Minima et Moralia
16 07 2014

Il conflitto israelo-palestinese continua. O meglio il conflitto tra l’esercito israeliano e le milizie di Hamas. O meglio il bombardamento di Gaza. O meglio l’operazione Protective Edge e il tentativo di fermarlo, o di reagire quantomeno. (Si può reagire a una difesa?) O meglio la resistenza palestinese all’ennesima prevaricazione colonialista di Israele.

Molto di quello che si scrive in questi giorni su quello che accade lì (in Israele, in Palestina, nella Striscia di Gaza? non è semplice nemmeno definire i confini geografici di questo conflitto) è – nel migliore dei casi – un processo di continua ricontestualizzazione: storica, geopolitica, terminologica… Del resto appena si pronuncia la prima frase di un abbozzo di analisi, si sente arrivare subito il fiato del commentatore pronto a inveire, a dare dello stronzo, a replicare nella cruenta piccola virtualità un fantasma del conflitto reale. Difendi Hamas? Ma come fai? Difendi Nethanyahu? Ma come fai? Non ti schieri? Ma come fai? Inviti al silenzio? Vigliacco. Mostri le foto dei bambini morti? Ricattatorio. Non le mostri? Pavido. L’hai letto l’articolo degli ebrei che guardano i bombardamenti come se fosse uno show televisivo? L’hai letto il pezzo su Hamas che utilizza i bambini come scudi umani?

Dopo qualche giorno anche gli articoli di giornali si sono polarizzati. Da una parte c’è chi continua a raccontare le storie presuntamente strappalacrime (vedi la vicenda giornalistica pessima ma istruttiva di Umberto De Giovannangeli, che ricicla un pezzo di sette anni fa e poi si giustifica adducendo come scusa il simbolismo della ripetitività), dall’altra c’è chi prova a spiegare in modo più chiaro e articolato possibile gli elementi in gioco. Su Rivista Studio, per esempio, e sul Post, Anna Momigliano e Giovanni Fontana si sono giustamente sentiti il dovere di esimersi dagli editoriali engagé e di riannodare i fili punto per punto, volando almeno un po’ più alto del commento de core all’emergenza quotidiana.

Ma quello che è evidente a chi in questi giorni legga, s’informi, attraverso le voci meno confuse della stampa italiana e internazionale, è che lo stallo non è solo quello di una situazione compromessa da decenni di stupidità politica – quella che ha prodotto (diciamolo per essere chiari e provare a evitarci qualche insulto) da una parte la leadership di un’organizzazione come Hamas che non riconosce Israele, dall’altra la leadership di Netanyahu che di fatto perpetua uno stato di occupazione militare di un territorio come la Striscia di Gaza.
L’impasse è anche quello di due retoriche incastrate alla perfezione in un double bind speculare.

Hamas dichiara che vuole ammazzare tutti, militari e civili, ma i razzi che lancia vengono intercettati dallo scudo Iron Dome e non fanno vittime. Netanyahu dichiara che non vuole uccidere civili, ma ne uccide una trentina al giorno.
Così l’asimmetria dei 200 e passa e morti dalla parte palestinese e una donna morta di crepacuore per lo scoppio di un missile spinge molti giornalisti o presunti tali a cretini dilemmi, del tipo: vorresti che ci fossero più morti dalla parte israeliana, ti sembrerebbe una guerra più equilibrata?
D’altronde poi nessuna delle due parti ammette che questa è una guerra: da una parte è resistenza, dall’altra protezione preventiva. Hanno ragione entrambe le parti (e quindi ovviamente una ragione inutile e idiota), perché si nutrono della retorica del nemico oltre che della propria.
Facciamo un’ipotesi. Cosa accadrebbe se i bombardamenti su Gaza veramente non uccidessero civili? La destra sionista perderebbe consensi – come, la forza militare d’Israele non è così efficace?

Oppure. Cosa accadrebbe se veramente i razzi palestinesi uccidessero civili? La simpatia internazionale per le ragioni dei palestinesi entrerebbe seriamente in crisi.
I ragazzi ammazzati, bruciati vivi, servono a entrambe le parti. Hamas e Netanyahu vivono per la propria sopravvivenza, che gli è garantita dalla demente, prevedibile, ferocia dell’altra parte in gioco. Cosa c’è di più atrocemente ridicolo di un esercito che manda ogni tanto degli sms per avvertire la popolazione prima di bombardare? Cosa di più atrocemente idiota di chi risponde a questi avvertimenti usando degli scudi umani?
Molti degli analisti internazionali in questi giorni scrivono che l’obiettivo di questa escalation non è null’altro che l’escalation. Che per Netanyahu questa prova di forza è una specie di lavacro nel sangue vitale per un rito di oppressione che ha da sette anni come liturgia quotidiana un embargo per una popolazione stremata. Che per Hamas, dall’altra parte, questo serve a dimostrare una capacità di guidare un popolo palestinese privo di leader credibili, radicalizzando i contrasti.

Ma vorrei aggiungere una piccola notazione.

In questa discussione poi c’è sempre più spesso un grande assente. Noi. Ecco, sembra che il conflitto riguardi una storia della quale siamo da anni al massimo empatici spettatori. Eppure, se forse c’è qualcosa di chiaro in quest’edizione 2014 della guerra tra israeliani e palestinesi è che le cose stanno cambiando e molto sul piano internazionale. Le primavere arabe sono fallite in tutto il Maghreb tranne (forse) in Tunisia, la Siria è una terra devastata, l’Isis sta diventando una realtà in espansione… L’idea di un ceto medio arabo, della crescita di un’opinione pubblica sul modello di quella europea, sembra ogni giorno di più un mito fragile. Dal punto di vista storico, sembra di essere regrediti alla fine degli anni ’70, con una differenza però di non poco conto. Il pacifismo e l’internazionalismo non esistono più. Non esiste una cultura pacifista né una cultura internazionalista, se non in sacche di residuale volontariato. Non esistono per una ragione ben precisa: da anni abbiamo smesso di pensare a cosa accadeva al di là dei nostri piccoli orti. Sono state dismesse le redazioni all’estero, la geografia è stata ridotta nell’insegnamento a scuola, i giornali hanno deciso che era interessante solo quello che accadeva ad Arcore o a Garlasco… Fino a dieci anni fa, mi ricordo che quando d’estate andavo alla Festa dell’Unità o di Liberazione, ero assediato da militanti che mi chiedevano interesse per qualche conflitto rimosso dai media; oggi mi vendono saponette bio.

Qualche giorno fa una mia amica storica – storica nel senso che fa la storica di professione -, Vanessa Roghi, mi raccontava la puntata che aveva preparato per un programma Rai Tre su Giorgio La Pira. Molte delle cose che mi diceva sul sindaco-profeta, cattolico e di sinistra, non le conoscevo, ma non mi meravigliavano. Una cosa invece mi sembrò sorprendente: il suo impegno per la pace tra Israele e Palestina. I viaggi che fece, dopo la Guerra dei Sei Giorni, tra gli ebrei a Hebron e tra i palestinesi nella Gerusalemme Est occupata. Che idea incredibile, quasi eroica, ingenua, fanciullesca, della politica, mi dicevo, eppure. Oggi mi chiedevo quale sindaco si spingerebbe in un viaggio sotto le bombe? Quale sindaco penserebbe che quella storia non è solo una notizia da prima pagina, ma qualcosa che lo riguarda di persona?

La disperazione di Gaza, sull'orlo di una crisi umanitaria

  • Mercoledì, 16 Luglio 2014 08:12 ,
  • Pubblicato in L'ESPRESSO

L’Espresso
16 07 2014

E’ durata solo poche ore la tregua virtuale tra Israele e Gaza. Dopo 194 morti e circa 1400 feriti, la diplomazia internazionale sembrava essersi svegliata da un imbarazzante torpore e ha provato a far pressione sulle due parti per raggiungere uno stop alle violenze. La cordata diplomatica, che ha provato ad aprire uno spiraglio di cessate il fuoco, capeggiata dell’Egitto del presidente Abdel el-Sisi, ha visto accodarsi in serie Lega Araba, ONU, USA, la diplomazia europea e in ultima battuta il presidente dell’Anp, Mahmoud Abbas. Il gabinetto di governo israeliano si era detto disponibile a discutere la proposta egiziana, mentre Hamas e la Jihad Islamica hanno risposto picche: forse più una boutade ideologica che una vera intenzione di sostenere il confronto militare. Così sono ripresi i raid degli aerei dello Stato ebraico.

Si chiama "Roof-knocking" ed è una controversa tecnica con cui Israele, oltre a volantini, telefonate e sms, avverte i cittadini di Gaza di un imminente attacco, per limitare al massimo le vittime tra i civili. "Roof-knocking" letteralmente significa "bussare sul tetto": in pratica, gli aerei israeliani lanciano prima una piccola bomba sul tetto dell'edificio nel loro mirino. Come si vede nel video, si tratta di una sorta di "avvertimento". Dopo la prima piccola esplosione, infatti, gli inquilini hanno circa un minuto per scappare, prima del bombardamento vero.

Gaza intanto è sull'orlo di una crisi umanitaria. Secondo l’organizzazione britannica Oxfam , quasi quattrocentomila persone sono senza acqua e servizi igienico-sanitari e il novanta percento dell’acqua potabile è a rischio contaminazione. L'ufficio di coordinamento per i diritti umanitari (OCHA) riporta che almeno il 77% dei decessi riguarda civili, di cui il 30% è rappresentato dai bambini. Grazie agli “efficienti” miliziani di Hamas, che hanno colpito con i loro razzi i fili dell’alta tensione che fornisce elettricità a Khan Younes e a Deir Balah, settantamila persone sono senza elettricità. E se si aggiunge che a Gaza la luce era già razionata in periodi di otto ore per quartiere, si ha l’idea della drammaticità della situazione. Diciassettemila abitanti di Beit Lakhia, al-Atatara e al-Salatin–nord della Striscia- hanno, nei giorni scorsi, abbandonato le proprie case a seguito delle minacce israeliane di bombardare l’area da dove si ritiene siano partiti la maggior parte degli attacchi sul suolo israeliano. Si sono rifugiati nelle strutture dell’UNWRA, a Gaza city, dove sono ammassati in una delle scuole dell’agenzia per i rifugiati in condizioni drammatiche.

I complessi ospedalieri della Striscia sono quasi al collasso: negli ultimi giorni hanno dovuto trattare centinaia di feriti e hanno subito danni alle proprie strutture dovuti ai bombardamenti israeliani. Nell’ospedale di Al-Shifa – il più grande della Striscia - dottori e paramedici lavorano a turni massacranti, medicine e materiale per il pronto soccorso cominciano a scarseggiare. “La situazione è peggiore del 2012” si è lamentato con L’Espresso il direttore del pronto soccorso Ayman Sahabani. “Allora il valico di Rafah era aperto e un po’ di materiale medico riuscivamo a riceverlo, una tregua è necessaria, non riusciremmo a sostenere un’altra settimana come questa”. Nel centro di riabilitazione per malati cronici Al-Wafa, al confine con Israele, una decina di attivisti del collettivo militante pro-palestinese ISM (International Solidarity Movement) - di cui faceva parte anche l’attivista italiano Vittorio Arrigoni - hanno deciso di fare da scudi umani a protezione dell’ospedale bombardato sabato - e presidiano la struttura per fare da deterrente a possibili raid dell’aviazione israeliana.

L'esercito israeliano ha colpito, tra la scorsa notte e l'alba di oggi, oltre 300 obiettivi nella Striscia di Gaza.

“In un mondo normale non dovremmo nemmeno essere qui” dichiara Charlie Andreasson, uno degli attivisti che a turno rimangono nell’ospedale. “La legge internazionale” aggiunge “proibisce di colpire qualunque struttura medico-sanitaria, ma l’esercito israeliano sembra fregarsene”.

Le strade di Gaza continuano ad essere deserte, nei pochi negozi di alimentari ancora aperti incominciano a scarseggiare alimenti e acqua, la mancanza di elettricità sta facendo marcire il cibo nei congelatori. L’unico segno di vita proviene dai richiami alla preghiera, dalle automobili dei media che si affrettano a filmare l’ultimo massacro di civili e da qualche carretto trainato da somari.

L’impasse legata alla mozione egiziana conferma le divisioni delle fazioni palestinesi, non solo con la leadership di Ramallah, ma anche all’interno degli stessi gruppi militanti. Le compagini politiche di Hamas e della Jihad Islamica, come confermato dai portavoce Mussa Abu Marzouk e Khaled al-Batash, si sarebbero dichiarate disponibili a discutere la proposta del Cairo, ma le rispettive compagini armate, le brigate Qassam e al Quds, non sembrano disposte a posare le armi e vedono la tregua come un sconfitta e una sottomissione ad Israele.


L’asimmetria dello scontro è li, davanti agli occhi di tutti: razzi fatti in casa e qualche ferrovecchio di produzione iraniana o siriana, contro la quarta potenza militare mondiale. I miliziani islamici non sembrano farsene una ragione e i vari Mario Rossi e Anna Bianchi – in questo caso i Mohammed e le Fatima - continuano a pagarne le conseguenze. Oggi, centinaia di migliaia di studenti palestinesi di Gaza, avrebbero dovuto ricevere i diplomi di maturità (Tawjili) necessari per accedere all’università. Ma molti di quei giovani non sapranno mai i loro voti.

#StandUp4Palestine

  • Martedì, 15 Luglio 2014 13:35 ,
  • Pubblicato in Flash news

Casa per la pace Milano
15 07 2014

Un messaggio di pace e libertà per attirare l’attenzione di media e opinione pubblica sull'occupazione militare israeliana in Palestina e sull’escalation di violenza che in questi giorni si sta abbattendo sulla popolazione civile palestinese.

Condividi per aiutarci ad abbattere il muro del silenzio:

#GiveBackOurFreedom

#StayHuman

#StopImpunity

La campagna non è contro i cittadini israeliani, ma contro le politiche del loro governo. La campagna è contro l'antisemitismo, il razzismo e il fondamentalismo in ogni loro manifestazione.

EN

A message of peace and freedom in order to draw the attention of the media and public opinion to the Israeli military occupation in Palestine and to the escalation of violence that is mowing down the Palestinian population.

Please share to help us break down this wall of silence:

# GiveBackOurFreedom
# StayHuman
# StopImpunity

This campaign is not against Israeli citizens, but against their government’s policy. The campaign is against anti-Semitism, racism and fundamentalism in all their forms.

AR

 

هذه رسالة سلام و حرية لنلفت نظر الرأي العام والإعلام حول الإحتلال العسكري الإسرائيلي لفلسطين والعنف اتجاه شعبه.

شارك في حملة كسر حائط الصمت

# GiveBackOurFreedom

# StayHuman

# StopImpunity

 

هذه الحملة ليست موجهة ضد المواطن الإسرائيلي انما اتجاه سياسة حكومته. هذه الحملة ضد

HEB

מסר של שלום וחירות שנועד לעורר את תשומת הלב של התקשורת ושל דעת הקהל לכיבוש הצבאי הישראלי בפלסטין ולהסלמה במעשי האלימות הננקטים בימים אלה נגד האוכלוסייה האזרחית הפלסטינית.

שתפו כדי לעזור לנו לשבור את חומת השתיקה:

#GiveBackOurFreedom

#StayHuman

#StopImpunity
קמפיין אינו נגד אזרחי ישראל אלא נגד מדיניות ממשלתה. זהו קמפיין נגד כל גילוי של אנטישמיות, גזענות ופונדמנטליזם

 

 

FR

Ceci est un message de paix et de liberté, afin d'attirer l'attention des médias et de l’opinion publique sur l'occupation militaire israélienne en Palestine et sur l'escalade de la violence qui frappe la population civile palestinienne ces derniers jours.

Partagez, pour nous aider à briser le mur du silence:

# GiveBackOurFreedom
# StayHuman
# StopImpunity

La campagne n'est pas contre les citoyens israéliens, mais contre la politique de leur gouvernement. La campagne est contre l'antisémitisme, le racisme et le fondamentalisme dans toutes ses manifestations.

ES

Un mensaje de paz y de libertad con el objetivo de atraer la atención de los medios de comunicación y de la opinión pública sobre la ocupación militar israelí en Palestina y sobre la escalada de violencia que sufre la población civil palestina en estos días.

Comparte para ayudarnos a romper el muro de silencio:

# GiveBackOurFreedom
# StayHuman
# StopImpunity

Esta campaña no está dirigida contra los ciudadanos de Israel, sino contra la política de su gobierno. La campaña es contra el antisemitismo, el racismo y el fundamentalismo en todas sus manifestaciones.

Gaza, noi e la "questione palestinese"

  • Martedì, 15 Luglio 2014 08:10 ,
  • Pubblicato in DINAMO PRESS

Dinamo Press
15 07 2014

Da qualche parte bisogna ripartire. Oggi bisogna difendere Gaza dall'escalation militare, inceppare la macchina da guerra armata, ma anche quella mediatica ed economica. Oggi dobbiamo tornare a dire, forte e chiaro, che siamo tutti palestinesi.

1. Il titolo, in taglio basso, della prima pagina del Messaggero di oggi non lascia dubbi: "Allarme razzi a Tel Aviv". A rinforzare il titolo, una foto di una soldatessa israeliana che mette in mostra i resti di un razzo intercettato, quegli ordigni che fino ad oggi hanno provocato zero vittime e zero feriti. Nell'occhiello in alto, minuscolo, la conta dei morti palestinesi: oltre 100, mentre i feriti non si contano più. All'interno, il racconto del massacro emerge con più forza ma accanto, come in un macabro gioco di specchi, viene pubblicata un' "inchiesta" sulla diffusione di immagini di guerra strazianti, di repertorio o riferite ad altri scenari di guerra, utilizzate per una "campagna mistificatoria" contro la bontà delle operazioni di Israele, i suoi raid chirurgici e pre-allertati. Secondo il giornale, i morti arabi sarebbero dovuti, nella maggior parte dei casi, alla crudeltà di Hamas che utilizza donne e bambini come "scudi umani".

Siamo allo zenit della cattiva coscienza europea e occidentale, fatta di neo-colonialismo e razzismo di ritorno, collusione di interessi e quintali di ignavia politica ed etica. Le ultime notizie che giungono dai residui dell'opposizione interna al governo di Netanyahu consegnano una firma beffarda sulla tragedia: il quotidiano progressista Ha'aretz, grazie a una fonte interna ai servizi segreti, riporta il resoconto di una riunione dei vertici dello Shin Bet, tenuta lo scorso 5 giugno, in cui si ipotizzava uno scenario abbastanza dettagliato del sequestro di tre giovani coloni, come test di prova per l'esercito alla luce di una recente proposta di una legge che avrebbe consentito al governo la possibilità di scambiare gli ostaggi con terroristi condannati per omicidio.

Quale corto circuito culturale e politico, nel nostro paese, ha prodotto un muro di gomma cosi impenetrabile a difesa del governo di Israele, quando molti di questi mattoni sono stati impastati da certa sotto cultura cattolica, reazionaria, borghese profondamente antisemita? Quando si è compiuta l'inversione di marcia, nei confronti dei movimenti e della sinistra radicale, che ha deciso di bollare come antisemita ogni espressione di opposizione all'apartheid e all'estremismo sionista?

2. Non serve immergere la testa nelle paludi complottiste per cogliere i nessi mostruosi tra cause, effetti e interessi in campo. In un senso di impunità che ricorda alcuni precedenti storici - viene in mente il Sud Africa dell'apartheid, le guerre imperialiste Usa, le dittature militari sud americane, i massacri polpottiani - il governo di Israele si prepara a invadere via terra la Striscia di Gaza, una sorta di mega campo di concentramento a cielo aperto, con la più alta densità demografica del mondo e un livello di vita che definire infernale è alquanto realistico.

Quasi 50 anni di "routine del male" hanno prodotto una anestetizzazione di massa alla guerra, alla sopraffazione, al massacro di bambini, donne e uomini di ogni età, quasi sempre civili. Israele si presenta già come stato binazionale, con pesanti discriminazioni interne che colpiscono il 20% di popolazione araba-israeliana, a cui è interdetta una sostanziale mobilità sociale e l'accesso ad alcuni funzioni politiche e amministrative. Le immagini di alcuni abitanti di Siderot, al confine con Gaza, che organizzano visioni colettive dei bombardamenti sulla Striscia come se stessero davanti a uno spettacolo estivo di fuochi d'artificio, dà l'idea del livello di degrado della percezione pubblica della guerra ai palestinesi, di come l'odio e il razzismo hanno permeato le coscienze di una storia nata, comunque la si veda, con l'ambizione puntuale (per gli ebrei) ma universale (per tutti gli oppressi) di mettere fine a secoli di discriminazioni.

Che fine hanno fatto le manifestazione oceaniche di Peace Now e della sinistra israeliana della prima Intifada? Che cosa ha prodotto l'esemplarità e il coraggio dei "refusenik", i militari obiettori che pagano con il carcere la loro disobbedienza? Dove si è perso il fragile ma importante movimento "Occupy" che nel 2012 aveva aperto un varco contro le politiche neo-liberali e di austerità di Tel Aviv? Dove sono le parole degli intellettuali israeliani contro l'occupazione? Dove sono finiti gli studenti, i giovani e i movimenti laici, queer e per i diritti civili?

3. Venerdi 11, tardo pomeriggio. Il presidio romano, circa 500 persone, decide di muoversi verso via Cavour. In testa lo striscione "Roma antfascista con la resistenza palestinese". Prima di partire, partono alcuni insulti diretti a fotografi e giornalisti rei di rappresentare la guerra a Gaza solo dalla parte del governo israeliano, anche se effettivamente, in questa occasione, molti dei reporter presenti sono da sempre vicini o addirittura "interni" ai movimenti romani. Negli stessi istanti, tre giovani palestinesi, si inginocchiano davanti allo striscione, catturando l'attenzione di video camere e cellulari. Iniziano a pregare, ripetendo il rituale della devozione, piegandosi e rialzandosi più volte come prevede il rito islamico. Davanti il divieto della polizia, il corteo fa dietro front, e nel giro di un'ora scarsa, percorre le poche centinaia di metri fino al Colosseo, dove si scioglie senza rumore. Pochi frame di una generosità militante che, nello smarrimento di pratiche e di obiettivi spendibili, si traduce in uno strano mix di impotenza politica e rappresentazione identitaria (e religiosa), distante anni luce dalla storia straordinaria, laica e radicale, della resistenza palestinese.

Una volta, fino agli anni Ottanta, le icone della resistenza erano legate a un immaginario di sinistra o rivoluzionario, rappresentate ad esempio dalla presenza in prima fila - nei gruppi armati, nella direzione politica, nelle immagini di propaganda - di figure femminili, laiche ed emancipate. Nella stessa Olp, le componenti di Al Fatah (Yaser Arafat) e del Fronte popolare (George Habash), si contendevano la guida giovanile e proletaria, ma anche colta, della lotta nazionale.

Il crollo del Muro di Berlino, la lunga onda restauratrice neo-liberale, le operazioni da apprendista stregone di Israele - che a metà anni Ottanta promuove direttamente e indirettamente la nascita di Hamas e dell'estremismo religioso per indebolire la leadership di Arafat - ridefiniscono lo scenario politico e sociale palestinese, che ad oggi vive una doppia debolezza non più eludibile: da una parte, la fragilità politica, programmatica e "morale" dell'Autorità nazionale palestinese, che esprime una flebile sovranità sulla Cisgiordania; dall'altra, il partito-stato di Hamas, che nella Striscia di Gaza coltiva una grande capacità di consenso anche attraverso la sedimentazione di un sistema organico di "welfare" (per quello che può significare questo concetto in una zona di guerra e di estrema povertà).

Come favorire, sostenere, alimentare la riapertura di un altro, terzo, nuovo, "spazio politico" di resistenza, nei territori occupati ma anche tra gli arabi di Israele e nei paesi vicini? Che ruolo possono avere i movimenti di opposizione sociale alla crisi globale, la cooperazione internazionale, i progetti autorganizzati di diplomazia e solidarietà dal basso?

La liturgia della testimonianza ha tramortito anche le forme militanti della solidarietà internazionale. Dodici anni fa (sembra un secolo), l'assedio al quartier generale di Arafat, a Ramallah, fu rotto da una straordinaria azione di solidarietà trans-nazionale, figlio legittimo del gigantesco movimento contro la "guerra globale e permanente", che li trovò una delle sue poche traduzioni di pratiche e di programma. Davanti la crisi e la ridefinizione delle forme storiche della sovranità, della rappresentanza e delle relazioni istituzionali globali, bisognava sperimentare forme di diplomazia diretta dal basso, in un rapporto "comune" e non più di solidarietà esterna.

Quel piano, allora, era settato sulla dimensione della guerra guerreggiata, inaugurata nei Balcani negli anni Novanta e proseguita da Bush negli anni zero in Afghanista e in Iraq.

Ora si tratta, probabilmente, di ripensare la lotta per l'autodeterminazione palestinese dentro una nuova prospettiva "comune", legata alla crisi economica globale, alla nuova "accumulazione originaria", ai meccanismi di sfruttamento delle risorse e dei beni comuni naturali e artificiali, che in Palestina si traducono con il saccheggio di terra, acqua, risorse e forza lavoro schiavizzata. Una declinazione neo-coloniale delle politiche neo-liberali che, senza un'opposizione di nuovo conio, interna e globale, rischia di arrivare al punto di non ritorno, quello della pulizia etnica.

Da qualche parte bisogna ripartire. Oggi bisogna difendere Gaza dall'escalation militare, inceppare la macchina da guerra armata, ma anche quella mediatica ed economica. Oggi dobbiamo tornare a dire, forte e chiaro, che siamo tutti palestinesi.

facebook