×

Attenzione

JUser: :_load: non è stato possibile caricare l'utente con ID: 415

26D Ayotzinapa 3 mesi dopo: Corteo a Città del Messico

  • Lunedì, 29 Dicembre 2014 12:06 ,
  • Pubblicato in DINAMO PRESS

Dinamo Press
29 12 2014

Ad Ayotzinapa non c’è natale nè anno nuovo, la lotta non ha vacanze” questo il testo di uno degli striscioni in corteo per le vie di Città del Messico. Il 26 di dicembre in Messico non è giorno di festa ma è uno dei giorni dentro alle ferie di Natale e per l’ultimo dell’anno.

Le università sono chiuse, e si sente. Il corteo è formato da diverse migliaia di persone, certamente non le stesse diverse decine di migliaia che hanno riempito lo Zocalo nelle altre mobilitazioni di questi mesi. Manca quasi del tutto la componente universitaria, vera protagonista nella capitale in questi mesi. Il corteo è comunque molto partecipato, diciamo che se in Italia nei giorni di natale si facesse un corteo con questi numeri cammineremmo a 2 metri da terra.

Gli spezzoni non mandano musica, ci sono diversi interventi e tantissimi cori. Storie e biografie differenti in piazza, dal black block al doppio petto, un pò a dimostrare la trasversalità della mobilitazione in questi mesi. Era dal 1994, esplosione della lotta zapatista, che il Messico non viveva una fase così. Certo il mondo è cambiato e certamente questa non è l’anticamera di una rivoluzione, ma allo stesso tempo è una cosa inedita ed è forte, costante, desbordante. Cosa succederà è la vera domanda!

Quando si saprà qualcosa dei 43? Cosa farà Nieto? Ci sarà una svolta autoritaria nel paese? Il grido “Fuera Nieto” e la richiesta di sospendere la tornata elettorale del 2015 perchè con questa classe politica non si può pensare di andare ad elezioni si trasformerà in qualcos’altro?

Intanto anche nei giorni delle feste più importanti in questo paese la mobilitazione non si ferma, non ci sono vacanze che tengano e per i genitori, amici e parenti dei 43 di Ayotzinapa la retorica illegale/legale ha un altro significato rispetto a quello che media e politica vorrebbero tratteggiare: illegale è l’operato del governo, non qualche azione diretta che la politica istituzionale o normalizzata vorrebbe tacciare di “nemica” del processo di verità e giustizia per i Normalisti.

La Jornada parla di 4000 persone in piazza, ma dobbiamo ricordare che nei giorni della più grande manifestazione per Ayotzinapa mentre i movimenti dichiaravano oltre 150mila persone il giornale scriveva 15mila.

I numeri però non contano, contano la perseveranza, la dimensione nazionale e spontanea delle manifestazione. Tanto che con i cortei di oggi si è evidenziato come mai nessun governo Messicano è stato tanto impopolare nel paese, mai come in questi giorni non c’è fiducia nelle istituzioni e si respira un senso di insicurezza molto forte.

Una crisi politica alimentata creata dai movimenti, creata dalla risposta degna e coraggiosa dei Normalisti di Ayotzinapa e dai genitori e parenti dei desaparacidos. La scuola politica delle normali rurali si vede e si sente.

La lucha sigue

*In viaggio in Messico per partecipare al Festival delle Resistenze e delle Ribellioni promosso dall'Ezln

Il Fatto Quotidiano
02 09 2014

Sono passati dieci anni dalla strage di Beslan, nell’Ossezia del Nord, che tra l’1 e il 3 settembre 2004 costò la vita a 334 ostaggi, tra cui 186 bambini. In quei giorni un gruppo di 32 separatisti ceceni fece irruzione nella scuola della città sequestrando 1200 persone. I terroristi risposero al tentativo d’irruzione dell’esercito russo facendo esplodere due bombe all’interno dell’edificio e uccidendo più di trecento persone e ferendone altre 700. Le domande senza risposta, però, sono anc0ra tante e le associazioni dei familiari delle vittime chiedono chiarezza. Anche il Papa ha voluto ricordare il più grave attentato della storia russa inviando una lettera alle famiglie.


I dieci anni trascorsi non hanno attenuato il dolore dei familiari delle vittime che, ancora oggi, chiedono al governo russo risposte chiare riguardo a ciò che successe durante i primi tre giorni del settembre 2004. I dubbi riguardano il momento dell’irruzione delle forze di sicurezza nell’edificio: in risposta al tentativo dei militari, i sequestratori fecero esplodere due bombe all’interno della palestra, dove si trovava la maggior parte degli ostaggi. Questa almeno la versione ufficiale del governo russo, ma molti dubbi sono stati sollevati nel corso degli anni. Riprese dall’alto dell’edificio testimoniano la presenza di uno “Shmel”, un’arma speciale simile a un lanciagranate in dotazione all’esercito russo. Le ustioni riportate da molte delle vittime fanno pensare che i militari abbiano utilizzato l’arma prima di entrare nell’edificio e affrontare i sequestratori. Una versione che, se venisse confermata, farebbe ricadere sui militari la responsabilità dell’alto numero di vittime. I familiari chiedono che il Presidente russo, Vladimir Putin, si assuma la responsabilità dell’errore commesso dal suo esercito e individui i responsabili.

Le associazioni delle famiglie nutrono dubbi anche sull’effettiva cattura di tutti i separatisti ceceni coinvolti nel sequestro. Il governo, però, sostiene che nessun attentatore è riuscito a sfuggire ai militari russi. Dei 32 sequestratori, solo uno, Nurpashi Kulaev, è sopravvissuto allo scontro a fuoco con l’esercito. Il terrorista, che sta scontando una condanna all’ergastolo, parla dalla sua cella ai microfoni di Russia Today: “non mi sento colpevole – dice – ho fatto solo quello che mi è stato ordinato”.

Anche Papa Francesco ha voluto far sentire la propria vicinanza ai familiari delle vittime inviando una lettera in occasione della commemorazione. A consegnare il messaggio di Bergoglio sarà padre Paolo De Carli, direttore dell’Istituto Madonna della Neve di Adro, che all’epoca era priore del Convento carmelitano della Lastre di Trento e che, nel 2004, ospitò 63 cittadini di Beslan.

Corriere della Sera
27 08 2014

Fin quando il vento non cambia, resistono soltanto i becchini. Primo pomeriggio, porto di Augusta, la corvetta Fenice della Marina attraccata, ventiquattro cadaveri adagiati a bordo su ogni spazio libero, come a poppetta, proprio sotto la scritta in una targa Resurgit , il motto di questa nave, perché ogni nave ne ha uno e rimane per sempre. A terra, sul molo, parcheggiati a pochi metri, ci sono cinque furgoni, una macchina e un camioncino di quelli da traslochi con il baule aperto e dentro le bare.

«Bare fatte di abete, prive di zincatura. Sono le più economiche sul mercato ma comunque fanno sempre duecento, trecento euro ognuna» dice un uomo con il nome dell’azienda di pompe funebri impresso sulla cravatta. C’è odore di morte, arriva dalla nave, riempie il molo. S’allontanano perfino, per rifiatare, le forze dell’ordine. Prendono una giusta distanza le autorità e gli alti gradi in uniforme.

Così lo spazio è tutto loro: dei marinai. C’è un uomo, il comandante della Fenice, che per un attimo toglie il berretto e spolvera i capelli. E c’è un altro uomo, il nostromo della Fenice, anche lui per un attimo, che piange e si volta per non farsi vedere. L’equipaggio scende e racconta la missione, iniziata il 20 agosto scorso e terminata pochi minuti fa, con l’ingresso nella baia in compagnia delle folate di scirocco. Nel mezzo, la sera del 24, c’è stato il mare forza 4 agitato dal maltempo, un peschereccio ribaltatosi a venti miglia dalla costa libica, dopo un giorno di viaggio, i migranti salvati e i migranti cadaveri che galleggiavano sulle onde. In maggioranza sono siriani. I morti sono un neonato, sette donne, sedici uomini.

L’efficiente staff della Marina autorizza l’incontro solo con il comandante, il brindisino 43enne Carlo Francesco Saverio Scigliuzzo, marinaio per passione e tradizione, nel nome del papà ufficiale. Però, nello stesso tempo, qui in porto, si ascoltano anche le parole, poche, sofferte, concesse a colleghi di altre navi, del 46enne Corrado Alfonso, siciliano di Avola, il nostromo, marinaio per amore e speranza, nel senso che sarebbe motivo d’onore se uno dei due figli, magari, seguisse il fascino del mare. Gli farebbe volentieri da chioccia, forse per scusarsi di quelle volte, dalla comunione ai diciott’anni, che non era a casa ma nel Mediterraneo.

Sono tre le navi, in fila ad Augusta. Sul ponte di quella davanti alla Fenice hanno fatto sedere i migranti di spalle, in modo che non vedano le lunghe fasi del trasferimento dei cadaveri nelle bare. Sulla restante nave c’è un piccolo, di un anno, in braccio a un signore, forse suo papà. Sono gli unici due che non sono per terra sul pontile, nell’intreccio di piedi nudi e di contorsioni, poggiate come sono le persone una sull’altra per sfruttare i minuscoli spazi d’ombra offerti dalle braccia d’un vicino. C’è un altro piccolo, arrivato in Sicilia senza genitori. Otto, dieci anni al massimo, è stato salvato dalla Fenice. È per lui che il nostromo piange. Si fa fatica, davanti a un uomo adulto che piange: specie a uno come Alfonso, che ha la fisicità e lo sguardo, la scelta delle parole e il modo di pronunciarle, d’uno nato per reggere tutti gli urti della vita. E poi, quel ruolo: il nostromo, l’arte marinaresca per eccellenza, la figura della tradizione, il coordinatore dell’azione sia a bordo e sia in acqua.

Impegnata nell’operazione Mare nostrum, la Fenice ha ricevuto un Sos e ha puntato in direzione del peschereccio. «Li abbiamo visti subito, i morti, e abbiamo organizzato i soccorsi» dice il comandante Scigliuzzo. I suoi marinai urlavano che volevano arrivare vicino al peschereccio, fare in fretta, scendere con i gommoni, andare, tornare, ripartire. Chiede scusa per l’abbassamento della voce, Scigliuzzo, è emozione; dice che, finora, non aveva mai recuperato cadaveri. Lo distoglie un brusio della gente, dalle scalette d’una delle navi sta scendendo il presunto scafista. Ieri ne hanno arrestato un altro anche a Pozzallo, in provincia di Ragusa, dove in serata attendevano l’arrivo di altri cinquecento migranti, compresi un centinaio da Gaza. Il traghettatore di Pozzallo, fermato dalla polizia, ha diciannove anni. Gli hanno chiesto conto dei morti sulla sua imbarcazione. Ha risposto che non poteva distinguere se c’era chi riposava oppure chi era in agonia.

Le notizie da Pozzallo ripropongono ad Augusta un’angosciata domanda: ma sono deceduti anche i genitori di quel bimbo recuperato dalla Fenice del nostromo? L’hanno visto in compagnia d’un signore, ma ulteriori accertamenti di Alfonso farebbero già pensare che non sia un parente, che mamma e papà potrebbero essere in due delle ventiquattro bare trasferite sui cinque furgoni, sulla macchina e sul camioncino di quelli da traslochi. Sulle navi, a tutti i migranti vengono scattate foto, per cominciare le operazioni di identificazione. Specie con i più piccoli, confida il nostromo, per il tempo che corre fino alla terraferma e alla partenza verso i centri d’accoglienza quelle foto vengono viste e riviste, un po’ come fanno i genitori invecchiati con gli album di famiglia quando i figli sono ormai fuori di casa.

Andrea Galli

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Diciotto morti al giorno negli ultimi tre mesi scarsi, per un totale 1.600 morti. Che diventano 1.889 se si comincia a contare dall'inizio dell'anno. Sono i migranti che hanno perso la vita nel Mediterraneo nel tentativo disperato di arrivare in Europa. ...
Non c'è spazio per i vivi e nemmeno per i morti: alle nove di sera ancora non si sa dove e quando andranno sepolti i diciotto cadaveri. Per adesso restano nelle celle frigorifere di questa struttura della Protezione civile trasformata in ospedale da campo e in obitorio. E stata chiesta ai sindaci della zona la disponibilità nei cimiteri, loro stanno facendo i censimenti, per contare lo spazio libero, nelle prossime daranno una risposta e forse si vedrà. A ciascuno i propri morti. ...

facebook