milano il prefetto ha nominato un commissario ad acta per annullare le trascrizioni delle nozze gay. Siamo in ritardo di quattro mesi, a Udine questo passo era stato fatto a fine ottobre, mentre da noi è stato perso un sacco di tempo». Il consigliere all’opposizione ricorda inoltre come «in questi mesi avevamo più volte chiesto la soluzione della questione e il ripristino della legalità, scrivendo, il giorno dopo le trascrizioni di Pisapia, al prefetto Tronca. Ma il tempo è passato tra missive, dichiarazioni, prove di forza e pure un falso avviso di garanzia e la seguente sceneggiata del sindaco che si dichiarava indagato quando invece non lo era».

Nozze gay e cancellazione delle registrazioniDecisione non inattesa per Giuliano Pisapia. Che non risponde pubblicamente, perché alimentare la replica del pubblico scontro tra Campidoglio e Prefettura della capitale viene ritenuto non opportuno istituzionalmente e non utile all'obiettivo ultimo. Ma non un passo indietro sulla strada della costruzione della "Città dei diritti":
Massimo Pisa, la Repubblica ...

La Repubblica
22 09 2014

L'appello delle coppie al sindaco: "Fuori i diritti, perché dovremmo convincervi del nostro amore?". Le storie di coppie andate a sposarsi a New York, in Spagna o in Danimarca

di PASQUALE QUARANTA

MILANO - Dopo il via libera di Bologna, anche Milano dovrà rispondere alle coppie omosessuali sposate all'estero che hanno richiesto oggi in Comune la trascrizione del loro matrimonio. Mariti e mariti, mogli e mogli, che fuori dall'Italia esistono giuridicamente come coppie ma in Italia sono solo coinquilini, senza doveri né diritti. "Perché noi no?" chiedono ora le prime coppie agli uffici dell'anagrafe di via Larga mentre consegnano la documentazione per la trascrizione. Dopo quattro mesi di dialogo con l'assessore alle politiche sociali, Pierfrancesco Majorino, che hanno portato a un nulla di fatto, sono più che mai determinate a far uscire allo scoperto Pisapia, "un sindaco che al momento della sua elezione aveva suscitato tante speranze nella comunità lgbt", commentano amareggiate.

"Siamo consapevoli che la trascrizione è solo una certificazione e non apre a doveri e diritti che competono a una legge nazionale" spiegano Andrea e Luca, coniugi per lo Stato di New York dopo 11 anni insieme. "Ma Pisapia può lanciare un messaggio politico forte a un Parlamento che non riesce a produrre una legge in grado di equipararci agli altri Paesi d'Europa".

A differenza del caso analogo di Bologna, dove il sindaco Virginio Merola ha firmato una propria direttiva per dare il via libera alla trascrizione delle nozze (mettendosi contro la Curia e il Prefetto), la giunta milanese sembra prendere tempo, auspicando un cambio delle regole da parte del legislatore. "Solo chiacchiere" aveva tuonato dopo il Gay Pride di giugno l'avvocatura per i diritti lgbt Rete Lenford, che torna alla carica sostenendo una volta di più le coppie deluse e arrabbiate.

Tra queste ci sono Claudio e Stefano, entrambi italiani, sposati lo scorso maggio a New York. Dopo la cerimonia nella City Hall di Manhattan, hanno inviato una lettera al sindaco e all'assessore Pierfrancesco Majorino: "E' una scocciatura scrivervi: perché dovremmo impiegare questo tempo nel cercare le parole più giuste per convincervi che abbiamo il diritto di essere riconosciuti come coppia nella città da cui proveniamo, in cui viviamo e che amiamo?". Claudio e Stefano, come le altre coppie, non vogliono più aspettare: "Dobbiamo forse convincervi del nostro amore? Di quanto sia vero, solido e sereno? No, non dobbiamo convincere più nessuno".

"Mia moglie Sarah, cittadina francese, risulta sposata nel suo paese ma in Italia no - spiega Antonella - Non siamo forse in Europa? Non vale anche per noi la libera circolazione delle persone? Abbiamo sostenuto Sel con Pisapia nella sua campagna in bicicletta, abbiamo ottenuto la realizzazione della Casa dei Diritti dopo il "Mi voglio sposare" di Nichi Vendola. Ma in concreto, zero diritti".

Chiara e Giulia, per sposarsi, sono dovute andare in Danimarca. "La decisione è nata anche dal desiderio, nostro e dei figli (tre sono di Chiara, avuti da una precedente relazione eterosessuale), di allargare la famiglia. Speriamo in qualche modo di poter tutelare anche il bimbo che sogniamo di avere insieme".

"Dopo la sentenza del Tribunale di Grosseto altri comuni italiani hanno deciso di muoversi - spiega Francesco Bilotta, tra i fondatori di Rete Lenford - Fano, Napoli, Bologna, e presto Cagliari, Livorno, Roma. Noi incontriamo i sindaci, ci rendiamo disponibili con le amministrazioni comunali per trovare soluzioni ed evitare ingiuste discriminazioni. Milano, per quel che ne so, ci sta ancora pensando".

Pisa, i rom in corteo per la scuola

  • Martedì, 03 Giugno 2014 08:18 ,
  • Pubblicato in Flash news

Corriere delle migrazioni
03 06 2014

Un corteo per il diritto all’istruzione dei bambini. Per il ripristino dello scuolabus al campo rom della Bigattiera, a Pisa. Un corteo colorato, allegro, combattivo, al grido di “Scuola! Scuola!”, urlato all’unisono da tutti i rom.

Già, proprio dai rom: da quegli “zingari” che, secondo un radicato pregiudizio, non manderebbero a scuola i loro bambini. Da quei “nomadi” che, secondo certi antropologi della Domenica, avrebbero una “cultura orale” – fatta di canti, balli, tradizioni arcaiche tramandate di padre in figlio – e che perciò sarebbero “naturalmente ostili” alle pratiche educative formali (e formalizzate).

Ecco, la manifestazione tenutasi a Pisa mercoledì scorso è esattamente uno schiaffo ai pregiudizi e agli stereotipi. Mostra che i rom a scuola ci vogliono andare eccome, ma che spesso sono le istituzioni ad escluderli. Prima di vedere cosa è successo, però, sarà bene fare un passo indietro e andare con ordine.

Il campo della Bigattiera
Si era già parlato, su questo giornale, della “battaglia per lo scuolabus” che ha animato la città di Pisa per almeno un paio di anni. Ripercorriamo brevemente la storia.

Cominciamo dal campo che ha dato origine a tutta la bufera. La “Bigattiera” si trova sull’omonima strada, quella che congiunge la città al litorale. È un luogo isolato, lontano dai centri abitati: tutto intorno non ci sono negozi né case, si vedono solo terreni coltivati a perdita d’occhio.

L’insediamento venne aperto nel 2007 dal Comune, che doveva collocare alcune famiglie in attesa di assegnare loro dei veri e propri alloggi: doveva essere una sistemazione temporanea – “di transito”, si diceva – ma come spesso accade (almeno in Italia) il provvisorio è diventato definitivo. E i rom sono rimasti lì fino ad oggi.

Nel frattempo il Comune, che prima aveva aperto l’insediamento, cominciò a classificarlo come “abusivo” (mentre la Regione lo considera tuttora come “ufficiale o riconosciuto”). Un bel pasticcio terminologico, che naturalmente copre una finalità politica precisa: da tempo, infatti, l’Amministrazione guidata dal Sindaco Filippeschi non fa mistero di voler sgomberare il campo, e di voler allontanare tutti gli abitanti.

Niente acqua, niente luce, niente scuola…
È in questo contesto che proprio il Comune, alla fine del 2011, decide di togliere ai rom della Bigattiera tutti i servizi: in pochi mesi, viene prima soppresso lo scuolabus – quello che accompagnava i bambini negli istituti comprensivi del Litorale – poi viene tagliata l’erogazione della luce elettrica e dell’acqua corrente. I rom rimangono isolati, al buio, privi di qualunque servizio (e diritto). E i bambini restano senza scuola: gli istituti comprensivi sono distanti dal campo, e per arrivarci bisogna camminare a piedi lungo la Via Bigattiera, che è molto trafficata e pericolosa.

La scelta del Comune, però, non resta sotto silenzio. Contro il provvedimento del Sindaco si muovono prima gli stessi rom della Bigattiera, poi gli insegnanti delle scuole. Gli abitanti del campo convocano una conferenza stampa, chiedono un incontro al Sindaco, inscenano proteste e presidi davanti al Municipio. Dal canto loro, le maestre scrivono al primo cittadino chiedendo il ripristino dello scuolabus.

La protesta non rimane isolata: a fianco dei rom “scendono in campo” – è davvero il caso di dirlo – associazioni, volontari e semplici cittadini. I compagni di classe vanno a trovare i bambini rom alla Bigattiera, i genitori portano la loro solidarietà alle famiglie, mentre la Pubblica Assistenza del Litorale Pisano organizza per diversi mesi uno “scuolabus autogestito” con i propri volontari.

Nell’Estate 2013, più di duecento personalità note a livello locale (tra cui l’allenatore della squadra di calcio cittadina) firmano un appello che chiede il ripristino dell’energia elettrica, dell’acqua corrente e dello scuolabus. Il Comune non può più ignorare le proteste, che hanno assunto dimensioni inusuali: così, agli inizi di Agosto il Consiglio Comunale approva a larga maggioranza una mozione a sostegno dei rom della Bigattiera. Il documento impegna il Sindaco a riattivare immediatamente acqua, luce e scuolabus. I rom hanno vinto: o almeno così sembra.

La beffa
Ma le promesse, a quanto pare, non sono state mantenute: in tutti questi mesi l’impegno di riattivare i servizi – preso solennemente davanti al Consiglio Comunale – è stato disatteso. Da Agosto a oggi, i rom sono rimasti senza acqua, senza luce, senza scuolabus.

Il Comune continua a sostenere che i rom sono “abusivi”, e che l’Amministrazione può fornire i servizi solo ai cittadini “regolarmente residenti”. In realtà, i diritti fondamentali (il diritto all’acqua, il diritto allo studio…) non possono essere subordinati né al permesso di soggiorno né all’iscrizione anagrafica. E lo stesso Regolamento sul Trasporto Scolastico del Comune prevede la possibilità di estendere il servizio anche alle famiglie non residenti.

È per questo che, mercoledì scorso, i rom hanno deciso di scendere di nuovo in campo. E, assieme a un nutrito gruppo di cittadini “autoctoni”, hanno deciso di accompagnare i loro bambini a scuola, in una marcia simbolica per il diritto all’istruzione, per il diritto all’acqua, per il diritto ad esistere.

 

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