×

Attenzione

JUser: :_load: non è stato possibile caricare l'utente con ID: 415

Russia, libero uno degli attivisti di Greenpeace

Il Corriere della Sera
19 11 2013

Sarà liberata su cauzione Iekaterina Zaspa, medico di bordo del rompighiaccio Arctic 30 e tra i 30 attivisti di Greenpeace autori del blitz contro una piattaforma petrolifera artica di Gazprom: lo riferisce la tv in lingua inglese «Russia Today». Lo ha deciso il tribunale, respingendo la richiesta dell’accusa che chiedeva la proroga della detenzione.

GLI ALTRI ATTIVISTI - Intanto il tribunale di San Pietroburgo, su richiesta del comitato investigativo, ha prorogato di tre mesi fino al 24 febbraio la detenzione preventiva per l’australiano Colin Russel, uno dei 30 attivisti di Greenpeace in cella dal 19 settembre per il blitz contro una piattaforma petrolifera artica di Gazprom. Analoghe richieste sono state avanzate per gli altri militanti. Oggi il tribunale esaminerà le richieste riguardanti altri sei attivisti, tra loro non c’è l’italiano Christian D’Alessandro.

"Sono russo e gay, chiedo asilo". E Berlino glielo concede

  • Venerdì, 15 Novembre 2013 15:37 ,
  • Pubblicato in LA STAMPA

La Stampa
15 11 2013

La storia di P., primo cittadino della Federazione Russa a ottenere lo stato di rifugiato per via della sua omosessualità: «Quando mi hanno detto del riconoscimento sono scoppiato a piangere, è davvero difficile vivere in una società che ti ritiene malato e ritardato».

Gli omosessuali hanno una lunga storia di persecuzione nel mondo. La Germania ricorda bene il triangolo rosa cucito addosso ai gay internati nei campi di concentramento nazisti. Ma ancora oggi, a settant’anni dalla fine della Seconda guerra mondiale, in Europa l’omofobia e un problema scottante. In Russia in particolare, dove le violenze e l’emarginazione contro gli omosessuali sono all’ordine del giorno, e una legge controversa voluta dal presidente Vladimir Putin per fermare la “propaganda gay” seppellisce il riconoscimento dei pari diritti sotto una spessa coltre di ghiaccio.

Per questo Pavel (il nome è di fantasia) nell’aprile del 2013 ha scelto di scappare dalla Siberia verso la Germania sfuggendo alla paura, ai soprusi, alle minacce. E per questo Berlino ha deciso di concedergli l’asilo, come ha reso noto Quarteera, un’associazione che in Germania si occupa di fare rete tra gay, contro l’omofobia nella comunità russofona. Pavel, anche grazie all’aiuto di Queeramnesty Deutschland, è così diventato il primo cittadino russo a ottenere lo status di rifugiato per via della propria omosessualità. «E’ davvero difficile vivere in una società che ti ritiene malato e ritardato, dove ti possono licenziare solo perché sei gay. Dove ognuno ritiene di avere il diritto di poterti umiliare», ha raccontato Pavel in un’intervista pubblicata dal sito. «Pensi che sia facile vivere con la sensazione che da un momento all’altro possa arrivare qualcuno e staccarti la testa?» Pavel ha scelto impulsivamente di partire per la Germania.

«Avevo un posto fisso, non volevo licenziarmi, ma ho dovuto farlo. Non conoscevo il tedesco, non avevo conoscenti o amici in Germania, e nemmeno parenti». All’arrivo le cose non sembravano mettersi bene: la sua avvocata l’aveva messo in guardia dal fatto che non c’erano precedenti di rifugiati omosessuali dalla Russia. Ma dopo quattro, duri, mesi trascorsi in alcuni rifugi per richiedenti asilo, all’inizio di agosto Pavel ha finalmente ottenuto l’accoglimento della sua domanda. «Sapevo che era impossibile, ma ho anche sempre saputo che alla fine ce l’avrei fatta», ha raccontato.

«Quando mi hanno detto del riconoscimento sono scoppiato a piangere. Non ricordo quando avevo pianto l’ultima volta prima di allora. Ma in quel momento sono stato sopraffatto. Ho comprato un mazzo di rose e le ho date alla gente per strada». Non è automatico che ora il caso di Pavel apra la strada ad altri: il riconoscimento dello status di rifugiato viene concesso dall’autorità dopo un’indagine del singolo caso. Però si tratta di un passo importante, spiega Quarteera, «un segnale di apertura, che indica come le autorità tedesche prendano seriamente la catastrofica situazione degli LGBT in Russia».

Oggi Pavel ha la possibilità di ricominciare, lontano dalla famiglia e dagli amici, ciò che più gli manca della Russia. «Ora voglio per prima cosa imparare la lingua e uscire al più presto dal sistema dei sussidi sociali - ha detto -, voglio trovare un lavoro e vivere in pace. E dimenticare la Russia, come si fa con gli incubi».

Matteo Alviti


Huffington Post
15 11 2013

Il trasferimento dei 30 attivisti di Greenpeace da Murmansk a San Pietroburgo lascia pensare che, presto, tutto l'equipaggio dell'Arctic Sunrise verrà scarcerato. È quanto ha detto il capo del Consiglio per i diritti umani della presidenza russa, Mikhail Fedotov, come riporta l'agenzia Interfax. "Credo che presto il loro destino verrà deciso in modo positivo", ha detto oggi alla stampa. Gli Arctic 30, tra cui l'italiano Cristian D'Alessandro, sono arrivati a San Pietroburgo in treno, lo scorso 12 novembre.

Sono stati divisi in tre diversi carceri della città. Qui hanno ricevuto la visita del commissario per i diritti umani di San Pietroburgo, Alesksandr Shilov.

"Sono separati, in celle da 2-4 persone, con cittadini russi e di altre nazionalità, detenuti per diversi motivi", ha riferito lo stesso Shilov, il quale ha aggiunto poi che alcuni degli ambientalisti "hanno già avuto incontri con gli avvocati o con i rispettivi consoli".

"Penso che il trasferimento a Pietroburgo indichi la preparazione a un cambiamento della misura detentiva", ha detto Fedotov, parlando di una decisione che a questo punto dovrà essere "diplomatica e politica", ma non certo giuridica.

Il funzionario ha poi ricordato che la competenza, in questo senso, è del Comitato investigativo russo, al quale il Consiglio per i diritti umani ha già lanciato un appello per la liberazione dei 30 ambientalisti, di 18 diverse nazionalità.

Gli Arctic 30 - tra cui vi sono due giornalisti freelance, che erano a lavoro sulla rompighiaccio di Greenpeace - sono stati arrestati il 19 settembre scorso, dopo aver tentato di scalare una piattaforma petrolifera di Gazprom, come protesta contro le trivellazioni nell'Artico. Inizialmente accusati di pirateria, sembra ora che l'unica accusa di cui dovranno rispondere sia quella di teppismo. Se giudicati colpevoli, rischiano 7 anni di detenzione.

Russia: la caduta dei meteoriti è colpa dei Gay!

  • Venerdì, 15 Novembre 2013 10:12 ,
  • Pubblicato in Flash news

Circolo Mario Mieli
15 11 2013

La caduta meteoriti sulla terra? Dipende dagli omosessuali, o meglio: dalla presenza degli omosessuali in un determinato territorio; lo asserisce con convinzione il giornalista Arkady Mamontov in un documentario trasmesso sull'emittente statale Russia 1, parlando dei fatti accaduti a Chelyabinsk, dove si è abbattuto un meteorite lo scorso febbraio.

Ora, ci chiediamo: ma questa è omofobia o follia? Non che tra un omofobo e un folle ci sia molta differenza, ma qui siamo davvero arrivati al limite dell’essere ridicoli.

Arkady Mamontov cita, ovviamente, i soliti versetti biblici in cui si parla della lava incandescente che ha distrutto Sodoma e Gomorra, dimenticando, però, che nella stessa Bibbia si impone di non mangiare crostacei o di fare sacrifici piuttosto strani: chi parla non è ateo nella maniera più assoluta, però qualsiasi uomo di chiesa che si rispetti – e ce ne sono – ha già detto (e continua a dire) che la parola di Dio va interpretata e adattata alla società in cui si inserisce, perché comunque inquadrata, all’epoca della stesura, in un contesto completamente diverso. Insomma: i crostacei si possono mangiare, tranquilli. E la vicenda Sodoma e Gomorra – visto che ci tocca da vicino – andrebbe letta in modo diverso, o almeno attenuato.

Il giornalista, poi, condisce il suo minestrone con la solita rivoluzione “occidentale” a stampo europeo, che porterà - leggete con molta attenzione - i gay in tutto lo stato di Putin (sì, non bisogna chiamarlo stato – lo sappiamo – ma il vocabolario al momento non ci viene in aiuto); anche per questa giustificazione, insomma, più che parlare di omofobia, si potrebbe parlare di turbamento, conflitto interiore: chiamatelo come volete, ma non “omofobia”, perché qui siamo a livelli ancora più bassi. Purtroppo!

La Repubblica
14 11 2013

Tre giurati popolari malati o con impegni di lavoro fanno mancare il numero legale. Così il Tribunale di Mosca azzera il nuovo processo per l'assassinio della giornalista in attesa di una nuova giuria il 14 gennaio. Sul banco degli imputati quattro ceceni e un ex dirigente della polizia di Mosca. Ignoto, ad oggi, il mandante.

I giurati danno forfait, ufficialmente per motivi di lavoro o salute, e il processo per l'assassinio della giornalista Anna Politovskaia viene azzerato in attesa che sia nominata una nuova giuria popolare il 14 gennaio. Lo ha deciso oggi il Tribunale cittadino di Mosca che stava celebrando il nuovo procedimento, aperto lo scorso 24 luglio, contro i presunti autori dell'omicidio, quattro ceceni e un ex ufficiale del polizia di Mosca. Lo scrive l'agenzia di stampa Interfax.

Il procuratore Maria Semenenko aveva chiesto in precedenza lo scioglimento della giuria perché tre giurati avevano notificato di non poter continuare a partecipare alle udienze per motivi di salute o di lavoro. Rinuncia che aveva fatto scendere il numero dei giudici popolari sotto la quota legale di 12, rendendo impossibile la continuazione del processo. Il presidente del Tribunale non ha potuto fare altro che sciogliere la giuria per nominarne una nuova.

Anna Politkovskaya fu assassinata nell'ottobre del 2006 nell'ascensore di casa. Giornalista famosa e scomoda, la Politkovskaya, una spina nel fianco dell'establishment politico di Mosca soprattutto per i suoi articoli sulla guerra in Cecenia e per la sua posizione critica nei confronti del presidente russo Vladimir Putin.

Il processo aperto lo scorso luglio inizialmente era stato boicottato dai figli della giornalista, Ilia e Vera, che accusavano la Corte di aver scelto i giurati senza consultarli. Poi i due giovani hanno deciso di partecipare alle sedute del Tribunale.

Uno degli imputati, Lom-Ali Gaitukayev, è accusato di aver organizzato, per conto di un mandante a oggi ignoto, l'assassinio della giornalista della Novaya Gazeta. Gaitukayev avrebbe reclutato un ex poliziotto di Mosca, Dmitri Pavliushchenkov, l'ex dirigente della polizia Sergei Khadikurbanov e i fratelli ceceni Rustam, Dzhabrail e Ibragim Makhmudov, presunti esecutori materiali dell'omicidio.

Nel primo processo, concluso nel 2009, due fratelli, Ibragim e Dzhabrail Makhmudov, erano stati assolti per insufficienza di prove insieme a Khadzhikurbanov, mentre Rustam Makhmudov era ancora latitante e Gaitukayev era stato sentito solo in qualità di testimone.

Poi, nel 2010, la Corte Suprema russa aveva annullato la sentenza per gravi vizi procedurali e pochi mesi dopo, accogliendo un ricorso della famiglia Politkovskaia, aveva sospeso il processo bis appena iniziato, inviando gli atti alla procura per unificarli con l'inchiesta sul mandante e sul presunto killer, Rustam Makhmudov, nel frattempo catturato in Cecenia.

In un processo stralcio, l'ex poliziotto Pavliushchenkov, pur collaborando con la giustizia, è stato condannato a 11 anni di carcere duro per aver pedinato la vittima, partecipato all'organizzazione del delitto e fornito l'arma al killer.

facebook