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Spagna-Marocco. I migranti nella morsa

  • Mercoledì, 19 Marzo 2014 11:36 ,
  • Pubblicato in Flash news

Osservatorio Iraq
19 03 2014

La tragedia di Ceuta, il 6 febbraio scorso, ha acceso i riflettori sulle violazioni commesse dai due Stati frontalieri a danno dei cittadini sub-sahariani che cercano di raggiungere la Fortezza Europa. "Politiche di esternalizzazione, espulsioni sommarie, rastrellamenti e pestaggi", l'oscuro bilancio stilato dalle ong per i diritti umani.

 

"Risulta difficile archiviare con tranquillità la memoria del 6 febbraio scorso. Siamo già abituati all'ingiustizia, alla precarietà, alla rabbia e alla menzogna. Sono la nostra routine, il veleno quotidiano. Però la morte dei migranti nella spiaggia di Ceuta grida dentro la nostra esistenza, come il vento in un abisso, e ci colloca sul bordo del precipizio.

E' insopportabile la scena di una polizia di confine che se ne frega della morte delle persone. Invece di salvare la vita di chi sta affogando, i tutori dell'ordine si preoccupano che i nuotatori in agonia non arrivino a toccare la sponda. Cosa stanno facendo di noi? Che cosa siamo diventati?".

Le parole del poeta granadino Luis Garcia Montero ci riportano a due settimane fa, il giorno della tragedia. L'ennesima vissuta dal Mediterraneo. E dai migranti che cercano di attraversarlo. La peggiore, forse, da molto tempo a questa parte, nonostante la frontiera tra Spagna e Marocco sia spesso teatro di abusi e violazioni dei diritti elementari.

Alcune decine di sub-sahariani, installati nei boschi che si affacciano sull'enclave iberica, provano a scavalcare il triplo reticolato che segna il confine terrestre tra l'Africa e la Fortezza Europa. Senza successo. La maggior parte non sa nuotare, alcuni di loro decidono di gettarsi in acqua e provare l'ingresso via mare.

In 15 perdono la vita, affogati (l'ultimo corpo è affiorato qualche giorno dopo), sotto gli occhi e la repressione della Guardia Civil, che li accoglie con proiettili di gomma e gas per respingerli lontano dalla riva.

L'episodio scuote l'opinione pubblica, in Spagna e - seppur in maniera minore - nel resto d'Europa. Scatena le denunce delle associazioni e delle ong impegnate nella difesa dei diritti dei migranti, che da anni documentano la "strage silenziosa" in questo lembo d'Europa in terra africana.

Il governo di Madrid è costretto a reagire. Si difende, dapprima affermando che è stata la polizia marocchina a sparare e poi negando la responsabilità dell'azione dissuasiva sulla morte dei giovani sub-sahariani. Ma a crederci sono in pochi, le immagini e le testimonianze che arrivano da Ceuta lo smentiscono. Senza appello.

"Non entro nella crudele aggravante dei proiettili di gomma, delle cariche a salve e del gas lacrimogeno che hanno contribuito alla disgrazia - prosegue Montero, rendendo superfluo ogni commento -. Anche se le forze di sicurezza fossero rimaste ferme, senza infierire sugli indifesi, l'abisso etico risulterebbe lo stesso troppo profondo. Come si fa a non lanciarsi in acqua per salvare il suicida, il migrante, l'essere umano in procinto di morire davanti ai nostri occhi?

La domanda va ben al di là dell'ideologia dei politici che impongono un simile comportamento, del poliziotto che si rifugia nell'obbedienza. La domanda riguarda me, noi, in prima persona. Cosa stanno facendo di noi? In che paese viviamo? Qual è la morale che distingue la notte e il giorno della nostra esistenza?

Prima di qualsiasi dibattito, è desolante constatare la situazione in cui ci ritroviamo. Chi ci rappresenta, chi è stato scelto per difenderci, non si degna di rispondere al grido "uomo in mare!". Considera normale che la preoccupazione prioritaria del suo lavoro sia impedire ad un naufrago, all'altro, di raggiungere la riva".

 

RESPINGIMENTI SOMMARI
Nei giorni seguiti alla tragedia, un'altra polemica sulla gestione delle frontiere ha preso corpo tra giornali e social network, coinvolgendo nuovamente le forze di sicurezza, il governo spagnolo e i suoi rappresentanti negli avamposti africani.

L'associazione Prodein, basata a Melilla (altra enclave iberica sulla costa settentrionale marocchina, circa 200 km ad est di Ceuta), ha diffuso una serie di filmati per denunciare la prassi dei respingimenti sommari al di là del confine nazionale.

I video - l'ultimo, pubblicato lo scorso 14 febbraio, è consultabile in fondo al testo - mostrano alcuni migranti intercettati da un motoscafo della Guardia Civil, a pochi metri dalla spiaggia di Melilla, e direttamente ricondotti nelle acque territoriali marocchine senza nemmeno essere caricati a bordo. Si tratta di "deportazioni illegali" che violano le convenzioni internazionali ratificate da Madrid (ad esempio quella sul diritto dei rifugiati) e l'accordo bilaterale sul controllo delle frontiere concluso tra Spagna e Marocco.

I migranti, spiega infatti la querela presentata da Prodein contro il delegato del governo di Melilla e i vertici della polizia locale, "vengono respinti senza essere identificati, senza garanzie o accertamenti della presenza di minori, senza assistenza giuridica o l'aiuto di un interprete che possa interagire nel loro idioma". Di interventi di questo genere - sottolineano gli attivisti - nei registri o nei verbali, nel migliore dei casi, non c'è alcuna traccia.

Anche in questa occasione la Guardia Civil ha reagito cercando di smentire le immagini e minacciando a sua volta azioni legali, con il supporto dell'esecutivo che ha ribadito "a Melilla non ci sono espulsioni irregolari". Ma le testimonianze ad inchiodare l'operato delle forze di sicurezza, ancora una volta, non mancano (e tra esse alcune ammissioni degli stessi agenti).

Oltre ai filmati di Prodein, il giornalista melillense Jesus Blasco de Avellaneda aveva pubblicato un'inchiesta già nel marzo 2013 in cui mostrava i respingimenti collettivi, attuati addirittura a danno di minori. L'omissione di soccorso verso le pateras in difficoltà e le riconduzioni forzate nelle mani della marina marocchina è poi una delle questioni affrontate nel documentario Les Messagers dalle registe francesi Tura e Crouzillat.

La ricercatrice Helena Maleno, di Caminando Fronteras, ha documentato invece quanto accaduto a Ceuta, nella spiaggia di Tarajal, subito dopo la tragedia del 6 febbraio. Tra i naufraghi sopravvissuti, alcuni erano riusciti a raggiungere il litorale spagnolo ma "un gruppo di agenti armati li ha prelevati, ancora assiderati dal freddo dell'acqua e quasi impossibilitati a camminare, e li ha ricondotti in territorio marocchino senza formalizzare l'espulsione o accertare la possibilità di una richiesta d'asilo". La sua versione è stata confermata e ripresa da Amnesty International.

 

RAPPORTI E COMUNICATI: LE ONG ACCUSANO MADRID E RABAT
A fugare ulteriori dubbi ci ha pensato Human Rights Watch (HRW), che il 10 febbraio scorso ha diffuso un rapporto allarmante sulle violazioni a danno dei migranti compiute lungo la frontiera ispano-marocchina e nel territorio del regno maghrebino.

Il testo, intitolato Abused and Expelled: Ill-Treatment of Sub-Saharan African Migrants in Morocco (in basso il pdf scaricabile), è un duro atto d'accusa contro le forze di sicurezza e i governi dei due paesi frontalieri, che sottopongono i cittadini sub-sahariani in transito a maltrattamenti e soprusi. "Durante i tentativi di scavalcamento, la polizia marocchina è solita accogliere coloro che non sono riusciti a passare la recinzione con bastoni e manganelli; durante i pestaggi i migranti vengono frequentemente privati dei loro beni", si legge nel rapporto. Stando al documento, anche la Guardia Civil fa "un uso spropositato della forza al momento delle espulsioni sommarie".

In tema di respingimenti infatti, l'ong è categorica. "Si tratta di una pratica sistematica, non di casi isolati", afferma Judith Sunderland, una delle responsabili. "Oltre a impedire ogni possibile richiesta di asilo o protezione umanitaria, le espulsioni avvengono verso un paese - il Marocco - che viola deliberatamente i diritti di queste persone. La Spagna è al corrente della situazione, già documentata da altre organizzazioni come Médecins sans Frontières, e deve interrompere subito questa prassi.

Rabat e Madrid devono capire che anche i migranti, regolari o meno, hanno dei diritti inalienabili. […] Certo, gli Stati hanno la facoltà di decidere chi far entrare nelle loro frontiere, ma devono anche rispettare gli impegni presi in ambito internazionale, garantendo il diritto ad un trattamento umano e dignitoso a tutte le persone".

I migranti, spiega il rapporto redatto al termine di uno studio sul campo durato più di un anno (dal novembre del 2012 al gennaio 2014), provengono in maggioranza dai paesi dell'Africa centro-occidentale e hanno lasciato le loro terre a causa dei problemi economici, degli sconvolgimenti politici o dello scoppio di vere e proprie guerre civili e del conseguente rischio di persecuzione.

Il loro obiettivo è raggiungere l'Europa per poter chiedere asilo, trovare un luogo sicuro da cui ricominciare. Intanto sopravvivono in Marocco, riparati in accampamenti di fortuna o nascosti nei boschi vicini alle zone di confine (Oujda, Nador, Tetuan), in condizioni estreme. Con il rischio di incappare nei violenti raid delle forces auxiliaires o di venire deportati alla frontiera algerina, in mezzo al deserto.

Come successo lo scorso dicembre, quando un rastrellamento nei sobborghi di Tangeri aveva provocato la morte di un giovane camerunense, Cédric, defenestrato dagli agenti. O come insegna la storia di Clément, anche lui camerunense, deceduto in seguito al pestaggio delle forze di sicurezza.

Stando sempre al documento di HRW, le autorità avrebbero interrotto gli allontanamenti verso l'Algeria dall'ottobre 2013, da quando cioè il governo marocchino ha lanciato una nuova politica migratoria e si è detto pronto a farsi paese di accoglienza.

Le riforme prevedono la creazione di un Ufficio per i rifugiati e gli apolidi, che dovrebbe offrire assistenza ai casi segnalati dalla delegazione in loco dell'UNHCR, e l'avvio di una procedura di "regolarizzazione" per i sans papiers presenti nel regno (concessione del titolo di soggiorno per un anno, rinnovabile). Tuttavia, i criteri per ottenere il riconoscimento appaiono estremamente selettivi, tanto che la stessa ong ha messo in dubbio la reale incidenza dell'operazione.

I maltrattamenti e le retate a danno dei migranti, invece, continuano. A denunciarlo è anche un'altra organizzazione - il Réseau euro-méditerranéen des droits de l'homme (REMDH) - che in un comunicato uscito in data 11 febbraio condanna l'atteggiamento dell'UE e le politiche perseguite in materia di lotta all'immigrazione.

Secondo il REMDH, sollecitato ad intervenire nel dibattito dopo la tragedia di Ceuta, il partenariato concluso tra Marocco e Unione Europea anziché favorire il rispetto dei diritti umani nel territorio maghrebino ne agevola la violazione: "la concessione di aiuti economici e le facilitazioni nel rilascio di visti per i cittadini marocchini sono una moneta di scambio, fanno da contrappeso all'esternalizzazione del controllo frontaliero". In altre parole, Rabat riceve soldi dall'UE e diventa il suo "gendarme", a cui è affidato il lavoro sporco del contenimento, come era già il caso di Tripoli sotto Gheddafi e della Tunisia di Ben Alì.

 

SUL TERRENO
Sebbene gli allontanamenti verso la "terra di nessuno" siano interrotti da qualche mese, i migranti respinti da Ceuta e Melilla - o quelli che non sono riusciti a passare - vengono ugualmente caricati sugli autobus della polizia e trasferiti forzatamente in altre città del regno.

Rabat è una delle principali destinazioni, tanto che i membri del collettivo Protection migrant affermano di trovarsi di fronte ad una vera "emergenza umanitaria". In media 60-70 arrivi al giorno. I sub-sahariani vengono abbandonati alla stazione, senza cibo né risorse.

Yanik, un camerunense sui trent'anni, per tre volte è riuscito ad entrare nell'enclave spagnola e per tre volte è stato cacciato. L'ultima qualche settimana fa. Ha fatto in tempo a salvare un paio di ciabatte e uno zaino logoro prima che la polizia marocchina distruggesse il suo rifugio sul monte Gurugù, di fronte a Melilla. "Ora bisognerà ricominciare da capo, inventarsi qualcosa per tornare vicino al confine. Ma non abbiamo soldi neanche per mangiare, ce li hanno presi tutti".

Le mani di Lamine, ivoriano, portano ancora i segni del filo spinato posizionato in cima al reticolato di frontiera. Lui non ce l'ha fatta a scavalcare. E' caduto indietro per il dolore delle ferite ed è stato picchiato dalle forces auxiliaires prima di venir imbarcato verso la capitale. "Siamo costretti a mendicare, qualcuno ci porta del pane raffermo. Neanche fossimo in guerra..".

Le associazioni stanno cercando di tamponare l'emergenza, senza ricevere alcuna forma di aiuto dalle istituzioni. Trasferiscono a loro volta i migranti, a piccoli gruppi, nelle zone periferiche di Rabat, a Takkadoum e a Yakoub El Mansour. Quartieri ghetto, dove vivono la maggior parte dei sub-sahariani "regolari", in possesso di un permesso di lavoro o di un visto di studio.

La solidarietà tra connazionali, tra emigrati in una terra che resta sostanzialmente ostile, è l'unico sostegno che rimane a queste persone. Lontano dalle rappresaglie della Guardia Civil o della polizia marocchina, semi-nascosti negli appartamenti sovraffollati dei compagni, i loro sguardi non riescono a cancellare la paura.

La paura di quello che hanno visto e che hanno vissuto, conferma Pierre, uno degli scampati al dramma di Tarajal in quel "maledetto 6 febbraio". "Io non mi ero buttato in acqua, osservavo la scena dalla spiaggia. Sono morti uno dopo l'altro, in pochi minuti, sotto i colpi degli agenti. Alcuni avevano delle camere d'aria, altri giubbotti di salvataggio..non sono affogati perché non sapevano nuotare!", assicura il giovane camerunense.

La prospettiva adesso - per Pierre, Yanik e gli altri - è restare a Rabat per un po'. Il tempo sufficiente a mettere da parte qualche risparmio, lavorando in nero sui cantieri per 3 euro al giorno, per poi tentare di nuovo il "salto".

Intanto, dalla frontiera, arrivano segnali contrastanti. Pochi giorni fa un gruppo di circa duecento migranti è riuscito ad entrare a Melilla, senza che nessuno venisse respinto. Il clamore e i riflettori accesi sembrano aver prodotto i primi risultati. Ma quanto durerà?

Il tempo di smaltire le critiche e lo choc. Il tempo di dimenticare l'ennesima tragedia. Qualcosa si sta già muovendo. Il governo spagnolo sta preparando una legge per facilitare le procedure di espulsione nelle zone di confine, mentre alcune delle principali testate iberiche, tra cui El Pais, stanno facendo di tutto per alimentare una sindrome da invasione e giustificare le derive repressive nelle enclave nordafricane.

"Se la polizia non può difendere il territorio usando la forza e le dotazioni antisommossa contro chi cerca di entrare illegalmente, tanto vale sostituire gli agenti con delle hostess e comitati di benvenuto", commentava senza alcuna forma di imbarazzo il Presidente della comunità mellillense. Il messaggio è chiaro. Per la memoria e l'etica - a cui faceva appello il poeta Montero - o per il basilare rispetto dei diritti nella morsa mediterranea non sembra esserci spazio..

#Aportodas, da Madrid a Roma per dire "Io decido!"

  • Venerdì, 07 Marzo 2014 11:48 ,
  • Pubblicato in DINAMO PRESS

Dinamo Press
07 02 2014

Mobilitazioni di donne, lesbiche e transgender, migranti e precarie primo e dopo l'#8M.

Il primo marzo una nuova occupazione a Madrid inaugura la campagna "Primera Quincena deLucha Feminista": collettivi, reti e movimenti femministi e transfemministi spagnoli si sono uniti in unica assemblea generale che da dicembre ha programmato, proprio per questi giorni, workshops, conferenze, proiezioni e dibattiti, ma soprattuto azioni, in vista delle manifestazioni che si daranno in tutte le città della Spagna il prossimo 8 marzo.

Si parte dal giorno della donna come appuntamento centrale ma con un'ottica non di mera celebrazione bensì di ripensamento e di ricostruzione dell'8 marzo, soprattutto alla luce degli attacchi pesantissimi che proprio in Spagna hanno visto il diritto della donne ad abortire fortemente minato.

L'urgenza di questa ricomposizione nasce, infatti, dal progetto di legge, proposto dal ministro della giustizia spagnolo Alberto Ruiz-Gallardón e discusso nel Parlamento spagnolo, che rende l'aborto un reato penale e non più un diritto. Secondo questa proposta gli unici casi che escluderebbero il reato sono quello di violenza sessuale ovvero nei casi di grave malattia della madre.

Una legge questa che stravolgerebbe non solo anni di lotte e di conquiste dei diritti delle donne a decidere del proprio corpo, ma che avrebbe preoccupanti ricadute in tutto il panorama europeo. Basti pensare alle misere manifestazioni organizzate dalle associazioni cattoliche e conservatrici "per la vita" che in Italia, Francia, Spagna etc.. negli ultimi anni hanno cercato un consenso mai legittimato nelle insignificanti (in termini numerici) partecipazioni alle piazze da loro indette e che si autocelebravano come portatori morali del senso della vita.

Le femministe spagnole proprio sulla centralità della vita e hanno basato le proprie rivendicazioni e mobilitazioni, come si evince dall'appello dal comunicato pubblicato in seguito all'occupazione (qui di seguito all'articolo tradotto in lingua italiana).
Proponiamo due interviste A Juli e Marta sull'occupazione e sulla campagna in generale.

L'ultima intervista è rivolta ad Adriana del collettivo di Malaga AberturaVaginal e di cui consigliamo oltre all'intervista, anche la visione di un video-clip, performance realizzata a Malaga dal titolo MI CUERPO, MI SANGRE; MI TEMPLO.

L'intervista è stata realizzata a Madrid il 2 marzo, di fronte al palazzo di Giustizia durante un'azione simbolica in cui le manifestanti hanno invitato il ministro proponente la legge contro il diritto all'aborto a coltivare una pianta, che come il prezzemolo, è conosciuta dai tempi antichi per le sue proprietà curative ed abortive.

La minaccia spagnola della legge ha rinnovato nei movimenti femministi di tutta europa la necessità di far confluire nella data dell'#8M tutte le rivendicazioni di diritti minacciati e di quelli mai realmente ottenuti. Già il primo febbraio femministe e transfemministe in moltissime città europee hanno aderito alle mobilitazioni di solidarietà con la lotta spagnola, Tren de la libertad, promossa dalla campagna che ha portato alla condegna della lettera al ministro "Porque yo decido" e ha visto un grande adesione.

Domani vi aspettiamo tutte e tutti a Roma al corteo 8M #IoDecido, oppure a partecipare a tutte le manifestazioni che si daranno in tutta Italia, per riprendere parola sui nostri diritti continuamente sotto scacco e far sentire la nostra voce!

Traduzione dell'appello pubblicato all'indomani dell'occupazione di uno spazio nel quartiere di Malasagna a Madrid:

Oggi un gruppo di donne, lesbiche e transgender, stufe di essere considerate come coloro che non prendono a cuore la propria vita, hanno deciso di riprenderla in mano.

Dopo gli attacchi diretti alla nostra libertà, abbiamo deciso di darci un taglio e di dire basta!. Oggi, 1° Marzo 2014 , inizia la Primera Quincena de Lucha Feminista (prima quindicina di lotta femminista).

Vi presentiamo un nuovo spazio liberato nella città di Madrid in Calle Madera n° 9. Questo spazio, abbandonato alla speculazione e alla corruzione, chiuso per anni, viene recuperato oggi e le donne, le lesbiche ed i transgender hanno organizzato questa occupazione per riempirla di lotte, di vita e di sviluppo collettivo.

Questa azione è una risposta anti-capitalista alla speculazione e alla mercificazione, che mette le persone al di sopra del beneficio meramente economico e del profitto. Vogliamo recuperare spazi rubati agli abitanti, combattere la gentrificazione e rendere i nostri quartieri non più luoghi esclusivamente di consumo mondano.

Quindi abbiamo scelto uno spazio simbolico come questo, di proprietà della società immobiliare Geshilarion 2000, il cui direttore Jose Miralles Javier Arenas è legato alla famiglia Franco, più specificamente, di Francisco Franco Martínez Bordiu, che possiede diverse società, come anche la Proazca SA Urme.

Questa azione è anche una risposta contro il patriarcato e per soddisfare la necessità di spazi di affinità liberati. Per noi la vita non ha alcun valore, se slegata dalla libertà di decidere se e quando saremo madri, dalla libertà di fare dei nostri corpi ciò che vogliamo, dalla libertà di arrivare a fine giornata avendo deciso ciò che vogliamo essere.

Perché vogliamo crescere e combattere unit* e promuovere la crescita dal basso di autogestione femminista e transfemminista.
A quanto pare questo dà fastidio a chi tenta ogni giorno di stroncarci, di catturarci, lasciandoci con niente, dà fastidio a tutti coloro che perpetuano la logica che pone il profitto al di sopra delle persone, a coloro che preferiscono avere spazi vuoti e persone senza fissa dimora, a coloro che vogliono lasciarci senza salute, senza istruzione e senza risorse.

Ma noi, donne, migranti, precarie e transgender... facce diverse e diverse corporalità, quest'anno convergiamo unite per combattere l'etero-patriarcalismo capitalista. Abbiamo detto abbastanza, è ora di agire e lo facciamo mettendolo in pratica senza aspettare l'aiuto di nessuno.

Ci riprendiamo le strade e la città in questi giorni, per riempirle di movimento e di azioni e per riaprire uno spazio per tutti coloro che vogliono combattere con noi.

Calle Madera n°9 sarà un luogo di quindici giorni di organizzazione, di discussione, di azione. Sarà nostro e di tutti.

Perché noi non accettiamo,

Perché vogliamo tutto,

Perché siamo soggetti di pieno diritto,

Perché decidiamo noi,

Perché abbiamo messo la nostra vita al centro.

Perché siamo tante, più di quanto mai possiamo immaginare.

Maria Stella Scordo

 

Spagna: immigrazione, irruzione di massa a Melilla

  • Martedì, 18 Febbraio 2014 09:30 ,
  • Pubblicato in Flash news

Atlas web
18 02 2014

(da Barcellona) Circa 150 immigrati subsahariani sono riusciti ieri ad entrare nella città spagnola di Melilla durante un assalto di massa alla recinzione di frontiera che separa l’enclave dal Marocco, riferisce la delegazione del governo spagnolo.spagnaceuta

Più di 250 migranti hanno preso parte alla maggiore irruzione degli ultimi nove mesi.

Melilla e Ceuta, enclavi spagnole nel Nord Africa, vivono da mesi un’intensa pressione migratoria.

All’inizio del mese almeno sette migranti sono morti annegati mentre cercavano di raggiungere a nuoto la costa di Ceuta, mentre altri 150 sono stati recuperati in acqua e subito dopo arrestati.

La Spagna sostiene che nella prima metà del 2013 ha accolto circa 3 mila immigrati irregolari, il doppio rispetto al primo semestre del 2012. La maggior parte di essi arriva in Spagna da Ceuta e Melilla.

Il governo spagnolo ha risposto al fenomeno con l’installazione, lungo la frontiera di Melilla, di una recinzione di 12 chilometri di filo spinato, una misura fortemente criticata dalle organizzazioni per i diritti umani e dall’Onu.

 

Indietro tutta su aborto e economia. Le spagnole non ci stanno

  • Giovedì, 13 Febbraio 2014 12:52 ,
  • Pubblicato in INGENERE

inGenere
13 02 2014

A fronte di sei milioni di disoccupati e di dati allarmanti sull'aumento della povertà, il governo spagnolo si occupa di aborto e controllo dei corpi delle donne. E lo fa tornando indietro fino al periodo franchista. Ecco cosa prevede la proposta di riforma presentata dal Partito popolare.

Perché io decido! Questo è il motto che la maggioranza delle donne, ma anche degli uomini spagnoli, ripetono non appena ne hanno l’occasione. Siamo scese in strada in centinaia di migliaia da tutta la Spagna per dire al governo che non siamo più disposte ad accettare limitazioni ai nostri diritti, che vogliamo poter decidere delle nostre vite e dei nostri corpi, e non vogliamo che in uno stato laico e di diritto si imponga un’ideologia cattolica e patriarcale. Insomma, non vogliamo la nuova legge sull’aborto.

Da quando il Partito popolare ha vinto le elezioni politiche (con un 26,15% di astenuti) e ottenuto la maggioranza parlamentare, goccia a goccia ha cambiato radicalmente la legislazione. In poco più di due anni, facendosi schermo con la crisi economica e le richieste dell’Unione europea, a colpi di decreti, senza confrontarsi con le altre parti, senza rispettare la costituzione né ascoltare la cittadinanza ha ottenuto quello che nessun altro governo era riuscito a ottenere: due scioperi generali e la protesta delle cosiddette maree, manifestazioni di massa a difesa della casa, della salute e dell’educazione pubblica, del welfare, eccetera.

Oggi ci sono quasi sei milioni di persone disoccupate, una persona su quattro vive sotto la soglia di povertà. Secondo l’Istituto nazionale di statistica (Ine) le famiglie che arrivano a fine mese con molte difficoltà sono il 13%, e aumenta il tasso di povertà tra le persone tra i 16 e 64 anni, in età lavorativa e con bassi livelli di istruzione e formazione. Uno ogni quattro minori di 16 anni vive sotto la soglia di povertà e tra le persone immigrati questo tasso raggiunge il 43%. Il rischio di povertà ed esclusione sociale dei bambini e le bambine nelle famiglie monoparentali (formate nella loro maggioranza da donne) è del 45,6%, percentuale che cresce se i loro genitori hanno un basso livello di istruzione (57,6%) o se uno dei due (49,2%) è di origine straniera, secondo un rapporto Save the Children.

Tre milioni di persone vivono con meno di 307 euro al mese in condizioni di povertà estrema, sottolinea l’ultimo rapporto Caritas (1). L’organizzazione cattolica avverte che arriverà presto una seconda ondata di povertà ed esclusione sociale resa “più acuta dalle politiche di austerità e dai tagli conseguenti, dal prolungarsi della disoccupazione e dal prosciugarsi del sostegno economico”.

Più del 44% delle famiglie non può permettersi le vacanze, più del 30% ha un mutuo e c’è un settore della popolazione in uno stato di povertà energetica (senza gas e senza riscaldamento in inverno) composto soprattutto da donne anziane. Il tasso di disoccupazione femminile è del 26,6%, (25,5% per gli uomini) (2) e il divario di genere nei tassi di attività attiva ai tredici punti percentuali il che mette in evidenza la maggiore difficoltà che incontrano le donne nell’accesso al mercato del lavoro salariato. Il potere d’acquisto è sceso del 30% negli ultimi tre anni (anche per chi ha un lavoro retribuito). Una situazione che percepiamo come sempre più precaria e resa più acuta dai tagli ai servizi pubblici che hanno aumentato il carico di lavoro di cura delle donne.

Lo smantellamento di uno stato di welfare ha un impatto fortemente negativo sulle donne in quanto cittadine, lavoratrici, utilizzatrici che vedono ridursi sempre di più le risorse pubbliche. Come se tutto questo non bastasse si aggiunge ora l’attacco patriarcale più grave degli ultimi trenta anni per uno stato che si definisce laico e di diritto. La Catalogna ha avuto una legge per l’aborto fin dalla II Repubblica (1936-1938), che venne poi revocata dalla dittatura franchista che proibì i contraccettivi e trasformò il diritto di scegliere in un delitto.

In democrazia ci sono state due leggi (3): la “Ley Orgánica 9/1985” che ha depenalizzato l’aborto sulla base di tre presupposti, cioè “che ci sia un pericolo per la vita della donna o per la sua salute fisica o per la sua salute psicologica”; nelle prime 12 settimane in caso di stupro o entro le 22 settimane nel caso in cui il feto sia portatore di “gravi tare fisiche o psichiche”; e la “Ley Orgánica 2/2010” in materia di salute sessuale e riproduttiva e sull’interruzione volontaria di gravidanza (attualmente vigente), che non si basa su alcun presupposto ma stabilisce alcuni limiti: si può abortire entro le prime 14 settimane, che diventano 22 se sussiste “un grave pericolo per la vita o la salute della donna” o “gravi rischi di anomalie per il feto” e in qualunque momento di riscontrino anomalie del feto incompatibili con la vita o nel caso in cui fosse portatore di malattie molto gravi e incurabili”. Non c’è bisogno che alcun medico certifichi i rischi per la salute della donna così come invece avveniva con la legge precedente. I dati: l’89,58% dei 118.359 aborti che hanno avuto luogo in Spagna nel 2011 sono avvenuti entro le prime 14 settimane e il 65,56% entro le prime otto (Ministero della Salute, servizi sociali e uguaglianza).

Ora il governo guidato dal Partito Popolare vuole approvare una nuova legge a protezione “della vita del concepito e dei diritti della donna incinta”, sostituendo una legge di termini con una di presupposti. Questo disegno di legge elimina la possibilità di abortire entro le prime 14 settimane (peggio che nel 1985), elimina il presupposto della malformazione del feto anche se incompatibile per la vita e conserva il presupposto dello stupro purché entro le prime 12 settimane, e anche quello di pericolo per la salute fisica e psichica della donna incinta, anche se introduce l’obbligo di produrre due rapporti firmati da professionisti diversi da quello con cui farà l’aborto. In caso di rischio per la salute psichica si deve dimostrare che ci saranno conseguenze di lungo periodo. Le donne di 16 e 17 anni hanno età “legale” per avere rapporti consenzienti ma non per abortire: hanno infatti bisogno del consenso dei genitori. Inoltre con la legge viene ampliato il numero di figure professionali che possono fare obiezione di coscienza e tutte le donne che abortiranno fuori da questo iter commetteranno un crimine, così come i professionisti che le aiutassero.

È ovvio che qualunque forma di legislazione sui diritti sessuali e riproduttivi genera conflitti e dibattito in termini morali ed etici. Ma è altrettanto evidente che in Spagna le lobby conservatrici e la chiesa cattolica stanno cooptando il potere politico e disprezzando il patto sociale e democratico che sancisce il diritto delle donne di scegliere se e quando diventare madri.

Si tratta di una riforma misogina, con una visione regressiva dei diritti delle donne, sottoposta ad una morale antica, fuori dal tempo e superata dalla maggioranza della popolazione. Esiste un grande movimento sociale, politico e professionale che rifiuta questa legge medioevale, composto da esponenti della comunità medica, dalle femministe, dalle sindacaliste, dalle donne della politica in maniera trasversale (dal centro, destra e sinistra). Per tutti noi è una riforma che ci allontana dall’Europa e va vista come un avvertimento per tutte le donne europee.

La lotta delle donne per decidere liberamente della propria sessualità e della propria maternità è stata una delle tappe più rilevanti del movimento femminista. Il diritto all’aborto è un diritto centrale nella costruzione democratica della nostra società, in qualunque paese.

Alba Garcia Sànchez

NOTE

(1) VIII Informe del Observatorio de la Realidad Social - Octubre 2013

(2) I dati su popolazione attiva, disoccupata e occupata sono ripresi da Encuesta de Población Activa (EPA) e sono stati elaborati da Secretaria de la Mujer del Sindicato de Comisiones Obreras

(3) Si veda Secretaria de la Dona de Comissiones Obreras de Catalunya

 

La Stampa
12 02 2014

Per la prima volta in Spagna, Salud, 15 anni, figlia di una morta ammazzata dalla violenza domestica, riceverà una pensione doppia, quella che gli spetta della madre perché è minorenne e quella di vedovanza del padre, che sconta in galera 20 anni affibbiatigli per l’assassinio della moglie ed il divieto di comunicare con lei.

Il caso, che crea giurisprudenza, è successo nella andalusa Almeria, dove la zia della adolescente ha vinto un ricorso giudiziario contro la Previdenza Sociale. In soldoni, la ragazzina riscuoterà 665 euro mensili e non più, come succedeva dal 2011, quando il padre ha strappato per sempre dalla sua vita la mamma, 262.

La significativa novità, che apre un nuovo orizzonte economico alle vittime under 18 del triste fenomeno ribattezzato giustamente in Spagna “terrorismo domestico” (e che solo nel 2013 ha provocato 43 nuovi orfani ), è frutto della Legge sulla Violenza di Genere varata nel 2004 dall’ex premier socialista Zapatero. La disposizione legislativa sancisce infatti la perdita della condizione di beneficiario della pensione di vedovanza per coloro che sono gli autori della morte di conviventi o mogli. “La Previdenza Sociale aveva interpretato male la legge”, sentenzia il giudice.

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