Frida khalo, Sole e VitaAnna Pompili, Zeroviolenza
30 marzo 2017

La notizia del ginecologo di Spoleto che, dopo anni di obiezione di coscienza, ha deciso di "passare dall'altra parte della barricata, la parte delle donne", solleva una serie di questioni che impongono riflessioni serie non solo tra gli operatori, ma nella società civile, perché riguardano il diritto alla salute, il diritto di scegliere del proprio corpo, il rapporto medico-paziente e le implicazioni etiche di quest’ultimo.

"Morti in sala parto" e salute riproduttiva

  • Giovedì, 07 Gennaio 2016 08:10 ,
  • Pubblicato in ZeroViolenza
Klimt, NascitaAnna Pompili, Zeroviolenza
7 gennaio 2016

Si torna a parlare di sicurezza in sala parto, dopo le morti degli ultimi giorni. Come sempre quando si parla di salute riproduttiva, i toni si sono fatti subito accesi,
Marina Terragni
11 05 2015

Un personaggio pubblico che parla di salute ha sempre grandissime responsabilità: dire, come ha fatto Beppe Grillo a Perugia, che le mammografie sono il business di Veronesi è un atto irresponsabile, perché le donne possono dedurne che la mammo non serve a niente, se non ad arricchire qualcuno, e quindi non farla. Il che può mettere a rischio la loro vita. Più tardi Grillo ha precisato: “Non penso che la mammografia non sia utile o necessaria. Anzi penso che sia utilissima. Ce l’avevo con la cattiva informazione che fa credere che facendo questo esame non venga il tumore”. Bene: questo è tutt’altro conto.

Perché sbaglia anche la ministra per la Salute Beatrice Lorenzin a sostenere che “l’arma più efficace, talvolta l’unica, per sconfiggere il cancro è la prevenzione» e che uno degli esempi più eloquenti è il tumore al seno, che «le donne possono sconfiggere proprio grazie alle mammografie e ai controlli da protocollo». 

Mammografie e controlli sono utilissimi, ma non possono essere definiti “prevenzione”. I controlli periodici consentono diagnosi precoci, e quindi diminuiscono il rischio di morire per tumore al seno. Ma il tumore, quando viene scoperto ai controlli, ce l’hai già, e non può più essere “prevenuto”. Sulla vera prevenzione del tumore al seno in verità si fa poco o nulla, ed è una cosa terribile se consideriamo che verosimilmente nessun tumore ha un simile tasso di incidenza (1 donna ogni 8) con tendenza ad aumento tra le under 40 e soprattutto fra le under 30.

Un po’ di numeri, spaventosi: nel 2014 in Italia sono stati diagnosticati 48 mila 200 nuovi casi, con 12.500 decessi. si stima che nel 2020 saranno 51500 (fonte AIRTUM-AIOM). Nel 2011 (dato più recente) il carcinoma mammario ha rappresentato la prima causa di morte per tumore nelle donne, con 11 mila 959 decessi (fonte ISTAT), al primo posto anche in diverse età della vita, rappresentando il 29 per cento delle cause di morte oncologica prima dei 50 anni, il 23 per cento tra i 50 e i 69 anni e il 16 per cento dopo i 70 anni.

Tutte conosciamo il problema, se non è toccato a noi è capitato a parenti, amiche, conoscenti.

Le case farmaceutiche non hanno alcun interesse a finanziare ricerche che consentano una reale prevenzione, perché la prevenzione non fa vendere farmaci. Ma è proprio su questo fronte che si deve agire, sgombrando il campo dall’equivoco secondo il quale screening e controlli servono a non ammalarsi: screening e controlli servono solo a curarsi tempestivamente quando sei GIA’ ammalata.

Il numero di donne che si sottopongono ai controlli è aumentato, ma il tumore al seno non diminuisce. Anzi. Come avete visto le prospettive sono pessime. A quanto pare le strategie che sono state adottate non sono efficaci. 

Ne parliamo con Alberta Ferrari, senologa chirurga presso il Policlinico San Matteo di Pavia. Ferrari è anche promotrice di un gruppo che aggrega le donne con mutazione dei geni BRCA (la patologia di Angelina Jolie, che ha deciso di sottoporsi a mastectomia e ovariectomia preventiva), donne ad altissimo rischio di sviluppare tumori al seno e alle ovaie.

“Non si discute la validità della mammografia come mezzo di diagnosi o di sorveglianza” dice. “Ma ci sono studi -per esempio una grossa ricerca canadese- secondo i quali gli screening mammografici sostanzialmente non influiscono sulla mortalità per tumore al seno. In Svizzera infatti gli screening sono stati sospesi. Altri studi danno risultati diversi: secondo la maggior parte delle ricerche, gli screning diminuiscono la mortalità del 15-25 per cento. L’opinione più diffusa tra gli addetti ai lavori è che lo screening mammografico resti utile, anche se non si deve farne un oggetto di culto. Il rischio è che le donne pensino che l’esame serva a non ammalarsi”.

Che cosa si sta facendo invece sul fronte della prevenzione primaria?

“Poco o niente. Si parla di stile di vita (alimentazione, obesità, sedentarietà) che senz’altro incide per l’età “classica”, tra i 50 e i 70 anni, ma difficilmente può spiegare i casi di tumore al seno tra le venti-trentenni. Non conosciamo ancora le cause del cancro al seno, il che significa che non sappiamo ancora come prevenirlo”. 

Può incidere anche il fatto che ci alimentiamo con carni di animali trattati con ormoni? (proprio oggi un incontro tra ministri a Bruxelles sull’abuso di farmaci negli allevamenti di animali, ndr).

“E’ probabile. Il processo che conduce ad ammalarsi potrebbe avviarsi già a livello embrionale, quando sei nella pancia di tua madre. Ci sono altre sostanze fortemente indiziate: pesticidi, componenti di cosmetici e di prodotti di bellezza… Sul fronte della prevenzione la politica ha grandi responsabilità. Le ricerche possono essere finanziate solo con fondi pubblici, i privati delle case farmaceutiche non hanno alcun interesse a metterci dei soldi”.

Il tema dello scarso interesse per la prevenzione vale un po’ per tutto. Per esempio, l’infertilità: è accertato che gli ftalati, componenti di prodotti di uso comune, come molti bagni schiuma o dentifrici, compromettano la fecondità maschile. Ma nessuno propone di metterli al bando. Si lotta per il business della fecondazione assistita, ma non si parla mai di prevenzione. Tornando al tumore al seno: allo stato attuale quali sono le strategie migliori per difendersi?

“Le indicazioni sono di personalizzare i percorsi, valutando i fattori di rischio, la familiarità, l’eventuale predisposizione genetica, come nel caso dellla mutazione dei geni BRCA, che riguarda il 5-10 per cento dei casi. Purtroppo solo l’Emilia Romagna ha già adottato questo approccio. Per tutte, controlli mammografici a partire dai 40 anni, dopo i 50 ogni anno e mezzo-due. Per le under 40 è fondamentale l’autopalpazione. E poi c’è il tema importantissimo delle Breast Unit“.

Di che cosa si tratta?

“Le Breast Unit sono unità specializzate nella cura multidisciplinare e integrata del tumore al seno. I casi vengono studiati collegialmente e le donne vengono accompagnate lungo tutto l’iter diagnostico e terapeutico. Il trattamento nelle Breast Unit diminuisce la mortalità del 20 per cento. Lo scorso dicembre l’istituzione di Breast Unit è stata deliberata dalla conferenza Stato-Regioni. E’ necessario vigilare: le Regioni hanno un anno di tempo per adeguarsi, in caso diverso saremo sanzionati dall’Europa. Ma soprattutto, ed è quello che conta, salveremo meno vite”.

Marina Terragni

 

 

 

Dopo il 25 novembre riapre il Repartino. La lotta paga!

  • Martedì, 09 Dicembre 2014 10:33 ,
  • Pubblicato in Flash news

Communianet
09 12 2014

Un articolo del collettivo Degender sulla giornata del 25 novembre e sulla riapertura del Repartino del policlinico Umberto I. Pubblichiamo di seguito anche il comunicato della rete romana #iodecido su questa vicenda

Quest’anno, il 25 novembre, Giornata Internazionale contro la Violenza sulle Donne, è stata commemorata dalla rete romana IoDecido, con un corteo che ha attraversato le vie interne dei padiglioni del Policlinico Umberto I, denunciando la chiusura del “Repartino”, sito dedicato alle interruzioni volontarie di gravidanza. Luogo scelto non a caso, secondo un’ottica per cui anche la mancanza di servizi e di tutele - come quelli garantiti dalla legge 194 - sono violenza sulle donne, a maggior ragione se si tratta di diritti duramente conquistati da tempo.

La storia del “Repartino”, del resto, è una storia profondamente segnata dai movimenti femministi romani che nel 1978, anno dell’ approvazione della legge 194 che legalizzava l’aborto, decisero di occupare questa parte del Policlinico insieme alle lavoratrici e ai lavoratori per permettere la piena applicazione della legge.
A partire dal 17 novembre di quest’anno però le donne che vogliono effettuare un I.V.G. al Policlinico hanno visto rifiutarsi la prenotazione e sono state dirottate in altri ospedali pubblici, a causa del pensionamento dell’unico medico non obiettore che da solo continuava a gestire l’intero reparto; il Repartino si è visto, così, costretto a interrompere la sua attività.

Purtroppo la sua chiusura non è che uno dei tanti attacchi che la legge 194 subisce ininterrottamente da qualche anno a questa parte. Questa legge si sta trasformando sempre di più in un mero residuo formale, mentre la sua concreta applicazione viene costantemente disattesa a causa del numero crescente di medici obiettori negli ospedali pubblici.

La triste, scandalosa, vergognosa vicenda del Policlinico è emblematica di questa situazione e risulta ancora più paradossale se si pensa che l’ospedale vanta un riconoscimento attribuitogli di recente dall'O.N.Da (Osservatorio Nazionale sulla salute della Donna).

L’Osservatorio ha istituito da qualche anno il “Programma Bollini Rosa” per individuare le strutture “vicine alle donne” e quest'anno ha premiato l’ospedale romano con i “tre bollini rosa”, cioè il massimo dei bollini che si possono ottenere, simbolo di un’attenzione completa da parte dell’ospedale verso la salute delle donne. Il dato paradossale che emerge, dunque, è che un ospedale con allo stato attuale il 100% di medici obiettori, quale il Policlinico Umberto I, è un ospedale vicino alle donne.

La rete cittadina IoDecido, che già l’anno scorso ha partecipato a diverse mobilitazioni per difendere e riaffermare i diritti delle donne, non poteva quindi rimanere in silenzio di fronte ad un attacco così forte ai nostri diritti.
Grazie alla sua mobilitazione, il 25 novembre stesso, dopo il corteo mattutino, il Direttore Generale del Policlinico, Domenico Alessio, ha accettato un incontro con le donne della rete, a seguito del quale si è impegnato al reclutamento di almeno due medici non obiettori che potessero riattivare nel minor tempo possibile e soprattutto in modo stabile il servizio di I.V.G. Impegnandosi, inoltre, a tamponare in via emergenziale l’attuale situazione, assumendo un medico con contratto SUMAI di 30 ore settimanali per permettere l’immediata riapertura del reparto.
La soluzione trovata dal Direttore Generale, per quanto possa sembrare positiva ad un primo impatto, in realtà denuncia una scarsa attenzione da parte di tutta la direzione verso i diritti delle donne. È impensabile che non fosse noto da tempo che nel Repartino lavorasse un solo medico non obiettore e, sicuramente, la notizia del suo pensionamento non sarà stata improvvisa.
La Direzione dell’ospedale avrebbe avuto, quindi, tutto il tempo necessario per trovare una soluzione che scongiurasse la chiusura del Repartino, evitando che il numero di ospedali pubblici che praticano l’interruzione volontaria di gravidanza diventi sempre più esiguo (sono molte le regioni, tra cui il Lazio, in cui la percentuale di medici obiettori raggiunge il 90%).

La chiusura del Repartino s’inserisce, oltretutto, in un quadro che vede le donne, e tutti i soggetti più deboli, doppiamente vessati: da una parte da una crisi economica sempre più pressante, dall’altra dalle politiche governative che scaricano, solo su di loro, tutti i suoi costi, come se a loro fosse da attribuirsi la causa di una crisi economica e finanziaria di ordine globale.

Il numero sempre crescente di medici obiettori nelle strutture pubbliche, i ridicoli 80 euro riconosciuti alle neo-mamme per i soli primi 3 anni di vita del bambino, i contratti precari e senza possibilità di conciliazione dei tempi di vita, ci raccontano di uno Stato che elargisce contentini facendoli passare per grandi diritti, quando in realtà, i grandi diritti conquistati da tempo ci vengono oggi negati. Tutto questo è violenza sulle donne.

Il 4 dicembre 2014 il dirigente di Ginecologia e ostetricia, perinatologia e puericultura Pierluigi Benedetto Panici ha annunciato la riapertura del Repartino con la riattivazione del servizio di IVG con due medici interni all'ospedale stesso.
Come rete cittadina io decido continueremo a monitorare la situazione per assicurarci che questa sia una risposta concreta e che i due medici non obiettori vengano assunti stabilmente per poter garantire una reale continuità al servizio e all'intero Repartino.
Rispediamo al mittente i suoi 3 bollini rosa.
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Comunicato della rete #iodecido

Il 17 novembre 2014 le attività del Repartino del Policlinico Umberto I – reparto per l'interruzione volontaria di gravidanza – sono state sospese in seguito al pensionamento dell'ultimo medico non obiettore. Il fatto che l'ospedale più grande di Italia non abbia saputo né voluto agire tempestivamente per garantire la continuità assistenziale mediante assunzione di nuovi medici non obiettori è un fatto gravissimo e scandaloso.

Per questo il 25 novembre siamo scese in corteo nei i viali del Policlinico e nelle strade della città per rivendicare l'applicazione e il rispetto della legge 194, la stessa legge per cui, ormai più di 35 anni fa, collettivi di donne insieme a lavoratori e lavoratrici del Policlinico Umberto I, occuparono il Repartino, dando finalmente casa all’esercizio di un diritto.

In seguito ad una lunga serie di incontri e sollecitazioni, comunichiamo che, a partire dal 4 dicembre 2014, il dirigente di Ginecologia e Ostetricia, Perinatologia e Puericultura, Pierluigi Benedetti Panici, ha annunciato la riattivazione del servizio IVG con due medici interni al Policlinico. Sarà dunque nuovamente possibile prenotarsi per eventuali interventi.
Comunichiamo inoltre che è stato pubblicato l'annuncio di due assunzioni per il Repartino con contratto Co.Co.Co per medici specialisti in Ginecologia e Ostetricia le cui domande devono essere presentate entro il 15 dicembre 2014.
Continueremo a verificare la regolarità dei processi per assicurare che sia data una risposta concreta alle richieste espressamente fatte di assunzione stabile di almeno due medici non obiettori al fine di garantire un funzionamento efficace del servizio nel rispetto della legge 194.
La salute delle donne deve essere tutelata in tutte le sue forme, dal diritto ad abortire nel rispetto della salute fisica e psicologica, al diritto alla maternità consapevole e garantita nelle migliori condizioni socio¬sanitarie, alla contraccezione e alla prevenzione.
Il diritto alla salute deve fondarsi sul rispetto delle soggettività di tutti garantendo la libertà di scelta!
Rete #Iodecido - 5 dicembre 2014

Il blues di Rebecca

Come prevenire la depressione post partum. Il caso di Katerina Kornilova che tanto ha appassionato Dostoevskij, l'unico a difenderla dalle pagine dei giornali, a fronte di un'opinione pubblica schierata con i giudici. Difendendo questa giovane, il grande romanziere sfidava uno spettro mai sconfitto, nonostante i progressi della scienza, lo spettro della malattia mentale che spaventa chi non ne ha esperienza e causa vergogna in chi ne soffre. 
Silvia Gusmano, L' Osservatore Romano...

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