L'Appello di OZ Officine Zero - Non si chiude con l'asta

  • Venerdì, 20 Novembre 2015 15:24 ,
  • Pubblicato in L'Appello
La crisi sociale e ambientale che viviamo in Europa da molti anni ha prodotto effetti drammatici di lunga durata. Non bastano annunci di ripresa o qualche dato economico in controtendenza, ma sono necessarie risposte inedite, radicali e coraggiose.

Le Officine ex-RSI (manutenzione dei treni notte, ex Wagon Lits) sono state occupate il 20 febbraio 2012 dagli operai in cassa integrazione. Il 1° giugno 2013, di fronte al fallimento dell’azienda decretato dal Tribunale di Lecco, un’ampia coalizione sociale, che da tempo già sosteneva la vertenza operaia, ha riaperto i cancelli della fabbrica con un progetto di riconversione, per dare nuove prospettive all’occupazione già in atto.

Oggi, dopo due anni, Oz-Officine Zero rappresenta un'esperienza innovativa di economia collaborativa a Roma e nel Lazio. Eliminando ogni relazione verticale, operai, artigiani, freelance e studenti si uniscono e mettendo in sinergia produzione materiale e immateriale. Attraverso l'intreccio di competenze prende piede il progetto di riconversone produttiva, all'insegna del riuso e della sostenibilità ambientale. Vengono recuperati gli spazi, ripristinati i macchinari e, grazie a ciò, attivate le officine di riparazione e upcycling, uno spazio di coworking per freelance e professionisti atipici, una “Camera del Lavoro Autonomo e Precario” con servizi di assistenza legale, fiscale e previdenziale, uno studentato universitario e una mensa popolare.

Il riuso, la trasformazione, la rottura dello schema tradizionale prodotto-consumo-rifiuto sono l'anima del progetto di riconversione, in linea con le nuove indicazioni strategiche europee in materia di prevenzione ambientale ed uso efficiente delle risorse. Questo fa di OZ- Officine Zero un prototipo innovativo di riconversione produttiva ed ecologica, riconosciuto e studiato a Roma e in molti paesi del mondo, grazie alla fitta rete di realtà incontrate in campo lavorativo, istituzionale e accademico e grazie al sostegno dei movimenti sociali che lo accompagnano dalla nascita.

Un'esperienza che rischia di chiudersi.

La curatela fallimentare ha infatti messo in moto le procedure che, dopo il 15 novembre 2015, porteranno all'asta dei beni mobili e immobili, con il rischio che un enorme patrimonio di questa città venga svenduto, senza alcuna tutela dell’area e del lavoro. Per questo OZ-Officine Zero ha bisogno di mobilitazione e sostegno immediato da più parti.

Facciamo dunque appello alla società civile, ai lavoratori e alle lavoratrici, ai movimenti, alle organizzazioni sindacali, alle associazioni. Chiediamo con forza alle Istituzioni (Regione Lazio e Roma Capitale in primis) di dare continuità agli impegni presi finora, scongiurando lo sgombero, tutelando il futuro occupazionale dei lavoratori e sostenendo il progetto di riconversione.

Non si tratta di difendere solo uno spazio e un progetto, ma di affermare la praticabilità di un'alternativa concreta alla crisi: attraverso la cooperazione e il mutualismo si può produrre occupazione, per combattere la povertà, la speculazione edilizia e la devastazione ambientale.

Per adesioni e info:

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www.change.org/p/roma-enti-locali-oz-officine-zero-non-si-chiude-con-l-asta

PRIMI FIRMATARI:

Mario Agostinelli (Esperto di energia, ex-dirigente ENEA) - Fabio Alberti (Direttore di Un Ponte Per) - Giso Amendola (Docente di Sociologia del diritto presso l'Università di Salerno) - Association pour l'autogestion (France) - Dario Azzellini (Johanes Kepler Universitat Linz) - Andrea Baranes (Economista, Fondazione Banca Etica) - Piero Bernocchi (Portavoce Nazionale COBAS) - Marco Bersani (Attac Italia) - Bruno Cartosio (Docente di storia dell’America del Nord all’università di Bergamo) - Alberto Castagnola (Economista) - Maurizio Cavalieri (Presidente dell'Associazione Operatori del Mercato di Porta Portese) - Carlo Cellamare (Docente di urbanistica, La Sapienza) - Chef Rubio (Artista) - Cooperativa Textil Pigue (Fabbrica recuperata, Argentina) - Coordinamento degli Spazi Collaborativi della Città Metropolitana di Roma (rete coworking, roma) - Luigi Corvo (Docente do Economia delle aziende non profit e delle imprese sociali, Università di Torvergata) - Marina Crialesi (Attrice) - Giuseppe De Marzo (Libera Contro le Mafie) - Marica Di Pierri (Associazione A Sud) - Alessandra Di Pietro (Sceneggiatrice) - Enzo Di Salvatore (Costituzionalista, università di Teramo) - Roberto Ditta (Fotografo) - Don Pasta (Artista) - Daniele Gaglianone (Regista) - Garrincha Dischi, (Etichetta discografica) - Elio Germano (Attore) - Augusto Illuminati (Docente di Storia della Filosofia Politica, Università di Urbino) - Augusto Lacala (Presidente della Rete Nazionale Operatori dell'Usato) - Maurizio Landini (Segretario generale FIOM) - Sara Lorenzini (Attrice) - Michele Luminati (Direttore Istituto Svizzero) - Raniero Maggini (Presidente di Occhio del Riciclone ) - Rossella Marchini (Architetto) - Ugo Mattei (Docente di diritto civile all'Università di Torino) - Sandro Mezzadra (Docente di storia delle dottrine politiche, Università di Bologna) - Eduardo Murua (IMPA, Movimiento nacional de empresas recuperadas) - Paolo Napoli (Directeur d'études à l'EHESS – Paris) - Martina Pignatti (Presidente di Un Ponte Per) - Giovanna Ricoveri (economista, teorica dei beni comuni) - Ri.Maflow (Fabbrica recuperata di Trezzano sul Naviglio) - Gianni Rivieccio (Produttore) - Andres Ruggeri (Facultad Abierta, Università di Buenos Aires) - Italo Sabetta (Regista) - Enzo Scandurra (Urbanista) - Sara Serraiocco (Attrice) - Marina Sitrin (City University New York) - Antonello Sotgia (Urbanista) - Lo Stato sociale (Band Musicale) - Ivan Stomeo (Sindaco di Melpignano) - Riccardo Troisi (docente dell'Universidad coopertiva de Colombia; comune.info) - Guido Viale (Economista) - Paolo Virno, (Docente di filosofia del linguaggio, Roma 3) - Tonino Zangardi (Attore) - Zerocalcare (Fumettista) - Davide Zurolo (artista) - Wu Ming (collettivo di scittori)

ASSEMBLEA PUBBLICA A SOSTEGNO DI OZ-OFFICINE ZERO
Giovedì 26 novembre, ore 18.00

Il progetto di Oz - Officine Zero è a rischio

Il meccanismo dell'asta fallimentare si è definitivamente messo in moto e il rischio di chiusura è imminente.

Officine Zero nasce come risposta alla crisi delle Officine ex-RSI, che per quasi un secolo hanno lavorato alla manutenzione dei treni notte. Occupate nel 2012 dagli operai in cassa integrazione, il 1° giugno 2013, di fronte al fallimento dell’azienda decretato dal Tribunale di Lecco, un’ampia coalizione sociale, che da tempo già sosteneva la vertenza operaia, ha riaperto i cancelli della fabbrica con un progetto di riconversione, per dare nuove prospettive all’occupazione già in atto.

Oggi, dopo due anni, Oz-Officine Zero rappresenta un'esperienza innovativa di economia collaborativa, in cui operai, artigiani, freelance e studenti si uniscono, mettendo in sinergia produzione materiale e immateriale. Officine di riparazione, riuso e upcycling, uno spazio di coworking, una “Camera del Lavoro Autonomo e Precario” con servizi di assistenza legale, fiscale e previdenziale, uno studentato universitario e una mensa popolare. Tutto questo e molto altro è Oz-Officine Zero, una fabbrica recuperata e riconvertita, aperta alla città e ai movimenti.

Oggi tutto questo è a rischio ed è arrivato ad un momento di svolta. Dopo la recente vendita della filiale di Lecco della ex RSI, i tempi si sono bruscamente accelerati, i beni della società sono sottoposti a procedimento fallimentare in attesa di asta. Per anni la situazione è rimasta in stallo, senza prospettive di reintegro per gli ex-operai, senza un orizzonte produttivo per le officine, con il rischio di una speculaizone alle porte.

Oggi Oz-Officine zero ha bisogno del sostegno di tanti. Non si tratta di difendere solo uno spazio e un progetto, ma di affermare la possibilità di un'alternativa concreta alla crisi. In una città commissariata, con un sindaco destituito dall’alto, dove continuano a governare poteri forti e passioni tristi, dove la privatizzazione avanza e la precarietà è la regola, dove ogni progetto innovativo dal basso viene ostacolato, è tempo di alzare la testa e di mettere in comune i frammenti più vivi.

Per questo vi invitiamo a partecipare giovedì 26 novembre ad una ampia assemblea pubblica in cui a partire dal progetto e dall’attuale emergenza di OZ - Officine Zero vorremmo costruire collettivamente un dibattito di più ampio respiro che si interroghi sulle trasformazioni che investono il mondo del lavoro, le città e la vita stessa delle persone.

Assemblea 26.11, Evento FB: www.facebook.com/events/1926465484244821/


La beffa Isee: addio borse di studio e assegni

  • Lunedì, 26 Ottobre 2015 16:45 ,
  • Pubblicato in Flash news
Il Fatto Quotidiano
25 10 2015

Mi dispiace, lei non ha più diritto alla borsa di studio". "Ma perché se ho lo stesso reddito dell'anno scorso?". "Perché la borsa di studio che le abbiamo dato le alza il reddito e di fatto la esclude dal prendere la borsa". Se pensate che questa conversazione surreale possa svolgersi solo su Marte, vi sbagliate. È quanto sta accadendo in questi mesi a tutti coloro che, attraverso il parametro dell'Isee (Indicatore della Situazione Economica Equivalente), si trovano afar richieste di borse, assegni di accompagnamento, sussidi, sconti per gli asili. ...

Elisabetta Ambrosi

TalkReal: Reddito e diseguaglianze

  • Lunedì, 19 Ottobre 2015 10:44 ,
  • Pubblicato in Video
18 ottobre 2015

"Il rischio che vedo per il futuro non sono i robot, ma il capitalismo. Potremmo vivere tutti quanti una vita piena e ricca, se solo la ricchezza fosse redistribuita".
Ad esprimersi recentemente con queste parole è stato Stephen Hawking, astrofisico inglese e fra i maggiori scienziati mondiali.
L'Espresso
22 07 2015

In un post precedente abbiamo dato un'occhiata a quanto diversi sono i redditi di uomini e donne italiani a seconda del loro percorso di studi. Per capire meglio come stanno le cose, anche nei confronti degli altri paesi, abbiamo intervistato Alessandra Casarico, docente di economia all'Università Bocconi di Milano.

Qual è la situazione italiana, oggi?
Se guardiamo i dati dell'OCSE e facciamo il confronto con altri paesi la differenza di salario fra uomini e donne italiane non è particolarmente elevata. Una delle ragioni per cui succede questo, soprattutto rispetto ai paesi anglosassoni, è legata al comportamento delle donne italiane in tema di occupazione.

In che senso?
Le donne con un minore livello d'istruzione, e quindi con salario potenzialmente più bassi, partecipano meno al mercato del lavoro che in altri paesi. Così, quando calcoliamo la differenza fra reddito maschile e femminile, in un caso troviamo uomini che guadagnano tanto e altri che guadagnano poco. Nell'altro solo donne che guadagnano molto, perché le altre al mercato del lavoro non partecipano affatto.

Quindi non è per forza una buona notizia?
Non necessariamente. Il fenomeno, in parte, si spiega proprio con il fatto che in Italia molte donne non lavorano. Cosa che succede anche altrove, ma nel nostro paese in misura maggiore.

Il divario è cambiato negli ultimi anni, e in che misura?
In molti paesi – fra cui l'Italia – fino all'inizio degli anni 2000 il differenziale salariale di genere si è ridotto. Nell'ultimo periodo, circa dal 2003-2004, la discesa ha rallentato quando non si è arrestata del tutto. In Italia il gap è addirittura aumentato: secondo l'OCSE era intorno al 25% nel 1975 per poi arrivare a un minimo del 7%. Da lì una leggera risalita, che in effetti non si vede né nel Regno Unito, né in Germania o tantomeno negli Stati Uniti.

Che effetto ha avuto la crisi economica in tutto questo?
L'impatto si vede sia in termini di occupazione che di salario. Durante la crisi la differenza fra il tasso di occupazione maschile e femminile si è ridotta, per esempio: quest'ultimo è caduto meno.

E per quanto riguarda i salari?
Come dicevo negli ultimi tempi il divario è aumentato, ma per capire se è una tendenza di lungo periodo oppure relativa alla sola crisi economica bisogna aspettare ancora un po'.

Secondo i dati Eurostat le differenze salariali sono particolarmente accentuate in alcuni settori lavorativi, fra cui la finanza e le professioni tecnico-scientifiche. Come si spiega?
Sulla finanza e le professioni legali ci sono alcuni studi relativi agli Stati Uniti, dai quali risulta che in professioni ad alto reddito di quel genere è spesso richiesto di lavorare in orari non convenzionali. L'idea è che in alcuni campi c'è ancora un premio forte a fare orari molto lunghi e questo, in qualche modo, svantaggia le donne. Lo stesso vale anche per il Regno Unito. E in effetti una delle spiegazioni principali del divario di reddito fra uomini e donne è proprio che queste ultime non hanno accesso alle professioni più remunerative.

Ci sono altre ipotesi?
Un'altra riguarda le diverse caratteristiche delle donne in termini di istruzione. Soprattutto in passato era diffuso lo studio di discipline che portavano poi a un reddito minore. Quindi già prima di entrare nel mercato del lavoro le qualifiche erano diverse e quelle degli uomini garantivano l'accesso a migliori opportunità di lavoro. Nel tempo le differenze d'istruzione si sono ridotte, ma non altrettanto il divario di reddito, quindi ci dev'essere qualcos'altro.

Per esempio?
C'è l'accumulazione di capitale umano durante la carriera lavorativa, e quindi l'idea che le donne abbiano più interruzioni di carriera durante la vita lavorativa, un maggiore uso del part time: tutti fattori che rendono più difficile andare avanti nella propria carriera.

Che altro?
Di recente altre spiegazioni si concentrano su diverse preferenze o caratteristiche psicologiche fra uomini e donne, per così dire. Per esempio il fatto che le donne sono più avverse al rischio, meno portate alla competizione o a contrattare il proprio salario. In alcune professioni quest'ultima attitudine porta senz'altro un ritorno economico. Poi naturalmente c'è tutto l'aspetto legato alla discriminazione.

Ovvero?
Anche a parità di condizioni e caratteristiche alle donne vengono richiesti standard più elevati rispetto agli uomini.

I dati mostrano anche che il divario tende a crescere con l'età in molti paesi, ma non in Italia.
Spesso si sottolinea questo punto: due persone laureate nella stessa disciplina con identico voto dovrebbero essere in grado di avere lo stesso reddito. Eppure è stato mostrato che a parità di qualifica già i ragazzi guadagnano di più delle ragazze.

E come mai il gap aumenta nel tempo?
Perché gli svantaggi delle donne tendono a cumularsi. Maggiore anzianità di servizio, ruoli gerarchici di solito più elevati: sono tutti elementi che nel tempo si sommano e portano a questo risultato.

Eppure sotto questo aspetto l'Italia fa caso a parte.
Mi aspetterei è una maggiore differenza fra i 35 e i 44 anni, il periodo in cui professionalmente tendi a fare il “salto”. Come spiegazione penso anche, come dicevo prima, alla differenza nella partecipazione al mercato del lavoro. Un'altra possibilità è il peso del settore pubblico che in Italia è senz'altro maggiore del Regno Unito – magari non della Francia – e nel quale le differenze di reddito sono inferiori che nel privato. Ma non ho una spiegazione precisa per questo.

Un altro elemento che emerge, per il nostro paese, è il che gap fra giovani uomini e giovani donne è aumentato molto, circa dal 2010 in avanti.
Va detto che nel periodo precedente eravamo abbondamente sotto altri paesi, però possiamo notare che c'è una dinamica simile anche in Spagna. Anche lì, come da noi, l'occupazione femminile è diminuita meno di quella maschile: possiamo ipotizzare che alcune siano entrate nel mercato del lavoro per supportare il marito che ha perso il lavoro, per esempio. Persone con qualifiche – e quindi redditi – più bassi, che possono dunque aver fatto aumentare il gap.

Un paradosso.
Sì, è vero. Ma in effetti l'aumento della partecipazione femminile al mercato del lavoro genera spesso un aumento della differenza di reddito con gli uomini. Succede se molte di loro trovano un impiego a tempo determinato, per esempio.

Ma l'alternativa sarebbe avere donne che non lavorano affatto, e che per questo non vengono conteggiate nelle statistiche sulle differenze di genere?
Esatto.

Cosa è possibile fare, in termini di politiche da adottare, per ridurre il gap?
In primo luogo c'è l'istruzione: evitare che l'istruzione femminile si concentri solo in alcuni settori, ma anzi assicurarsi che l'investimento si diriga anche verso ambiti tecnico-scientifici, ingegneristici o medicali. Sono tutte discipline quantitative con un migliore ritorno sul mercato del lavoro.

E per quanto riguarda la struttura della carriera?
Per evitare frequenti interruzioni si può andare verso più politiche più “tradizionali” come quelle rivolte alla child-care e a servizi per l'infanzia in grado di rendere più agevole il tutto per la famiglia. In particolare se consideriamo che a farsi carico dei figli sono soprattutto le donne. Lo scopo è fare in modo che le interruzioni di carriera siano meno significative.

Che altro?
Un altro aspetto si è visto nel nostro paese, negli ultimi anni, e consiste nel cercare di limitare la cosiddetta “segregazione verticale”: ovvero fare in modo che le donne arrivino ai vertici. Le quote nei consigli di amministrazione, per esempio, possono essere lette in quest'ottica. Raggiunte queste posizioni di vertice, bisognerebbe vedere se poi si realizza un meccanismo a cascata che va a coinvolgere il top management e gli altri gradi gerarchici, che è l'idea di base.

Rispetto all'organizzazione del lavoro, invece?
In questo senso c'è tutta una parte legata ai tempi del lavoro, e cioè renderlo più flessibile. Il che non vuole dire per forza più part time, ma più in generale abbandonare nelle aziende l'idea di orari strettamente rigidi così da aumentare per le donne la possibilità di crescere nella loro carriera.

L'autore ringrazia Fausto Panunzi, professore all'università Bocconi di Milano, per l'aiuto durante il lavoro di ricerca per questo articolo.

Davide Mancino

Reddito, vicini solo a parole

Operai redditoLa lotta alla povertà in Italia [...] è stata combattuta con troppi strumenti poco efficaci e in competizione fra loro. [...] Anche tra i sindacati le posizioni sono più articolate. Se è vero che sono storicamente contrari ad una forma di reddito slegato dal lavoro, negli ultimi anni le posizioni sono molto cambiate. La Fiom e parte della Cgil sono da tempo favorevoli ad uno strumento che integri il reddito per assicurare - ad esempio - il diritto allo studio per i figli degli operai.
Massimo Franchi, Il Manifesto ...

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