Sessantamila denunce in due anni. E una folla di donne che ogni giorno continua a raccontare, a svelare e a rivelarsi. Sessismo, soprusi, molestie. Episodi di ordinario razzismo così tanto intrecciati alla quotidianità da risultare pericolosamente "normali". ...

Le persone e la dignità
22 07 2014

Una sera Laura Bates si ritrovò ad essere seguita da un uomo di notte subito dopo essere scesa dall’autobus. Non ci pensò troppo su. Incidenti come questo, si disse, capitano tutti i giorni a Londra. Ma poi notò che la stessa situazione o una simile si ripresentò il giorno dopo e quello dopo ancora. Dallo sconosciuto che ti fischia quando passeggi per strada, al ragazzo che ti urla oscenità dal finestrino della macchina a quello che cerca di rimorchiarti al bar quante sono le occasioni quotidiane in cui una donna si sente a disagio? E perché nessuna di noi fa nulla?

Laura, 27 anni, capelli biondi e lunghi, lo sguardo agguerrito, racconta in un’intervista come è cominciata, il 16 aprile del 2012, l’avventura dell’ Everyday Sexism project, un sito che si propone di raccontare le angherie quotidiane cui è sottoposta una donna ogni giorno in tutto il mondo.

“Cominciai a parlare con le altre donne e non potevo credere a quello che raccontavano. Molte di noi pensano solo di essere sfortunate finché non parlano con le altre”.

Due anni dopo il sito ha collezionato 70mila post da venti Paesi del mondo in vengono descritti tutti i comportamenti sgradevoli subiti nella vita di ogni giorno: in ufficio, sui mezzi pubblici, a scuola o per strada. Di più: quello che doveva essere un luogo d’incontro per sfogarsi ma anche confrontarsi è diventato una sorta di movimento che ha ottenuto l’appoggio dei politici e di migliaia di persone in Gran Bretagna e non solo. Bates ha parlato ad un convegno ospitato dalle Nazioni Unite, ha lavorato con alcuni politici e scuole britanniche. Alcuni attivisti hanno collaborato con la polizia per ridurre il numero dei crimini sessuali e delle molestie su autobus, metro e altri mezzi pubblici.

“Il problema maggiore – dice l’ispettore Ricky Twyford – è che spesso le donne non denunciano ma ultimamente c’è più fiducia e consapevolezza, le persone si fanno avanti e dicono quello che hanno visto”.

In Gran Bretagna si sono registrate un 36% di denunce in più e anche gli arresti sono aumentati del 22%.

Sul sito è l’ufficio il luogo dove avvengono più frequentemente gli episodi di sessismo: “Ci sono uomini che stampano le foto delle candidate a un lavoro e danno loro un voto. O colleghi che nella pausa pranzo vanno allo strip club con i clienti, tagliando ovviamente fuori le colleghe” racconta Bates. Ma ci sono anche testimonianze diverse come quella di una ragazzina di 12 anni cui i compagni di classe dicono “di tornare in cucina” quando alza la mano per parlare. O adolescenti che raccontano di essere molestate quotidianamente da uomini durante il tragitto verso la scuola.

La cosa positiva è che il web ha dato alle donne la forza di farsi avanti. Se prima un comportamento misogino non poteva essere denunciato, ora basta un tweet per esporre una persona al pubblico ludibrio.

“I social media ci hanno permesso di agire insieme in un’azione collettiva che ci ha reso coraggiose” spiega Bates.

Ma la strada è ancora lunga. Il progetto ora è di raggiungere Paesi lontani come l’India o il Messico, anche se tanto lavoro rimane da fare anche a casa, in Gran Bretagna. Basti pensare all’attenzione che si dedica a quello che le ministre indossano più che a quello che dicono.

“La gente dice che il sessismo non esiste più. Ma in verità quando cominci a notare questi comportamenti non smetti più di vederne intorno a te” dice ancora Laura Bates.

Guida per un uso della lingua al femminile

  • Martedì, 15 Luglio 2014 13:38 ,
  • Pubblicato in Flash news

Ingenere.it
15 07 2014

Abbiamo visto un “ministro incinta” e abbiamo letto “il marito dell’assessore”. Eppure la grammatica italiana di norma richiede il genere grammaticale femminile per tutto ciò che ha un referente umano donna. Parola di esperti. E cioè l’Accademia della Crusca, che ha collaborato alla realizzazione della guida “Donne, grammatica e media. Suggerimenti per l’uso dell’italiano”, curata da Cecilia Robustelli, linguista dell’Università di Modena e Reggio Emilia, e voluta dall’associazione di giornaliste Gi.U.Li.A.

E dire che in italiano per formare il femminile basta sostituire la desinenza, la ‘a’ al posto della ‘o’. La natura tutta culturale del problema viene a galla con la ‘o’ che continua a rimanere nell’uso comune quando si parla di professioni, incarichi e tanto più cariche di un certo livello. «Il femminile non si usa “perché è cacofonico”, qualcuno dice. Ma è innanzi tutto una mancanza di riconoscimento», ha osservato Laura Boldrini, presidente della camera dei deputati alla presentazione della guida questa mattina a Roma. «Non accettare il femminile per un mestiere fatto da una donna vuol dire considerare quella presenza una cometa, qualcosa di passeggero, una parentesi e basta», ha aggiunto Boldrini. Per cogliere la natura sessista di un certo modo di esprimersi basta ribaltare la questione. «Nella scuola primaria sono senza dubbio di più le maestre, ma non per questo non si usa la parola maestro al maschile», ha osservato la presidente.

Sono passati quasi trenta anni da quando la linguista e insegnante Alma Sabatini aveva redatto le “Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana”, eppure siamo ancora al panico davanti alle parole relative a professioni e cariche da declinare al femminile. Perché la lingua può essere sì la prima spia di cambiamenti sociali, ma può «allo stesso tempo resistere al cambiamento per la forza della sua stessa tradizione e per la mancanza di un consenso generalizzato», si legge nella prefazione alla guida di Nicoletta Maraschio, presidente onoraria dell’Accademia della Crusca. E sembra proprio questo il caso della confusione nell’uso dell’italiano odierno. D’altronde, «in tutte le altre lingue latine, dove è previsto un accordo per il femminile, esistono da tempo le versioni per le donne di qualsiasi mestiere o carica», ha sottolineato Boldrini.

«L’uso sessista della lingua è un problema culturale storicamente determinato», ha osservato l’economista della Sapienza Fiorella Kostoris, «ed è talmente radicato che spesso le stesse donne preferiscono il maschile per evitare di sminuire, agli occhi dei più, la propria conquista dicendo di essere anche una donna», ha osservato Kostoris, «In realtà il problema non è solo la declinazione al femminile di mestieri e professioni ma più in generale dell’uso che si fa del linguaggio nel suo insieme. Per esempio per l’ideazione di contenuti di spessore si parla sempre di “paternità intellettuale” e mai di maternità». E infatti non è solo il linguaggio comune ma anche la comunicazione professionale a essere chiamata in causa. Non è infatti difficile incontrare l'uso del femminile, in particolare del suffisso -essa con un tono dispregiativo ("la presidentessa" invece de "la presidente, ed è per questo che la forma femminile con questo suffisso è da evitare, a parte i casi entrati nell'uso comune come professoressa o studentessa, suggerisce la guida).

La presidente della camera Laura Boldrini alla presentazione della guida«Il linguaggio ha una funzione politica. Un linguaggio che non mette in evidenza la donna, non la fa vedere, è un linguaggio che la nasconde», ha osservato Cecilia Robustelli. Ecco dunque il senso di fare uno sforzo e porsi il problema, specie per chi si occupa di comunicazione. In effetti c’è molta confusione legata anche a questioni morfosintattiche in cui inciampa la comunicazione - ma anche il linguaggio istituzionale – spesso per esigenze di snellezza e leggibilità dei testi. E infatti i dubbi sono tanti: quando il riferimento è a entrambi i sessi, è sempre necessario lo sdoppiamento (il ministro e la ministra)?, e come regolarsi con il maschile inclusivo (i ministri) e l’accordo (sono andati, o sono andati e andate)? La guida offre dei suggerimenti di buon senso, senza dimenticare che appunto spesso nella comunicazione ci sono esigenze di spazio e di snellezza da rispettare, per cui va bene evitare lo sdoppiamento a ogni frase, ma magari all’inizio meglio specificare che si tratta di una ministra e un ministro, e quando si opta per la formula inclusiva, basta aggiungere il nome al cognome per riconoscere la presenza di una donna senza ripetizioni, opzione valida tra l’altro anche per liberarsi dell’articolo determinativo davanti ai nomi femminili: se si vuole aggiungere un’informazione - il genere - senza discriminare, basta citare il nome accanto al cognome. La guida offre una serie di spunti per evitare le generalizzazioni al maschile, come le formule neutre e gli usi impersonali, la forma passiva o i pronomi indefiniti. Alla fine dell'opuscolo si trova a un elenco di nomi declinati sia al maschile che al femminile, per fugare ogni dubbio. (gina pavone)

Se i tabù sfidano la parità tra i sessi

  • Mercoledì, 02 Luglio 2014 12:56 ,
  • Pubblicato in L'Articolo
Guia Soncini, La Repubblica
1 luglio 2014

L'altra sera la Rai ha trasmesso il premio Marisa Belisario. Erano tutte donne in quanto donne che premiavano altre donne in quanto donne per il loro essersi distinte nel lavoro sebbene donne. Naturalmente loro non la riassumerebbero così. ...
Luca Manes, Pagina99
25 06 2014

Se ne va ancora prima di iniziare la stagione, la portoghese che era stata chiamata a guidare la squadra francese. Le dichiarazioni del presidente e il sospetto di discriminazione. Il precedente di Carolina Morace e Luciano Gaucci

È finita ancora prima di cominciare l'avventura di Helena Costa, il primo allenatore donna di un club professionistico francese, il Clermont Foot 63. A poche ore dall'allenamento che avrebbe dovuto aprire la stagione, la trentaseienne portoghese ha rassegnato le dimissioni, senza però specificare i motivi della sua decisione durante una conferenza stampa. Una passato nelle giovanili del Benfica, come allenatrice delle selezioni femminili di Qatar e Iran e da scout per gli scozzesi dei Celtic, la Costa aveva attirato le attenzioni dei media internazionali allorché era stata scelta a sorpresa come guida tecnica della compagine della regione dell'Auvergne. Il suo soprannome è “Mourinho in gonnella”, perché nel 2005 ha avuto una breve esperienza anche al Chelsea, team inglese allenato dal suo illustre connazionale.

A sentire le dichiarazioni del presidente del Clermont Foot63 un'idea sulle ragioni del passo indietro della Costa ce la si può fare con un buon grado di approssimazione. Secondo Claude Michy, infatti, “è una donna e la sua scelta può essere stata determinata da varie ragioni”. Dopo questa frase a dir poco infelice, i sospetti di sessismo, già ventilati da più parti, hanno avuto una crescita esponenziale.

In precedenza c'era stato chi aveva insinuato che quella del Clermont fosse solo una mossa pubblicitaria, messa su ad arte per attirare l'attenzione, sebbene, come visto, il curriculum della Costa fosse di tutto rispetto. Più maturi si erano dimostrati i tifosi del team francese, che avevano accolto con favore la nomina della portoghese.

In attesa di saperne di più, val la pena rammentare la storia di Carolina Morace. Bomber implacabile della nazionale femminile e di una lunga serie di squadre del nostro campionato, la Morace una volta appese le scarpette al chiodo intraprese la carriera di allenatrice, arrivando ad allenare la Viterbese, allora club di serie C1 di proprietà del “vulcanico” Luciano Gaucci.

Ebbe il modo di esordire in campionato, collezionando una vittoria e una sconfitta, ma poi, era il 14 settembre del 1999, rimise il mandato. Anche in quel caso gli spifferi su una presunta incompatibilità di una donna in uno spogliatoio maschile si sprecarono. Chissà quanto tempo occorrerà aspettare ancora prima di vedere una donna sulla panchina di qualche squadra di alto profilo di un campionato europeo. Visto l'alto tasso di sessismo presente nel mondo del football, c'è poco da essere ottimisti.

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