Sono almeno 27 milioni le vittime del traffico di esseri umani nel mondo: uomini donne e bambini. Lo afferma il Rapporto annuale del Dipartimento di Stato Usa, secondo cui nello scorso anno ne sono state identificate oltre 40mila, ...

We want sex da Barletta al Bangladesh

Huffington Post
29 04 2013

Un palazzo fabbrica, Rana Plaza a Dacca o in via Roma a Barletta, nel centro o nella periferia di una capitale o una città, paese di provincia, in Occidente o ad Oriente, Nord o Sud, le coordinate, la toponomastica del lavoro può cambiare nome ma le macchine da cucire tessono i fili da una parte all'altra del mondo degli abiti in passerella per la sfilata di un gruppo sempre più ristretto di persone.

Un palazzo fabbrica che si sfarina su centinaia, migliaia di donne sedute davanti alle macchine di una catena di montaggio dell'abbigliamento che paga un salario di pochi dollari o pochi euro e veste tutto il mondo. Operaie che vestono, operai che montano auto, giovani operai e operaie che assemblano I phone o Pc, in una catena di montaggio globale invisibile fino al momento del crollo, del suicidio o dell'omicidio. Il lavoro compare sulla scena pubblica come necrologio, cronaca nera, proprio mentre mancano pochi giorni al primo maggio.

È giunto il momento di mettere in discussione noi stessi, le abitudini consolidate, le retoriche celebrative e ricominciare dalla polvere di quel crollo, dalla polverizzazione dei lavoratori, dalle macerie dell'aumento della disoccupazione, dai pilastri della produttività che aumenta i ritmi e l'orario di lavoro mentre rompe le persone. Il ricatto del lavoro a qualsiasi costo, anche quello della vita, è diventato un punto fermo dell'uso della crisi. Ci si sente dire: ma come ti lamenti pure? Tu almeno un lavoro lo hai. Per questa ragione la periferia di Dacca ha una via che conduce alle vetrine del centro di Roma, passa da Bruxelles, attraversa i sottoscala di Napoli e arriva fino a Wall Street.

Il 18 maggio alla manifestazione a Roma della Fiom Cgil portiamo con noi in piazza un pezzo di tessuto per prendere in mano anche noi il filo delle operaie di Dacca. We want sex come le operaie che vinsero contro la Ford.

Nea Manolada. Prossimamente greci

  • Venerdì, 19 Aprile 2013 14:02 ,
  • Pubblicato in Flash news
Atene Calling
19 04 2013

Nea Manolàda è semplicemente la prima zona economica speciale che ha funzionato con successo nella Grande Grecia.

Sono passati ormai otto mesi, dalla nostra piccola avventura a Nea Manolada. Insieme a Petros Konstantinou, del "Movimento Uniti contro il Razzismo", abbiamo visitato Mahmood El Sadani, l'operaio egiziano trascinato dai suoi padroni per un chilometro con la macchina, mentre gli schiacciavano le mani con un martello. Gli dovevano migliaia di euro e, quando lui ha chiesto di essere pagato, gli hanno fatto capire cosa vuol dire medioevo lavorativo in Grecia.

Passando di fronte alle strutture in cui lavorava hanno cominciato a cacciarci dei tizi "gonfiati", dipendenti dell'azienda. Giusto per pochi secondi, abbiamo fatto in tempo a salire in macchina e andarcene sull'autostrada, diretti a Patrasso. La notizia è stata pubblicata anche grazie all'intervento dell'iniziativa 1againstracism dell'Acnur, che ha presentato un breve video con l'intervista a Mahmood El Sadani.

La mia avventura, ovviamente, non merita nemmeno di essere citata di fronte agli attacchi subiti da altri colleghi giornalisti e soprattutto fotogiornalisti, che hanno cercato in tutti questi anni di documentare le condizioni della schiavitù lavorativa di Nea Manolada. Mi è bastata, però, per poter capire in prima persona la volgare sorpresa con la quale viene presentato il fatto oggi dal governo, dai grandi media, ma anche dalla polizia.

Tutti sapevano cosa stesse succedendo a Nea Manolada già dalla metà degli anni 90. Perché Manolàda non è il simbolo della crisi della "Grande Grecia" della Borsa, delle Olimpiadi e dei simulacri dei governi di Simitis e Karamanlis.

La schiavitù dei migranti è stata, forse, la forza più produttiva di una bolla economica che si è nascosta per tanti anni dietro "l’euro forte". É stata il mezzo principale della nuova accumulazione di capitale della borghesia parassitaria del paese.

Lo sapevano tutti, dal primo ministro fino all’agente del turno notturno della caserma della polizia locale. Intere società si svegliavano la mattina per mandare ai campi gli schiavi del Bangladesh e del Pakistan e uscivano fuori la notte per giocare con le prostitute prigioniere, provenienti dell'Europa dell'Est.

I primi non avevano documenti per denunciare alla polizia il saccheggio realizzato dai padroni e le seconde non avevano in mano i loro passaporti per poter andare via da quell'inferno che si chiama Grecia.

I datori di lavoro, allora, votavano Pasok, Nea Dimokratia e Laos. Adesso hanno sostituito il terzo pilastro con la Sinistra Democratica (DIMAR) o si sono rivolti ad Alba Dorata per proteggerli dalle loro vittime.

Il presidente della Comunità Pakistana aveva denunciato alle telecamere di info-war.gr che i fascisti agiscono come sgherri dei padroni, affinché i lavoratori stranieri non vengano pagati, ma nessuno da parte dello stato greco ha mai voluto indagare sulle denunce.

Quando abbiamo dato il video al Guardian, perché ovviamente nessun canale televisivo voleva trasmetterlo, noti personaggi televisivi lasciavano intendere che il servizio era una forma di vendetta tra il giornale e il ministro dell'Ordine Pubblico. A loro modo, anche questi soggetti hanno coperto le denunce.

E adesso tutti si sentono sconvolti. Corrono per documentare le testimonianze delle vittime e per esprimere la propria rabbia e indignazione. Non vi preoccupate. La notizia non passerà. Nea Manolada non è niente di più che una zona economica speciale. Prossimamente greci.

Aris Chatzistefanou

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