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Il safari contro i gay in Russia

  • Venerdì, 06 Settembre 2013 10:28 ,
  • Pubblicato in Flash news

Giornalettismo
06 09 2013

BBC NEWS questa settimana ha pubblicato un video che documenta le azioni di un gruppo di vigilante russi che obbligano un presunto gay a bere la propria urina. Ad un certo punto compare anche una donna che sostiene di partecipare a un safari a caccia di gay e pedofili usando un fucile d’assalto. Ekaterina, questo il suo nome, dirige la sezione locale dell’organizzazione “Occupy Peadophilia”. La notizia è stata riportata dall’Huffington Post.

A CACCIA DI OMOSESSUALI - «La nostra priorità è scopire i casi di pedofilia, ma siamo anche contro l’omosessualità e se, lungo la strada, incontriamo persone che hanno un orientamento sessuale non tradizionale, possiamo prendere due piccioni con una fava».

Se il gruppo “Occupy Peadophilia” vi suona familiare è perchè per tutta l’estate ha fatto notizia per i suoi attacchi brutali a gay, lesbiche, bisessuali e transgender. Per l’attivista gay Larry Poltavtsev, quelli dell’organizzazione «Sono come al-Quaeda, una struttura molto vaga formata da cellule indipendenti, mai connessi nè controllati gli uni dagli altri: è questa la chiave del loro successo. Ho notato che ogni gruppo ha registrato almeno 10-15 video».

LA COMPARSA DEI VIDEO ONLINE - Settimane dopo che i politici russi hanno approvato la leggi di propaganda anti gay, hanno iniziato a comparire una serie di video che documentavano le azioni dei gruppi, che adescavano gli adolescenti gay sui siti di appuntamenti online per poi sottoporli a brutali umiliazioni e torture. Altri cittadini russi, non necessariamente affiliati a “Occupy Paedophilia” hanno già aggredito pubblicamente delle persone solo perchè omosessuali, e nessuno è mai intervenuto a fermarli.

SI STAVA MEGLIO AI TEMPI DELL’UNIONE SOVIETICA - Nel video della BBC, i giornalisti hanno visitato anche un locale gay a Sochi, la città dove si terranno le olimpiadi invernali 2014, per chiedere come ci si sente ad essere omosessuali in Russia.

«Molte persone hanno cambiato il modo di vestire, hanno rimosso gli orecchini, cambiato il taglio dei capelli per evitare di avere problemi» ha detto Andrei Tanichev, il co-proprietario del locale, che ha poi aggiunto: «Ai tempi dell’Unione Sovietica, quando l’omosessualità era un reato, i gay venivano trattati meglio che al giorno d’oggi. Le persone comuni ci vedono come dei criminali, ci odiano».

Omofobia, "Io sto con Putin". Comune rimuove i manifesti shock

  • Venerdì, 06 Settembre 2013 09:16 ,
  • Pubblicato in Flash news

Paese Sera
06 09 2013

"Io sto con Putin" la frase apparsa sui manifesti omofobi affissi in città dal Fronte Nazionale. E che il Campidoglio sta facendo rimuovere, accogliendo l'appello di Gay Center: "Siamo di fronte ad un messaggio che vuole inneggiare tra l'altro alla repressione e all'omofobia, facendo riferimento alle leggi anti gay varate dalla Russia di Putin. Un messaggio inaccettabile che va respinto" ha dichiarato Fabrizio Marrazzo, portavoce di Gay Center.

DOMENICA MANIFESTAZIONE CONTRO L'OMOFOBIA - "Un messaggio che è anche una provocazione rispetto alla manifestazione che terremo domenica 8 alle ore 15 davanti all'ambasciata russa in Via Gaeta per protestare contro l'istituzionalizzazione dell'omofobia in Russia attraverso le leggi che vietano la propaganda gay - conclude Marrazzo - Non ci facciamo intimidire confermando la nostra mobilitazione e chiamando a raccolta tutti coloro che vogliono far sentire la propria voce contro la violazione dei diritti umani e dei diritti civili. Il sit in di domenica a Roma sarà uno degli appuntamenti di una mobilitazione internazionale che vedrà coinvolte molte città italiane".

LE REAZIONI - (OMNIROMA) - "Abbiamo predisposto la rimozione dei manifesti con la scritta 'Io sto con Putin' apparsi questa mattina in città. Oltre ad essere stati affissi abusivamente e al di fuori degli spazi consentiti, recano un chiaro messaggio omofobo che Roma non intende tollerare". Così il vicesindaco di Roma Luigi Nieri in un post su Facebook.

"Si tratta ancora di libertà di espressione? Abbiamo sempre davanti agli occhi le terribili immagini delle sevizie inflitte al ragazzo gay in Russia e siamo tuttora allibiti per il grave atto intimidatorio ai danni del ministro Kyenge - dichiara la deputata Ileana Piazzoni (Sel) - Fatti come questi ci ricordano quanto sia urgente l’approvazione della legge contro l’omofobia, oltre ad una azione severa nei confronti di tutte quelle organizzazioni estremiste che offendono impunemente le nostre istituzioni e la nostra democrazia. Oltre alla rimozione immediata dei manifesti, chiediamo che venga vietata ogni apologia della violenza e offesa alla dignità delle persone. Le forze democratiche di questo Paese si schierano per i diritti e la libertà: per questo aderirò al sit in di protesta di domenica davanti all’ambasciata di Russia".

Circolo Mario Mieli
04 09 2013

Si apre domani a San Pietroburgo il G20. Al centro dell’attenzione ci saranno i temi economici e l’intricata questione siriana.

Il Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli vuole però sottolineare il progressivo degenerare del rispetto dei diritti umani, delle minoranze, della libertà di informazione e manifestazione e, in particolare, la condizione sempre più drammatica della comunità, delle persone e delle associazioni lgbt in Russia.

Il combinato delle leggi sugli “agenti stranieri”, che colpisce le organizzazioni russe che ricevono supporto dall’estero, e  della cosiddetta “legge contro la propaganda gay”, emanata dal governo Putin (con l’importante precedente proprio della regione di San Pietroburgo che per prima ha adottato questa legislazione) ha creato un clima pericoloso e una crescente difficoltà ad operare per le associazioni lgbt che da mesi ormai denunciano la crescita di gravi episodi di intolleranza, minaccia e aggressioni spesso mortali che si verificano nella più completa impunità.

“Esprimiamo profonda preoccupazione per la sorte di uomini e donne ai quali vengono negati i fondamentali diritti civili e umani. È necessaria e urgente una presa di posizione dei governi a difesa e salvaguardia dei diritti fondamentali dell’uomo, richiamati dalle Costituzioni nazionali e dai Trattati Internazionali.”

“Le promesse odierne del Presidente Putin che non saranno consentite discriminazioni a danno delle minoranze sessuali durante le Olimpiadi invernali di Soci, dimostrano che la pressione internazionale comincia ad avere qualche effetto, ma non ci rassicurano affatto. La tutela da discriminazioni e violenze, infatti, deve essere garantita sempre, non solo durante manifestazioni sportive internazionali. Le azioni del governo russo sono andate sempre nella direzione opposta, facendo dello Stato russo proprio il primo aguzzino e sollevando l’indignazione della comunità internazionale.”

“Chiediamo perciò al Capo del Governo, Enrico Letta e alla Ministra degli Esteri, Emma Bonino di  rappresentare in sede di vertice la difficile situazione dei diritti umani in Russia. Che essi seguano l’esempio del Presidente Obama che incontrerà una delegazione di attivisti dei diritti umani e delle associazioni gay lesbiche e trans russi proprio a margine del G20, per rendersi conto direttamente della situazione e offrire sostegno e solidarietà”.

La protesta della comunità internazionale è enorme e organizzata: si sono tenute e sono previste in tutto il mondo manifestazioni di fronte alle ambasciate russe in sostegno alle associazioni umanitarie e lgbtq .

A Roma il Circolo Mario Mieli invita tutte e tutti al sit in di protesta previsto per domenica 8 settembre alle ore 15.00 davanti all’Ambasciata Russa di Via Gaeta, 5. L’evento di portata globale si terrà in contemporanea in diverse città italiane ed europee e in molte capitali straniere.
 
Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli
Andrea Maccarrone – Presidente
3297499791
Ufficio Stampa
065413985 - 3487708437

La Repubblica
03 09 2013

Si sono spogliate per Putin, urlandogli "l'Ucraina non è Alina", alludendo alla presunta amante del capo del Cremlino. Hanno scoperto i loro seni a Milano contro "l'utilizzatore finale" Berlusconi. Hanno sfidato in topless persino il gelo svizzero di Davos, dove il presidente ucraino Yanukovich aveva invitato gli investitori a vistare il suo Paese in primavera "per ammirare le sue donne svestirsi". Ma le Femen non sono mai apparse così nude come in Ukraine is not a brothel (L'Ucraina non è un bordello), documentario fuori concorso al Festival di Venezia che rivela come le disinibite attiviste dell'Est non siano in realtà quelle guerriere del femminismo che dicono di essere, ma piuttosto delle vittime di quello stesso maschilismo che giurano di combattere.

La scomoda verità delle Femen è un fiume carsico che emerge lentamente nel film di Kitty Green, proprio come lei, 28 anni, australiana di madre ucraina, pian piano si è guadagnata la fiducia delle attiviste condividendo con cinque di loro, per un anno, un appartamento in uno dei fatiscenti palazzoni sovietici che ingrigiscono Kiev. Un anno in cui la giovane regista segue le ragazze fra proteste, denunce e arresti, finendo lei stessa più volte in manette, anche a Roma. Le ascolta riflettere sulla loro battaglia per l'emancipazione femminile dal giogo di una società maschilista: a partire dall'Ucraina. Che, appunto, "non è un bordello" come recita uno slogan delle Femen, benché qui le giovani sembrino vedere poche alternative nel loro futuro oltre a quello di prostitute o spose di mariti prevaricatori. "Il 99% delle ucraine neanche sa cosa sia il femminismo", dice la bellissima e biondissima Sasha. Per questo, nel Paese che non ascolta le sue donne, le Femen scelgono di mostrare il corpo per far sentire la propria voce. La nudità come strumento pacifico e mediatico: di attiviste, tra l'altro, selezionate con criteri estetici. Una strategia di marketing tanto riuscita da far piovere sul movimento donazioni da fan di mezzo mondo. Da uomini soprattutto, "perché sono loro a possedere il denaro su questo pianeta".

Ma a questa mancanza di indipendenza non sfugge neanche lo stesso movimento. Man mano che la telecamera della Green diventa una presenza abituale per le Femen, questa rivela l'ombra ingombrante di un uomo nelle loro vite. All'inizio, Viktor è solo una voce che impartisce ordini via Skype. Come alla vigilia della protesta contro la Uefa, "complice" nel promuovere il turismo sessuale in Ucraina durante l'ultimo campionato europeo di calcio: "Dite ad Alexandra che non avrà i suoi 200 dollari se non farà bene la performance". Finché è lui stesso, Viktor Svyatskiy, l'ideologo delle Femen, il padre (non la madre!) del femminismo pop dell'Est ad ammettere di fronte alla telecamera: "Gli uomini fanno di tutto per il sesso: io ho creato il gruppo per avere delle donne". E s'inalbera: "Spero che grazie al mio comportamento patriarcale loro rifiutino quel sistema che rappresento".

Invece di quel sistema loro, le sedicenti femministe, sono vittime come tutte le altre. Di fronte alle disposizioni di Viktor sbuffano, ma si mettono in riga, come colpite da una specie di sindrome di Stoccolma. E svelano, quasi senza rendersi conto della contraddizione: "Senza un uomo dietro non saremmo mai venute fuori". Paradossi di un femminismo nato da un copyright sbagliato, stramberia di un movimento incapace di liberarsi della cultura machista in cui è cresciuto. Ma non per questo destinato al suicidio, almeno non a Parigi. È lì che, dopo le pressioni subite dalle forze di sicurezza, fugge Inna Shevchenko, la cattiva ragazza che proverà ad emanciparsi davvero. Ed è proprio lì che giorni fa sono atterrate altre tre Femen dopo l'ennesima accusa, probabilmente artefatta, della polizia contro le scomode attiviste: possesso di armi illegali.

Il Fatto Quotidiano
03 09 2013

Il 3 settembre in tutto il mondo si terranno le manifestazioni per richiamare l’attenzione dei leader politici sulle leggi omofobe russe. La data non è casuale, visto che dal 5 al 6 la Russia ospiterà il G20 a San Pietroburgo, la città che, a marzo del 2012, per prima ha adottato la legge contro la cosiddetta “propaganda dell’omosessualità”. La campagna globale “Global Speak out for Russia” è stata promossa dal movimento internazionale All Out con l’hashtag #Russia4Love lanciato su Twitter. Gli appuntamenti si terranno in varie città mondiali, tra cui Londra, New York, Seattle, Rio de Janeiro, Montevideo, Ottawa e Parigi.

In Italia il 3 settembre si manifesterà a Bologna, in piazza Nettuno alle 18, a Napoli dalle 18 alle 20, davanti la Prefettura, in Piazza del Plebiscito, e a Milano dalle 18.30 alle 20, davanti la Prefettura, in Corso Monforte, 31. Un’altra serie di eventi per sensibilizzare i potenti del mondo in merito alle leggi anti-gay russe si terrà l’8 settembre. L’idea è quella di baciarsi – l’evento si chiama Global Kiss-In “To Russia With Love” - davanti alle rappresentanze diplomatiche russe in vari paesi. In Italia le manifestazioni si terranno davanti alla’Ambasciata russa a Roma, in via Gaeta, come anche a Milano, Firenze, Bari, Perugia e Genova.

A testimoniare il sostegno all’iniziativa da parte delle associazioni italiane è stato il presidente dell’Arcigay, Flavio Romano. ”Nonostante le numerose prese di posizione registrate su questo tema in tutto il mondo, in Italia i rappresentanti istituzionali assistono in silenzio a questo pericoloso imbarbarimento, di cui non si vuole cogliere la portata”, si dice in una nota firmata da Romani. Nel documento si ribadisce l’impegno del Arcigay per chiedere al governo italiano di impegnarsi contro le leggi omofobe russe.

Il tema dei diritti degli omosessuali sarà al centro anche dell’incontro del presidente americano Barack Obama con le Ong russe, previsto giovedì, il 5 settembre, nell’ambito del G20. Come scrive il sito americano BuzzFeed, Obama riceverà presso il Crowne Plaza Hotel di San Pietroburgo alcuni attivisti per i diritti umani, tra cui rappresentanti dell’organizzazione Coming Out e del movimento LGBT Network.

Non solo in Russia agli omosessuali non viene garantito il diritto all’eguaglianza. Della situazione dei gay in Iraq ha parlato Hussyien Adnan, uno dei finalisti della 17esima edizione del “Mr Gay Italia” 2013, concorso organizzato dal portale Gay.it e tenutosi questo weekend al “Mamamia” di Torre del Lago, in provincia di Lucca. Il giovane iracheno ha condiviso con il pubblico la propria storia di rifugiato politico in Italia. E’ fuggito dal proprio paese a causa dalle ripetute molestie e percosse fisiche subite da parte della famiglia di origine che, non accettando la sua omosessualità, chiedeva per lui la condanna a morte. Dopo 2 anni passati in Germania, si è trasferito a Torino, e lì ha trovato una nuova famiglia: una coppia gay unita da molti anni. Ecco la testimonianza della felicità ritrovata fuori dall’Iraq: “Ho due papà che mi accudiscono e mi hanno dato la possibilità di studiare e lavorare”. Per premiare il messaggio di libertà lanciato da Hussyien, la giuria ha istituito uno speciale Premio “Coraggio”. A vincere il concorso è stato Giovanni Licchello, 26 anni, ex calciatore di Ferrara, che vive e lavora a Brindisi come rappresentante. Giovanni ha colpito la giuria raccontando l’episodio legato a una cicatrice sul sopracciglio, che si è procurato difendendo un amico picchiato in una discoteca perché gay. Il ragazzo vincitore del concorso si è dichiarato gay da sempre e ha affrontato un coming out sereno con parenti e amici, cui ha dedicato la vittoria: “Ho preso parte al concorso – ha spiegato – per trasmettere agli altri il coraggio di esporsi”.

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