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Ucraina: la guerra costa caro, introdotta una nuova tassa

  • Venerdì, 01 Agosto 2014 14:14 ,
  • Pubblicato in Flash news

Atlas
01 08 2014

L’Ucraina ha approvato l’introduzione di una tassa di guerra pari all’1,5 per cento di tutti i redditi soggetti ad imposta fino al 1° gennaio 2015. Il parlamento di Kiev ha dato ieri il via libera con il sostegno di una grande maggioranza.

L’Ucraina è teatro di un feroce conflitto civile nell’est del paese, dove l’esercito si sta scontrando con i separatisti filo-russi.

La Rada ha inoltre approvato il bilancio del paese, che ha dovuto essere riformulato alla luce della crisi, e ha deciso di mantenere in carica il primo ministro Arseniy Yatseniuk, che aveva rassegnato le dimissioni. Appena una settimana fa, i deputati si erano rifiutati di aumentare le tasse per finanziare la cosiddetta Operazione Antiterrorismo nell’est del paese.

Per tale motivo aveva presentato le dimissioni Yatseniuk, che chiedeva lo stanziamento di ulteriori fondi come condizione per rimanere in carica. Il parlamento gli ha dato ieri fiducia con solo sedici voti contrari.

Le dimissioni del premier avevano provocato una crisi di governo. Il presidente Petro Poroshenko gli aveva chiesto più volte di rimanere alla guida del paese. Poroshenko si è detto soddisfatto del nuovo finanziamento alla guerra, che secondo le stime di Kiev costa al paese circa 4,5 milioni di euro al giorno.

Luca Pistone

Kirghizistan, "basta lezioni di omofobia dalla Russia!"

  • Giovedì, 31 Luglio 2014 11:44 ,
  • Pubblicato in Flash news

Il Grande Colibrì
31 07 2014

La Russia cerca di diffondere sempre più l'omofobia, in particolare nei paesi dell'est europeo e negli stati ex sovietici dell'Asia. Tra questi, il Kirghizistan sta discutendo in questi giorni una serie di provvedimenti che sembrano fotocopiati da quelli approvati lo scorso anno dal Cremlino, ma con qualche particolare che ne peggiora persino la portata. Ad opporsi a queste norme ci sono, apertamente, pochi attivisti. Tra di loro Dastan Kasmamytov, che illustrerà sabato pomeriggio la situazione del proprio paese in una conferenza a Roma (via di Torre Argentina 76, ore 16) organizzata da Certi Diritti in collaborazione con Il grande colibrì (parteciperà anche Antonio Stango, che segue i lavori della Commissione per i diritti umani dell'ONU per il Partito Radicale Transnazionale). Abbiamo intervistato Dastan Kasmamytov per avere maggiori notizie e per capire come sostenere l'opera degli attivisti kirghisi.

Com'è la vita quotidiana delle persone LGBT in Kirghizistan? Esiste ad oggi qualche forma di riconoscimento di diritti da parte dello stato per le persone LGBT?

La vita quotidiana delle persone LGBT è molto nascosta, ci sono solo poche persone che sono venute allo scoperto. Questo a causa del diffuso pregiudizio, della violenza e dell'odio. Secondo il diritto le persone LGBT hanno gli stessi diritti, poiché la Costituzione proibisce qualsiasi tipo di discriminazione (senza menzionare tuttavia l'orientamento sessuale e l'identità di genere), ma di fatto le persone LGBT affrontano stigma, odio e violenza ovunque: in casa, al lavoro, a scuola, eccetera. In più la situazione è peggiorata a causa della brutalità della polizia verso gli LGBT, che è stata ben documentata di recente da un rapporto di Human Rights Watch (hrw.org).

Quali sono i peggiori casi di discriminazione?

I peggiori casi di discriminazione, odio e violenza sono affrontati da coloro che subiscono uno stigma multiplo per ragioni che includono l'orientamento sessuale, l'identità di genere, lo status socio-economico, l'etnia, eccetera. Per esempio, la vita quotidiana delle lavoratrici del sesso transgender arrivate da aree rurali o la vita di una persona transgender con disabilità è molto più difficile della vita di altri LGBT. Inoltre gli attivisti LGBT affrontano odio e violenza a causa della loro visibilità.

Una nuova proposta di legge è in discussione: cosa comporta?

Di base, la legge sulla propaganda che si discute ora è importata dalla Russia e copiata parola per parola dall'analoga legislazione russa. In ogni caso la legge proposta in Kirghizistan è molto più dura: prevede detenzione fino a cinque anni per ogni notizia sulle relazioni sessuali non tradizionali diffusa su mass media, internet e altri mezzi di comunicazione. Inoltre, a differenza della legge sulla propaganda russa, la proposta kirghisa proibisce la propaganda a chiunque, non solo ai minori.

La proposta non è l'unica in discussione in parlamento, giusto?

La legge sulla propaganda è parte di un pacchetto importato dalla Russia che mina i diritti umani, la società civile e la democrazia in Kirghizistan, minacciando la libertà d'espressione, di riunione, di associazione, il diritto ad informare, eccetera. In settembre il nostro parlamento discuterà anche una legge sugli agenti stranieri. Ci sono stati anche tentativi di approvare un disegno di legge sullo spionaggio e di bloccare la legge progressista sui diritti e la salute sessuale e riproduttiva. Infine il governo ha già limitato il diritto di assemblea, restringendo le possibilità di riunioni pubbliche e perseguitando gli attivisti, che esprimono opinioni negative sull'influenza russa.

La Russia come influenza, direttamente o indirettamente, il dibattito sui diritti LGBT nel vostro paese?

La Russia gioca un ruolo enorme, imponendo un concetto di "valori tradizionali, culturali e morali", sia globalmente che a livello regionale. I politici russi sono efficaci nel sostegno "dietro le quinte" e influenzano direttamente i nostri politici. C'è inoltre un chiaro collegamento tra coloro che hanno organizzato un incontro anti-LGBT davanti all'ambasciata americana e al parlamento, e le organizzazioni russe come Rossotrudnichestvo (RusAID) e l'Istituto di studi eurasiatici. In più la Russia appoggia i gruppi anti-occidentali, anti-LGBT, anti-Ucraina che hanno iniziato a occupare stabilmente gli spazi dei mass media e dei social media. E la Russia fa a sua volta propaganda diretta, pagando giornalisti locali per scrivere articoli pieni di odio, blogger per scrivere post pieni di odio e nazionalisti per organizzare incontri anti-LGBT.

Le autorità religiose si sono espresse a proposito della proposta di legge?

Le autorità religiose (i muftì) hanno emesso una fatwa (opinione legale religiosa) in gennaio con un chiaro incitamento all'odio e all'uccisione delle persone LGBT. Questa fatwa ha giocato un ruolo importante nel formare l'opinione pubblica, dato che molti in Kirghizistan sono musulmani.

Cosa possono fare i gruppi fuori dal Kirghizistan per aiutare la vostra lotta contro questa proposta di legge?

Di recente abbiamo pubblicato un comunicato per la comunità internazionale, dove proponevamo cinque modi per aiutarci (docs.google.com). Innanzitutto potete diffondere informazioni a proposito della legge sulla propaganda; poi potete discuterne e attivarvi; in terzo luogo potete richiedere migliori politiche d'asilo per persone LGBT che provengono dal nostro stato; inoltre i finanziatori stranieri dovrebbero rivedere il loro impegno e i loro programmi in Kirghizistan; infine le organizzazioni internazionali e i governi che ci appoggiano dovrebbero introdurre sanzioni verso le personalità omofobe.

Quando una nazione approva o discute leggi omofobiche, molti attivisti propongono il boicottaggio dell'intera nazione: basta viaggi in quel paese, basta commerci, basta aiuti per lo sviluppo… Una proposta di questo tipo è controversa: secondo alcuni è l'unico modo per esercitare una forte pressione sui governi omofobici; secondo altri è una misura inefficace e ingiusta, anche perché penalizza pure la popolazione non omofoba. Qual è la tua opinione?

Siamo contrari a misure di questo tipo. Se la nazione dovesse avere problemi per sanzioni così severe, gli attivisti LGBT sarebbero i primi a prenderne la colpa. Questo non ci aiuterebbe per nulla. Proponiamo piuttosto di rivedere i finanziamenti per l'aiuto allo sviluppo, per assicurarsi che finiscano a gruppi vulnerabili e di introdurre misure concrete e sanzioni (negare il visto, congelare le loro partecipazioni finanziarie all'estero, eccetera) contro esponenti pubblici omofobi, compresi coloro che hanno proposto il disegno di legge.

Pier e Michele

L'Onu: in Ucraina crimini e 1200 morti

  • Martedì, 29 Luglio 2014 14:02 ,
  • Pubblicato in IL MANIFESTO

Il Manifesto
29 07 2014

Oltre mille morti, tre­mila feriti, due­cen­to­mila sfol­lati. Una regione al col­lasso per i pesanti bom­bar­da­menti subiti e per i com­bat­ti­menti ancora in corso. La mag­gio­ranza delle vit­time è com­po­sta da civili (tra i morti anche gior­na­li­sti e foto­grafi, com­preso l’italiano Andrea Roc­chelli) men­tre il governo di Kiev si sco­pre – come pre­ve­di­bile – tra­bal­lante e senza un par­la­mento in grado di soste­nerlo: la camera nei giorni scorsi ha votato con­tro le leggi che dovreb­bero per­met­tere di rice­vere gli aiuti del Fmi, pro­cu­rando le dimis­sioni del pre­mier, e ieri ha invece appro­vato – su indi­ca­zione del pre­mier uscente Yatse­niuk — una nuova tassa per finan­ziare l’esercito impe­gnato a ricon­qui­stare le regioni orientali.

É la foto­gra­fia dell’Ucraina, in parte scat­tata ieri dal quarto rap­porto dell’Onu dall’inizio della crisi. Una rela­zione che mostra ancora una volta quanto molti media, spe­cie nostrani, hanno ten­tato di mini­miz­zare nel corso degli ultimi mesi: in Ucraina c’è una guerra in corso, con l’utilizzo di armi pesanti, bande e gruppi para­mi­li­tari che imper­ver­sano e un numero di vit­time altis­simo. L’Alto com­mis­sa­rio Onu per i diritti umani, Navi Pil­lay, ha sot­to­li­neato che da metà aprile al 26 luglio, i morti nel con­flitto sono almeno 1.129, men­tre sareb­bero 3.442 i feriti. «Paura e ter­rore sono state inflitti dai gruppi armati sulla popo­la­zione dell’Ucraina orien­tale», men­tre l’abbattimento dell’aereo malese, può essere con­si­de­rato un «cri­mine di guerra».

Navi Pil­lay ha infine sot­to­li­neato come fat­tore «impe­ra­tivo», l’apertura di «un’inchiesta rapida, minu­ziosa, effi­cace ed indi­pen­dente» sui fatti. Nel rap­porto, l’Onu accusa entrambe le parti, invi­tando a «cer­care di evi­tare che altri civili pos­sano essere uccisi o feriti». Ma i com­bat­ti­menti con­ti­nuano, ren­dendo dif­fi­cile e arduo il lavoro degli esperti, che dovreb­bero con­durre le inda­gini sul luogo dove è stato rin­ve­nuto il relitto dell’aereo malese abbat­tuto. Ieri il team di poli­ziotti olan­desi e austra­liani, ha rinun­ciato a rag­giun­gere la zona dove si tro­vano i resti dell’aereo, a causa dei forti scon­tri nell’area, risol­tisi in serata con la con­qui­sta della zona da parte delle forze uffi­ciali dell’esercito ucraino. Tutto que­sto, men­tre arri­va­vano le prime con­clu­sioni delle ana­lisi sulle sca­tole nere del veli­volo abbat­tuto. Secondo i dati recu­pe­rati, l’aereo della Malay­sia Air­li­nes sarebbe stato distrutto da una «forte decom­pres­sione esplo­siva» pro­vo­cata dalle schegge di un mis­sile. Ad affer­marlo, secondo quanto ripor­tato dal Wall Street Jour­nal, sarebbe stato il colon­nello Andriy Lysenko, por­ta­voce del Con­si­glio di sicu­rezza e difesa ucraino.

Sulla vicenda, che potrebbe essere diri­mente nell’attuale con­flitto in corso, ieri è inter­ve­nuta la Rus­sia, nell’ormai clas­sico botta e rispo­sta con la Casa Bianca. Mosca ha con­te­stato l’autenticità delle imma­gini pub­bli­cate da Washing­ton nei giorni scorsi, che pro­ve­reb­bero il coin­vol­gi­mento diretto della Rus­sia nei bom­bar­da­menti con­tro le posta­zioni mili­tari ucraine. Secondo il por­ta­voce del mini­stero della Difesa russo, Igor Kona­shen­kov, a causa dell’assenza di loca­liz­za­zioni pre­cise e della scarsa riso­lu­zione delle imma­gini «è impos­si­bile sta­bi­lire l’autenticità» delle foto­gra­fie satel­li­tari. La Rus­sia – infine — è tor­nata ad avvi­sare gli Usa con­tro un pos­si­bile invio di armi al governo a Kiev. «Una misura del genere non farebbe altro che spin­gere ad una solu­zione non nego­ziale del con­flitto» ha detto il mini­stro degli Esteri Lavrov che ha chie­sto inol­tre a Washing­ton di for­nire «final­mente» le infor­ma­zioni sui pre­sunti con­si­glieri mili­tari Usa che sta­reb­bero aiu­tando il governo ucraino. «Da tre mesi chiedo al segre­ta­rio di Stato ame­ri­cano se siano vere le noti­zie riguardo ai 100 esperti ame­ri­cani nel con­si­glio di sicu­rezza ucraino, ma finora non ho rice­vuto rispo­sta» ha detto il mini­stro. Obama ha rispo­sto ieri a seguito di una con­fe­rence call con il pre­si­dente fran­cese Hol­lande, la can­cel­liera Angela Mer­kel, il pre­mier Mat­teo Renzi e il bri­tan­nico Came­ron. I cin­que hanno deplo­rato «che la Rus­sia non abbia fatto effet­tive pres­sioni sui sepa­ra­ti­sti per indurli a nego­ziare e non abbia assunto le misure con­crete che si atten­de­vano da essa per garan­tire il con­trollo della fron­tiera russo-ucraina».

 

Secondo numerose fonti, almeno 38 cadaveri sarebbero stati occultati. "Purtroppo i separatisti non stanno mantenendo la loro promessa di facilitare l'inchiesta internazionale e permettere ai nostri osservatori di monitorare il lavoro degli esperti". ...

Corriere della Sera
18 07 2014

C’è anche Joep Lange, pioniere della ricerca sull’Aids, tra le vittime del disastro dell’aereo malese precipitato in Ucraina. Con lui ha perso la vita la moglie, Jacqueline van Tongeren. Lo scienziato olandese, 60 anni, era diretto insieme ad altri colleghi a Melbourne, dove avrebbe partecipato alla ventesima International Aids Conference, dal 20 al 25 luglio. Lange era uno dei massimi esperti mondiali della malattia e dal 2002 al 2004 è stato presidente dell’International Aids Society, che organizza la Conferenza. La società ha fatto sapere che il summit si terrà regolarmente, anche per rispetto delle vittime: «Per onorare la dedizione dei nostri colleghi nella lotta all’Hiv la conferenza inizierà come previsto - si legge in una nota - e includerà delle opportunità per riflettere e ricordare quelli che abbiamo perso».

Dalla ricerca all’impegno nei Paesi poveri

La carriera di Lange è cominciata all’Academic Medical Centre dell’Università di Amsterdam, dove insegnava Medicina interna: lì, nel 1982, ha iniziato a occuparsi dei pazienti con Hiv. Due anni dopo, nel 1984, ha guidato l’Amsterdam Cohort-Study of Hiv Infection and Aids e nel 1985 ha iniziato le indagini di laboratorio sui marker sierologici nell’infezione da Hiv. È stato direttore del Natec (National Aids Therapy Evaluation Centre) dal 1990, dove ha coordinato i trial clinici nel campo dell’infezione da Hiv e delle sue complicanze. Dal 1992 al 1995 è stato inoltre a capo del Clinical Research and Product Development dell’Organizzazione mondiale della sanità, nell’ambito del Global Programme sull’Aids. Nel 2001 ha fondato la PharmAccess Foundation (di cui era tuttora presidente), un’associazione non profit con base ad Amsterdam molto attiva, che punta a migliorare l’accesso alle terapie anti-Aids nei Paesi in via di sviluppo. Lange aveva più di 350 pubblicazioni nel campo delle terapie antiretrovirali e ha fondato la rivista accademica Antiviral Therapy. Lascia cinque figlie. «Il professor Lange è stato uno degli artefici dello studio dell’Aids e dell’impatto sociale che questa malattia ha comportato a livello mondiale - lo ricorda Umberto Tirelli, direttore scientifico del Centro di Riferimento Oncologico (Cro) di Aviano - ed è stato il paladino dei pazienti con Hiv/Aids, spesso penalizzati e senza voce in capitolo, almeno nelle prime fasi dell’epidemia».

Vella: «Ha lottato per l’accesso alle cure»

«Era come un fratello per me, ci siamo visti la settimana scorsa a Ginevra, e stasera avevamo un appuntamento per cena. Quando sono atterrato e ho sentito della notizia dell’aereo malese gli ho mandato una mail. Purtroppo non mi ha risposto». È scioccato alla notizia della scomparsa di Joep Lange e di tanti altri ricercatori Stefano Vella, direttore del Dipartimento del farmaco dell’Istituto superiore di sanità (Iss) e fra i maggiori esperti italiani di Aids, oltre che uno degli estensori delle linee guida Oms sulla malattia. Vella è a Melbourne per la Conferenza internazionale. «Aspettavamo un centinaio di persone che erano a bordo di quell’aereo - aggiunge -. Sarà un caso, ma tutti erano impegnati per la lotta alla discriminazione. Joep si è battuto per tutta la vita. Abbiamo collaborato per molti anni, e lui era diventato presidente della società subito dopo di me, ci conoscevamo bene. Era un paladino dell’accesso alle cure e del riconoscimento dei diritti umani, paradossalmente non garantiti in Russia e Ucraina».

La tragedia dell’aereo malese non fermerà la ricerca sull’Aids, prosegue Vella, pur avendo posto fine alla vita di «tante persone impegnate in una battaglia che finora ha avuto molti successi». «Il movimento e l’impegno a livello mondiale sull’Aids è grandissimo, e forse quanto è accaduto servirà a dare nuovo vigore a chi resta - conclude -. Qui ci sono 15mila delegati, tutti ovviamente affranti, ma andremo avanti anche in onore di queste persone, certo in tono minore. Li ricorderemo lavorando».

A bordo più di cento ricercatori, attivisti e operatori

Molti dei 283 passeggeri dell’aereo malese partito da Amsterdam e diretto a Kuala Lumpur, erano in viaggio per partecipare all Conferenza internazionale sull’Aids: sarebbero 108 tra ricercatori, attivisti e operatori di Ong. La International Aids Society non ha specificato il numero di specialisti presenti, ma in un comunicato l’associazione ha reso noto che «un certo numero di colleghi e amici era a bordo della volo della Malaysia Airlines». Diversi i messaggi di condoglianze, soprattutto via Twitter, da parte delle principali agenzie sanitarie mondiali. Tra le vittime del disastro c’è anche un portavoce dell’Organizzazione mondiale della sanità, il 49enne britannico Glen Thomas, che aveva lavorato in passato per la Bbc, anch’egli diretto alla Conferenza mondiale.

Il precedente di Jonathan Mann

Un altro grandissimo esperto di Aids, lo scienziato americano Jonathan Mann, ha perso la vita in un famoso disastro aereo, quello del volo Swissair New York-Ginevra del 2 settembre 1998. Mann era stato responsabile del programma mondiale di lotta all’Aids dell’Organizzazione mondiale della sanità dal 1986 al 1990.

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