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Università, solo sei docenti under 40 in Italia

  • Martedì, 27 Ottobre 2015 11:05 ,
  • Pubblicato in L'ESPRESSO

L'Espresso
26 10 2015

Giovani, preparati. E “intrappolati”. Il presidente del Consiglio Matteo Renzi l’ha definita così, illustrando la Legge di stabilità - copyright rivendicato dal ministro Giannini -, la condizione dei professori universitari. Impantanati in percorsi aleatori. Invischiati in un sistema che non valorizza il merito. Condannati, prima di conquistare una cattedra, a invecchiare.

L’istantanea che il Miur consegna, ricavata dalla Banca dati dei docenti di ruolo 2014, è disarmante: su 13.263 professori ordinari, i titolari di cattedra in atenei statali con meno di 40 anni sono solo sei. E il trend è impietoso: l’innalzamento dell’età media, in Italia, prosegue da 25 anni. Dal 1988 al 2013 l’età è aumentata di sei anni, raggiungendo quasi i 52 anni: per gli ordinari la media è di 59 anni, 53 per gli associati, 46 per i ricercatori, secondo l’ultimo Rapporto Anvur sullo stato del sistema universitario e della ricerca. E se la presenza delle donne è cresciuta, passando in 25 anni da 26 a 36 ogni 100 docenti (ma tra gli ordinari la percentuale è del 21 per cento), dal 2008 al 2013 la riduzione dei ricercatori ha penalizzato anche loro.

I magnifici sei, gli unici ordinari under 40, che “l’Espresso” è riuscito a individuare, sono tutti maschi. Tutti nati nel 1976. Insegnano a Palermo, a Sassari, a Napoli, a Messina e a Bologna, quasi esclusivamente discipline economico-giuridiche. Nella metà dei casi hanno seguito una tradizione di famiglia. All’unanimità ammettono: «Siamo solo i più fortunati».

Detto da Alessandro Baldi Antognini, che insegna Statistica all’università di Bologna e che di calcoli delle probabilità è un esperto, dà la misura dell’eccezionalità. «Turn over dei docenti bloccato; scarsi finanziamenti per nuove cattedre»: la spiega così, la trappola. Come l’ha evitata? «Con un valido dottorato di ricerca, durante il quale ho lavorato molto e ho fatto esperienze umane importanti. Ho avuto maestri veri, che hanno favorito esperienze internazionali›: un altro passepartout decisivo.

E anche all’estero i giovani sono una minoranza? «No. I contesti sono più dinamici, anche dal punto di vista contrattuale. Il reclutamento a tempo determinato, o finalizzato a singoli settori di ricerca, fa sì che ai vertici ci siano persone giovani. L’Italia dovrebbe favorire forme di finanziamento trasversale per attività di ricerca».

All’estero il quadro è diverso: se il Paese con i docenti più giovani è Cipro, con una percentuale di professori con meno di 40 anni del 50,7 per cento, anche la Germania ha quasi la metà dei suoi docenti al di sotto di quella soglia (49,2 per cento). Puntano sui giovani l’Olanda (43,4 per cento), il Belgio (30,2), il Portogallo (35,1), il Regno Unito (29,5). Nel confronto tra under 40 si collocano meglio di noi, secondo l’Annuario Scienza Tecnologia e Società 2014 (il Mulino), praticamente tutti: l’Austria e la Finlandia (28 per cento), la Spagna (27,4), la Francia (25,9). Siamo il Paese coi docenti più vecchi.

E c’è chi fa persino peggio della media: La Sapienza di Roma, il più grande ateneo d’Italia e d’Europa: «L’età media degli ordinari nel 2015 è addirittura di 61,9 anni. E ancora più preoccupante è l’età media dei ricercatori: 52 anni», dice il rettore Eugenio Gaudio che, al contrario, può vantare una carriera lampo: «Ho avuto la ventura di vincere la cattedra a 38 anni. La Sapienza è un’università antica e prestigiosa, spesso il punto di arrivo di una carriera, ma è chiaro che quando l’età è così alta c’è un problema, che chiama in causa l’intero Paese: perché la produttività migliore è tra i 20 e i 40 anni. Dopo, si può essere ottimi docenti, con una formazione sedimentata ed esperienza in più: ma la carica innovativa e creativa è inevitabilmente diminuita».

Quella di Iunio Iervolino, ordinario di Tecnica delle Costruzioni alla Facoltà di Ingegneria della Federico II di Napoli, 39 anni, un cognome evocativo ma niente da spartire con l’ex sindaco («Mia madre insegnava latino e greco, mio padre era ingegnere. La sua perdita, da piccolo, è stata una delle motivazioni più forti ai miei studi»), si percepisce a distanza: «Sono competitivo, ho una volontà forte. Queste caratteristiche contano eccome», dice. Iervolino si occupa di terremoti, parla dall’Olanda e sta per volare in California. «L’ingegneria ha una grande tradizione in Italia. Non ho mai visto applicato un criterio di anzianità a scapito dei giovani. Certo mi ritengo un privilegiato. Perché la conseguenza di questo innalzamento dell’età è che i migliori vanno via, e l’ottima formazione si riversa altrove. Però, ho l’impressione che qualcosa stia cambiando. A prescindere dalle qualifiche, vedo molti giovani che fanno ricerca, viaggiano, collaborano. Se i giovani sono pochi, siamo penalizzati anche nell’accesso ai fondi: esistono bandi europei su progetti internazionali, destinati in ragione dell’età: perdiamo anche quelli».

I progetti di ricerca per ricercatori junior, finanziati dallo European Research Council, registrano il deficit: sono stati 127, a fronte dei 495 della Gran Bretagna, i 326 della Germania o i 314 della Francia. «La disponibilità a muoversi è fondamentale», aggiunge Luca Corazzini, ordinario di Economia Politica a Messina, dopo aver insegnato a Padova; nato a Modena, cresciuto a Pescara, residente sul Lago Maggiore. «Dopo la laurea in Economia alla Bocconi e il dottorato in Diritto internazionale ho ottenuto un PhD alla University of East Anglia di Norwich sotto la supervisione di Roberg Sugden. Ho trascorso cinque mesi all’Università di Miami. E ho frequentato laboratori sperimentali. Sono stati passaggi importanti», dice. «Ho scoperto la bellezza di fare ricerca in squadra. Certo, io sono passato da ricercatore ad associato in tre anni e ho ottenuto l’idoneità prima del blocco del reclutamento».

«I ripetuti cambi nelle modalità di reclutamento dei docenti hanno creato una situazione di incertezza», spiega Gaudio: «Oggi il prerequisito tecnico ai concorsi è rappresentato dalle abilitazioni. L’ultima è stata nel 2012. Ma anche conseguita quella, non è detto che si accederà a una cattedra. Ci sono ragioni sia qualitative che quantitative dietro un’età dei docenti così alta: da una parte i concorsi sono complessi, prevedono curriculum avanzati; dall’altra, le risorse sono scarsissime, al punto da rendere quasi impossibile l’accesso a una cattedra. Quest’anno, il Fondo di finanziamento ordinario che lo Stato trasferisce alle università, e che ne rappresenta la principale fonte di sostentamento, è lo 0,42 per cento del Pil: in Germania e in Francia è dello 0,90 per cento. La Sapienza è passata da 5.000 docenti a 3.800, e non è in grado di avviare il turn over».

In periodo di riforma della Pubblica Amministrazione sarebbe utile pensare all'inserimento della qualifica tra i requisiti richiesti e valutati nei concorsi pubblici. Un'occasione imperdibile per mettere al lavoro giovani di talento. Il ministro Marianna Madia è avvisata

Su questa premessa si innesta la novità annunciata da Renzi: 500 cattedre per docenti di elevato merito scientifico, selezionati con concorso internazionale, e finanziati da uno stanziamento di 50 milioni di euro per il 2016 e di 75 milioni di euro dal 2017. E un piano da 55 milioni di euro nel 2016 e altri 60 nel 2017 per mille ricercatori. Non solo: grazie alla “tenure track”, sistema che consente alle università di assumere ricercatori a tempo per due trienni, per poi promuoverli a professori associati se conseguono l’abilitazione entro il secondo triennio, energie nuove potrebbero accedere al primo scalino della docenza.

«Sono contento, specie dei nuovi ricercatori, perché la strada per avere docenti giovani è di allargare la base. Ma lo considero solo un primo segnale del Governo: di ricercatori ce ne vorrebbero 10 mila», interviene Gaetano Manfredi, rettore dell’università Federico II di Napoli e neopresidente della Crui, la conferenza dei rettori italiani: «Il modo per salvare l’università è mettere dentro i giovani migliori. C’è un profondo invecchiamento del corpo docente. Il reclutamento è bloccato. I finanziamenti sono ridotti: un miliardo e mezzo in meno in pochi anni. Il sistema piramidale, struttura naturale di organizzazione dell’università, funziona se la base dei docenti è ampia. Se si riduce diventa un cuneo soffocante, senza opportunità».

«Il problema dell’università è come valorizzare il merito: la mancanza di risorse fa sì che anche i potenziali docenti - gli idonei - finiscano per rimanere troppo a lungo in una situazione di attesa. Serve passione. Ma anche la possibilità di contare, prima dell’eventuale chiamata, su altre remunerazioni». A parlare è Giovanni Perlingieri, 39 anni, professore ordinario di Diritto Privato alla Seconda Università di Napoli. Stesso nome del nonno, deputato della Costituente, e figlio del giurista Pietro Perlingieri: professore emerito di Diritto civile, ex membro del Csm, presidente delle Edizioni Scientifiche italiane.

Il diritto un destino di famiglia? «Ho una grande passione per questo lavoro, che ho respirato sin da bambino», replica: «Nascere in una casa come la mia significa aver convissuto con gli strumenti del mestiere: innamorarmene è stato naturale. In più, ho sempre avuto un grandissimo spirito di emulazione di mio padre. Ma un cognome pesante può essere anche controproducente: rischia di oscurare l’impegno personale. Che è stato, e continua ad essere, grandissimo».

Per il docente l’anello debole del sistema sono i dottorati. «Quelli interdisciplinari sono diventati una moda, ma se non hanno un oggetto ben individuato finiscono per non specializzare più. I dottorati dovrebbero essere davvero di qualità. Negli ultimi 40 anni si è fatto di tutto, invece, per peggiorarli. Anche il concorso nazionale ha creato l’anomalia di docenti selezionati senza più una prova orale, ma sulla base della valutazione dei soli titoli».

I dottorati drasticamente ridotti hanno creato una strozzatura nell’accesso», ribadisce Enrico Camilleri, professore di Diritto Privato a Palermo: «Ed è grave che così pochi giovani riescano ad accedere a una cattedra: io a 33 anni insegnavo negli Stati Uniti, ma sono un’eccezione. Tutte le volte che mi confronto con l’estero, mi rendo conto di quanto formi bene il nostro Paese. Tra gli ultimi abilitati ci sono moltissimi giovani: se arriveranno le risorse, avranno la possibilità di essere chiamati; ma se non accadrà, la situazione peggiorerà. Perché ci sarà un arretrato che andrà a infoltire la prossima lista di idonei».

Camilleri, curriculum con esperienze di studio a Londra, Monaco, Chicago, Pechino, è stato compagno di corso, a Palermo, di un altro docente che non ha ancora raggiunto gli “anta”: Simone Pajno, ordinario di Diritto Costituzionale a Sassari. Professore associato da quando di anni ne aveva addirittura 28, anche Pajno ha seguito le orme familiari: il nonno era procuratore della Repubblica a Palermo; il padre, Alessandro Pajno, è consigliere di Stato e docente di Diritto amministrativo alla Luiss. «Ho ricevuto consigli da lui, certo: ma non li ho seguiti», dice.

«Mi ritengo però più fortunato di altri. A partire dalla sede dell’insegnamento: Sassari è un’università aperta, che mi ha dato la possibilità di interagire con importanti studiosi di diritto costituzionale ma dove non si è mai strutturata una vera e propria scuola tradizionale. Il fatto che molti docenti, nel giro di qualche anno, si siano trasferiti altrove ha creato un clima di scambio, ma anche un territorio vergine, senza vincoli di tradizione accademica. La situazione accademica dei giovani è lo specchio di ciò che accade nel resto della società. Credo che sia un danno per il Paese: non tanto perché la carica di creatività si riduca negli anni. Ma perché, col tempo, perdiamo intelligenze che lasciano l’università o si trasferiscono all’estero».

Al recupero dei cervelli punta l’iniziativa legislativa: «Cerchiamo le eccellenze scientifiche, i migliori nel mondo, l’alta velocità del merito», ha detto il ministro Stefania Giannini. Tra risorse stanziate e meccanismi di reclutamento, ossigeno in arrivo: «Me lo auguro. Ma non ho molta fiducia nel “tenure track”, perché dipende dall’età di ingresso nel sistema», nota Manfredi: «Negli Usa funziona perché i ragazzi cominciano presto il dottorato. Essendo un sistema lungo almeno sei anni, se inizi a 30 anni puoi diventare associato entro i 40. Altrimenti, non cambia nulla».

Sabina Mainardi

Huffingtonpost
02 12 2014

È da leggersi per intero nella sua disarmante chiarezza, pacatezza e verità, la lettera indirizzata attraverso La Repubblica al presidente della Repubblica dal giovane ricercatore Cosimo Lacava, cervello in fuga dopo una formazione accademica ricevuta in Italia ed oggi residente in Gran Bretagna. Nella prima parte, la lettera contiene un'esortazione consegnata nelle mani del capo dello stato a sostegno delle coperture da destinarsi alla ricerca accademica nella prossima legge di stabilità. Nella seconda parte, invece, Cosimo ci racconta la sua storia di passione per la formazione scientifica e dei sacrifici personali e familiari che ne conseguono.

Molti di coloro che conoscono il mondo della formazione e della ricerca universitaria non possono che condividere le osservazioni ed il carico di sconforto della lettera di Lacava, che ben racconta come la ricerca scientifica ed accademica sia forse una delle occasioni più preziose che possa essere consegnata ad un giovane studioso, un'esperienza che concretizza il proprio significato nel ricercare, nelle diverse discipline, quei mezzi attraverso cui migliorare la qualità della vita delle persone. Eloquente la cifra di circa 500.000 euro per dottore di ricerca che Cosimo riporta e che rimanda alla spesa pubblica in capo allo Stato per la formazione sino ai più alti gradi d'istruzione pubblica (per non dire di cifre non molto distanti in capo alle famiglie degli studenti stessi), uno Stato che poi troppo spesso finisce per disperdere o lasciare alle nazioni straniere quelle risorse che ciascun cittadino (attraverso l'imposizione fiscale) ha in qualche modo contribuito a formare.

Un altro aspetto particolarmente rimarchevole della lettera è che essa non assegna alla ricerca scientifica nell'ambito delle scienze applicate - da cui Lacava proviene - alcun primato, ma lo scritto rimanda piuttosto ad un'alleanza delle diverse branche di quello che Cartesio nel Seicento chiamava "l'albero della conoscenza". In molti, è un discorso che spesso si sente nella vulgata, hanno la tendenza ad apprezzare maggiormente la conoscenza applicativa a scapito della conoscenza umanistica e artistica, un errore che con grande accortezza Cosimo Lacava evita, mentre egli rimarca la necessità di un adeguato sostegno istituzionale alla generalità della formazione scientifica (un'esortazione su cui addirittura Adam Smith nel Settecento dedicava quasi un intero capitolo del suo capolavoro La Ricchezza delle Nazioni).

Tutte le branche del sapere devono tornare ad essere adeguatamente sostenute attraverso politiche istituzionali sensibili rispetto ai risultati dell'apprendimento (i cosiddetti "learning outcomes") ed al loro effetto a sostegno non solo di una più completa crescita della ricchezza nazionale, ma soprattutto rispetto alla qualità ed alla tenuta del nostro sistema liberaldemocratico.

Come ha rivelato la ricerca quasi decennale di Tom Schuller, già direttore presso l'Ocse di Parigi del Centre for educational research and innovation, "i benefici dell'apprendimento sono destinati alla società nel suo complesso", ma attenzione va prestata al lampante fatto che anche i costi del mancato apprendimento e di un insufficiente sostegno istituzionale alla ricerca scientifica sono costi che si misurano in termini di impoverimento della qualità della nostra democrazia. Come argomentava efficacemente Tullio De Mauro nella sua introduzione all'edizione italiana dello studio del 2010 Non per profitto, scritto dalla filosofa della Law School di Chicago Martha Nussbaum, il sapere che oggi si richiede ai discenti è un sapere di taglio critico e non un sapere eminentemente nozionistico. È un libro, l'ultimo della Nussbaum dedicato al filone delle politiche formative, che viene spesso citato in quanto ben dimostra i rischi che corrono le democrazie contemporanee nel momento in cui dimenticano i benefici sociali della formazione. In quel saggio, Nussbaum riporta i casi di alcuni ingegneri meccanici indiani dello Stato del Gujarat i quali, pur avendo appreso i mezzi per diventare competitivi nello sfrenato mercato globale, fomentati dal messaggio nazionalista dell'estremismo induista propugnato dal partito Hindutvà, finiscono per non sapere chi sia, o addirittura per elogiare la figura di Hitler ed il suo progetto nazionalsocialista.

Senza arrivare ad argomenti dal sapore iperbolico, pensiamo di essere oggi molto lontani da un'evenienza di questo genere nel momento in cui si ascoltano anche solo accendendo la tv su qualche quiz, risposte a semplici domande chenon sanno collocare storicamente il periodo fascista o che finiscono per scambiare la provincia di Frosinone con quella di Pordenone? La recente e progressiva disaffezione alla politica nazionale concepita come incapace di risolvere i problemi, ma anzi concausa di essi, è un campanello di allarme che passa attraverso uno sconsolato - ma spesso ragionato - qualunquismo che ormai intende tutti i partiti come uguali e che non passa più dall'espressione dei propri bisogni per mezzo dello strumento del voto (lo abbiamo visto recentemente in Emilia e in Calabria).

Nel suo Discorso sopra la libertà degli antichi e dei moderni (1819), il filosofo svizzero Benjamin Constant sosteneva che a differenza degli antichi greci per cui il significato primo della politica era quello di partecipare alle sorti della polis in prima persona, i moderni cittadini desiderano null'altro che il libero godimento dei propri affari privati, mentre delegano la partecipazione alla politica attiva ad alcuni rappresentanti scelti attraverso l'istituto moderno della "rappresentanza politica". Il pericolo di una politica che non tenti di sventare i rischi della progressiva perdita di partecipazione è quello di una selezione impoverita della classe dirigente che passa attraverso una doppia delega: in primo luogo la delega alla politica rappresentativa di occuparsi di affari che toccano la vita di ciascuno ed in secondo luogo la delega solo ad un ristretto nucleo di partecipanti alle elezioni di stabilire in maniera non adeguatamente rappresentativa chi siano i decisori da mandare ai diversi consessi decisionali. Ecco perché occorre di nuovo invertire la rotta anche dal punto di vista non marginale della formazione alla politica, un ruolo che i partiti devono tornare a far proprio se vogliono ravvivare la propria - fortemente erosa - soggettività politica.

Alla formazione continua devono altresì concorrere le imprese, non potendo fermarsi alla presunzione di ricevere un "pacchetto completo" confezionato dal sistema educativo formale, ma anzi rinunciando a quel circolo vizioso di un sistema privato italiano che finanzia solo in modo insufficiente ed inaccettabile la ricerca e lo sviluppo, rinunciando in partenza ad ampie quote di innovazione, sviluppo e soprattutto crescita futuri.

Recentemente un rapporto del Cedefop dell'Unione europea (Centro europeo per lo sviluppo della formazione professionale) ha messo in evidenza come i paesi mediterranei (e tra essi, ovviamente, l'Italia) siano i primi ad essere gravati dallo skills-mismatch ovverosia dalla discrepanza tra le competenze richieste dal mercato del lavoro e le qualifiche formative, in particolare al caso italiano si applicano le asimmetrie dell'ipo-qualificazione e dell'iper-qualificazione, essendo la prima condizione quella che grava sugli individui che non sono riusciti a raggiungere adeguate qualifiche formative e la seconda condizione quella che grava sulle persone che hanno più qualifiche rispetto a quelle richieste dal lavoro offerto. Vengono adeguatamente divulgati questi dati? Come vengono attuate strategie tese a rendere nell'immediato e con urgenza più compatibili l'offerta delle competenze con la domanda di lavoro? Le istituzioni si stanno adeguatamente impegnando nel cercare di invertire la tendenza con effetto immediato o, con effetto di più lungo periodo, cercare di prevedere quali saranno in futuro i settori economici in crescita e maggiormente capaci di intercettare le richieste del mercato del lavoro al fine di orientare i percorsi formativi (iscrizioni alle superiori ed immatricolazioni universitarie) della popolazione più giovane? Gli spunti di riflessione su questa questione non mancano, ci sono esperimenti lodevoli come quello del consorzio AlmaLaurea, da anni impegnato ad offrire "un ponte tra l'Università ed il mondo del lavoro e delle professioni", eppure gli sforzi istituzionali dovrebbero essere accresciuti nel senso di migliorare la concezione di un sistema formativo che manifesti le sue ricadute in termini di 1) crescita sostenibile e 2) qualità di un sistema liberaldemocratico in crisi di efficienza e di significato.

Il problema del finanziamento alla formazione, dopotutto, risiede proprio qui: se investo 10 posso ricevere indietro dal "cittadino" che ho formato 1, posso ricevere indietro solo 5 o posso ricevere indietro 100, ma i guadagni sono misurabili solo sul lungo periodo (si parla a tal proposito di "time lag"), ragion per cui si preferisce rinunciare a quote di sviluppo futuro per una effimera crescita contingente. Anche negli Stati Uniti, per esempio, alcuni studi commissionati dal Congresso Usa da Richard Apling e Nancy Lee Jones dimostrano che la formazione pubblica viene finanziata in maniera di gran lunga al di sotto del 50% di quanto previsto dalla disciplina giuridica fornita dalla No child left behind education act, la legge che regola la legislazione educativa (in particolare solo tra il 32 ed il 50% della spesa per la formazione finanziata dallo Stato sulla base degli obiettivi di legge nel caso della formazione delle persone con disabilità).

Nessuno può presumere ragionevolmente che la legislazione italiana possa in questa fase ottemperare a tutte le necessità di cui il sistema formativo nel suo complesso avrebbe bisogno, eppure invertire la tendenza non solo si può, ma si deve!

La Repubblica
01 12 2014

"La legge di stabilità vuole cancellare il principio che bisogna pensare non solo al presente della ricerca. Presidente, è una scelta miope". "E non le scrivo per lamentarmi, qui in Inghilterra sto benissimo, ma sono stato costretto a venirci"

di COSIMO LACAVA

Repubblica.it ha ricevuto la lettera che Cosimo Lacava - trentadue anni, ricercatori andato all'estero come migliaia di altri giovani - ha indirizzato al Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. L'analisi della Legge di Stabilità, le misure che riguardano la ricerca. Per chiedere al Presidente di "scongiurare" quelle modifiche che lascerebbero i ricercatori in un infinito limbo di precariato.

Ecco il testo della lettera:

Egregio Presidente della Repubblica,

Il mio nome è Cosimo Lacava, ho trentadue anni, il mio mestiere è fare ricerca, nell'ambito dell'optoelettronica per le comunicazioni in fibra ottica. Le scrivo questa lettera dopo aver appreso di alcune delle misure che il Governo attuale intende portare avanti riguardo l'Università e la Ricerca. In particolare mi riferisco alla norma prevista dall'art. 28, comma 29 della Legge di Stabilità in discussione in Parlamento in questi giorni.

Tale norma intenderebbe cancellare quanto previsto dall'art. 4 del decreto legislativo 49/12, che introduceva un principio sacrosanto: e cioè che si dovesse pensare anche al futuro e non solo al presente della ricerca e della didattica delle università; e che le risorse disponibili dovessero essere equamente distribuite tra le progressioni di carriera (legittime) e le immissioni in ruolo di giovani ricercatori del tipo b (a norma della legge 240/10), l'unica figura con una prospettiva certa e chiara, dopo tre anni di lavoro di ricerca di qualità, certificato dall'ottenimento dell'abilitazione nazionale da professore associato, di poter entrare a far parte dell'organico stabile dell'università.

L'abolizione di quel principio, Presidente, rappresenterebbe una scelta miope e insensata perché non guarderebbe al futuro, ma solo al presente, peggiorando un quadro già compromesso, con il rischio di ridurre il capitale umano futuro della Ricerca Italiana; quel capitale umano che dovrà innovare e confrontarsi con le altre realtà accademiche europee e mondiali; una scelta che darebbe l'avallo a quella politica universitaria incline a premiare chi sia già immesso stabilmente in ruolo. Anche dal punto di vista simbolico, si tratterebbe di un pessimo segnale per i più giovani.

Le chiederei pertanto, sapendo dell'attenzione con cui ha da sempre guardato al sistema universitario e al suo futuro, di fare quanto nelle sue possibilità istituzionali e politiche per scongiurare quella modifica normativa che la Legge di Stabilità vuole introdurre.

Le scrivo anche, Presidente, per raccontarle la mia storia, una storia, sono sicuro, identica a tante altre, ma che forse vale la pena di essere raccontata, per evitare che tutto diventi normale, accettato. La mia storia è semplice: sono nato a Grottaglie, provincia di Taranto. Mio padre ha lavorato per quaranta anni all'Ilva di Taranto. Grazie ai suoi sacrifici ho studiato Ingegneria Elettronica (Laurea triennale, al Politecnico d Bari) e poi ho deciso di iscrivermi alla laurea magistrale in Ingegneria Elettronica a Pavia, Università piena di eccellenze nel campo che più mi interessava, appunto l'optoelettronica.

Ho concluso il mio percorso a Pavia dopo due anni e, grazie all'entusiasmo di alcuni dei docenti che mi hanno seguito, ho deciso che nella vita avrei voluto fare ricerca, che avrei voluto avere il loro stesso entusiasmo, e che mi sarebbe piaciuto, in futuro, "contagiare" altri studenti come me.

Ho deciso allora di iscrivermi al concorso di dottorato, di cui sono risultato vincitore con borsa. E' stato uno dei momenti più belli della mia carriera di studio, perché in quel momento ho capito che "era una cosa possibile" e che la ricerca italiana, in qualche modo, aveva deciso di investire risorse su di me. Circa un anno fa ho concluso il dottorato. Sono stati tre anni intensi, in cui chi mi ha seguito mi ha letteralmente "insegnato un mestiere" da zero, quello da ricercatore.

In questi anni non sono peraltro riuscito a ignorare l'altra grande passione della vita: fare Politica. Ho sempre fatto Politica, fuori dall'Università, e dentro l'Università; penso che fare Politica significhi cercare di risolvere problemi, semplicemente. Quando faccio politica mi sento al posto giusto, nel momento giusto, perché mi rendo conto che ci sono dei problemi da risolvere, e in qualche modo la passione mi aiuta a capire qual è la soluzione. Solo chi fa questa cosa ogni giorno sa cosa intendo dire, e Lei, Presidente, sono sicuro che capisce ciò che intendo.

Dopo un anno di post dottorato ho dovuto abbandonare tutto questo. Ho dovuto lasciare il mio lavoro in Italia perché mi sono reso conto (e non è difficile arrivare a questa conclusione) che non esistevano (e non esistono) prospettive qui per chi vuole fare il mio lavoro. Sono dovuto andare all'estero, abbandonando un potenziale gruppo di ricerca in crescita; e ciò nel mentre il nostro Governo vuole varare norme come quella di cui le scrivevo in principio, che vanno nella direzione sbagliata, non guardano al futuro, e che, poiché ingiuste, abbattono il morale di quanti, tra i più giovani, vorrebbero e vogliono continuare a fare ricerca nel nostro amato Paese.

Oggi nell'Università italiana si resiste, Presidente, nulla più: si cerca (e in diversi casi, peraltro si riesce, al prezzo di enormi sacrifici!) strenuamente di fare ricerca di qualità con pochi fondi (e quindi poco personale) e pochi mezzi.

So già cosa potrebbero dire alcuni leggendo questa lettera: i soldi vanno trovati altrove, fondi Europei, ecc. Tutto vero, ma questo, almeno dal dipartimento da cui arrivo io, viene fatto, e anche bene. Non si può fare di più perché continuando a tagliare fondi si taglia la base su cui noi ricercatori dobbiamo poi costruire il resto, e trovare poi fondi esterni. E' un concetto semplice: se non esiste la base, non si può costruire quello che viene dopo.

Per non parlare dell'incredibile vicenda dei progetti Sir, banditi in febbraio, scaduti a marzo (un mese per scrivere un progetto?) e di cui non si conoscono gli esiti a oggi (nel mezzo, una storia fatta d'inefficienza e incompetenza, ma non mi dilungo oltre). Qualcun altro dirà che è bene fare "un'esperienza all'estero"; non posso che essere d'accordo a patto che ci sia la possibilità di ritornare e che l'Italia ospiti altri ricercatori da altre parti del mondo per arricchirsi anch'essa. E' cosi in questo momento? Assolutamente no.

In questo momento io vivo a Salisbury, una cittadina inglese del Wiltshire. Ogni mattina alle 7.30 prendo un treno che mi porta a Southampton, dove lavoro. La mia ricerca è d'interesse internazionale e potrebbe portare, nei prossimi anni, tante innovazioni nel campo delle comunicazioni a banda larga che, sicuramente, saranno anche d'interesse primario per il nostro Paese.

Non so quantificare con precisione quanto lo Stato abbia speso per la mia formazione: so che il costo per lo Stato della formazione di un dottore di ricerca, dalla scuola primaria fino al conseguimento del titolo di Dottore di Ricerca, viene stimato in 500.000 euro. Oggi un altro Paese "trae" vantaggio da questo, senza nulla in cambio. E le statistiche di questi ultimi anni, che non le riporto, Presidente, perché immagino le conosca, raccontano di un vero e proprio esodo verso l'estero di tanti, tantissimi giovani come me. Questo non è normale, e vorrei che qualcuno se ne accorgesse.

Infine, ci terrei ad aggiungere, Presidente, che questa non è una lettera per comunicare "quanto sto male"; al contrario, io sto benissimo, mi sento "un privilegiato" perché faccio un lavoro che mi piace, che mi appassiona, lo stipendio che ricevo è giustamente proporzionato al lavoro assegnatomi e le prospettive che ho sono promettenti. Vivo bene e sono felice, vorrei però poter decidere di farlo nel mio e per il mio Paese.

In questi momenti mi rendo conto che anche contribuire al bene comune del nostro Paese sta diventando un privilegio per noi Italiani; e mi creda, Presidente, questo fa male, molto male. Vorrei, al contrario, poter tornare, e tornare ad investire una consistente parte del mio tempo libero in impegno civile e politico, per lasciare un Paese migliore alle generazioni che seguiranno. Il resto del tempo vorrei semplicemente lavorare, e fare il mio lavoro, attraverso cui, ugualmente, contribuire al bene comune e dimostrare anche che l'investimento fatto su di me è stato un buon investimento. Con un cordiale saluto,

Southampton, 27/11/2014

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