Amministratrici delegate e licenziate

  • Mercoledì, 07 Maggio 2014 08:26 ,
  • Pubblicato in INGENERE

Ingenere
07 05 2014

Negli ultimi dieci anni i licenziamenti degli amministratori delegati ammontano a meno di tre su dieci tra gli uomini e a due su cinque tra le donne. Questi sono i dati che riporta il Financial Times, riprendendo uno studio fatto nel 2013 sulle 2500 maggiori società pubbliche per valore di mercato. Per-Ola Karlsson, co-autore dello studio realizzato da Strategy&, individua due cause principali del licenziamento a grande maggioranza femminile.

Da un lato c’è il fattore “beneficio del dubbio”: molte compagnie sono state spesso spinte ad assegnare ruoli di spicco alle donne, andando incontro a rischi effettivi e consistenti pur di avere una donna come amministratrice delegata. Dall’altro c’è il fatto che lo spazio delle riunioni rimane fortemente dominato dagli uomini. Molte donne che occupano posti di alto livello riferiscono che si tratta di ambienti difficili in cui lavorare, dove non sempre i colleghi sono solidali e ben disposti.

Da questo studio risulta che le donne cui è stato assegnato il ruolo di amministratrici delegate sono il 3%, dunque sono diminuite rispetto al 4,2% dell’anno precedente. Tuttavia Strategy& prevede che nel 2040 circa un terzo degli amministratori delegati sarà di sesso femminile grazie alle spinte sociali verso il cambiamento e alla presenza delle donne nei corsi di studio e nei settori della finanza predominantemente maschili.

Donneuropa.it
09 04 2014

Nel 2012 il sito di informazione americano The Daily Beast l’ha nominata tra le 150 donne più coraggiose nel mondo. E del mondo lei si sente cittadina, ma insieme “profondamente e orgogliosamente italiana”. Lorella Zanardo è autrice del documentario Il corpo delle donne, visto da oltre 5 milioni di persone sul web, e del libro Senza chiedere il permesso – Come cambiamo la tv (e l’Italia) (Feltrinelli, 2012).

Dopo aver trascorso gran parte della sua vita all’estero, tra Germania, Inghilterra e Francia, nel 2009 ha deciso di ricominciare in Italia, per “lottare su temi di cui in altri paesi è quasi banale parlare, mentre qua c’è ancora tanto da fare”: i diritti delle donne, l’educazione di ragazze e ragazzi ai media e alla cittadinanza attiva. Questa primavera per lei si è aperta una nuova avventura, come candidata al Parlamento Europeo della Lista Tsipras.

Spesso in questi anni hai richiamato l’attenzione sulla distanza tra l’Italia e altri paesi europei per quanto riguarda il sessismo nei media. L’Italia è il fanalino di coda?

Purtroppo sì. Non è che negli altri paesi non ci sia il problema della rappresentazione delle donne nei media, ma se leggiamo una ricerca come quella del Censis, Donne e media, scopriamo che da noi è molto più grave. Intanto perché in Italia riguarda sia la televisione privata sia quella pubblica, mentre all’estero è un problema limitato alle emittenti commerciali. Poi è una questione di quantità: non è che in Francia non ci sia la donna soubrette – e perché non dovrebbe esserci? – ma non a tutti gli orari e in tutti i programmi. Certe storture italiane per cui persino i numeri del Lotto devono diventare sexy fanno ridere tutta l’Europa.

Ma a dire queste cose in Italia si finisce per essere tacciate di moralismo…

È abbastanza idiota il dibattito che c’è stato su questo. Non c’entra niente il moralismo: gli inglesi sono forse più moralisti? Siamo molto più moralisti noi. Ma la Bbc non manderebbe mai in onda una ragazza in ginocchio mezza nuda vicino a un uomo vestito, semplicemente per rispetto del 51% della popolazione.

E per quanto riguarda la scuola, l’altro grande tema su cui sei impegnata, come siamo messi?

La scuola italiana non ha avuto finora nulla da invidiare ad altri paesi europei. Dico finora perché da anni investiamo meno di altri paesi europei nell’educazione, e chiaramente è un grosso rischio per il futuro. In Italia poi non si fa nulla per l’educazione ai media, mentre per esempio nel resto d’Europa questa è una materia spesso obbligatoria. O almeno si formano gli insegnanti. Servirebbe moltissimo anche qui.

Nelle ultime settimane è nata una grande discussione intorno ai libretti che l’Unar voleva diffondere nelle scuole per l’educazione alle differenze. Alla fine sono stati bloccati. Qual è la tua posizione?

Chiaramente la mia posizione è che urge cultura nelle scuole. Noi – io e chi lavora con me – ci impegniamo perché nelle scuole venga fatta educazione sessuale, educazione alle relazioni, alla corporeità, all’affettività. L’unica cosa che mi viene da dire è che a volte facciamo il passo più lungo della gamba. Questo è un paese in cui i miei figli adolescenti a Milano non hanno mai fatto educazione sessuale, non hanno mai parlato a scuola neanche dell’ape e del fiore. Me l’aspettavo, questa reazione ai corsi sul gender, al libretto dell’Unar. Se non siamo neanche in grado di fare educazione sessuale, come ci si poteva aspettare che venisse accettato serenamente questo progetto così avanzato? È come voler raggiungere la Norvegia partendo da una situazione da Medioevo.

Consumi televisivi e abbandono scolastico: sono fenomeni che tu metti in relazione, in che modo?

In realtà metto insieme serie di dati che mi fanno riflettere. In Italia abbiamo una delle percentuali più alte di persone che guardano la Tv: il 98,7% della popolazione, che significa praticamente tutti. E non è vero quello che si dice per cui i ragazzi non guarderebbero più la tv: la guardano con modalità diverse, magari sul web. I contenuti televisivi hanno colonizzato completamente la rete. E quali contenuti? Abbiamo monitorato la televisione pubblica per un mese, scoprendo che Rai1 e Rai2, i canali generalisti della tv pubblica, quindi i più visti, fanno un investimento pari a zero in programmi culturali in ore diurne e serali. La scommessa sarebbe introdurre cultura in queste fasce, e così usare questo strumento anche per fare educazione.

Perché anche i dati sull’istruzione da quel che dici non sono confortanti…

Abbiamo un tasso di abbandono scolastico tra i più alti d’Europa: il 17,6% contro il 12,7% della comunità europea. E al Sud il dato sale al 25%. Questo è gravissimo. L’Ue ha posto l’obiettivo di abbassare questa percentuale al 10% entro il 2020, dunque bisognerà darsi una mossa nei prossimi anni. Quindi: abbiamo un servizio pubblico televisivo che non investe nulla in programmi educativi, e un abbandono scolastico da paese del terzo mondo. Attraverso una diversa tv si potrebbe fare molto.

Ma se l’Italia è il paese peggiore in questo panorama, non è una contraddizione impegnarsi in Europa anziché, per esempio, nella politica locale?

Molte cose in effetti possono partire dalle politiche locali. Ma una cosa bella dell’Europa è la possibilità di importare ed esportare buone prassi. Credo che mai come ora abbiamo bisogno di pensare e insegnare ai ragazzi che si può cambiare. È questa l’idea di Europa da comunicare ai giovani, non solo parlare di euro che a loro non interessa minimamente. Se l’Italia è al 71esimo posto nel Global Gender Gap, la graduatoria mondiale delle disparità di genere, sapere che paesi dell’Ue come la Finlandia o la Svezia si trovano ai primi posti è uno stimolo a darsi da fare.

Come si combatte il sessismo in tv e in pubblicità? Bisogna censurare le immagini offensive?

Censura è una parola che aborro. Non credo che ce ne sia bisogno del resto. Io miro a lavorare sull’innalzamento del livello di consapevolezza, ci vuole più tempo ma è il modo più democratico. Perché in altri paesi non sentono la necessità di mettere in televisione una valletta con il sedere per aria e un uomo che la umilia? Forse a loro non piacciono le donne? No, piacciono un sacco anche a loro. È un problema culturale. Noi siamo anche il paese in cui si leggono meno libri e quotidiani, e questo conta. Il mio modello è investire in scuola e in educazione permanente, anche per gli adulti.

Che legame c’è tra la donna-soprammobile in tv e la violenza sulle donne?

L’oggettivizzazione delle donne non è la causa unica della violenza, è una delle cause. Questo non ha nulla a che vedere con la nudità, ci sono immagini di nudo che non sono affatto de-umanizzanti, quello che oggettivizza è il punto di vista, quindi in televisione la telecamera: se questa inquadra ginecologicamente una donna, anche completamente vestita, e rimuove il volto, offre un’immagine de-umanizzante. Ed è un’immagine violenta perché porta chi guarda a vedere quel pezzo di corpo come qualcosa da possedere.

Eppure i dati dicono che, se in Italia il 27% delle donne ha subito violenza, in Danimarca addirittura il 52%, e poco meno in Finlandia e in Svezia. Come si spiega?

C’è in corso un fenomeno epocale che non riguarda solo l’Italia, quello che qualcuno definisce il “colpo di coda del patriarcato”. Ma è possibile anche un’altra spiegazione che dipende dal modo in cui viene percepita la violenza. Alcuni atti sono classificati come violenza in paesi del Nord e molto meno in Italia, per esempio la “toccatina al culo” di un uomo per strada. Mi ricordo un’amica inglese, in vacanza, che per un fianco sfiorato ha voluto andare dai carabinieri. Lì ho vissuto la differenza tra la percezione mia e sua. Quindi è necessario introdurre parametri simili per consentire una vera comparazione.

Insomma, cosa si dovrebbe fare urgentemente a livello europeo?

A me piacerebbe costituire al più presto un team di donne di tutti i paesi che si attivasse per portare avanti strumenti di educazione alla sessualità, alle relazioni, e anche ai media. Perché le immagini rimandano ai corpi. Ma siccome in Italia abbiamo il più alto tasso di analfabetismo funzionale tra gli adulti e la metà degli italiani fa fatica a comprende un articolo di quotidiano, bisogna investire urgentemente nella cultura. Altrimenti anche strumenti importanti a livello europeo qui saranno sempre rigettati: faranno la fine dell’opuscolo dell’Unar.

@giorgiaseru

Donne in politica: Se non sei al tavolo, sei nel menu

  • Martedì, 01 Aprile 2014 08:23 ,
  • Pubblicato in INGENERE

Ingenere.it
01 04 2014

L’uguale partecipazione nel processo decisionale è ora più importante che mai per il futuro della vita sociale ed economica dell’Unione. Le elezioni del 2014 al Parlamento europeo sono un momento decisivo. Idee dalla campagna per la parità.

Negli ultimi trent’anni il Parlamento Europeo ha progressivamente aumentato i suoi poteri decisionali e dal 2009 è diventato un co-legislatore a pieno titolo. Eppure, invece di aumentare, l’affluenza degli elettori è costantemente diminuita elezione dopo elezione.

Queste elezioni saranno anche le prime ad aver luogo nel contesto delle attuali misure di austerità, di cui gli Europei sono esausti. Dopo cinque anni di recessione, il conservatorismo ha preso il sopravvento in Europa, restringendo i diritti e frenando i progressi economici, sociali e democratici. Sebbene gli effetti della recessione siano stati accusati in primo luogo nei settori predominantemente maschili, sono state le donne le più colpite dalle misure di austerità. I drastici tagli nelle spese pubbliche relativi all’assistenza ai bambini e agli anziani, alla maternità ed al congedo parentale, così come le considerevoli diminuzioni delle assunzioni nel settore pubblico, hanno allontanato le donne dal coinvolgimento nella sfera pubblica.

La diversità di genere nel processo decisionale non è solo una questione democratica. Negli ultimi anni nel settore finanziario questa visione è diventa dominante. Infatti, la precedente ministra delle finanze e attuale direttrice del Fondo Monetario Internazionale, Christine Lagarde ha osservato che “quando le donne hanno successo, l’economia cresce”. Un’incontestabile evidenza mostra che quando le donne sono presenti in Parlamento influenzano le decisioni relative alle spese pubbliche in modo tale da difendere le loro priorità politiche.

Di fatto, nonostante il generale progresso nelle elezioni nazionali ed europee, il genere femminile è ancora sottorappresentato. Malgrado i miglioramenti, le donne continuano a costituire una minoranza nel Parlamento Europeo. Attualmente, il 35 % dei parlamentari europei è costituito da donne, ma c’è una notevole differenza tra i vari stati membri: nel 2013 Malta non aveva donne al Parlamento Europeo, ma 8 parlamentari finlandesi su 13 erano donne ( la rappresentanza femminile nel Parlamento finlandese raggiungeva il 67%) (Fonte: Parlamento Europeo). Nell’esecutivo la situazione è leggermente migliore: 9 commissari europei su 20 sono donne (fonte: Commissione Europea).

Ci sono barriere strutturali e culturali che ostacolano una partecipazione più differenziata alle elezioni, dice Petra Meier, professoressa ordinaria di Politica e preside della Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Antwerp durante il “Seminario sull’uguaglianza e la diversità di genere nella vita politica europea “Il mio parlamentare europeo mi rappresenta?!”, organizzato dalla Women’s Lobby nel Parlamento Europeo il 18 febbraio 2014.

La professoressa Meier è dell’idea che le barriere strutturali possano essere superate, almeno in parte, con le quote di genere e diversità? Attualmente non esiste un sistema di quote per le elezioni al Parlamento Europeo, solo 8 Paesi europei hanno istituzionalizzato la parità dei sessi nelle elezioni nazionali e 14 hanno una sorta di quota femminile volontaria a livello dei partiti. Meier mette in rilievo i diversi effetti dei vari sistemi di quote: un sistema a cerniera, per il quale uomini e donne si alternano nelle liste elettorali, è più efficace di una semplice quota in cui non c’è obbligo a porre le candidate donne in testa alla lista.

Le barriere culturali sono più difficili da abbattere perché hanno a che fare con abitudini, norme e aspettative relative al modo ideale di essere e di comportarsi dei candidati, le quali sono profondamente segnate da stereotipi di genere.

La campagna per la parità è stata avviata per affrontare questo squilibrio. Mira a promuovere l’uguale rappresentanza di donne e uomini in tutte le istituzioni europee e a mettere in primo piano nell’agenda politica dell’Unione Europea temi relativi ai diritti delle donne e all’uguaglianza di genere. Gli elementi principali sono tre: una campagna di sensibilizzazione, una dichiarazione congiunta delle istituzioni comunitarie sulla pari rappresentanza di uomini e donne e un Programma Politico Europeo che faccia da guida per conferire potere alle donne dei gruppi minoritari che progettano di partecipare alle prossime elezioni al Parlamento Europeo.

La campagna è guidata dalla European Women’s Lobby, sponsorizzata dalla Commissione Europea e supportata dai membri dei 5 maggiori partiti politici europei attualmente rappresentati nel Parlamento Europeo (il Partito Popolare Europeo, Socialisti e Democritici, l’Alleanza dei liberali e Democratici per l’Europa, i Verdi e la Sinistra Europea Unita- Sinistra Verde Nordica). La campagna ha preso il via ed è ora supportata da politici di rilievo, come i commissari Reding e Georgieva.

L’attuale sotto-rappresentanza delle donne nella vita politica significa che i temi legati alle donne non fanno parte dell’agenda politica. “Se non sei a tavola, sei nel menu” è un modo di dire diffuso nella politica statunitense, vuol dire che se non ci sono donne in politica i diritti e le politiche delle donne verranno fatti saltare. Bisogna poter accedere alla tavola di negoziazione per essere prese in considerazione. Se l’Europa vuole costruire un futuro in cui si realizzi una forte coesione sociale, dove siano presi in considerazione i bisogni tanto delle donne quanto degli uomini, deve assicurare che i suoi organi rappresentativi rispecchino effettivamente la diversità delle persone e delle comunità che rappresentano. Ciò può essere ottenuto attraverso un opportuno sistema di quote e provvedimenti che garantiscano l’effettiva rappresentanza di donne, minoranze etniche e membri delle comunità LGBT.

Una legge ai confini ... della democrazia

  • Martedì, 18 Marzo 2014 09:39 ,
  • Pubblicato in Flash news

UDI Nazionale
18 03 2014

Siamo in assonanza con quante e quanti guardano con preoccupazione alla legge elettorale approvata dalla Camera e ritenuta a rischio di incostituzionalità.
Noi la riteniamo incostituzionale anche per la mancata alternanza di donne e uomini che
garantirebbe quella parità di cittadine/i prevista nella Costituzione italiana.

La nostra associazione ha storicamente radici profonde nella democrazia nel nostro Paese, dalla lotta per la Liberazione al ruolo fondamentale avuto nei lavori della Costituente.
Siamo state le prime ad utilizzare l’istituto della legge di iniziativa popolare, convinte che le pratiche democratiche debbano essere sostanza viva di tutta la comunità nelle sue varie articolazioni sia pubbliche che private.
Con questo spirito ci siamo sempre mosse fino alla nostra proposta di legge del 2007 sul 50E50 ovunque si decide.
Siamo pertanto in assonanza con quante e quanti guardano con preoccupazione alla legge elettorale approvata dalla Camera e ritenuta a rischio di incostituzionalità.
Noi la riteniamo incostituzionale anche per la mancata alternanza di donne e uomini che garantirebbe quella parità di cittadine/i prevista nella Costituzione italiana.

La democrazia dà il diritto di scegliere da chi ciascuna e ciascuno vuole essere rappresentata/o senza passare per la mediazione dei partiti e invece ancora una volta questo diritto viene negato, dopo tanti anni di “porcellum” e di tutto il cumulo di critiche che lo hanno accompagnato.

Inoltre denunciamo come falso, scorretto e fuorviante l’uso dell’espressione “quote rosa” in riferimento a norme che hanno l’intento di garantire un pari accesso delle donne alle cariche elettive.
Ci rivolgiamo alla politica ma, in primo luogo, al mondo dell’informazione che dovrebbe sapere che il linguaggio non ha solo la funzione di nominare la realtà, ma che porta in sé il rischio, come in questo caso, di deformarla.
I media dovrebbero ormai conoscere la differenza tra il concetto di “quote” e quello del “50E50”.
Vogliamo infine sottolineare che il bisogno di ricorrere a queste norme nasce dal fatto evidente che non esiste una reale democrazia interna nei vari partiti, dove pure le donne ci sono, spesso con competenze indiscutibili e senso di responsabilità.

Noi queste donne le vorremmo tutte più attente alla differenza di cui sono portatrici e alla storia e cultura che questa differenza ha prodotto e con queste donne siamo sempre state disponibili a dialogare.

Ci auguriamo che il dibattito al Senato possa rimettere questa legge sui binari di una sostanziale e compiuta democrazia e, comunque vadano le cose, valuteremo con attenzione le scelte di tutti i partiti in merito alla presenza di candidate e della loro concreta eleggibilità. Restituiamo perciò la responsabilità a chi nella sostanza ce l’ha, al di là di una legge nazionale che pure riteniamo necessaria.
Noi non siamo e non ci sentiamo soggetti a cui spetta una quota: siamo più della metà e vogliamo una volta per tutte piena cittadinanza in questo nostro Paese.

Abbatto i muri
11 03 2014

Quando penso alle candide donne che ieri si sono presentate a pretendere le quote rosa “in nome delle donne” io penso che alcune delle facce mi ricordano nettamente posizioni antiabortiste. Ed eccone le conseguenze. Una donna obbligata ad abortire per questioni terapeutiche viene lasciata sola in bagno assistita solo dal marito. I medici? Tutti obiettori. Obiettori anche gli infermieri e le infermiere? Chi lo sa. A monte c’è la faccenda atroce della legge 40, quella sulla procreazione medicalmente assistita, e sono tutte cose per cui l’Europa ha sgridato l’Italia perché siamo al limite dell’inciviltà.
Quante tra le donne che ieri esigevano un voto “in nome delle donne” hanno aderito e partecipato ai family day? Quante hanno voluto la legge 40 per quello che è? Quante sono contrarie all’aborto, ma talmente contrarie da obiettare perfino alla contraccezione? Altro che donne. Forse che l’antiabortista o omofoba che si presenta con accessorio bianco in parlamento, ella pura, invece noialtre sporche, colore democristiano, infine, che prevale su tutto, può dirsi benvoluta dalle donne perché donna?
Vi racconto un altro episodio di totale solitudine nell’aborto.
C’era, chiamiamola così, Teresa. In ospedale l’intervento era fissato per le 11.00. La fanno aspettare in corsia e poi la portano in barella in una stanza in cui sono presenti lì altre tre. Teresa ha già due figli ed è disoccupata. Il marito l’aspetta fuori ed è agitato. Non hanno avuto scelta e anche se l’avessero avuta, così mi dice, comunque non sarebbe stato il caso. Ma chi lo cresce un terzo figlio di questi tempi? Non sappiamo neanche come crescere i due che abbiamo. Allora lei e le altre tre stanno in fila, come le vacche da macellare, un tizio pensa che sono addormentate e mentre Teresa è a occhi chiusi lo sente dire che “queste troie, prima si divertono e poi vengono qui a farsi ripulire“. Poi Teresa entra in sala operatoria, ricorda luci, voci in sottofondo, chiacchiericcio, e c’è disprezzo ancora e non capisce come mai. La piazzano in stanza con le altre a ripigliarsi dall’anestesia e quando si sveglia è incazzata nera. Piena di rabbia. Si sente impotente. Entra il marito e poi entro pure io. Tra un attimo può prepararsi e la portiamo via. Poi piange e dice che non può neppure ribellarsi alla mortificazione. Non sa chi era. Non l’ha visto in faccia. E vuole solo scappare via. Vuole scappare.
Io vorrei davvero sapere quando le donne potranno smettere di subire queste torture. Perché sono torture. Allora, care signore, prima di pretendere il voto “per” le donne abbiate in mente che siete complici di questa violazione dei diritti umani. Ah, a proposito: com’era il fatto che anche un pezzo del Pd in Parlamento Europeo non ha votato il rapporto Estrela in cui si ragionava proprio di diritti alla tutela della salute delle donne che abortiscono?

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