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Nadezha delle Pussy Riot - Lettere dal carcere

  • Martedì, 29 Ottobre 2013 12:18 ,
  • Pubblicato in Flash news

Guazzington post
29 10 2013


Nadezha delle Pussy Riot - Lettere dal carcere

Mentre si leggono, sul web, note di agenzia sulla ripresa dello sciopero della fame, su un trasferimento e forse una scomparsa, pubblichiamo - tratte da una mailing list femminista, dove sono state tradotte - le lettere dal carcere di Nadezha.


Nadezhda Tolokonnikov delle Pussy Riot

Questo lunedì 23 settembre, inizio lo sciopero della fame. E’ un metodo estremo, ma sono assolutamente sicura che rimane l’unica soluzione nella situazione in cui mi trovo.
La direzione della colonia penale rifiuta di ascoltarmi. Ma non rinuncerò alle mie rivendicazioni, non intendo rimanere senza parlare né guardare senza protestare la gente che cade dallo sfinimento, ridotta in schiavitù dalle condizioni di vita che prevalgono nella colonia. Esigo il rispetto dei diritti umani nella colonia, esigo il rispetto delle leggi in questo campo della Mordovia. Esigo che veniamo trattate come esseri umani anziché come schiave.
Un anno fa sono arrivata alla colonia penale n° 14 del paese di Parts. Le detenute dicono: «Chi non ha conosciuto i campi della Mordovia semplicemente non ha conosciuto i campi». Avevo sentito parlare dei campi della Mordovia allora, quando ero ancora nel carcere preventivo n°6 di Mosca. Laggiù il regolamento è più duro, le giornate lavorative più lunghe e i soprusi più flagranti. Quando partite per la Mordovia, ci si congeda da voi come se partiste per il martirio. Fino all’ultimo, ognuna spera – «forse, nonostante tutto, non sarà la Mordovia? Forse ci sfuggirò?» Non ci sono sfuggita e nell’autunno del 2012, sono arrivata nella regione dei campi sulle rive del fiume Partsa.
La Mordovia mi ha accolta con la voce del vice direttore capo del campo, il tenente-colonnello Kuprianov, che esercita di fatto il comando nella colonia n° 14: «E sappia che dal punto di vista politico, sono uno stalinista.» L’altro capo (dirigono la colonia in tandem), il colonnello Kulaghin, mi ha convocata il primo giorno per un colloquio che aveva per scopo di costringermi a confessare la mia colpa. «Le è successa una disgrazia. Non è forse vero? Le hanno dato due anni di campo. Di solito, quando le succede una disgrazia, la gente cambia il proprio punto di vista sulla vita. Deve riconoscersi colpevole per usufruire della liberazione anticipata. Se non lo fa, non ci sarà nessun condono»
Ho subito dichiarato al direttore che intendevo effettuare soltanto le otto ore di lavoro quotidiano previste dal Codice del Lavoro. «Il Codice del Lavoro è una cosa; l’essenziale è rispettare le quote di produzione. Se non si rispettano, si fanno delle ore supplementari. E poi, qui, ne abbiamo piegato parecchie più dure di lei!» mi ha risposto il colonnello Kulaghin.
Tutta la mia brigata nel laboratorio di cucito lavora dalle 16 alle 17 ore quotidiane. Dalle 7.30 fino a mezzanotte e mezza. Nel migliore dei casi, rimangono quattro ore di sonno. Abbiamo un giorno di ferie ogni sei settimane. Quasi tutte le domeniche sono lavorative. Le detenute presentano richieste di deroga per lavorare durante i giorni festivi, «di loro iniziativa», secondo la formula in uso. In realtà, ovviamente, è tutto tranne che di loro iniziativa; le richieste di deroga sono scritte su ordine della direzione del campo e sotto la pressione delle detenute che ritrasmettono la volontà dell’amministrazione.
Nessuna osa disubbidire (rifiutare di scrivere una richiesta che autorizzi a lavorare di domenica, non lavorare fino all’una di notte). Una cinquantenne aveva chiesto di tornare negli edifici abitativi alle venti anziché a mezzanotte, per potersi coricare alle 22.00 e dormire otto ore, almeno una volta alla settimana. Si sentiva male, aveva problemi di pressione. In risposta, ci fu una riunione della nostra unità dove l’hanno rimproverata, l’hanno insultata ed umiliata, l’hanno chiamata parassita. «Credi di essere l’unica ad avere sonno? Bisognerebbe legarti ad un aratro, grossa vacca!» Quando il medico dispensa dal lavoro una delle donne della brigata, anche in questo caso, le altre le piombano addosso: «Io sono andata a cucire perfino con 40° di febbre! Ci hai pensato a chi dovrà fare il tuo lavoro?»
Al mio arrivo sono stata accolta nella mia brigata da una detenuta che era vicina alla fine dei suoi nove anni di campo. Mi ha detto: «I secondini non oseranno fare pressione su di te. Le detenute lo faranno per conto loro.» E infatti il regolamento è concepito in modo tale che ad essere incaricate di sfiancare la volontà delle donne, di terrorizzarle e trasformarle in schiave mute sono le detenute fungono da capi squadra o responsabili di unità.
Per mantenere la disciplina e l’ubbidienza nel campo, esiste tutto un sistema di punizioni informali: «rimanere nel cortile fine allo spegnersi delle luci» (proibizione di entrare nelle baracche, che sia autunno oppure inverno – nella squadra n° 2, quella delle handicappate e delle pensionate, c’è una donna alla quale hanno amputato un piede e tutte le dita delle mani: era stata costretta a passare un’intera giornata nel cortile – piedi e mani si erano congelati), «vietare l’accesso all’igiene» (divieto di lavarsi e di andare in bagno), «vietare l’accesso alla mensa e alla caffetteria» (divieto di mangiare il proprio cibo, di consumare bibite calde). C’è da ridere e da piangere quando una quarantenne dice: «Ma insomma,oggi siamo punite! Ma ci puniranno anche domani, mi chiedo?». Non può uscire dal laboratorio per fare la pipì, non può prendere una caramella dalla borsa. Vietato.
*****

Ossessionata dal sonno, sognando soltanto un sorso di tè, la prigioniera spossata, molestata, sporca, diventa un materiale docile alla mercé dell’amministrazione, che vede in noi soltanto una manodopera gratuita. Nel giugno del 2013, il mio stipendio era di 29 rubli (meno di un euro!). Mentre la brigata produceva 150 divise di poliziotti al giorno. Dove finisce il prodotto della vendita di queste divise?
Varie volte, il campo ha incassato sussidi per cambiare completamente le attrezzature. Ma la direzione si è accontentata di far ridipingere le macchine per cucire dalle detenute stesse. Dobbiamo cucire con macchine obsolete e scalcinate. Secondo il Codice del Lavoro, se le condizioni delle attrezzature non corrispondono alle norme industriali contemporanee, le quote di produzione devono essere diminuite rispetto alle quote-tipo del settore. Ma le quote di produzione non smettono di aumentare. A sbalzi e senza preavviso.
«Se gli lasciamo capire che possiamo fare 100 divise, alzeranno il livello fino a 120» dicono le operaie esperte. Ora, non si può non fabbricarli – oppure tutta la squadra verrà punita, tutta la brigata. Ad esempio, sarà costretta a rimanere parecchie ore in piedi sulla piazza d’armi. Con la proibizione di andare in bagno. Con la proibizione di bere un sorso d’acqua.
Due settimane fa, la quota di produzione per tutte le brigate della colonia penale è stata arbitrariamente aumentata di 50 unità. Se prima la norma era di 100 divise al giorno, ora diventava 150. Secondo il Codice del Lavoro, i lavoratori devono essere avvisati dei cambiamenti delle quote di produzione almeno due mesi in anticipo. Nella colonia n°14, ci svegliamo un bel giorno con una nuova quota, perché è saltato in mente ai nostri «mercanti di sudore», così le detenute hanno soprannominato la colonia. Gli effettivi della brigata diminuiscono (alcune sono liberate, altre trasferite), ma le quote di produzione aumentano, e coloro che rimangono lavorano sempre più duro.
*****
I meccanici ci dicono che non hanno i ricambi necessari alle riparazioni e che non bisogna contarci: «Quando li riceviamo? Ma dove credi di essere per fare simili domande? Qui siamo in Russi, no?»
In qualche mese alla fabbrica della colonia, ho praticamente imparato il mestiere di meccanico. Per forza e sul campo. Mi buttavo sulle macchine con il cacciavite in mano, in un tentativo disperato di aggiustarle. Per quanto le tue mani siano coperte di punture d’ago, di graffi e ci sia sangue dappertutto sul tavolo, provi comunque a cucire. Perché sei una anellino di questa catena di produzione e la tua parte di lavoro è indispensabile che tu la faccia alla stessa velocità delle sarte esperte. E questa dannata macchina che si guasta ogni due secondi!
Poiché sei la pivellina, e vista la carenza di attrezzature di qualità nel campo, a te ovviamente tocca il peggior motore della catena. Ed ecco che il motore si guasta di nuovo, ti precipiti alla ricerca del meccanico (introvabile), le altre ti urlano contro, ti accusano di far naufragare il piano, ecc. Nella colonia non è previsto nessun tirocinio alla professione di sarta. Si sistema la pivellina al suo posto di lavoro e le viene dato un compito.
«Se non fossi la Tolokonnikova, da molto tempo ti avremmo sistemata» – dicono le detenute in buoni rapporti con l’amministrazione. E infatti le altre sono picchiate. Quando sono in ritardo nel lavoro. Sulla schiena, sulla faccia. Sono le detenute stesse a picchiare, ma non succede nessun pestaggio nella colonia che non sia approvato dall’amministrazione. Un anno fa, prima del mio arrivo, è stata pestata a morte una Zingara nell’unità 3 (l’unità 3 è l’unità punitiva, è li che vengono mandate dall’amministrazione quelle che devono subire pestaggi quotidiani). È morta all’infermeria della colonia 14. L’amministrazione è riuscita a nascondere che era morta durante il pestaggio: come causa del decesso hanno segnato attacco cerebrale.
In un’altra unità, le sarte novelle, che non riuscivano a completare la norma, sono state costrette a svestirsi e a lavorare nude. Nessuna osa lamentarsi presso l’amministrazione, perché l’amministrazione ti risponderà con un sorriso e ti rispedirà nella tua unità, dove, per aver fatto la spia, verrai riempita di botte, su ordine di quella stessa amministrazione. Questo nonnismo controllato è un mezzo comodo per la direzione per sottomettere completamente le detenute a un regime di mancanza di diritti.
Nel laboratorio prevale un’atmosfera di nervosismo sempre foriera di minacce. Le donne, che mancano costantemente di sonno e che vengono continuamente stressate da questa corsa disumana alla produzione, sono pronte a esplodere, a urlare, a battersi per il minimo pretesto. Non molto tempo fa, una ragazza ha ricevuto una forbiciata alla tempia perché non aveva fatto passare abbastanza in fretta un pantalone. Un’altra volta, una detenuta ha provato ad aprirsi la pancia con una sega. Si è riuscite a fermarla.
Quelle che erano alla colonia 14 nel 2010, l’anno degli incendi (delle foreste) e del fumo, raccontano che mentre l’incendio si avvicinava ai muri del recinto, le detenute continuavano ad andare a lavorare e a rispettare la norma. Non si vedeva a due metri a causa del fumo., ma le donne si erano legate fazzoletti umidi attorno al viso e continuavano a cucire. Per via dello stato di emergenza non erano più portate in mensa. Alcune donne mi hanno raccontato che avevano una fame spaventosa e che tenevano un diario per annotare l’orrore di quei giorni. Una volta spenti gli incendi, i servizi di sicurezza hanno perquisito le baracche da cima a fondo e confiscato i diari, in modo che niente trasparisse fuori.
*****
Le condizioni sanitarie nella colonia sono concepite in modo che il detenuto si senta una bestia sporca ed impotente. E benché ci siano servizi igienici in ogni unità, l’amministrazione ha immaginato, con uno scopo punitivo e pedagogico, un «locale igienico comune»: cioè una stanza prevista per 5 persone, dove tutta la colonia (800 persone) deve andare a lavarsi. Non abbiamo il diritto di lavarci nei servizi delle nostre baracche, sarebbe troppo comodo!
Nel «locale igienico comune», regna il parapiglia permanente e le donne, armate di bacinelle, provano a lavarsi più in fretta possibile «la loro nunù» (così si dice in Mordovia) arrampicandosi le une sulle altre. Abbiamo il diritto di lavarci i capelli una volta alla settimana. Ma pure questa «giornata del bagno» a volte è cancellata. Il motivo: una pompa che ha ceduto, una tubatura ostruita. E’ successo che un’unità non possa lavarsi per due o tre settimane.
Quando un tubo si ostruisce, l’urina rifluisce dai servizi verso i dormitori e gli escrementi risalgono a mucchi. Abbiamo imparato a sturare noi stesse le tubature, ma le riparazioni non durano molto, si ostruiscono ancora e ancora. Non c’è una sonda per sturare le tubature nella colonia. Si fa il bucato una volta alla settimana. La lavanderia è uno stanzino con 3rubinetti dai quali sgocciola un filo di acqua fredda.
Sempre con uno scopo educativo, bisogna credere, le detenute ricevono soltanto pane duro, latte generosamente annacquato, cereali sempre rancidi e patate marce. Quest’estate la colonia ha ricevuto una grossa partita di tuberi nerastri ed appiccicosi. Che ci hanno fatto mangiare.
Si potrebbe parlare senza fine delle condizioni di vita e di lavoro nella colonia 14. Ma il rimprovero principale che le faccio è di un altro ordine. È che l’amministrazione fa il possibile per impedire che la minima denuncia, la minima dichiarazione riguardo alla colonia 14 esca dalle sue mura. Il più grave sta nel fatto che la direzione ci costringe al silenzio. Senza fermarsi davanti ai mezzi più bassi e più subdoli. Da questo problema derivano tutti gli altri: le quote di lavoro eccessive, la giornata lavorativa di 16ore, ecc.
La direzione si sente invulnerabile e non esita ad opprimere sempre più le detenute. Non riuscivo a capire i motivi per cui tutte tacevano, prima di dover affrontare io stessa il mucchio di ostacoli che si ergono di fronte al detenuto che ha deciso di agire. I reclami non possono uscire dal territorio della colonia. Unica possibilità: fare uscire i reclami tramite il legale o la famiglia. L’amministrazione, meschina e rancorosa, usa tutti i mezzi di pressione affinché il detenuto capisca che la sua lamentela non gioverà a nessuno. Potrà solo peggiorare le cose. La direzione ricorre alle punizioni collettive: ti lamenti che non ci sia l’acqua calda? Si taglia l’acqua del tutto.
*****
Nel maggio 2013, il mio legale, Dmitri Dinze, ha presentato una denuncia alla Procura Generale contro le condizioni di vita nella colonia 14. Il tenente-colonnello Kuprianov, vicedirettore del campo, ha immediatamente introdotto condizioni insostenibili nel campo: perquisizioni a ripetizione, rapporti su tutte le persone in relazione con me, confisca dei vestiti caldi e minaccia di confiscare pure le calzature calde. Al lavoro si sono vendicati dandomi lavori di cucito particolarmente complessi, aumentando le quote di produzione e provocando imperfezioni artificiali. La capa della brigata vicina alla mia, braccio destro del tenente-colonnello Kuprianov, spingeva apertamente le detenute a strappare la produzione sotto la mia responsabilità nel laboratorio, affinché fossi spedita in cella per «degrado di beni pubblici». La stessa ha ordinato a delle detenute della sua unità di provocarmi a una rissa.
Si può sopportare tutto. Tutto ciò che riguarda soltanto sé stessi. Ma il metodo della responsabilità collettiva in vigore nella colonia ha delle conseguenze più gravi. Per ciò che fai, soffre tutta la tua unità, tutto il campo. E, cosa più perversa: ne soffrono tutte coloro che ti sono diventate care. Una mia amica è stata privata della liberazione anticipata, liberazione che cercava di meritare con il suo lavoro, rispettando ed anzi superando la sua quota di produzione: ha ricevuto una nota di biasimo perché, io e lei, avevamo presso insieme un bicchiere di tè. Lo stesso giorno, il tenente-colonnello Kuprianov l’ha fatta trasferire in un’altra unità.
Un’altra mia conoscente, una donna molto colta, è stata spedita all’unità punitiva, dove viene picchiata tutti i giorni, perché ha letto e commentato con me il documento intitolato «Regolamento interno dei centri penitenziari». Sono stati compilati rapporti su tutte le persone in contatto con me. Ciò che mi faceva male, era vedere perseguitare donne che mi sono vicine. Allora il tenente-colonnello Kuprianov mi disse, ridacchiando: «Non ti devono rimanere molte amiche!» E mi spiegò che tutto ciò succedeva a causa della denuncia del mio legale.
Adesso capisco che avrei dovuto dichiarare lo sciopero della fame fin dal mese di maggio, nella situazione di allora. Ma di fronte alla pressione terribile che l’amministrazione imponeva alle altre detenute, avevo sospeso i miei reclami contro la colonia.
Tre settimane fa, il 30 di agosto, ho inviato al tenente-colonnello Kuprianov una richiesta affinché conceda 8 ore di sonno a tutte le detenute della mia brigata. Si trattava di diminuire la giornata lavorativa da 16 a 12 ore. Ha risposto: «Benissimo, da lunedì la brigata lavorerà soltanto otto ore». So che era un tranello perché in otto ore è fisicamente impossibile rispettare la nostra quota di cucito. Di conseguenza, la brigata non ce la farà e verrà punita.
«E se vengono a sapere che tutto ciò succede per colpa tua, ha continuato il tenente-colonnello, mai più ti sentirai male, perché nell’altro mondo uno si sente sempre bene.» Dopo una pausa il tenente-colonnello ha aggiunto: «Ultima cosa: non chiedere mai niente per le altre. Chiedi soltanto per te stessa. Sono anni che lavoro nei campi e tutti coloro che vengono a chiedermi qualcosa per qualcun altro finiscono direttamente in cella all’uscita del mio ufficio. Tu sarai la prima a cui non succederà.»
Nelle settimane successive, nell’unità e in laboratorio, le condizioni sono diventate insostenibili per me. Le detenute vicine all’amministrazione hanno cominciato a spingere le altre a vendicarsi: «Ecco, siete punite per una settimana: vietato prendere il tè e mangiare fuori dalla mensa, vietate le pause toilette e le sigarette. D’ora in poi, sarete punite tutto il tempo se non cambiate comportamento con le pivelline e particolarmente con la Tolokonnikova; fate loro ciò che è stato fatto a voi. Siete state menate, neh? Vi hanno rotto il muso di sicuro? Allora spaccateglielo anche a loro. Per questo, nessuno vi rimprovererà.»
Più di una volta hanno cercato di trascinarmi in conflitti e risse, ma che senso avrebbe entrare in conflitto con delle donne che non sono libere dei loro atti e agiscono su ordine dell’amministrazione?
Le detenute della Mordovia hanno paura della propria ombra. Sono terrorizzate. E se ieri ancora erano ben disposte verso di me ed imploravano: «Fa qualcosa per le 16 ore lavorative», dopo la pressione che la direzione ha fatto pesare su di me, hanno pure paura di rivolgermi la parola.
Ho proposto all’amministrazione di placare il conflitto, di porre fine alla tensione artificialmente alimentata contro di me dalle detenute sottomesse all’amministrazione, così come alla schiavitù dell’intera colonia riducendo la giornata lavorativa e riportando le quote di produzione alla norma prevista dalla legge. Ma in risposta, la pressione è ancora salita. Perciò, da questo lunedì 23settembre, inizio uno sciopero della fame e rifiuto di partecipare al lavoro da schiave nel campo, fintanto che la direzione non rispetterà le leggi e non tratterà le detenute non più come bestiame offerto ad ogni arbitrio per i bisogni della produzione tessile, ma come persone umane.

Il Fatto Quotidiano
24 10 2013

Da pirati a teppisti. Si fanno meno pesanti le accuse nei confronti dei trenta attivisti di Greenpeace arrestati lo scorso 19 settembre in Russia. Gli ambientalisti, tra cui anche l’italiano Christian D’Alessandro, avevano dato l’assalto a una piattaforma petrolifera di proprietà di Gazprom e per questo rischiavano fino a 15 anni di carcere per pirateria.

Ora, con il passaggio al reato di teppismo, gli anni di reclusione previsti diventano al massimo cinque. Nel caso gli atti di vandalismo siano di gruppo e premeditati, però, la pena potrebbe inasprirsi di due anni. La notizia è stata resa nota da Vladimir Markin, il portavoce del comitato investigativo che si occupa del caso. Gli agenti hanno però specificato che “non è escluso che ad alcuni attivisti possano essere contestate anche accuse più gravi, tra cui il reato di violenza contro pubblico ufficiale, punibile con al massimo 10 anni. Il rifiuto di testimoniare da parte degli arrestati, hanno spiegato, ha ostacolato le indagini. “Questo spinge gli investigatori a verificare in modo approfondito tutte le possibili versioni, incluso il sequestro della piattaforma per motivi economici, per motivi terroristici, ricerca scientifica illegale e spionaggio”, ha aggiunto l’agenzia.

Non si fa attendere la reazione dell’associazione ambientalista. “Gli attivisti non sono teppisti tanto quanto pirati. Le accuse di teppismo sono largamente sproporzionate”, ha commentato Vladimir Chuprov di Greenpeace Russia, precisando che le accuse rappresentano “un’aggressione al principio di protesta pacifica” e “non hanno alcun legame con la realtà”.

Gli ambientalisti preparano le contromosse: “Contesteremo le accuse così come abbiamo fatto con quelle di pirateria”. Sulla vicenda è intervenuto anche Ermete Realacci, presidente della commissione Ambiente della Camera. “Non sappiamo le motivazioni che hanno portato la Russia a cambiare le accuse contro l’equipaggio dell’Arctic Sunrise da pirateria a teppismo – ha spiegato l’esponente Pd -. Quella di teppismo rimane comunque un’accusa inaccettabile e gravissima. Bisogna ricordare che le Pussy Riot sono dentro proprio con l’accusa di hooliganism”.

La vicenda degli attivisti Greenpeace è diventata anche un caso diplomatico. Il 21 ottobre, infatti, i Paesi Bassi avevano chiesto l’intervento del Tribunale internazionale per il diritto del mare al fine di ottenere il rilascio degli arrestati e il dissequestro dell’imbarcazione. Non a caso, l’Artic Sunrise, la nave che ospitava gli ambientalisti, batteva bandiera olandese.

Mosca aveva risposto di non avere intenzione di partecipare al procedimento avviato nei suoi confronti, rivendicando la sovranità nazionale, ma aveva fatto sapere di essere disponibile a “risolvere la situazione”. Una prima apertura in questo senso era già arrivata dal Cremlino: il presidente Vladimir Putin aveva ammesso che gli attivisti “non sono pirati”. Un altro segnale di un ammorbidimento russo era arrivata in giornata: lo stesso Putin aveva confermato la visita in russia del re d’Olanda Willem-Alexander il prossimo 8 novembre, dopo avere parlamento con il premier dei Paesi Bassi. “L’Olanda è uno dei nostri maggiori partner commerciali e negli investimenti”, aveva aggiunto il presidente russo.

La loro storia va oltre il premio che hanno ricevuto. È la storia di donne e uomini che si sono battuti per la libertà dei loro popoli, per l'affermazione di valori e diritti universali. E lo hanno fatto rischiando di persona. Ed ora scendono in campo sul "fronte russo". Undici premi Nobel per la pace hanno scritto una lettera congiunta al Presidente russo, Vladimir Putin, per sostenere i 28 attivisti di Greenpeace e i due giornalisti freelance trattenuti per due mesi in custodia cautelare dalle autorità russe con l'accusa di pirateria. ...

Russia, xenofobia e retate. A Mosca caccia agli immigrati

  • Martedì, 15 Ottobre 2013 11:53 ,
  • Pubblicato in LA STAMPA

La Stampa
15 10 2013

Un omicidio fa scoppiare la “bomba” clandestini: 380 finiti in manette dopo le scende di guerriglia urbana.


Tumulti xenofobi, scontri con la polizia, stato di massima allerta anche in piazza Rossa, 380 fermati, maxi raid anti immigrati della polizia: scene di guerriglia urbana ieri, e di caccia al clandestino oggi a Mosca, la più popolosa capitale europea sempre più ostile ai circa due milioni di immigrati caucasici e centro-asiatici, in gran parte musulmani, che vi sbarcano il lunario svolgendo i lavori più umili e pesanti in condizioni spesso di sfruttamento.

Un episodio che ha riacceso le polemiche su un problema scottante, tanto da evocare un’inchiesta parlamentare, mentre la Duma ha invitato in aula il ministro dell’Interno, il direttore del servizio immigrazione e il sindaco di Mosca per una discussione. Monta inoltre la preoccupazione di altri incidenti, alla vigilia del Kurban Bayram (in arabo Eid el Adha), dedicata al sacrificio di Isacco, la festa più importante del calendario musulmano.

La Federazione dei migranti di Russia ha invitato gli stranieri a non uscire raccomandando la massima prudenza. Ad accendere la miccia di una xenofobia diffusa che esplode sempre più frequentemente è stato l’omicidio di un venticinquenne russo, Iegor Sherbakov, accoltellato nei giorni scorsi davanti agli occhi della fidanzata per aver tentato di difenderla dagli insulti di un passante, poi identificato con un azero sulla base delle immagini di una videocamera. Ieri, sul luogo del delitto, a Biriuliovo, periferia sud della capitale, centinaia di abitanti locali si erano radunati per chiedere giustizia e protestare contro l’eccessiva presenza di immigrati, ritenuti responsabili della crescente criminalità. La manifestazione è poi degenerata, anche per l’intervento di gruppi nazionalisti radicali: al grido di `La Russia ai russi´ è stato assaltato il centro commerciale `Biriusa´`. Poi i primi tafferugli all’arrivo degli Omon, gli agenti anti sommossa: lanci di bottiglie, fumogeni, colluttazioni e primi fermi. Ma gran parte della folla è riuscita a dirigersi verso un vicino mercato all’ingrosso di frutta e verdura gestito in prevalenza da caucasici e centro-asiatici, con il pretesto di cercare il responsabile del delitto. Gli immigrati ancora al lavoro si sono dileguati, forse avvertiti da qualcuno, mentre la polizia mandava rinforzi circondando il mercato e facendo scattare il codice ´Vulcano’, il massimo stato d’allerta, anche in piazza Rossa e nell’antistante Maneggio, subito blindati.

Dopo i nuovi scontri in periferia, le forze dell’ordine hanno fermato 380 persone per teppismo, liberate già oggi: solo due sono state trattenute, 70 invece sono state citate in tribunale, dove rischiano provvedimenti amministrativi sino ad un massimo di 15 giorni di carcere. Gli investigatori stanno però valutando il reato di disordini di massa. Una ventina i feriti, di cui 8 ricoverati: 5 sono Omon.

Oggi la polizia, dopo un colloquio tra il sindaco di Mosca Serghiei Sobianin e il presidente Putin, ha annunciato una vasta operazione per il controllo dell’immigrazione clandestina e l’individuazione dell’autore dell’omicidio: i primi a farne le spese sono stati 1200 lavoratori caucasici e centro-asiatici del mercato preso d’assalto ieri, tutti fermati. Il mercato invece è stato provvisoriamente chiuso, mentre altri saranno controllati nelle prossime ore. Ispezioni a tappeto anche negli immobili sospettati di ospitare immigrati.

Nel dibattito si è inserito il blogger anti Putin Alexiei Navalni, noto per le sue posizioni nazionaliste: ha puntato il dito contro il leader del Cremlino e contro la corruzione della polizia contigua all’immigrazione clandestina, rilanciando la sua proposta di un regime di visti con le ex repubbliche sovietiche dell’Asia centrale. Ipotesi contro cui si era già schierato Putin nei giorni scorsi. In Russia sono frequenti le mobilitazioni xenofobe: la più clamorosa risale al dicembre 2010, quando decine di migliaia di nazionalisti si radunarono in piazza del Maneggio, vicino al Cremlino, per la morte di un giovane tifoso russo dello Spartak in una rissa con caucasici. Secondo il politologo Dmitri Trenin, i raid anti immigrati mettono a nudo «il più grande pericolo per la sicurezza nazionale russa: le relazioni inter-etniche nelle grandi città». (Ansa)

La Stampa
04 10 2013

Un imam del Tatarstan, repubblica russa di tradizione musulmana, ha lanciato un appello ai fedeli invitandoli a non assistere ai concerti in Russia della star britannica Elton John, gay dichiarato, perchè rischiano un "castigo divino".

"L'unica cosa che possiamo fare in quanto credenti è lanciare un appello alle persone perchè non cedano alle tentazioni del male e non assistano al concerto di Elton John in Russia, che si terrà a Kazan" la capitale locale, ha dichiarato l'imam Saïdjafar Lutfullin in un'intervista al quotidiano Nezavissimaia Gazeta.

"Coloro che assistono al concerto e coloro che si esibiscono sulla scena saranno puniti da un castigo divino par aver partecipato a una riunione di sodomiti".

In nota nota sul sito della sua moschea l'imam ha denunciato le prese di posizione del musicista sulla comunità omosessuale. "Come la cantante Madonna, promuove la legalizzazione del matrimonio tra persone dello stesso sesso e condanna sui media i governi che proibiscono i gay pride".

Sodoma e Gomorra sono "due città bibliche leggendarie che furono distrutte da Allah per i peccati dei lor abitanti: per i rapporti sessuali tra le persone dello stesso sesso, per l'omosessualità. E il celebre omosessuale Elton John fa propaganda a questo" si legge sul sito. La star si esibirà a dicembre a Mosca e Kazan.

A giugno il presidente russo Vladimir Putin ha promulgato una legge che vieta la "propaganda omossessuale" davanti ai minori.
Gli stranieri rischiano fino a 100.000 rubli (2.300 euro) di ammenda, fino a 15 giorni di detenzione e l'espulsione dalla Russia.



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