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Emergenza senzatetto nella Roma degli scandali

  • Venerdì, 02 Gennaio 2015 11:58 ,
  • Pubblicato in LA STAMPA

La Stampa
02 01 2015

Una notte tra i volontari della stazione Ostiense della Capitale: “Mai vista tanta gente”

Nessuno ricorda un fine anno come questo del 2014. I volontari delle associazioni che fanno capo alla Protezione Civile ne hanno viste tante ma non avrebbero immaginato di trovarsi davanti alla disperazione e alla disorganizzazione della Roma degli ultimi giorni del 2014. «Una fila di 150 persone, tutti insieme ad attendere un pasto caldo non l’avevamo mai vista - spiega Marco Colini della Svs Roma - Non c’è mai stata una richiesta come quella di quest’anno sono aumentati soprattutto gli italiani. A chiedere un pasto caldo in 6 casi su 10 sono loro, non gli stranieri».

Da una settimana, da quando le temperature hanno iniziato a scendere sotto lo zero, ogni sera i volontari arrivano intorno alle otto e mezza alla stazione Ostiense con tre pentoloni di cibo e si prendono cura dei senzatetto. L’appuntamento è sotto i portici, in fondo, il lato più protetto del piazzale, ma dove fa un freddo che entra comunque subito fino alle ossa. I senzatetto iniziano a radunarsi già dalle sette e mezza. Dopo un’ora riempiono metà porticato.

La prima sera i volontari sono arrivati solo con coperte e te’ caldo: negli anni scorsi era sufficiente. Quest’anno non basta nulla. «C’è bisogno anche di cibo. Dalla seconda sera prepariamo tre contenitori pieni e li distribuiamo». Non è un’operazione semplice. «Il freddo e la fame possono creare momenti di difficoltà», ammette Michele Gallo della Brigata Garbatella. Qualcuno non ha voglia di aspettare, la fila avanza lentamente e sono in 150. Michele, Marco e gli altri volontari si armano di pazienza e provano a calmare gli animi. «Con il sorriso ma facciamo rispettare le regole», assicura Michele.

Verso le nove e mezza finisce la fila del cibo, inizia la distribuzione delle coperte. Una o, più spesso, due a testa: la prima da distendere sotto per proteggersi dal suolo umido, l’altra per tenere caldo il corpo. Ma nemmeno le coperte bastano. A differenza del passato quest’anno dal Comune non ne sono arrivate. «In quattro giorni ne abbiamo distribuite mille: abbiamo svuotato i nostri magazzini, non ce la facciamo più», si sfoga Marco Colini.

Le coperte arriveranno la sera di san Silvestro, 1800 in tre container, fornite dalla Prefettura dopo mille insistenze. C’è già stato un morto fra i senzatetto la sera del 29, nessuno vuole che ce ne siano altri.

Il rischio esiste, purtroppo: la macchina dell’emergenza freddo a Roma si è mossa con grande ritardo per molti motivi. La corruzione emersa con le indagini di Mafia Capitale e i timori agitati spesso in modo strumentale dopo le proteste di Tor Sapienza hanno provocato la chiusura o la mancata apertura di alcuni centri di accoglienza facendo calare il numero di posti a disposizione per ospitare i senzatetto durante l’inverno. Rita Cutini, il precedente assessore ai Servizi Sociali, è stata al centro di una delicata partita di veti incrociati. Finchè è rimasta in carica nessuno l’ha sostenuta, contestandole una filosofia poco vicina a quella del mondo dei volontari. Quando a metà dicembre ha dato le dimissioni, accusano i volontari, non ha nemmeno lasciato pronto il Piano freddo con l’inverno ormai alle porte. «La fortuna è che c’è un nuovo assessore che si è subito messa in moto tra mille difficoltà», spiega Marco Colini. È Francesca Danese, arriva dal mondo del volontariato: in una settimana è riuscita a coinvolgere mondo cattolico e associazioni laiche ottenendo l’apertura di diverse nuove strutture compensando il calo dei posti.

Funziona anche così a Roma. Liti, scontri, lotte intestine, corruzione, scandali, sconquassano la vita politica. E finiscono per devastare il mondo degli ultimi, quelli che di anno in anno stanno aumentando e che in una notte di gelo, dopo aver ricevuto due coperte e un pasto caldo, scendono nel sottopassaggio della stazione Ostiense e si distendono sui tapis roulant spenti. Il mondo della politica non riesce ad offrire loro nulla di più.

Flavia Amabile

Corriere della Sera
28 12 2014

Salgono a fine giornata e scendono all’alba. Le coperte e i sogni appesi al sedile. Un conducente: «Fossero tutti barboni i viaggiatori notturni. Non disturbano mai»

di Andrea Galli

Le retrovie di Milano siedono nei primi posti della 90 e della 91, guardano ostinatamente in avanti come condannati ormai arresi o cavalli in corsa; però certe volte si girano di scatto al finestrino: succede alle fermate, a ogni fermata per il semplice fatto che prima o poi sarà l’ultima, per forza di cose l’autista dell’Atm annuncerà che il viaggio è finito e bisognerà ricominciare daccapo. La pensilina, i minuti, le mezzore, un nuovo bus, la ricerca di un seggiolino libero, si spera il caldo alla giusta temperatura, si spera l’assenza di ubriachi che vogliono menar le mani e di travestiti che usano le sbarre per reggersi durante la marcia come i pali della lap-dance, ballandoci intorno e spogliandosi, il pubblico deliziato e affamato.

La 90 e la 91 eternamente percorrono la circonvallazione e sono state archiviate quali linee di un’altra città, questa irregolare, squallida, esclusivamente straniera, marcia e dolorosa; eppure nel lento incedere lungo viali e attraverso piazzali, ospitando migranti che vanno e vengono da un posto di lavoro e si portano dietro gli odori del fritto come due flaconi di Vetril per gli uffici da pulire, a una certa ora della notte la 90 e la 91 raccontano sì un’altra Milano. Ma popolata d’italiani. Giovani, donne, vecchi. Dalle 23 questi bus sono pieni d’italiani. Italiani senza casa, senza famiglia per scelta propria o altrui; senza lavoro; con l’orgoglio o la paura di non abbandonarsi all’aiuto dei dormitori; e con la consapevolezza che anche il più spietato dei controllori, forse, risparmierà l’accanimento contro un povero cristo accasciato su se stesso. Barboni. Clochard. Senzatetto. Chiamateli come volete, per loro non fa differenza.

Ne contiamo sette su un bus e in contemporanea quattro su quello della direzione opposta, nella notte tra Santo Stefano e ieri. Ma è un numero variabile. In altre notti, tra metà novembre e Natale, il numero è salito sensibilmente; in una circostanza il fotografo Paolo Gerace, che li ha ritratti, ne ha contati ventidue tutt’insieme. Sono riconoscibili: dormono come bimbi, sembrano reduci da traversate. Eppoi basta guardare i dettagli. Le scarpe eleganti che spuntano da una giacca da neve con il piumino pieno di tagli su braccia e petto; un berretto di lana della squadra calcistica Torino e sotto uno spolverino di rara raffinatezza; una camicia con delle iniziali U.T. impresse nel disordine sulla pancia di un uomo, il lembo di una maglietta, la camicia stessa, un golfino, un gilet verde, una sciarpa da donna.

È difficile, avvicinare le retrovie. Si muovono spesso in solitaria, rare le coppie per tacere dei gruppi. Non concedono punti di riferimento, se scendono e si avviano verso una direzione è un involontario esercizio di depistaggio; camminano per combattere il freddo, picchiano i piedi sull’asfalto, aprono le mani come se arpionassero una di quelle palline usate per allontanare lo stress. Con un signore che avrà cinquant’anni, incontrato all’altezza di via Scalvini, ci proviamo quattro volte fin quando su viale Murillo ci manda a quel paese e cambia di posto brontolando. Dietro al suo seggiolino c’è un ragazzo, un sorriso mezzo ghigno e mezza paresi, aiutante di un meccanico a Cesano Boscone, che giura di conoscerlo e saper tutto. Dice che è un professore di liceo che viveva coi genitori, son stati sfrattati, ha trovato una stanza in affitto a Lambrate per i suoi vecchi e siccome in quella casa il posto è piccolo, la notte sta a spasso e il mattino rientra per riposare e mettersi lui sul letto.

Verso il Lorenteggio sale una donna con due borse, una di un negozio di profumi di via Torino e l’altra di un supermercato Carrefour. Da una borsa estrae una radiolina blu, l’apparecchio avrà una ventina d’anni. L’accende, l’accosta all’orecchio mentre si appoggia al finestrino. Sul pavimento del bus ci sono chiazze di vomito nero, fino a pochi minuti fa leccate da un cane bastardino al fianco d’un signore con la barba di una strana composizione, raggi di grigio intenso e cespugli color ruggine.

Ci dice un autista dell’Atm, e davvero ne abbiano visti di pazienti, perfino materni, che fossero tutti barboni i viaggiatori notturni di questi bus... Ma subito teme d’esser stato frainteso e spiega che intendeva dire questo: loro non disturbano, quand’è il momento glielo comunichi e non protestano. Prendono atto. Se ne vanno. In fondo, ci dice l’autista stavolta convinto d’essere chiaro, forse per darsi un tono, forse per scaramanzia, in fondo basta così poco per andar giù e attendere il prossimo passaggio, se mai ne ce ne sarà uno.

L’America dei bambini homeless: sono 2,5 milioni

  • Giovedì, 27 Novembre 2014 11:05 ,
  • Pubblicato in Flash news

Giornalettismo
27 11 2014

Negli Stati Uniti secondo il rapporto del National Center on Family Homelessness «America’s Youngest Outcasts», vi sono due milioni e mezzo di bambini senza casa. Un numero che dagli anni ’80 in poi non ha fatto che crescere

NON SI SA QUANTI SIANO - Quanti siano gli homeless negli Stati Uniti è materia contesa, perché il governo adotta criteri molto stretti che limitano il numero a mezzo milione di persone, mentre i dati rilevati dalle associazioni dedicate al problema estraggono dai censimenti e dai dati governativi l’evidenza che siano milioni. Se i bambini che nel corso dell’anno scorso sono due milioni e mezzo secondo il rapporto «America’s Youngest Outcasts», uno ogni trenta bambini americani, il numero complessivo s’avvicina ai 10 milioni, ben lontano anche dal milione e mezzo citato dal recente U.S. Department of Housing and Urban Development’s 5th Annual Homeless Assessment Report to Congress, la fonte governativa che si è spinta più in alto.

IL BOOM DEGLI HOMELESS - La straordinaria modestia delle statistiche governative è figlia della parallela modestia dell’assistenza che il governo federale e quelli locali forniscono agli americani rimasti senza casa, i rifugi per gli homeless sono infatti in grado di coprire appena una frazione delle esigenze reali. Ora il numero dei senza casa negli Stati Uniti è arrivato a livelli da Grande Depressione e rimane in crescita da quando negli anni ’80 ha cominciato a spuntare negli Stati Uniti dopo decenni nei quali la condizione degli homeless non dipendeva dall’impossibilità di avere un’abitazione per milioni di americani.

NON PER CASO, MA PER SCELTA - Impossibilità alimentata da precise scelte politiche ed economiche, che negli anni seguiti alla crisi hanno mostrato prevedibili limiti. Così, mano a mano che le banche procedevano con gli sfratti delle famiglie insolventi alle quali avevano concesso mutui impossibili e si demolivano le case pignorate che non comprava più nessuno, milioni di americani si sono trovati senza più casa e senza più speranza di trovarne un’altra. Tra loro la presenza dei bambini è una piaga nella piaga, perché la condizione di homeless incide sia sulla frequenza scolastica che sul loro equilibrio mentale, per non parlare della voragine di opportunità che li separa dai compagni che vivono situazioni meno precarie o della maggiore facilità con la quale s’ammalano o finiscono per avere problemi con la giustizia.

HOMELESS IN TUTTE LE CONTEE - Gli homeless americani, e in particolare le famiglie, non vivono nei rifugi pubblici, dove i minori non sono ammessi. Per tenere insieme le famiglie ai genitori non resta quindi che cercare soluzioni di fortuna, vagando da un motel all’altro quando ci sono i soldi e risolvendo alla meno peggio o grazie alla comprensione di amici e parenti, quando questi mancano. I dati del rapporto, ricavati da quelli del U.S. Department of Education (DOE) e del Census Bureau, dicono inoltre che ci sono bambini senza casa in tutti gli stati e tutte le contee degli Stati Uniti, ma che la situazione è molto diversa da stato a stato e, come spesso accade negli Stati Uniti, è molto più facile per un nero diventare homeless che per un bianco.

LE DIFFERENZE TRA STATI - C’è poi una differenza enorme in come i singoli stati affrontano il problema, se a Nord e a Est il fenomeno risulta contenuto, negli Stati a Sud e a Ovest, persino nella ricca California, l’attenzione agli homeless resta bassa anche se il fenomeno assume dimensioni enormi. Una disattenzione ancora più colpevole considerando che a rimanere senza casa sono i più poveri, in particolare neri e latini, e tra questi le madri single con figli, che oltre a dover sfuggire alla miseria spesso sfuggono dalla violenza domestica, che negli Stati Uniti ha raggiunto livelli mai registrati prima e che anch’essa è figlia della tensione che vivono le famiglie povere e dello shock del fallimento nell’assicurare alla propria famiglia condizioni di vita decenti.

IL PROBLEMA SOTTO IL TAPPETO - Nella sola California ci sono mezzo milione di bambini che non hanno una casa e che vivono seguendo i genitori – ricordate il film La ricerca della felicità di Gabriele Muccino con Will Smith? Raccontava una storia di questo tipo -, spesso solo la madre, da un riparo di fortuna all’altro. Solo Alabama e Mississippi, stati storicamente poveri e con un’elevata presenza di residenti di colore, fanno peggio, ma il problema per ora non sembra suscitare l’interesse delle autorità, anche perché gli homeless, oltre che dimenticati, sono spesso invisibili e sconosciuti ai servizi sociali, che già faticano a farsi un’idea del problema.

PAGANO I NERI E I LATINI - Problema che ha le sue radici nell’evidente mancanza di opportunità per poveri e drop out, ma anche nella storica discriminazione tra bianchi e neri, che nessuna «affirmative action» è riuscita a correggere, tanto che un bambino nero ha 29 volte la possibilità di finire per strada rispetto a un coetaneo bianco. E con quella aumentano altri pericoli, circa il 25% dei bambini senza casa in età pre-scolare soffre di disturbi mentali, percentuale che cresce al 40% tra quelli in età scolare. Rimediare si potrebbe, ma per ora le associazioni che si battono per la difesa degli homeless sono ancora fermi alla battagli sui criteri da adottare per la loro definizione e quindi poter far accedere gli homeless, almeno in potenza, agli scarsi aiuti sociali attualmente esistenti.

Mazzetta

 

 

 

Atlas
16 10 2014

Sono 800.000 i senza tetto negli Stati Uniti, dove, soprattutto nei centri urbani, la lenta ripresa dalla crisi economica ha spinto un numero crescente di persone a dormire in strada, non potendo permettersi un’abitazione.

Ad agosto 2014 nella sola New York City sono stati censiti 56.987 senza tetto, secondo la Coalition for the Homeless, l’associazione che dal 1985 si occupa di censire e assistere le persone che vivono per strada nella principale città Statunitense.

In occasione della ricorrenza del senza-tetto, il 10 ottobre scorso, sui media statunitensi sono usciti numerosi articoli e commenti sul fenomeno.

Ne emerge un ritratto che vede il 90% dei senza tetto essere afroamericani o latini; tra il 40 e il 50% di loro sperimenta problemi psicologici,

I rifugi per accogliere chi non possiede una cosa sono stati presi d’assalto negli ultimi anni e il numero di chi dorme per strada è tornato ad aumentare.

Recentemente un reportage realizzato dal New York Post ha raccontato il fenomeno degli “uomini topo”, intere comunità di persone che vivono nei tunnel dei treni metropolitani della città finora mai censite da nessuno. Ma situazioni analoghe, con migliaia di persone che vivono sotto terra, vengono segnalate a Las Vegas e Kansas.

Secondo l’ultimo rapporto “Sullo stato dei senza-tetto negli USA”, la massima pubblicazione sul fenomeno negli Stati Uniti, tra il 2012 e il 2013 il fenomeno è diminuito del 3,7% a livello nazionale, ma se si avvicina la lente di ingrandimento si nota come in realtà soprattutto nei grandi centri urbani la situazione stia peggiorando.

“I dati nazionali non raccontano la storia completa – si legge nella sintesi del rapporto – se 31 stati americani hanno registrato una diminuzione del tasso, 20 stati hanno avuto un aumento. Se il tasso nazionale di senza tetto è sceso a 19 persone ogni 10.000 , non possiamo non evidenziare come questa media comprenda il dato di 8/10.000 per il Mississippi e quello di 106/10.000 di Wasington DC”.

Dal New Jersey alla Florida, la stampa segnala la ricomparsa di almeno una sessantina di accampamenti informali e tendopoli di senza tetto in tutto il paese che darebbero ospitalità a circa 100.000 persone. Slum ribattezzati “Obamavilles”, in ricordo delle “Hoovervilles” che si moltiplicarono negli USA durante la Grande Depressione degli ‘Anni 30 e la concomitante presidenza di Herbert Hoover.

Tuttavia questi nostri sentimenti sono il segnale preciso che ci stiamo abituando al peggio: alle ingiustizie, ad accettare che per alcuni vivere possa diventare sopravvivere. ...

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