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La "schiavitù" dei lavoratori dietro le rose di san Valentino

  • Venerdì, 14 Febbraio 2014 12:26 ,
  • Pubblicato in Flash news

Redattore Sociale
14 02 2014

Circa il 97% di quelle vendute oggi in tutta l’Europa per il giorno degli innamorati sono state tagliate a Naivasha (Kenya), nei terreni gestiti dalle multinazionali che controllano il settore. In America Latina donne pagate un dollaro al giorno.

Dietro alla festività San Valentino si nasconde un mercato di sfruttamento silenzioso fatto dalle grandi multinazionali: circa il 97% delle rose vendute oggi in tutta l’Europa per il giorno degli innamorati sono state tagliate a Naivasha (Kenya), nella Rift Valley, secondo l’associazione Kenya Flower Council. Il settore è dominato dalle multinazionali, che possiedono vaste fattorie e circa 800 milioni di fiori, i lavoratori di Naivasha vivono in un labirinto di incertezza e povertà, in camerate con bagno in comune per tutti e salari che oscillano tra i 30 e gli 85 euro a seconda dell'età.

Il Kenya è uno dei più grandi esportatori di fiori del mondo e il più grande fornitore per l'Unione europea, contribuendo a oltre il 35% di tutte le vendite. I principali mercati dell'Ue sono Paesi Bassi, Regno Unito, Germania, Francia e Svizzera, secondo il quotidiano El Pais. In particolare nel lago Naivasha, raggiungono 188 ettari, di cui circa 135 di serre e 42 di coltivazioni all’aperto.

Questo fenomeno non avviene solo in Kenya, ma anche nei paesi latino-americani, che sono il secondo più grande esportatore mondiale di fiori con una manodopera di 80 mila lavoratori, il 70% dei quali sono donne. Secondo un’informativa della ong britannica War on Want, le donne che lavorano duramente nelle serre della regione del fiore di Bogotá spesso guadagnano meno di 1 dollaro al giorno e sono costrette a sopportare condizioni lavorative di sfruttamento. Le donne tendono a guadagnare meno dei loro colleghi maschi, sono assunte con contratti a tempo determinato di soli 3-6 mesi - che non vengono rinnovati se si ammalano, in gravidanza o se tentano di formare un sindacato contro la povertà”, scrive il quotidiano The Guardian.

Le multinazionali controllano al dettaglio tutti i processi produttivi, il taglio, la classificazione delle rose per varietà e dimensioni, la conservazione per diverse ore in celle frigorifere e i trasporti. In una intervista al quotidiano El pais, uno dei responsabili delle vendite della società ha detto: "Una su nove rose che si consumeranno in Europa oggi, avranno come origine il Kenya".

"Cari fratelli e sorelle, siamo i lavoratori bengalesi di Sant'Antimo (Napoli) e con l'Associazione Antirazzista 3 Febbraio stiamo lottando per la dignità e i diritti. Siamo trattati da schiavi, siamo esseri umani come ognuno di voi!" ...

Articolo Tre
31 01 2014

Il magnate australiano Andrew Forrest ha fatto una proposta che il Pakistan non potrebbe rifiutare, in cambio però, vuole migliorare le condizioni di migliaia di lavoratori pakistani, molti dei quali ridotti in schiavitù.

Forse c'è una buona notizia per il Pakistan e arriva dall'Australia, o meglio dal quinto uomo australiano più ricco, Andrew Forrest, il quale nel giro di otto anni ha trasformato la sua azienda, la Fortescue Metal Group, nel quarto più grande produttore di ferro al mondo.

Il magnate australiano ha, infatti, stretto un accordo informale con il governo pakistano, in cui si è impegnato a fornire al Paese tutte le conoscenze e la tecnologia necessaria per realizzare la "gassificazione della biomassa", una nuova tecnica inventata in Australia e che permette di convertire la lignite, un materiale di poco valore di cui il Pakistan è molto ricco, in combustibile diesel. L'uso di questa nuova tecnologia potrebbe mettere fine alle frequenti interruzioni di corrente che tormentano le industrie tessili e manifatturiere nel Paese, consentendo allo stesso tempo la creazioni di migliaia di posti di lavoro.

Il tutto sarebbe possibile, ma a una condizione, ovvero, il primo ministro della provincia del Punjab – regione del Pakistan orientale – Shahbaz Sharif si è impegnato a introdurre nuove leggi che vietino il lavoro minorile, che venga imposto un salario minimo, promettendo, inoltre, di liberare tutti coloro che sono sottoposti a lavori forzati.

"Cinque anni fa non sapevo quanto grave fosse problema della schiavitù moderna. Nessuno lo sapeva ", ha detto Forrest al Time durante una riunione del World Economic Forum tenutosi a Davos in Svizzera, la scorsa settimana. "Ma spero – ha continuato – che nell'arco di altri cinque anni, da oggi, la schiavitù venga considerata ripugnante da ogni persona in Pakistan".

Secondo l'Asian Development Bank sarebbero circa 1,8 milioni le persone – in genere uomini delle caste più basse, minoranze religiose, le donne, i disabili, i rifugiati afgani e bambini – che lavoro soprattutto nel settore dei mattoni, chiamato anche il settore dei "mattoni di sangue", per poca o addirittura nessuna paga.

Le condizioni di lavoro sono spaventose: i lavoratori rompono le rocce a piedi nudi, camminano in fila tenendole appese con una corda alle loro spalle e poi salgono su assi in equilibrio precario per gettare le pietre in una fornace. Le percosse e gli abusi sono all'ordine del giorno.

Secondo l'Indice Globale di Schiavitù del 2013, il Pakistan è il terzo Paese al mondo – dopo l'India e la Cina – per numero di persone ridotte ai lavori forzati o in schiavitù perché costrette a ripagare un debito.

Speriamo che il gesto di Andrew Forrest possa portare a un reale cambiamento in Pakistan e alla condizione di questi lavoratori.

Atlasweb
17 12 2013

Il governo britannico ha reso pubblico un piano per imporre sanzioni più severe per i reati di “schiavitù moderna” e tratta di esseri umani.

La proposta – presentata inizialmente lo scorso agosto dalla ministro dell’Interno Theresa May – prevede un incremento del massimo della pena per i responsabili di questo tipo di reato, dagli attuali 14 anni all’ergastolo.

Il progetto raccomanda inoltre la creazione di una commissione speciale del governo contro la schiavitù.

A sostegno della proposta, il Partito Laburista ha pubblicato uno studio basato sulle testimonianze delle vittime, secondo cui oggi nel Regno Unito sono circa 10 mila le persone che vivono in situazione di schiavitù.

La tratta degli schiavi è più forte che mai

  • Venerdì, 13 Dicembre 2013 15:38 ,
  • Pubblicato in L'ESPRESSO

L'Espresso
13 12 13

Picchiate, violentate, ricattate. Decine di migliaia di persone, negli ultimi cinque anni, sono state catturate nel Sinai. Un business, quello dei trafficanti di esseri umani, che vale oltre 600 milioni di euro. Sulla pelle di uomini e donne, soprattutto eritrei, in fuga dal loro paese. Un libro raccoglie le loro storie.

Dedicato a Lamek, bimbo di tre anni, la cui madre è morta in una casa di tortura del deserto del Sinai. E a Raee, un anno, che in una casa di tortura ci è nata. E a tutti coloro che hanno perso la vita nel Sinai, o a Lampedusa, o da qualche altra parte lungo la strada che attraversa l’inferno. A loro sono dedicate duecento pagine di un libro sconvolgente, quelle che vengono presentate oggi a Laura Boldrini dopo la prima visione riservata nei giorni scorsi a Cecilia Malstroem, commissario europeo agli Affari interni.

Il titolo, “Il traffico internazionale di esseri umani: Sinai e oltre”, non rende a sufficienza l’idea delle drammatiche storie di vita che vi vengono raccontate, camuffando talvolta i nomi perché le persone non siano riconoscibili. Il volume racconta un inferno che rende 600 milioni di euro ai trafficanti di esseri umani che catturano, maltrattano, violentano, ricattano alcune decine di migliaia di uomini e donne in fuga dai loro paesi e in nove casi su dieci dall’Eritrea. Dove paesi come l’Egitto o la Libia finiscono spesso per rispedirli.

Lo hanno scritto tre donne, Meron Estefanos, eritrea, attivista dei diritti umani e giornalista che vive a Stoccolma, Myriam Van Reisen, professoressa universitaria e direttore dell’Eepa, centro di ricerca di politica estera con sede a Bruxelles, e Conny Riiken, docente di diritto internazionale e avvocato. Quello dei trafficanti del Sinai è un business criminale che ha appena cinque anni di vita: le prime rivelazioni risalgono al 2009. Ma sta decollando a ritmi vertiginosi, nell’indifferenza di tutte le democrazie occidentali. I primi riscatti richiesti alle famiglie dei rapiti e torturati erano attorno ai 1000 dollari, poi un improvviso rialzo a 30 mila, fino a 40 e persino 50 mila, in qualche caso, quest’anno.

La tecnica adottata è a colpo sicuro. Si fornisce un telefono satellitare ai giovani in fuga, per far loro chiamare i parenti lontani. Difficile trattenere le lacrime, difficile camuffare la sofferenza: le famiglie entrano nel panico, organizzano raccolte di denaro che vengono estese alle comunità nazionali presenti all’estero, in Canada, negli Stati Uniti, in Europa, e i soldi arrivano alla fine in alcuni conti correnti che debbono rimanere segreti. Chi rifiuta il telefono lo fa per evitare un dolore straziante ai propri cari, ma sa di andare incontro alla morte. In questo business ognuno ha il suo ruolo: dai beduini, tenutari delle case di tortura, ai poliziotti infedeli libici ed egiziani, fino agli eritrei emigrati che affiancano i trafficanti tradendo i loro fratelli.

Le storie presenti nel libro sono aggiornate alla tragedia dei 366 morti di Lampedusa. Quella di Berhan, ad esempio, nome che in tigrino significa luce, fuggito dall’Eritrea a 15 anni per evitare di essere arruolato come bambino soldato, torturato nel Sinai, fuggito attraverso Egitto e Libia e poi salito il 3 ottobre sul barcone della morte, e sopravvissuto miracolosamente al naufragio. A Lampedusa le autorità italiane non volevano che i giornalisti raccogliessero la sua storia. È stato rilasciato assieme ad altri a Roma, e ora deve difendersi dalla polizia. Un gruppo di superstiti compatrioti, catturato in Germania, è finito in prigione.

Le scrittrici danno voce alla protesta di Giusi Nicolini, sindaco di Lampedusa, per la figuraccia del nostro governo, che aveva promesso funerali di Stato e poi si è ridotto a organizzare una semplice commemorazione senza parenti e senza superstiti, alla presenza, denunciata con forza da don Mussie Zerai, il presidente dell’Agenzia umanitaria Habeshia, dell’ambasciatore eritreo: il rappresentante ufficiale di quel paese da cui le vittime fuggivano e dove ogni cerimonia di cordoglio è stata vietata.

Ci sono donne che raccontano la violenza sessuale subita nel Sinai, mani legate, bocca tappata e benzina cosparsa sui capelli fino a bruciarli. Ma la storia che più colpisce è forse quella di un anonimo trentottenne eritreo. A 12 anni viene mandato in guerra assieme ai suoi tre fratelli contro l’Etiopia, ma torna vivo solo lui. L’Eritrea ottiene l’indipendenza, ma lui viene messo in galera “perché parlava con la voce troppo alta”. Un anno e mezzo in una fossa sotto terra, senza luce, col cibo che gli veniva buttato dall’alto. Poi una seconda, una terza condanna. Allora prende per il collo una guardia, ruba il fucile, fugge nel portabagagli di un’auto. Fuori città chiama la moglie: «Portami le ragazze, tu resta con i bambini».

Ha due figlie di 15 e 12 anni, e vuole che evitino il servizio militare, previsto in Eritrea anche per le donne. Fugge con le figlie, viene catturato dai trafficanti e messo in un campo di detenzione. Sviene. Le violentano davanti ai suoi occhi quando si risveglia, cosa che avverrà molte altre volte. La più grande rimarrà incinta. Organizza con la famiglia una raccolta di fondi per liberare almeno lei. Invece mandano via lui. Finisce in un ospedale di Tel Aviv, viene a sapere che le ragazze sono vive, chiede l’elemosina tra i rifugiati per raccogliere fondi, li spedisce. Ma le ragazze non verranno liberate. E adesso è sempre lì, in Israele, tra i profughi. E si sente un padre degenere.

“In questo libro si attenta alla dignità e all’onore di questa gente, pubblicando le loro storie”. Ne sono coscienti, le autrici. Ma l’obiettivo è squarciare quella “globalizzazione dell’indifferenza” di cui ha parlato in luglio papa Francesco nella sua visita a Lampedusa. Il rapporto ha una parte politica, che mette sotto accusa l’Europa, e delle linee propositive sul ciò che ciascun paese dovrebbe fare. Ma è proprio sull’impatto emotivo che gioca molte delle sue carte. Andrebbe perciò portato al più presto in tutte le scuole.

Corrado Giustiniani

 

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