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L'articolo sessista

  • Mercoledì, 25 Giugno 2014 13:52 ,
  • Pubblicato in Flash news

Internazionale
25 06 2014

Simone Scaravelli ci scrive per contestare "una prassi invalsa ormai sulla maggior parte della stampa colta e adottata dal vostro giornale": l'eliminazione dell'articolo davanti ai cognomi di donna. "Per intenderci", spiega, "un tempo si diceva la Callas ora si dice, si deve dire, Callas...


Gli uomini statunitensi sopravvalutano le proprie capacità e competenze mentre le donne le sottovalutano. Questo lo sappiamo fin dal 1978, quando si cominciava a parlare della "sindrome dell'impostore", quel fenomeno psicologico per cui donne di successo sono convinte di "non essere molto intelligenti ma di essere solo riuscite a ingannare chi lo crede". Ma la differenza di autostima tra uomini e donne non è tanto un difetto della personalità, quanto il riflesso di una cultura che non dà alle donne alcuna ragione per sentirsi sicure di sé. ...
Il leader dell'Ukip sulle lavoratrici: "Giusto che guadagnino meno". E per i suoi gli omosessuali sono tutti "sodomiti e comunisti". Nigel Farage è uno specialista del "non sono razzista, però...". ...
L'hanno anche minacciata più volte: "Guardati le spalle, siamo tutti assassini". Ancora: "Se fai un incontro vicino a Riccione facci sapere, che ti facciamo una bella sorpresa". Molti gli insulti sessisti, sottoscritti da uomini ma anche da donne. E qualcuno, in risposta ad un attestato di solidarietà, ha anche postato la fotografia di una pistola. ...

Corriere della Sera
19 05 2014

Le donne fanno raramente notizia anche nella politica e nello sport. L'elevata presenza di conduttrici non è garanzia di un'agenda femminile. Alla visibilità non corrisponde un potere effettivo, dice Monia Azzalini, che lavora all'Osservatorio di Pavia

di Giovanna Pezzuoli

I TG europei di prima serata non sono un posto per donne. A far notizia sono soprattutto gli uomini, mentre le donne sono circa un terzo delle persone di cui si parla o che vengono intervistate. È anche una questione anagrafica, perché le giovani sono più presenti (nel 43% del casi rispetto agli uomini, tra i 19 e i 34 anni) ma man mano che l’età cresce, le donne latitano… E tra politici e imprenditori/dirigenti, che come si sa invadono il piccolo schermo, la percentuale femminile non supera il 19% nel primo caso e il 13% nel secondo. Donne dunque in netta minoranza, ma c’è un ambito in cui fanno notizia più degli uomini ed è quando sono le vittime: nelle 12 edizioni monitorate nel 2013 sono 159, ben il 9% del campione contro il 4% degli uomini (il 16% contro il 7%, nei TG italiani).

Notizie di uomini raccontate da uomini? Assolutamente no: nel 48% dei casi, infatti, i TG sono condotti da donne. L’accurata fotografia viene scattata per il terzo anno consecutivo dall’Osservatorio di Pavia che ha registrato la rappresentanza e la rappresentazione delle donne nei principali notiziari pubblici e privati di Francia, Germania, Inghilterra, Italia e Spagna, ispirandosi al modello del Global Monitoring Project.

Qualche progresso c’è stato, per l’esattezza 3 punti percentuali in più. «Un’accelerazione piccola ma significativa – commenta Monia Azzalini, responsabile dell’Osservatorio – soprattutto se si confronta con l’indagine a livello mondiale, che usa gli stessi nostri criteri e in 15 anni, dal 1995 al 2010, ha notato un aumento di soli 7 punti».

Dunque un po’ di ottimismo è d’obbligo, anche se la presenza quasi massiccia di giornaliste (non solo come conduttrici ma anche come inviate e corrispondenti) non è garanzia di un’agenda più femminile. Spiega Monia Azzalini:

«La conduzione dei TG di prima serata è stata conquistata dalle donne fin dai primi anni ’80. Una visibilità che Milly Buonanno ha definito “effetto vetrina” perché è vero che comporta competenza e professionalità, ma a questa maggiore visibilità non corrisponde un potere effettivo e in Italia le direttrici di News si contano ancora sulla punta delle dita: Bianca Berlinguer, Monica Maggioni, Sarah Varetto…

Questo vuole dire che l’agenda è ancora orientata da modalità per tradizione profondamente maschili, con l’assoluta preponderanza di politica ed economia»

La correlazione più significativa fra donne giornaliste e donne nelle notizie (36%) è nella Tv spagnola che può contare sul 61% di giornaliste: evidentemente la parità non basta, occorre una preponderanza di donne per incidere sull’agenda. Da notare che mentre le donne che conducono i TG sono il 54% in Italia e il 47% in Francia, il fanalino di coda restano i TG tedeschi e inglesi con una percentuale, rispettivamente, del 36% e del 27%.

Ma rispetto alla presenza di donne nelle notizie, sono proprio questi due paesi a fare un balzo in avanti, passando dal 22% e dal 23% al 30% e superando così l’Italia che resta quasi ferma alla percentuale del 25%, scendendo all’ultimo posto.

Forse la televisione non può fare altro che rispecchiare la situazione del paese reale? Non è proprio così: in Italia, ma anche nel resto d’Europa, spesso le donne, già in minoranza nella politica e nel management, in Tv sono addirittura sottorappresentante: ad esempio il dato nazionale del 30% di donne in politica diventa un misero 17% quando si tratta di dare loro spazio in televisione.

Le donne anonime e comuni trovano invece ascolto nei TG: sono il 51% fra le persone interpellate come voce dell’opinione popolare, il 45% dei narratori di esperienze personali, il 42% dei testimoni di eventi.

Precisa Monia:

«Ma se l’Italia non fa una gran bella figura in termini di gender gap , bisogna sfatare l’idea che il nostro Paese sia messo peggio degli altri. In particolare la Germania che nell’immaginario collettivo sembra molto più “paritaria” di noi, ha una serie di dati che smentiscono questa impressione. Non solo per la ridotta presenza di donne giornaliste nei TG pubblici ma anche, ad esempio, per il “gender pay gap”. Secondo il Report on Progress on equality between women and men in 2012 della Commissione europea la differenza salariale fra donne e uomini si attesta in media sul 16,2%. Ma il dato italiano del 5,8% risulta molto meno “discriminante” rispetto a quello tedesco (27,2%) e inglese (20,6%). Il rovescio della medaglia però è legato alla disoccupazione femminile nella fascia di età fra i 20 e i 64 anni: in Italia lavorano il 50,5% delle donne a paragone del 71% degli uomini, mentre in Germania l’occupazione femminile raggiunge il 71%, staccandosi di soli 10 punti da quella maschile (81%)».

Uno dei ruoli in cui le donne sono meno visibili è quello degli opinionisti, nonché dei portavoce di associazioni e partiti. La figura dell’esperto resta dunque un appannaggio quasi esclusivamente maschile. «Del resto – conclude Monia – finché continueremo a chiamare le donne avvocato, medico o ministro, è come se dicessimo che le aspettative rispetto a quelle professioni e a quelle funzioni restano maschili. Il vero fanalino di coda è lo sport con le donne quasi invisibili (rappresentano l’11%): le nostre numerose eccellenze in questo ambito fanno notizia solo nel caso di Olimpiadi o di altre grandi manifestazioni perché l’informazione televisiva legata al business è tutta concentrata su discipline maschili come il calcio. E se vedere tante giornaliste dà l’idea che sia facile accedere a questa professione, a livello simbolico vedere così poche donne sportive suggerisce l’idea di una carriera difficile, quasi impraticabile».

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