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Sempre "schiavi" delle agromafie

  • Mercoledì, 10 Dicembre 2014 13:09 ,
  • Pubblicato in IL MANIFESTO
Marco Omizzolo e Roberto Lessio, Il Manifesto
9 dicembre 2014

"Vole­vamo brac­cia e sono arri­vati uomini" era il titolo del dos­sier pre­sen­tato da Amne­sty Inter­na­tio­nal nel 2012. Il 'sistema' chie­deva mano­do­pera da sfrut­tare al costo più basso pos­si­bile. Arri­va­vano invece esseri umani dotati di sto­rie per­so­nali e dignità. Una cosa impen­sa­bile appena due­cento anni fa, quando le navi negriere attra­ver­sa­vano l’Atlantico per tra­spor­tare schiavi dall'altra parte dell'oceano.

Sfruttati a tempo indeterminato

  • Giovedì, 06 Novembre 2014 07:51 ,
  • Pubblicato in ZeroViolenza
Marco Omizzolo e Roberto Lessio, Zeroviolenza
6 novembre 2014

In Europa e non solo, indipendentemente dalla crisi, spesso assunta a paravento per politiche discriminatorie, una parte non residuale della produzione, soprattutto agricola, è retta da schiavi al servizio di padroni. Sembra un'affermazione ideologica.

Corriere della Sera
18 10 2014

di Luisa Pronzato

Difficile farle denunciare. Le operaie agricole rumene che lavorano nella “fascia trasformata” del ragusano sono sfruttate, segregate, abusate. E ricattate dai loro padroni. Violenza economica e sessuale oscurate da omertà, impossibilità di scelta, isolamento, pregiudizio. Quella che sta emergendo in questi giorni è una storia di donne in schiavitù. Alla mercè delle voglie di padroni che usano i figli e l’acqua potabile (in quelle zona l’acqua del rubinetti è avvelenata) in cambio di sesso per sé e per gli amici. Di festini a cui non ci si può negare pena il licenziamento. Di donne che hanno scelto il lavoro in campagna perché fare le badanti o le colf non permette di portare con sé i figli e perché erano già contadine nelle campagne rumene.

Sono violenze non scoperchiate perché non ci riguardano e perché avvengono in luoghi remoti. Piccole, piccolissime proprietà sparse nelle campagne tra Vittoria, Acate e Santa Croce Camerina, in provincia di Ragusa, sulle quali le culture stagionali sono state sostituite da quelle intensive nelle serre, appunto terre “trasformate” dove il lavoro, e la presenza immigrata, dura tutto l’anno, le temperature sono altissime d’estate e basse d’inverno, i fitofarmaci dei diserbanti ammorbano l’aria.

Le abitazioni sono catapecchie di pietra o legno e cellofan di cui spesso si paga l’affitto che il padrone detrae dalla paga giornaliera, 15-20 euro distribuiti ad acconti che spesso restano in sospeso. Diventando merce di scambio e costrizione per prestazioni sessuali delle donne che di giorno lavorano in serra.

I “festini agricoli”, denunciati nel 2011 da un parroco, don Beniamino Sacco e dalla Flai-Cgil (il sindacato dei lavoratori dell’agro-industria), avevano dato anche altri frutti: Vittoria è tra i primi comuni per il numero di richieste di interruzioni di gravidanze in proporzione al numero di abitanti. A Vittoria, però, tutti i medici sono obiettori. E all’ospedale di Modica dove sarebbe possibile effettuarle, la lista di attesa si è allungata rendendo impossibile l’aborto nei primi tre mesi.

Quelle che stanno emergendo sono storie di sfruttamento raccolte sul Social Transfer, il pulmino allestito da Flai-Cgil e Proxima per limitare l’isolamento di chi lavora nelle serre. Come quella di Luana, raccontata sul sito di Melting Pot Europa da Alessandra Sciorba, ricercatrice dell’Università di Palermo che si occupa di donne migranti. «La scuola è lontana dalla serra, difficile e pericolosa da raggiungere a piedi e spesso i bimbi approfittano del passaggio offerto dal datore di lavoro. In cambio di questo “favore”, e per mantenere il lavoro e l’alloggio, Luana asseconda le richieste sessuali di quest’uomo la cui abitazione, dove vive con la moglie e un figlio, è all’interno della serra. Luana è esasperata da questa situazione e terrorizzata dalle continue minacce, teme soprattutto eventuali ritorsioni sui bimbi. Una notte, grazie all’aiuto del Solidal Transfert riesce a raccogliere tutte le sue cose e a scappare e con i suoi figli. La molla che ha fatto scattare la ribellione è stata la minaccia di non portare più i ragazzi a scuola. Lui aveva smesso di farlo perché la scuola era l’unico contatto che loro potevano avere con la realtà cittadina e quindi avrebbe potuto fare emergere il problema».

Nell’assenza delle istituzioni locali, il Solidal transfer – il mezzo se non hai i mezzi, trasportando verso i centri abitati offre consulenze, raccoglie testimonianze. Un progetto realizzato dalla cooperativa Proxima impegnata nella lotta alla tratta, dalla Flai e da Medici senza frontiere. Un servizio di trasposto come primo soccorso all’isolamento che collega le campagne sperdute con i centri abitati e su cui oltre agli operai e alle operai agricole viaggiano operatori sociali, sindacalisti, medici e da qualche mese anche una mediatrice culturale rumena. Piccoli viaggi verso supermercati, medici o solo per fare quattro passi tra la gente. «Percorrendo in lungo e in largo le contrade dove lavorano e vivono i lavoratori e le lavoratrici rumeni in totale isolamento abbiamo potuto fare qualche azione di tutela individuale nei confronti di lavoratori che non venivano pagati», racconta Pepe Schifo del Flai Ragusa che ha messo in campo il sindacato di strada. «Durante questi percorsi ci hanno colpito alcune donne e in seguito abbiamo registrato casi di abusi sessuali per questo ci siamo collegati alla rete nazionale anti-tratta del dipartimento delle Pari Opportunità. Ma non è la tratta che conosciamo». È più subdola. Una coercizione da cui è difficile uscire perché le serre sono isolate e chi ci lavora è totalmente dipendente dal “padrone” o dai suoi emissari.

Negli ultimi giorni i festini e la schiavitù delle terre della fascia trasformata sono arrivate alle cronache. Dieci deputati hanno presentato due interrogazioni parlamentari. Gli esponenti del Sel si sono rivolti al Ministero della Salute, del Lavoro e dell’Interno, quattro onorevoli del Pd chiedono ai ministri «quali misure ritengano di dover predisporre al fine di proteggere queste donne». Celeste Costantino è intervenuta alla Camera «Si devono far violentare come e quando pare ai padroni e siccome, mettere un preservativo è cosa fastidiosa, meglio portarle a Modica ad abortire. Tanto mica sono le nostre donne, sono donne rumene». Lo stesso motivo per cui nei paesi della “fascia” la gente sapeva, le donne sapevano. Maa, si sa, “le rumene tentano”… e “l’uomo è cacciatore”… (come riporta L’Espresso in un’ inchiesta partita dai racconti di Alessandra Sciorba). Oltre a “cacciare” gli uomini, come si andava dicendo nei paesi coinvolti, si erano «innamorati della campagna», avevano smesso di tornare a casa alle 5, come in passato. E vantavano orgogliosamente le bravate erotiche. Il fatto tra gli abitanti e le istituzioni locali non ha mosso né indignazioni né azioni.

Oggi una delegazione di dieci parlamentari accompagnata dalla Flai arriva in provincia di Ragusa. Una visita conoscitiva. «Cercheremo di stipulare i primi protocolli di intervento», dice Erasmo Palazzotto (Sel) che lunedì ha incontrato il prefetto di Ragusa. «Non si possono pensare risposte solo repressive. Attiveremo prime soluzioni tampone, prendendo contatto con i servizi per assicurare assistenza sociale e sanitaria e volontariato anche perché i finanziamenti a Proxima, come tutti quelli che riguardano l’articolo 18 e dell’articolo 13 che hanno sostenuto la lotta anti-tratta, scadono il 31 dicembre. E poi chiederemo alle organizzazioni dei produttori di fare la loro parte: espellere dalla categoria chi non rispetta i diritti sindacali, fa violenza e abusa delle lavoratrici».

I riflettori mediatici, le interpellanze e la visita dei parlamentari riusciranno a sconfiggere quello che il pregiudizio ha tenuto sotto terra?

Dall'inizio sono arrivati in Italia, per lo più soccorsi dai mezzi navali militari impegnati nell'perazione Mare Nostrum qualcosa come 64 mila migranti nei porti italiani e migliaia ancora attendono di imbarcarsi sulle coste del Nord Africa. ...
Su 3 milioni e mezzo di abitanti, si calcola che siano ancora 700 mila le persone costrette a vivere almeno parzialmente alle dipendenze di un padrone. Il 20 per cento della popolazione. Di queste, circa 100 mila sono in totale asservimento. ...

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