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Il referendum di Taranto (Adriano Sofri, La Repubblica)

La Corte ha dato ragione alla legge "salva Ilva", torto aimagistrati di Taranto. E ora? Qualunque verdetto fosse arrivato, la domanda sarebbe statala stessa. Da una parte c'era una città (divisa anche lei, certo), dall'altra una legge voluta da governo, partiti e sindacati. ...
Dinamo Press
11 03 2013

Sul portone principale c'è un cartello sbiadito che avvisa gli utenti che dal giorno 31 ottobre 2009 il pronto soccorso dell'ospedale sarà chiuso e i pazienti dirottati altrove, mentre tutto il perimetro dell'ospedale è stato transennato per evitare che, come recita un altro cartello, calcinacci e pezzi di cornicione cadano sui passanti dato il degrado strutturale dell'edificio e le pessime condizioni metereologiche. Peccato che l'ospedale San Giacomo non cade a pezzi e che la pioggia non può rappresentare un problema in una città normale.

La verità la sappiamo, l'ospedale San Giacomo di Roma è stato chiuso per motivi che non riguardano la fatiscenza, l'abbandono o la mancanza di pazienti. E' un simbolo della dismissione progressiva che minaccia il sistema sanitario nazionale, è l'emblema di come i pezzi pregiati del patrimonio pubblico o le strutture d'eccellenza della sanità italiana cadano vittime di tagli legittimati dalla crisi, dall'insostenibilità dei costi del welfare, dagli sprechi. Sono diversi gli ospedali e i reparti minacciati dalla chiusura e dai tagli prima dal commissario Bondi e ora dal neo-eletto presidente della Regione Lazio Zingaretti, dal governo tecnico prima e da quelli che seguiranno dopo.

Per questo donne, studenti e precarie insieme al Coordinamento per la Salute hanno dato luogo a un flash mob, un blitz per bussare alle porte dell'ospedale San Giacomo, per riaffermare il diritto alla salute come diritto universale e incondizionato, per respingere le politiche di austerità che sottraggono terreno e reddito a quei corpi irregolari, non pienamente garantiti, non completamente riconosciuti, che pagano in prima persona la crisi.

Il concetto di universalità va declinato in un quadro di complessità e differenze per coglierne il senso e per fornire risposte adeguate all'oggi: 'per tutti' non significa 'uguale per tutti' ma 'differente per ognuno'.

La Sanità pubblica fatica sempre di più a divenire strumento flessibile e accessibile e a corrispondere alle domande di una società in continua mutazione. Viceversa, dismette la sua vocazione inclusiva e ridefinisce quindi il diritto alla salute su presupposti non più legati alla concezione (estensiva) di cittadinanza ma su criteri di merito e sostenibilità economica.

Nell'accesso ai servizi sanitari e sociali si definiscono così linee di differenziazione che tagliano fuori segmenti di società perchè sempre più apertamente individuati come improduttivi e non meritevoli: la stigmatizzazione di soggetti definiti devianti e a rischio e la clandestinità come dispositivo di esclusione dei senza documenti dai diritti fondamentali rappresentano gli esempi più eclatanti.

Abbiamo pensato che l'8 marzo fosse la giornata giusta per mettere al centro questo tema. Fuori dalla retorica dei festeggiamenti istituzionali e del “valore della donna” abbiamo voluto affermare che le donne oggi sono sempre più spesso precarie, disoccupate, impossibilitate a scegliere liberamente il loro percorso di vita e la loro sessualità, subiscono la violenza domestica e politica, vengono sacrificate sull'altare dell'austerità, tra le lacune spaventose del welfare. Nella crisi odierna però, in un certo senso, siamo tutti donne, siamo tutti migranti, siamo tutti precarie e precari.

Connettendoci con la mobilitazione del Coordinamento per la Salute, vogliamo contribuire a un percorso di ricomposizione che passa per una nuova articolazione del concetto di salute. Non solo, quindi, chiediamo il rifinanziamento di una sanità pubblica, laica e accessibile a tutti, ma vogliamo immaginare degli esperimenti di connessione che rovescino il rapporto operatore/utente, che ricolleghino la sanità ai territori e alla cittadinanza, che rompano le maglie della medicalizzazione forzata, e rimettano al centro una salute che non può che essere sociale, che non può che passare per la cooperazione, per la prevenzione e per una nuova idea di welfare. Esperienze interessanti avvengono già in altre parti d'Europa, dove dalle macerie della crisi sono nati esperimenti di autogestione di ambulatori, di elaborazione assembleare delle diagnosi, di condivisione delle problematiche dei corpi dentro la crisi.

Difendere la salute infatti significa difendere i nostri corpi dall'attacco sferrato dai mercati, porre al centro il valore sociale della loro riproduzione, disvelare nuovi dispositivi di sfruttamento che superano i confini del lavoro e invadono quelli della vita. Se le politiche economiche e sociali attuali mirano a rendere i corpi controllati e docili, noi li rimettiamo in gioco e in conflitto, volendoli liberare una volta per tutte da vincoli morali ed economici, sintonizzandoli piuttosto su bisogni e desideri.

Salute mentale, manca il personale (Italia Sera)

"I Centri di Salute Mentale si sono depauperati di personale sia per pensionamenti sia per la ridistribuzione su altri servizi. La crescente carenza di organico ha lasciato sguarniti in particolare i fronti della prevenzione e delle psicoterapie ...
Corriere della Sera
05 03 2013

Ha tre anni e una malattia rara: il tribunale vieta la terapia sperimentale. E la mamma scrive a Balduzzi

FIRENZE - «Mi dissero che quelli come Maria si chiamano "bambini farfalla", nel senso che durano una stagione sola. Ma io, con questa mia storia fatta di amore, mostri, accettazione e perdita infinita, voglio dimostrare che con le farfalle — la mia Maria — ha in comune soltanto una cosa: la bellezza». Chi scrive è la madre di una bambina di tre anni colpita da una grave malattia neuro degenerativa, tremenda anche nel nome, la leucodistrofia metacromatica. Una di quelle malattie per le quali non si conosce rimedio, ma che una terapia a base di cellule staminali sembra riuscire ad arginare, se non fosse che manca il definitivo riscontro clinico e che Aifa e Nas ne hanno bloccato la somministrazione. E che ci sono tribunali che hanno consentito ad alcuni bambini di continuare la sperimentazione. Altri, come quello di Firenze, no.
 
L’appello, lanciato per la prima volta dalle telecamere delle Iene, è rivolto al ministro della Salute: «Non abbiamo tempo di aspettare le leggi. Sofia ha bisogno di aiuto», dicono i genitori di una bambina di Firenze che si è ammalata quando aveva solo un anno e mezzo. Aveva imparato a camminare, ridere, pronunciare le prime frasi. Poi un giorno ha iniziato a zoppicare, nel giro di pochi mesi è arrivata la paralisi e poi la cecità. «Maria» è il nome che la piccola Sofia dava alle sue bambole, un nome che le piaceva e andava bene per tutte le femmine e le cose femminili ed è così che si chiama la bambina del libro di Caterina Ceccuti fatto di immagini e di tenerezza, di dolore e speranza: «Voa voa!», al modo dei bambini che aprono le braccia e prendono la rincorsa. Una rincorsa è anche quella che la famiglia di Sofia ha preso, con fermezza, dopo il trauma della diagnosi e la disperazione, quando è iniziata l’instancabile ricerca di una via per aiutare la piccola.

Un aiuto sembrava essere arrivato da un protocollo d’intesa che ha legato gli Spedali Civili di Brescia alla fondazione Stamina, produttrice di particolari cellule staminali che «si sono dimostrate efficaci», dicono le famiglie dei bambini farfalla rientrati nel programma di «cure compassionevoli». Sofia dopo la prima infusione (il programma ne prevedeva cinque) aveva smesso di vomitare, le sue pupille, racconta la madre, avevano ripreso a reagire davanti alla luce. I Nas hanno interrotto gli interventi del laboratorio di Brescia: la cura compassionevole secondo l’Aifa (l’agenzia italiana del farmaco) era somministrata a troppi pazienti, non rispettava le regole della sicurezza. Una famiglia di Venezia ha trovato il modo di aggirare il blocco della cura appellandosi al tribunale del lavoro e seguendo la stessa strada diciotto bambini di diverse città possono continuare le infusioni a base di cellule staminali. Sofia invece no (come altre due pazienti).

Così ha deciso il tribunale di Firenze: «Il diritto alla salute dovrebbe essere uguale per tutti — si sfoga Caterina — si lascia decidere un giudice che non solo non ha competenze specifiche in materia di staminali, ma che si trova in molti casi a dover decidere sulla vita o sulla morte di piccoli pazienti malati terminali». La famiglia di Sofia non si arrende, fa un appello al ministro Balduzzi, che da ieri ha la bacheca di Facebook piena di messaggi da tutta Italia: «Telefoni a questa famiglia», «Si metta nei panni dei genitori», ma ci sono anche i «Si vergogni» e peggio. Un appello arriva dal consigliere regionale Gian Luca Lazzeri (Più Toscana) che si rivolge anche al governatore Enrico Rossi affinché faccia da intermediario con il ministro Balduzzi. «Sofia è una persona in carne, sangue e lacrime (troppe per la sua età). Sofia che non è un "caso" né clinico né giuridico — dice Caterina — Nelle prossime settimane non sapremo come darle da mangiare, non riesce a deglutire, non può essere a lungo alimentata per via parenterale. Un altro sistema non c’è, abbiamo cercato dappertutto anche all’estero, quella di Stamina è l’unica strada possibile».

Lisa Baracchi

Matti da slegare. L'inferno finisce di domenica

  • Lunedì, 18 Febbraio 2013 09:34 ,
  • Pubblicato in L'Inchiesta
Adriano Sofri, Micromega
17 febbario 2013

Entro il 31 marzo i sei Ospedali psichiatrici giudiziari d'Italia dovrebbero chiudere per legge. Ma non sarà semplice. Tra speranze e angosce ecco i racconti degli "internati" dell'Opg di Barcellona Pozzo di Gotto, dove il pluriomicida vive accanto a chi ha sfasciato un televisore.

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Zeroviolenza è un progetto di informazione indipendente che legge le dinamiche sociali ed economiche attraverso la relazione tra uomini e donne e tra generazioni differenti.

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