Bombe molotov contro le roulotte dei nomadi

  • Mercoledì, 21 Maggio 2014 11:29 ,
  • Pubblicato in Flash news

Avvenire
21 05 2014

I sinti del campo abusivo di Piedicastello, Trento, chiedono aiuto alla città. Nelle scorse notti le loro roulotte sono state colpite da una serie di bottiglie incendiarie e, quindi, hanno deciso di rivolgersi alle istituzioni. “A Trento - scrivono in un comunicato - c’è un’emergenza democratica. La mano che ha buttato le bottiglie incendiare lo ha fatto con l’intento di colpire, non solo di lanciare avvertimenti, con l’intento folle di fare male”

Roma: Ignazio Marino mette al bando il termine “nomadi”

  • Mercoledì, 09 Aprile 2014 10:27 ,
  • Pubblicato in Flash news

21 Luglio
09 04 2014

Da oggi, a Roma, i rom e i sinti non saranno più chiamati ”nomadi”. Lo ha deciso il sindaco della Capitale Ignazio Marino che ha firmato una circolare in cui vieta l’uso del termine “nomadi” in tutti gli atti del Comune. «Il fattore culturale è centrale per superare le discriminazioni», ha detto Marino che ha così dato seguito immediato alla prima delle richieste avanzategli nei giorni scorsi dall’Associazione 21 luglio.

«Credo che uno dei fattori centrali per superare le discriminazioni sia quello culturale, affinché l’approccio metodologico di tipo emergenziale possa essere abbandonato a favore di politiche capaci di perseguire l’obiettivo dell’integrazione – si legge nella circolare firmata dal sindaco l’8 aprile, Giornata internazionale dei rom e sinti – . In questo processo anche la proprietà terminologica utilizzata può essere, ad un tempo, indice e strumento culturale per esprimere lo spessore di conoscenza e consapevolezza degli ambiti su cui si è chiamati ad intervenire: in proposito devo registrare come, nel linguaggio comune, le comunità Rom, Sinti e Caminanti vengano impropriamente indicate con il termine di ‘nomadi’. Per questo motivo chiedo che d’ora in poi – nelle espressioni della comunicazione istituzionale e nella redazione degli atti amministrativi – in luogo del riferimento al termine ‘nomadi’ sia più correttamente utilizzato quello di «Rom, Sinti e Caminanti».

La decisione di Marino giunge a pochi giorni da un incontro privato, avvenuto lo scorso 22 marzo in Campidoglio, tra una delegazione dell’Associazione 21 luglio e il primo cittadino romano. In quell’occasione, l’Associazione 21 luglio aveva avanzato alcune richieste precise alla Giunta capitolina, nell’intento di voltare pagina nelle politiche rivolte alle comunità rom e sinte a Roma.

Prima di tali richieste era proprio l’abolizione dell’utilizzo, da parte dell’Amministrazione, del termine “nomadi” in riferimento ai rom e ai sinti. «I rom non sono “nomadi” e continuare a definirli come tali, specie negli atti pubblici, giustifica, a Roma e in Italia, la politica segregativa e ghettizzante dei “campi”, basata appunto sul presupposto infondato che tali comunità siano “nomadi”», era la posizione espressa dall’Associazione 21 luglio davanti al sindaco il quale, al termine dell’incontro, aveva promesso un immediato intervento al fine di non reiterare, da quel momento in poi, l’uso dell’espressione “nomadi” nella città di Roma.

«Auspico che, anche attraverso questa apparentemente semplice attenzione terminologica – ha affermato Marino nella circolare – possa essere testimoniata la considerazione che l’amministrazione Capitolina rivolge a tutte le persone che vivono nel suo territorio. Un atto simbolico per il superamento di ogni forma di discriminazione».

L’Associazione 21 luglio esprime profondo apprezzamento per l’impegno assunto dal sindaco. «Da oggi, a Roma, rom e sinti non saranno più chiamati “nomadi”. Si tratta di un primo, importante passo per mettere fine alle discriminazioni verso tali comunità e cominciare un percorso di reale inclusione sociale. Un passo al quale dovranno però seguirne altri, nella direzione della chiusura e del superamento dei “campi” nella Capitale», afferma l’Associazione 21 luglio che ieri, in occasione della Giornata internazionale dei rom e sinti, ha inviato, assieme ad Amnesty International Italia e altre nove organizzazioni della società civile, una lettera aperta a Marino dal titolo “Chiudere i campi nomadi a Roma, sostenere la città”.

L’effetto del divieto del termine “nomadi” negli atti ufficiali del Comune di Roma è già visibile su quello che, fino a ieri, era la pagina web dell’Ufficio Nomadi di Roma Capitale. Da oggi, infatti, la dicitura che compare sul sito istituzionale del Comune è “Ufficio Rom, Sinti e Caminanti“. Tuttavia, segnala con rammarico l’Associazione 21 luglio, il termine “nomadi” è ancora presente per tre volte all’interno della descrizione dell’Ufficio sulla stessa pagina web.

 

I rom senza luce della Tiburtina

  • Martedì, 08 Aprile 2014 14:11 ,
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Il Manifesto
08 04 2014

I paria d'Europa. In un’area industriale semidismessa della Capitale sono stati trasferiti 350 zingari sgomberati. Vivono in una ex tipografia risistemata da Alemanno per ospitare i clochard durante l’emergenza freddo di due anni fa, in sei per stanza, senza finestre e alla luce dei neon: «Ci tengono come animali». E ai giornalisti è vietato l’ingresso. L’Associazione 21 luglio: seimila euro al mese a persona per un farli vivere in un deposito merci. La denuncia: «A Roma le discriminazioni non si fermano, le case popolari vanno solo agli italiani»

«Non insi­stere, non posso farti entrare. Per­ché? Cosa vuoi che ti dica? Si sa che le camere sono senza luce». E allora fac­cia­molo sapere al mondo: nella Best House Rom di via Visso, a Roma, gli zin­gari tem­po­ra­nea­mente ospiti del Comune sono allog­giati in stanze senza fine­stre. L’unica luce è quella dei neon. Per que­sto la vita si svolge all’aria aperta, in un cor­tile cir­con­dato da mura di recin­zione. «Viviamo come ani­mali», dice a più riprese una donna che si avvi­cina quando sco­pre che un gior­na­li­sta è venuto a bus­sare alla porta del cen­tro. Altre annui­scono e con­fer­mano. Hanno voglia di par­lare, ma non ho la pos­si­bi­lità di veri­fi­care quanto le loro parole si avvi­ci­nino al vero, di misu­rare se il tasso di tea­tra­lità sia diret­ta­mente o inver­sa­mente pro­por­zio­nale a quello di rea­li­smo. Il guar­diano, Cesare, un dipen­dente della coo­pe­ra­tiva Ino­pera che gesti­sce il cen­tro, ha rice­vuto l’ordine di non far entrare i gior­na­li­sti e non se la sente di tra­sgre­dire. Ci invita, piut­to­sto, a fare un giro nelle diverse occu­pa­zioni che ci sono nei din­torni, dan­doci indi­ca­zioni det­ta­gliate e pre­ci­sando che anche lui abita in una casa occupata.

Qual è il motivo di tanto mistero, se sul sito web della strut­tura si vedono foto di stanze pulite e gente al lavoro, e si legge che «la Best House Rom dispone di 52 camere da letto cli­ma­tiz­zate ed arre­date, di ser­vizi igienico-sanitari suf­fi­cienti per il numero degli ospiti, di una mensa con capienza 130 posti, di lavan­de­ria, un labo­ra­to­rio ludico-didattico, un labo­ra­to­rio di rici­clo e di una pic­cola pale­stra»? Per­ché impe­dire l’accesso ai media in una strut­tura comu­nale, d’accoglienza e non deten­tiva? Cos’è che non si vuole mostrare? Cesare allarga le brac­cia: «Beh, si sa che le camere sono senza luce».

I DIRITTI SI CON­QUI­STANO “A SPINTA”

Sono venuto in que­sta peri­fe­ria indu­striale della capi­tale per veri­fi­care le con­di­zioni dei rom dopo il pas­sag­gio dall’era Ale­manno a quella Marino e sapevo fin dalla par­tenza che dif­fi­cil­mente sarei riu­scito a spun­tarla. Avevo cer­cato di otte­nere un rego­lare per­messo per visi­tare la strut­tura accom­pa­gnato da un foto­grafo, ma dopo essere rim­bal­zato da quest’ultima alla sede della coo­pe­ra­tiva, poi al Cam­pi­do­glio fino a incoc­ciare in un bel no alla richie­sta d’ingresso da parte dell’assessorato alle Poli­ti­che sociali, mi sono deciso a pre­sen­tarmi alla Best House Rom di persona.

La via Tibur­tina di Roma, abban­do­nato il fer­mento di San Lorenzo e tra­ver­sati i quartieri-formicaio oltre la nuo­vis­sima sta­zione dell’alta velo­cità, assume una veste indu­striale man mano che ci si spinge verso il Rac­cordo anu­lare. Sale gio­chi dai nomi ame­ri­ca­neg­gianti, sky­line new­yor­chesi e inse­gne plu­ri­co­lo­rate aggiun­gono un tocco di squal­lido kitsch. Una di que­ste è inte­ra­mente bru­ciata, e una mac­chia nero car­bone si allarga come un neo sulla pelle di que­sta peri­fe­ria rag­grin­zita. Le indu­strie hanno quasi tutte preso il volo, lasciando sche­le­tri di edi­fici incu­sto­diti. Via Visso è una stra­dina ano­nima e insi­gni­fi­cante che dalla strada con­so­lare si adden­tra tra le fab­bri­chette, ed è tutta un alter­narsi di mura e can­celli. La Best House Rom si trova al numero 12. Era una stam­pe­ria, non l’unica da que­ste parti. Nell’età d’oro della carta quest’angolo di Roma era dedi­cato alla stampa di gior­nali, mani­fe­sti, locan­dine pub­bli­ci­ta­rie. Nel ’68, non lon­tano da qui l’occupazione di una tipo­gra­fia si pro­lungò per tre­dici mesi e pro­vocò una mobi­li­ta­zione senza pre­ce­denti che fu immor­ta­lata da Ugo Gre­go­retti nel film Apol­lon, una fab­brica occu­pata. La colonna sonora, regi­strata in presa diretta, sarà suc­ces­si­va­mente pub­bli­cata dal mani­fe­sto. Oggi la sto­ria un po’ si ripete, in maniera solo più ano­nima: un’altra stam­pe­ria dismessa è inte­ra­mente occu­pata da un pugno di squat­ter. A farlo sapere ai pas­santi distratti ci pensa uno stri­scione. Lo slo­gan è figlio del disin­canto nei con­fronti della poli­tica isti­tu­zio­nale: «I diritti si con­qui­stano a spinta».

Alle 11 del mat­tino il cor­tile della Best House Rom è affol­lato. Un gruppo di uomini gioca a carte, le donne fanno capan­nello tra loro e i ragazzi pure. Par­lano volen­tieri, snoc­cio­lando un nutrito cahier de doléan­ces: «Den­tro è troppo buio, si vive meglio in car­cere», «da quando siamo qui ci amma­liamo di con­ti­nuo», le visite di parenti e amici non sono con­sen­tite e alle 11 di sera si chiu­dono i can­celli. Un’anziana signora con il capo velato sostiene di essere arri­vata il giorno prima dalla Bosnia per incon­trare figli e nipoti e di essere stata costretta a dor­mire all’addiaccio, davanti all’ingresso, per­ché per gli estra­nei non c’è posto all’interno. Chiedo a Cesare quanti sono gli ospiti in que­sto momento. Circa 350, mi risponde, rom bosniaci e rumeni che con­vi­vono senza par­ti­co­lari attriti. Fanno sei per­sone a camera, senza fine­stre e alla luce dei neon.

A denun­ciare le con­di­zioni dei rom di via Visso era stata l’Associazione 21 luglio, lo scorso feb­braio. Ma il grido d’allarme non era stato ascol­tato da nes­suno. I rom non fanno audience e nep­pure votano, in pochi sono dispo­sti a spo­sarne la causa. Per un poli­tico, il rischio è di per­dere con­senso piut­to­sto che attrarne. Igna­zio Marino ha comun­que voluto incon­trare, una decina di giorni fa, alcuni espo­nenti dell’associazione. Al ter­mine, il sin­daco di Roma si è detto con­vinto che si sia trat­tato dell’inizio di «un ottimo cam­mino che faremo insieme per miglio­rare il volto della città». Eppure il dos­sier dell’organizzazione uma­ni­ta­ria è poco cle­mente nei suoi con­fronti. Elenca uno per uno i 17 sgom­beri in un anno e accende i riflet­tori sulle con­di­zioni di vita degli 8 mila rom e sinti che abi­tano il ter­ri­to­rio romano, capro espia­to­rio per eccel­lenza del males­sere sociale in quest’Italia d’inizio mil­len­nio. Tutto som­mato si è trat­tato di sba­rac­care pic­coli inse­dia­menti abu­sivi, poca roba rispetto a quanto acca­duto con il suo pre­de­ces­sore. Ma i ricer­ca­tori dell’Associazione 21 luglio non si sono fer­mati alla super­fi­cie. Hanno chie­sto una visura cata­stale dell’edificio che ospita la Best House Rom, sco­prendo che la strut­tura risulta cata­lo­gata come C2, ossia un «locale uti­liz­zato per il depo­sito di merci, locali di sgom­bero, sot­to­tetti». «Ogni stanza ha una dimen­sione media di circa 12 metri qua­dri. Cor­ri­doi e stanze hanno un con­tro­sof­fitto e sono privi di fine­stre. L’illuminazione sia not­turna che diurna è garan­tita attra­verso lam­pade al neon, men­tre l’aerazione arti­fi­ciale è assi­cu­rata da impianti di con­di­zio­na­mento. Oltre ai letti, la strut­tura non dispone di arredi», scri­vono nel dos­sier, inti­to­lato non a caso «Senza luce». Inol­tre, cal­co­lando 19 euro al giorno (più l’Iva al 4%) per i 320 rom ospi­tati al momento della loro visita, l’amministrazione spen­de­rebbe 6323,20 euro al mese per ogni per­sona. Una cifra da far impal­li­dire qual­siasi addetto alla spen­ding review.

ALL’OMBRA DEL SACRO GRA

La Best House Rom ha un nome da bed and break­fast per turi­sti e chissà se chi ha pen­sato al suo nome ha riflet­tuto su quel che let­te­ral­mente stava a signi­fi­care: la miglior siste­ma­zione per i rom. Qui sono stati por­tati gli zin­gari pro­ve­nienti da uno dei campi attrez­zati pre­vi­sti dal «Piano Nomadi» dell’ex sin­daco Ale­manno: quello di via della Cesa­rina, all’ombra di uno svin­colo del Sacro Gra sulla via Nomen­tana. Sono stato anche lì. L’area è stata in gran parte ripu­lita, non ci sono più tracce della pre­senza degli zin­gari, fatta ecce­zione per alcuni dise­gni di bam­bini che nes­suno ha stac­cato dalle mura di un edi­fi­cio pro­ba­bil­mente adi­bito a scuola. Si tro­vano invece i resti del pre­e­si­stente cam­ping Nomen­tano. Su una lava­gna all’aperto sono ben visi­bili i prezzi del bar, ancora in lire. Una scritta in inglese lo defi­ni­sce come «il cam­peg­gio più vicino al cen­tro sto­rico della capi­tale», seb­bene cir­con­dato su due lati dalla cam­pa­gna, su un terzo da un edi­fi­cio dell’Asl e inca­strato sotto lo svin­colo del Raccordo.

I rom della Best House dovreb­bero tor­nare qui tra pochi mesi, appena il nuovo campo sarà rico­struito. Ma il loro ritorno non si annun­cia sem­plice. L’Europa esige il supe­ra­mento della poli­tica dei campi-ghetto e Marino è finito nel mirino del Con­si­glio d’Europa, di Amne­sty Inter­na­tio­nal e della stessa asso­cia­zione 21 luglio, che chie­dono la chiu­sura di tutti i campi e l’assegnazione di case popo­lari ai rom sgom­be­rati. Inol­tre, una stri­scia di pla­stica bianca e rossa cir­co­scrive l’area sot­to­po­sta a seque­stro penale, con la dici­tura «zona con­ta­mi­nata da amianto – Eter­nit». Dun­que da bonificare.

Davanti alla Best House incon­tro un uomo che ha tutta l’aria di essere uno dei lea­der della comu­nità. Dice di chia­marsi Lukas, sostiene che qui «si vive male, que­sto posto è una schi­fezza» e che i rom vogliono tor­nare a via della Cesa­rina, dove erano più liberi. Certo, le rou­lotte e le barac­che erano fati­scenti – dice — però ora che costrui­ranno i bun­ga­low ci si vivrà meglio che in pas­sato. Ma non sarebbe pre­fe­ri­bile tra­sfe­rirsi in un’abitazione vera, gli chiedo? Lukas fa sfog­gio di prag­ma­ti­smo: «Vi imma­gi­nate cosa acca­drebbe se uno zin­garo togliesse la casa popo­lare a un ita­liano che sta in lista d’attesa da anni? Per noi è meglio andare in un campo attrez­zato». Gli pare la solu­zione più pra­ti­ca­bile. Gli altri rom annuiscono.

I PARIA D’EUROPA

È un pro­blema non da poco: di fronte al rischio di una guerra tra poveri, i diretti inte­res­sati paiono ritrarsi. I rom sanno bene di essere i paria d’Europa: per­se­gui­tati e discri­mi­nati in molti Paesi dell’Est, vit­time di veri e pro­pri pogrom durante le guerre bal­ca­ni­che, dove molti di loro ave­vano casa prima di essere costretti a fug­gire, sgom­be­rati e discri­mi­nati un po’ ovun­que. In Fran­cia, prima ancora che facesse il giro del mondo il caso di Leo­narda, una ragaz­zina di 15 anni fer­mata durante una gita sco­la­stica ed espulsa verso il Kosovo, paese di ori­gine dei geni­tori in cui lei non era mai stata, il mini­stro dell’Interno Manuel Valls, non ancora pre­mier, aveva scan­da­liz­zato l’opinione pub­blica di sini­stra dicendo che «i rom in Fran­cia non si pos­sono inte­grare», facendo suo l’armamentario reto­rico della destra lepe­ni­sta. Un mese fa è pas­sato sotto silen­zio l’ennesimo sgom­bero fai-da-te ita­liano. Nel quar­tiere napo­le­tano di Pog­gio­reale, in seguito a una vox populi di mole­stie su una sedi­cenne, una cin­quan­tina di cit­ta­dini ha assal­tato un campo nomadi, costrin­gendo cin­que­cento rom a rac­co­gliere le loro cose e andar via. E, tor­nando a Roma, ha fatto il giro d’Italia il car­tello espo­sto da un pani­fi­cio nel quar­tiere Tusco­lano, che a più di uno ha ricor­dato la Ger­ma­nia nazi­sta degli anni ‘30: «Vie­tato l’ingresso agli zin­gari». Il com­mer­ciante si è difeso soste­nendo di aver agito non per raz­zi­smo bensì per esa­spe­ra­zione, met­tendo il dito nella piaga. Come evi­tare che un mal­con­tento dif­fuso tra­cimi in xeno­fo­bia senza mezzi ter­mini, e che quest’ultima fini­sca per essere rac­colta da una forza poli­tica e tra­sfor­mata in raz­zi­smo di Stato? In che modo impe­dire che si risve­gli una seconda volta il mostro che dorme in fondo alle coscienze euro­pee, che la sto­ria si ripeta in forme ine­dite e non in farsa?

Chiamo il Segre­ta­riato gene­rale di Amne­sty Inter­na­tio­nal a Lon­dra. Sanno bene che in que­sto momento si tro­vano a remare con­tro­cor­rente rispetto all’ondata di xeno­fo­bia e secu­ri­ta­ri­smo che inve­ste il con­ti­nente e si attrez­zano a una cam­pa­gna «cul­tu­rale» di lungo respiro. Pre­oc­cu­pati dalla situa­zione romana, il 14 feb­braio scorso hanno inviato una let­tera al sin­daco Marino e si dicono «scon­cer­tati» per la man­cata rispo­sta. L’organizzazione aveva chie­sto spie­ga­zioni per­ché inti­mo­rita, oltre che dagli sgom­beri for­zati e dalla man­cata chiu­sura dei campi fatti costruire da Ale­manno oltre il Rac­cordo Anu­lare, dalla man­cata abro­ga­zione di una cir­co­lare dell’ex sin­daco con la croce cel­tica al collo, risa­lente al 18 gen­naio 2013, che retro­cede i rom rispetto agli ita­liani nell’assegnazione delle case popo­lari. In buona sostanza, il prov­ve­di­mento non rico­no­sce a chi vive nei campi attrez­zati lo stato di disa­gio abi­ta­tivo. Ma non è che prima le cose andas­sero meglio. Nella capi­tale il diritto alla casa per un rom è sem­pli­ce­mente negato: su 50 mila asse­gna­tari di un appar­ta­mento dell’Ater, appena lo 0,02 è di pro­ve­nienza gitana. Per veri­fi­care di per­sona la situa­zione il Com­mis­sa­rio per i diritti umani del Con­si­glio d’Europa Nils Muiz­nieks alla metà di marzo si è pre­sen­tato a Roma. Nei giorni scorsi è arri­vato pure John Dalhui­sen, diret­tore del Pro­gramma Europa e Asia Cen­trale di Amne­sty Inter­na­tio­nal. In un con­ve­gno orga­niz­zato per la gior­nata inter­na­zio­nale dei rom ha chie­sto al sin­daco di «fare chia­rezza su come intenda impie­gare i fondi recen­te­mente messi a dispo­si­zione dalla Regione Lazio per la cosid­detta emer­genza abi­ta­tiva». Ma finora non si è mosso nulla. Eppure, ricor­dano alla sede romana di Amne­sty, «a otto­bre Marino si era impe­gnato a riti­rare le misure discri­mi­na­to­rie nei con­fronti dei rom resi­denti nei campi».

Il noc­ciolo della que­stione è tutto lì: il nuovo sin­daco si trova a ere­di­tare una situa­zione creata dal suo pre­de­ces­sore e le orga­niz­za­zioni per i diritti umani si aspet­tano da lui, un “libe­ral” attento ai diritti civili, almeno che smonti il «Piano Nomadi» della giunta di cen­tro­de­stra. Anche la stam­pe­ria senza fine­stre di via Visso è figlia dell’era Ale­manno. Fu uti­liz­zata per dare un tetto ai senza dimora durante l’«emergenza freddo» di due anni fa, quando a Roma nevicò dopo 25 anni, le misure di pre­ven­zione si rive­la­rono ine­si­stenti, la città si bloccò e Ale­manno rime­diò una figu­rac­cia che fece il giro del mondo. Allora la neve si sciolse al primo rag­gio di sole, e fu l’annuncio di una pri­ma­vera demo­cra­tica per la capi­tale di un paese sull’orlo di una crisi di nervi. Oggi è già pri­ma­vera, ma la sta­gione appare molto diversa.

21Luglio
08 04 2014

Chiudere i campi “nomadi” a Roma, fermare il progetto di rifacimento del “villaggio attrezzato” di via della Cesarina e riconvertire le risorse economiche in progetti di reale inclusione sociale dei rom. È l’appello rivolto a Ignazio Marino, in occasione della Giornata Internazionale del popolo rom, che si celebra oggi in tutto il mondo, da undici organizzazioni della società civile che chiedono al sindaco della Capitale di cogliere un’occasione storica per cambiare finalmente rotta nelle politiche verso i rom.

«Oggi la Giunta da Lei presieduta ha l’opportunità concreta di avviare questo processo, tanto rivoluzionario quanto urgente, per i rom e per la nostra città», inizia la lettera al sindaco, intitolata “Chiudere i campi nomadi a Roma, sostenere la città”, firmata da Amnesty International Italia, Associazione 21 luglio, ATD Quarto Mondo, Bottega Solidale, Casa dei Diritti Sociali, Cittadinanza e Minoranze, Osservatorio sul Razzismo e le Diversità “M.G. Favara” – Università Roma Tre, OsservAzione, Popica Onlus, Rete Territoriale Roma Est.

Negli ultimi mesi l’impegno dell’Amministrazione Comunale – scrivono le organizzazioni – si è concentrato sul rifacimento ex novo del nuovo «villaggio attrezzato» di via della Cesarina il cui costo, secondo le stime, dovrebbe essere superiore a 1 milione di euro. Le 137 persone che dovranno abitarlo sono state momentaneamente accolte nel “Best House Rom” di via Visso, una struttura convenzionata con il Comune di Roma ma priva dei requisiti strutturali e organizzativi minimi prevista dalla normativa vigente e nel quale ogni famiglia dispone di una stanza di 12 mq priva di finestre e di luce naturale.

Per una famiglia rom di 5 persone si può stimare, sommando le spese per l’accoglienza nel Best House Rom a quelle per il rifacimento del campo, una spesa superiore ai 60 mila euro.

La scelta dell’Amministrazione, prosegue la lettera delle organizzazioni, «ci sembra assolutamente sbagliata per due motivi». In primo luogo perché con essa si «intende reiterare quella politica di segregazione dei rom nei campi nomadi che negli ultimi trent’anni ha contraddistinto la città di Roma». La seconda ragione, «riguarda un tema centrale, che coinvolge tutta la cittadinanza, ovvero quello dell’efficacia della spesa pubblica».

«Occorre tra l’altro notare – sottolineano le organizzazioni firmatarie – come la segregazione dei rom, attraverso l’individuazione di “campi nomadi” come unica soluzione abitativa riservata alle famiglie rom indigenti, vada di pari passo con la loro esclusione sociale e il mancato accesso alle “case popolari” che permetterebbero la loro integrazione. Si tratta di due facce della stessa medaglia, coniata dalla precedente giunta capitolina e poi fatta propria dall’attuale».

Per questo viene chiesto al primo cittadino una svolta epocale con la richiesta esplicita di impedire la rinascita del campo della Cesarina riconvertendo «l’ingente somma economica già impegnata per l’accoglienza dei 137 rom nel Best House Rom e il rifacimento in progetti di inclusione sociale che, alla luce della sua entità, possano interessare, oltre alle famiglie rom anche altre fasce della popolazione romana in disagio abitativo».

Le organizzazioni firmatarie non chiedono alcun trattamento preferenziale per i rom, ma l’utilizzo delle risorse a disposizione per finanziare politiche abitative che provvedano alle esigenze di tutte le famiglie che si trovano in stato di bisogno, indipendentemente dalla loro etnia.

«Dalle parole è il momento di passare ai fatti – afferma Carlo Stasolla, presidente dell’Associazione 21 luglio -. Oggi i rom non hanno bisogno di cerimonie ma di scelte politiche che cambino la loro condizione di vita accompagnandoli fuori dai campi. Se gli amministratori romani dicono di voler superare i campi questo è il momento di farlo. Continuare a sperperare denaro pubblico nella costruzione di ghetti etnici è inaccettabile mentre è giunto il momento di voltare pagina guardando con coraggio alle tante buone pratiche che in Italia e all’estero hanno dimostrato come l’inclusione dei rom, oltre ad essere possibile e auspicabile, comporterebbe un importante risparmio di denaro pubblico».

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Le persone e la dignità
08 04 2014

“Questa gente ha uno stile di vita estremamente diverso dal nostro. Per questo motivo, dovrebbe tornare in Romania o in Bulgaria”.

Parole di Manuel Valls, dal 31 marzo primo ministro francese.

Quando rilasciò questa dichiarazione a Radio France International, nel settembre 2013, Valls era ministro dell’Interno e aveva ordinato sgomberi ed espulsioni di massa. Sull’ostilità a “questa gente”, Valls ha costruito il suo consenso politico.

Vanno ricordate, le parole del primo ministro di uno dei paesi più influenti dell’Unione europea, in occasione dell’odierna Giornata internazionale dei rom e dei sinti. Il giorno dell’orgoglio di una bandiera di un popolo di 10-12 milioni di persone in Europa, la metà delle quali si trovano all’interno dell’Unione europea.

Sono parole come quelle di Valls, frutto di generalizzazioni a loro volta figlie della non conoscenza, che da un lato portano consenso elettorale, dall’altro alimentano azioni intimidatorie e violente. Il tutto, nel contesto di una discriminazione sistematica e radicata nei confronti delle comunità rom in Europa, come denunciato oggi da un rapporto di Amnesty International.

Si va dai lacrimogeni lanciati dentro le tende degli insediamenti informali di Marsiglia (dagli agenti di polizia francesi come da privati cittadini) alle marce del sabato in un quartiere rom di České Budějovice, nella Repubblica Ceca, fino ai raid con bastoni e molotov nel villaggio di Etoliko, nella Grecia Occidentale.

Episodi di violenza non mancano neanche in Italia: dalle centinaia e centinaia di sgomberi forzati eseguiti in questo decennio a Roma e Milano alla giustizia “fai da te” di gruppi di privati cittadini: un caso tra tutti, il raid contro l’insediamento rom torinese delle Vallette, nel dicembre 2011, dopo che una ragazza aveva denunciato di essere stata stuprata da un rom, episodio poi rivelatosi del tutto inventato.

A ridosso delle elezioni per il parlamento europeo, è facile immaginare che non poche forze politiche utilizzeranno la “minaccia rom” per ottenere voti e popolarità. Come abbiamo visto nel caso del primo ministro francese, mostrarsi duro coi rom fa curriculum…

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