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TunisiaPaolo Hutter, Il Fatto Quotidiano
23 gennaio 2016

Ci saranno altre proteste e probabilmente altri momenti di tensione nel fine settimana, ma il primo coprifuoco nazionale (dalle 20 alle 5 di mattina) è filato tutto sommato liscio. Kasserine, epicentro della rivolta, non si è mai svegliata così pulita di sabato.

Tunisia. Ritorno a Sidi Bouzid

  • Giovedì, 24 Settembre 2015 08:56 ,
  • Pubblicato in Flash news

Osservatorio Iraq
24 09 2015

Ritorno a Sidi Bouzid, dove nacque la Rivoluzione tunisina del 2011. Tra sconforto, crisi economica e rassegnazione, viaggio in un Governatorato dove resiste la speranza.

“Due per Sidi Bouzid, grazie”. “Andate nella madinat at-thawra (città della Rivoluzione, ndr), eh?” ci chiede, tra lo stupito e l’emozionato, il bigliettaio della stazione dei pullman di Tunisi. Annuiamo, sorridiamo, prendiamo i ticket.

Duecentosettanta chilometri e cinque ore e mezzo di viaggio ci separano dalla città. Un viaggio reso particolarmente lungo dall’assenza di autostrade che collegano il Governatorato – anch’esso chiamato Sidi Bouzid – al resto del paese, ma stranamente piacevole: la Tunisia centro-meridionale offre ai passanti la vista di distese vastissime di terra bruciata e olivi.

L’impressione di chi arriva per la prima volta a Sidi Bouzid è, quasi sempre, la stessa: non mi trovo nello stesso paese di Tunisi, di Hammamet, di Djerba, di Susa.

Qui non esistono hotel e locali per occidentali, i bar sono frequentati da soli uomini, nei supermercati non sono in vendita bevande alcoliche e la grande maggioranza delle donne indossa l’hijab. Le occhiate spiazzate e di diffidenza che ci arrivano dagli abitanti ci suggeriscono dopo pochi minuti, inoltre, che qui il turismo sia cosa inesistente.

Ogni angolo di Sidi Bouzid ci urla che quella in cui ci troviamo è una delle città protagoniste della Rivoluzione del 2010/2011; ci urla che è, anzi, La città della Rivoluzione, l’epicentro di un terremoto di proteste popolari che, esploso qui il 17 dicembre 2010, ha portato in due settimane al crollo del regime dittatoriale di Zine el-Abidine Ben Ali, collassato il 14 gennaio 2011.

Ce lo urla il monumento dedicato al personaggio simbolo della Rivoluzione, Mohamed Bouazizi, un ventiseienne disoccupato a cui la polizia aveva sottratto il suo carretto di frutta e verdura, sua unica fonte di sostentamento; ce lo urlano le scritte sui muri inneggianti al 17 dicembre, e le foto di quei giorni di guerriglia, appese nelle case private, nelle sedi dei partiti, nei bar della città.

Ce lo urlano gli occhi lucidi di chi, in quei giorni, ha visto cadere amici o parenti sotto le violenze della repressione di Ben Ali.

Cinque anni dopo, a Sidi Bouzid quasi nessuno è contento. Non lo sono gli anziani, i giovani, gli uomini, ne’ le donne.

“Avevamo due problemi” ci racconta ’Ali, un tassista di 29 anni laureato in Informatica e disoccupato fino a pochi mesi prima. “La situazione economica e il disinteresse dello Stato. Ora siamo più poveri e più dimenticati di prima”. Un malcontento generale, un senso di disillusione che non ha colore politico e che ha reso scontenti tutti, dagli anziani più conservatori ai ragazzi della sinistra più radicale.

Persino i militanti della sezione locale del sindacato UGTT – “la prima della Tunisia a prendere le parti dei manifestanti contro la dittatura e ad esortare la sede centrale a fare altrettanto”, come ci tiene a sottolineare il vice-segretario Gharbi Lazhar – scuotono la testa. No, proprio non possono apprezzare la piega che ha preso Sidi Bouzid dopo il 2011.

Più poveri e dimenticati di prima, ha ragione ’Ali: tra il 2011 e il 2015 il tasso di disoccupazione di Sidi Bouzid è raddoppiato, crescendo dal 14% al 28%.

Un andamento condizionato dalla scomparsa del turismo (nell’estate 2015, diminuito dell’85% rispetto al 2010) e degli investimenti stranieri, i due settori che da soli tenevano in piedi il 25% del PIL tunisino e che hanno risentito più di tutti dell’instabilità piombata in Tunisia dopo la Rivoluzione.

Un’instabilità che ha colpito Sidi Bouzid sin dalle prime settimane del 2012. Sin da quando, cioè, i gruppi salafiti più radicali del Governatorato si sono resi protagonisti di sempre più azioni violente e terroristiche dirette ai simboli della “contaminazione occidentale” (come l’hotel Horchani, assaltato perché distributore di bevande alcoliche) e a coloro che opponevano resistenza alla predicazione salafita (pressioni e aggressioni ai civili, agguati armati ai posti di blocco, omicidi mirati).

Liberi dalle persecuzioni benaliste, inizialmente (e irresponsabilmente) tollerati dal governo provvisorio, finanziati a suon di dinari sauditi e qatarioti ed agevolati dal caos delle limitrofe Libia ed Algeria, in breve tempo hanno reso Sidi Bouzid una delle proprie roccaforti.

Più poveri, ma anche più dimenticati, ci ha detto ’Ali. Che, ancora, non sbaglia: dati alla mano, dal 2011 ad oggi i governi che si sono susseguiti alla guida del paese - tanto quelli provvisori quanto quello di Essebsi/Essid eletto a fine 2014 - ben poco hanno fatto, ad eccezione di grandi proclami e la costruzione di qualche chilometro di strada, per risolvere le grandi problematiche sociali del Governatorato. Quelle problematiche, cioè, legate alla bassa occupazione, all’assenza di strutture sanitarie adeguate, all’inagibilità di più della metà dei terreni, ai collegamenti con le altre città.

Camminiamo lungo la via principale della città, Avenue Mohamed Bouazizi. La percorriamo tutta, sino ad arrivare ad un monumento raffigurante il carretto di Bouazizi. Un monumento particolarmente umile, francamente non bellissimo, ma molto efficace.

Sul suo piedistallo, qualcuno ha scritto “non smettete di combattere”.

La scultura è stata costruita sopra una statua innalzata da Ben Ali per celebrare la sua presidenza. Il punto esatto dell’immolazione, ci indica un passante, è dall’altra parte della strada.

In questo angolo della città, le scritte e i disegni sui muri si fanno più numerose. “Restate in piedi tunisini, tutto il mondo è fiero di voi” recita la più famosa. La scritta è stata fatta su uno dei muri dell’ufficio del Governatorato, vicino ad una gigantografia di Bouazizi. Pochi metri più in là, un murales di quattro metri inneggia al 17 dicembre. Richiami della Rivoluzione ci arrivano anche dalla fermata dell’autobus, dal nome “al-Hurryya” (libertà).

Mentre scattiamo le foto veniamo fermati da un ragazzo, Mahmud, un infermiere disoccupato di 32 anni. Ci dice che vorrebbe andare in Germania, ma che non può uscire dalla Tunisia perché non gli danno il passaporto. Ci chiede cosa facciamo a Sidi Bouzid, gli diciamo che vogliamo vedere come è la situazione cinque anni dopo la Rivoluzione.

Non è contento, tutto è peggiorato, afferma, mentre maledice la Rivoluzione. Arriva addirittura a definire Bouazizi un “nemico dell’Islam” per l’ondata di estremismo che ha sommerso (e sta sommergendo) Medio Oriente e Nordafrica dopo la degenerazione di alcune rivolte, prima tra tutte quella siriana. Ondata, è bene ricordarlo, di cui le prime vittime sono i musulmani stessi.

La giornata è quasi giunta al termine quando veniamo fermati da un gruppo di ragazzi che ci invita ad una serata musicale. Sono tutti membri della Web Radio 17 decembre, che ha sede nell’ominomo complesso giovanile e sportivo di Sidi Bouzid.

Dopo lo spettacolo sediamo, scherziamo, cantiamo con loro. Parliamo della Rivoluzione.

Le loro voci hanno, sì, il timbro di chi si aspettava un miglioramento del proprio stile di vita e sta pagando con gli interessi il prezzo della Rivoluzione, ma anche quello di chi a rimpiangere un dittatore violento e corrotto proprio non ci riesce.

“Tutto questo” ci dice Hani Muhammad Nagib, il responsabile della radio, indicando la sala da dove si svolgono le dirette “non sarebbe stato possibile durante la dittatura. Ho meno soldi, ma mi sento più ricco”.

La Rivoluzione, quindi, non è tutta sbagliata. Accanto al contraccolpo di economia e sicurezza, il Governatorato è stato attraversato da una serie di iniziative liberali che hanno avuto immediatamente i loro effetti.

Se è vero che, per istaurarsi, la democrazia ha bisogno di tanto tempo e sforzi, è anche vero che alcuni dei suoi effetti sono immediati.

“Sidi Bouzid” continua orgogliosamente il nostro amico “è la Regione tunisina in cui è presente il numero maggiore di associazioni, 1.600. La maggior parte sono giovanili, femministe e culturali. Anche questo, prima del 17 dicembre, non sarebbe stato possibile”.

Le parole di Hani Muhammad sono musica per le nostre orecchie.

Se è vero che sapevamo quanto la Tunisia e Sidi Bouzid del post-2011 fossero diverse da quelle studiate sui libri, così come sapevamo quanto l’esperimento democratico del paese – l’unico, tra quelli del mondo arabo – si stesse consolidando tra molti limiti e difficoltà, non eravamo preparati ad un così condiviso sentimento di distacco dalla Rivoluzione proprio da parte di chi quella Rivoluzione l’aveva fatta scoppiare.

Sta dunque nella società civile la risposta che abbiamo trovato al più grande dei nostri interrogativi. A chi, cioè, questa Rivoluzione abbia davvero giovato.

Una società civile fatta di giovani e di donne che non hanno arrestato il proprio attivismo con la Rivoluzione, ma che in più occasioni sono tornati nelle piazze di Sidi Bouzid. La lenta ma progressiva diminuzione del numero di movimenti salafiti presenti all’interno della Regione registrata a partire dall’inizio di quest’anno, ad esempio, è anche frutto della marginalizzazione della dottrina proveniente dalla società civile stessa, sempre più radicata su posizioni contrastanti il terrorismo e le violenze tipiche dei gruppi più radicali.

“Chi è scontento del peggioramento dell’economia e dei disordini che si sono creati non ha capito per che cosa abbiamo la Rivoluzione” ci dice, infine, Janet Kadachi, responsabile dell’associazione femminile Voix d’Eve di Regueb.

“Ognuno di noi ha meno soldi di prima, ma ora possiede la Libertà, che è un bene senza prezzo. Le mie tre figlie, inshallah, cresceranno in uno Stato democratico e libero, e avranno più possibilità di successo di quante ne abbiamo avute noi, cresciute tra due dittature. Abbiamo affrontato delle difficoltà e ne affronteremo altre, ma le grandi conquiste richiedono sempre grandi sacrifici”.

Luigi Giorgi

Amnesty International
30 06 2015

In un rapporto pubblicato oggi, Amnesty International ha dichiarato che la continua repressione delle autorità egiziane contro i giovani attivisti rappresenta il chiaro tentativo di schiacciare le menti più coraggiose e brillanti del paese ed eliminare qualunque minaccia embrionale al potere.

Generazione carcere: la gioventù egiziana dalle proteste alla prigione si concentra sui casi di 14 delle migliaia di giovani arrestati in modo arbitrario, detenuti e incarcerati in Egitto negli ultimi due anni in relazione alle proteste.

Nel suo rapporto, Amnesty International denuncia come il paese sia tornato completamente a essere uno stato di polizia."Due anni dopo l'estromissione del presidente Mohamed Morsi, alle proteste di massa sono subentrati arresti di massa. Attaccando senza sosta i giovani attivisti egiziani, le autorità stanno spezzando le speranze in un futuro migliore di un'intera generazione" - ha affermato Hassiba Hadj Sahraoui, vicedirettrice del programma Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty International.

"Dopo la rivolta del 2011, i giovani egiziani erano stati acclamati come simbolo di speranza dai leader militari del paese e dai partner internazionali. Il loro idealismo e l'impegno a favore di 'pane, libertà e giustizia sociale' si erano rivelati forze trainanti per il cambiamento. Ma oggi molti di questi giovani attivisti stanno languendo dietro le sbarre, a conferma del fatto che l'Egitto sia regredito a uno stato che ricorre appieno alla repressione" - ha proseguito Sahraoui. Amnesty International ha fortemente condannato l'uccisione del procuratore generale Hisham Barakat in un attentato eseguito al Cairo il 29 giugno, definendola "un omicidio a sangue freddo, un atto codardo e che suscita disprezzo".
"In uno stato di diritto, giudici e procuratori devono essere liberi di svolgere il loro lavoro senza minacce di violenza. L'organizzazione per i diritti umani ha sollecitato le autorità egiziane a non rispondere all'omicidio del procuratore Barakat prendendo ulteriormente di mira manifestanti e attivisti pacifici e ha espresso preoccupazione per il numero delle persone attualmente in carcere a seguito della repressione del dissenso. Il governo di Abdel Fattah al-Sisi non sembra infatti allentare la sua politica oppressiva.

Secondo gli ultimi dati diffusi dagli attivisti egiziani per i diritti umani, il giro di vite ha visto più di 41.000 persone arrestate, accusate di reati penali e processate in modo irregolare."Il livello della repressione è agghiacciante. Le autorità egiziane hanno dimostrato che non si fermeranno di fronte a nulla nel tentativo di soffocare ogni sfida al loro potere" - ha sottolineato Sahraoui. "Tra le persone in carcere vi sono leader di movimenti giovanili apprezzati a livello internazionale, difensori dei diritti umani e perfino bambini che indossavano magliette con slogan anti-tortura" - ha precisato Sahraoui.

La Legge sulle proteste, entrata in vigore nel novembre 2013, autorizza le autorità a arrestare e processare dimostranti pacifici a loro piacimento e criminalizza la mera azione di scendere in strada senza previa autorizzazione. Inoltre, dà alle forze di sicurezza mano libera per ricorrere alla forza eccessiva e letale nei confronti di manifestanti pacifici. "La Legge sulle proteste è diventata la corsia preferenziale per imprigionare manifestanti pacifici, trattati alla stregua di criminali.
Dev'essere abolita immediatamente" - ha chiarito Hassiba Hadj Sahraoui. Il giro di vite iniziato nel luglio 2013 con l'arresto di Morsi e dei suoi sostenitori, tra cui i leader più in vista della Fratellanza musulmana, si è allargato fino a colpire l'intero panorama politico egiziano.

Tra i giovani imprigionati in modo arbitrario vi sono gli attivisti Ahmed Maher e Mohamed Adel del "Movimento giovanile 6 aprile", il noto blogger Ahmed Douma, Alaa Abd El Fattah, un blogger e autorevole voce critica che è stato in prigione sotto Hosni Mubarak e il Consiglio supremo delle Forze armate, e i difensori dei diritti umani Yara Sallam e Mahienour El-Massry.
Insieme a loro, si trovano in carcere persone che hanno protestato contro la deposizione di Morsi, come il cittadino irlandese Ibrahim Halawa, le studentesse universitarie Abrar Al-Anany e Menatalla Moustafa e la insegnante Yousra Elkhateeb.
Sono stati tutti condannati per aver sfidato la durissima Legge sulle proteste o ulteriori norme che limitano in modo arbitrario il diritto alla libertà di manifestazione pacifica. Il gruppo di attivisti "Libertà per i valorosi" ha denunciato una nuova ondata di arresti, scattata a metà del 2015, che ha visto almeno 160 persone finire in carcere in condizioni equivalenti a sparizioni forzate.


Graffiti a Mohamed Mahmoud Street, Cairo
Graffiti a Mohamed Mahmoud Street, Cairo

A sua volta, la Fratellanza musulmana ha denunciato nuovi arresti tra i suoi seguaci. Le autorità egiziane cercano sovente di giustificare le politiche restrittive ricorrendo al tema del mantenimento della stabilità e della sicurezza. Ma sebbene in alcuni casi i manifestanti abbiano usato violenza, la risposta delle forze di sicurezza è stata sistematicamente sproporzionata. Molti arrestati sono stati portati di fronte ai giudici a seguito di accuse false o motivate politicamente e sono stati condannati, al termine di processi di massa con centinaia di imputati, sulla base di prove insufficienti o inesistenti o solo grazie a testimonianze da parte delle forze di sicurezza o a indagini della Sicurezza nazionale. Altri sono in carcere da lungo tempo senza accusa né processo.

Tra questi, c'è lo studente Mahmoud Mohamed Ahmed Hussein, arrestato mentre tornava a casa dopo aver preso parte a una protesta, solo a causa dello slogan scritto sulla sua maglietta. Secondo i suoi familiari e avvocati, ha "confessato" sotto tortura attività collegate al terrorismo. Ha trascorso il suo 19esimo compleanno in prigione, dove è rinchiuso da più di 500 giorni. Il dato di migliaia di persone condannate per false accuse o a causa di leggi che limitano la libertà di espressione e di manifestazione pacifica, è in profondo contrasto coi pochi casi di agenti di polizia processati per violazioni dei diritti umani a partire dal gennaio 2011.

Nessun membro delle forze di sicurezza è stato chiamato a rispondere sul piano penale per il massacro di centinaia di sostenitori di Morsi, avvenuto nelle piazze Rabaa Adawiya e al-Nahda del Cairo il 14 agosto 2013. Amnesty International ha sollecitato i partner internazionali dell'Egitto a non sacrificare i diritti umani nel dialogo con le autorità. I leader dei paesi influenti dell'Unione europea, tra cui Francia, Italia e Germania, hanno avuto colloqui con il presidente Abdel Fattah al-Sisi mentre la sua amministrazione metteva migliaia di oppositori politici dietro le sbarre. Non risulta in alcun modo che durante questi incontri sia stata chiesta la fine di queste gravi violazioni dei diritti umani.

La Gran Bretagna ha invitato a colloqui il presidente al-Sisi un giorno dopo che Morsi era stato condannato a morte al termine di un processo irregolare. A marzo, il governo degli Stati Uniti d'America ha annunciato la fine del blocco sui trasferimenti di armi all'Egitto e l'offerta di assistenza militare continuativa alle forze armate e di sicurezza del paese. "La grande ipocrisia dei partner egiziani è stata messa a nudo dalla corsa a concludere lucrosi accordi commerciali, ad acquisire influenza politica, a collaborare in materia d'intelligence e a concludere nuove vendite e trasferimenti di equipaggiamento per le forze di polizia che potrebbero facilitare le violazioni dei diritti umani" - ha dichiarato Sahraoui.

"I leader globali si stanno rimangiando le promesse fatte ai giovani egiziani dopo la caduta di Mubarak, nel febbraio 2011. L'Egitto mette in galera attivisti pacifici mentre il mondo guarda altrove. Gli stati restano in silenzio, così come la comunità internazionale e il Consiglio Onu dei diritti umani" - ha concluso Sahraoui. Le autorità hanno giustificato il giro di vite citando anche l'aumento della violenza politica. L'Egitto subisce attacchi da gruppi armati, che secondo le autorità hanno causato la morte di centinaia di soldati, in particolare nel Sinai settentrionale, e di molti civili. Amnesty International condanna senza riserve gli attacchi ai civili ma sollecita le autorità a non usare queste minacce come pretesto per violare i diritti umani.

TunisiLuca Cardin, Zeroviolenza
2 aprile 2015

Cardin: Chiara Sebastiani, Che conseguenze può avere questo attentato nel processo di democrazia messo in atto in Tunisia e negli equilibri geopolitici della sponda sud del Mediterraneo?

Sebastiani: Che la neonata democrazia tunisina sia ancora fragile lo sanno tutti, i tunisini, la comunità internazionale, e anche coloro che vorrebbero soffocarla sul nascere (o seppellirla viva, come facevano con le neonate le tribù preislamiche).
Manifestazione Tunisi BardoLuca Cardin, Zeroviolenza
30 marzo 2015

Cardin: Chiara Sebastiani, la Tunisia è al centro delle cronache di questi giorni per l'attentato al Museo del Bardo. La scelta di colpire il Paese da cui è partito il movimento delle "primavere arabe" fa parte di una precisa strategia dell'Isis o è frutto di "cellule dormienti" che si sono mosse senza un ordine preciso?

Sebastiani: Mantengo molti dubbi sulle rivendicazioni dell'Isis. Questa è ormai diventata una sigla con la quale chiunque può rivendicare quello che vuole, come è stato in passato per Al Qaeda.

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