L'altra faccia di Piazza Tahrir. Quella sporca, impresentabile. La faccia della violenza contro le donne. Venerdì scorso, durante una manifestazione, una donna è stata aggredita e ferita ai genitali con un'arma da taglio. Non è stata l'unica a essere attaccata in questo modo. ...

Un corpo unico che si ribella alla violenza

  • Sabato, 02 Febbraio 2013 09:45 ,
  • Pubblicato in ZeroViolenza
Valentina Faraone, Zeroviolenzadonne
2 febbraio 2013

Notte insonne, un grande mal di stomaco e un cerchio alla testa che mi accompagna da ieri sera. Ecco il magro bottino di una giornata calda e temperata trascorsa seduta per terra nel piazzale del tribunale de L'Aquila. Giovedì era il giorno della sentenza del processo per stupro e tentato omicidio a carico di Francesco Tuccia.

La Stampa
01 02 2013

Il racconto della giornalista del Cairo «Erano quindici, li sentivo e urlavo». Lo studio del Centro per i diritti umani e dell’Unfpa: l’83 per cento delle donne ha subìto violenza.

L’Egitto è di nuovo nella tempesta dopo gli scontri tra manifestanti, polizia, tifosi e sostenitori dei partiti islamisti al potere che ormai da una settimana continuano a uccidere al Cairo, Suez, Port Said. Ieri il presidente Morsi è rientrato in anticipo dalla visita in Germania proprio per seguire da vicino gli sviluppi della crisi mentre Fitch declassava i bond e oltre mille agenti delle forze di sicurezza si rifiutavano di andare in strada per la carenza di equipaggiamento. E’ proprio questo ultimo punto quello da cui comincia la nostra triste storia, la mancanza di sicurezza che da mesi ormai rende le piazze egiziane l’estrema speranza dei rivoluzionari ma anche l’avamposto di una violenza cieca, animale, irrazionale, il regno nero dove si sfoga una società troppo a lungo repressa che approfitta dell’anarchia per rovesciarsi e travolgere tutto come nella Peste di Camus.

Ieri pomeriggio abbiamo chiamato al telefono una nostra amica, una giornalista del Cairo, esperta, seria, una professionista quarantenne che ha seguito la storia contemporanea del paese dalla caduta di Mubarak a oggi raccontando cosa accadeva in tv e sui giornali ma anche partecipandovi in prima persona come cittadina orgogliosa della scossa inaspettata dei propri coetanei. Non la sentivamo da qualche settimana ma eravamo certi che venerdì scorso, secondo anniversario della rivoluzione, fosse andata in piazza Tahrir, per lavoro e per passione. C’era andata, infatti. Da sola, come sempre, come in questi mesi ha fatto mille volte chi scrive. C’era andata contando d’incontrare amici e colleghi ma anche sfidando un po’ le notizie delle ripetute molestie sessuali ai danni delle donne di Tahrir perché, pur essendo consapevole del problema ormai quasi epidemico, voleva dire a chi guardava la tv dai salotti di mezzo mondo che l’Egitto è anche altro, che c’è gente come lei, donne laiche e donne velate, uomini, ragazzi, anziani, cittadini che stanno guadando la difficile transizione egiziana come possono, con ingenuità ma anche con coraggio, tenendo testa alla sfiducia del mondo esterno ma anche e soprattutto ai propri ferocissimi demoni.

“Sono stata molestata sessualmente, tanto...” ci ha detto con la voce incerta. Come, dove, quando? Panico. “A Tahrir, saranno stati una quindicina, hanno fatto tutto... è durato 40 minuti, li sentivo ovunque e urlavo ma pur avendo intorno centinaia di migliaia di persone nessuno mi sentiva perchè la tattica del branco è quella di fare un piccolo cerchio intorno a te che protegge chi ti sta addosso”. Parlava piano, non piangeva diversamente da chi la stava ascoltando senza fiato: “Pensavo di morire, i vestiti erano stati strappati, poi qualcuno mi ha aiutato, non so chi, mi sono ritrovata in ambulanza e poi in ospedale, mi hanno tenuto lì, ho ancora le ferite, il corpo testimone di venerdì... ero andata per manifestare, era un giorno importante...”. Cosa fa in questi casi chi ascolta? Lacrime, e poi? E’ lei che soffre, è la speranza dei giovani di Tahrir, sono le donne, è la Storia nel suo compiersi spietato ma alla fine adesso è lei, unicamente lei, fragile e fortissima, sola come venerdì, determinata a ricordare perchè quell’abominio esista e nessuno domani possa evocare una fantomatica leggenda inventata da agenti stranieri ai danni dei rispettosissimi uomini egiziani.

La nostra amica ha deciso di denunciare l’accaduto. In seguito ha saputo che venerdì in Tahrir ci sono state altre 19 aggressioni ai danni di giovani donne, alcune violenze sessuali vere e proprie e altre sevizie e molestie interrotte in extremis da qualche coraggioso temerario. Molte delle vittime non vogliono parlare, hanno paura ma soprattutto vergogna. Lei no, forte del sostegno del suo meraviglioso consorte ha denunciato immediatamente e ora sta lavorando con alcune Ong che si occupano di molestie contro le donne non perché pensi di fare arrestare i colpevoli ma per rompere il tabu, per raccontare al paese e ai giornali cosa le è accaduto nella piazza simbolo della rivoluzione, per dire ai suoi connazionali il marcio che cova nelle loro pance ma anche la responsabilità di chi tace.
Un paio di settimane fa uno studio del Centro egiziano per i diritti umani e dell’Unfpa ha rivelato che il Cairo è la capitale araba delle molestie sessuali, dove quasi la metà delle donne dichiara di subire quotidianamente molestie sessuali e l’83% lo ha sperimentato almeno una volta nella vita. Il fenomeno si è aggravato negli ultimi tre decenni ma dopo la rivoluzione del 25 gennaio 2011 è diventato un’epidemia. Difficile sostenere che gli uomini egiziani siano diventati improvvisamente bestie ma è vero che l’anarchia e la mancanza di sicurezza della lunga fase di transizione miste alla repressione sessuale di un paese dove si scopre il sesso con il matrimonio e, causa disoccupazione, l’età delle nozze si è spostata parecchio, hanno creato una miscela esplosiva.
C’è di buono che le donne denunciano di più, urlano, mettono in piazza le loro storie in una società conservatrice che getta su di loro lo scandalo dello stupro, forniscono senza paura dettagli e testimonianze forse anche incoraggiate dalla storia della celebre giornalista della Cbs Lara Logan che due mesi dopo la cacciata di Mubarak decise di raccontare di essere stata violentata da una quindicina di uomini in piazza Tahrir, quella notte leggendaria della Storia in divenire, l’11 febbraio 2011. Da allora le donne egiziane si sono strette intorno all’associazione HarrassMap , un gruppo di volontarie che monitorano le molestie sessuali, le denunciano, pattugliano le piazze finendo spesso molestate e violentate a loro volta. Mentre scriviamo la mappa in continuo aggiornamento sul sito indica 51 casi al Alessandria, 9 a Assiut, 776 al Cairo.
La nostra amica ha appena inziato un ciclo con lo psicologo, ricordare significa piangere, gridare, sentire tutto di nuovo. Ripete che il suo paese è anche altro ma è ora che si guardi dentro, in fondo, nelle viscere dove si alimentano gli istinti più bassi. La democrazia non è solo fondare un partito, votare, invocare riforme: ma il suo coraggio, il coraggio della nostra amica è la speranza, l’emblema, il seme della democrazia.

FRANCESCA PACI

#laquila #ciriguardatutte: con Rosa, contro lo stupro!

  • Venerdì, 01 Febbraio 2013 09:53 ,
  • Pubblicato in Flash news
Femminismo a Sud
01 02 2013

Il presidio di ieri che si è tenuto a sostegno della ragazza che ha subito lo stupro a Pizzoli è stato seguito anche via Twitter con aggiornamenti che ci hanno detto che:

Tuccia, il militare che avrebbe dovuto rendere più sicure le strade dell’Aquila, è stato condannato per stupro a 8 anni ed al risarcimento di 50mila euro. Non e’ stato riconosciuto il tentato omicidio. [GUARDA Il VIDEO con la Sentenza e il commento]

Alcuni quotidiani descrivono la preoccupazione e lo stato d’animo di Tuccia. Non una parola sullo stato d’animo o sulle condizioni di salute di una ragazza, chiamata nel web Rosa, che è rimasta lì insanguinata, nel ghiaccio, dopo essere stata stuprata, rischiando di morire.

L’avvocato del ragazzo dichiarava, nel corso della seduta, che il suo cliente era solo vittima di “cattiva propaganda mediatica”. Rigettava entrambe le accuse, di stupro e di tentato omicidio, mentre il pm chiedeva una condanna a 14 anni.

Infine è stato condannato. In questa condanna, in primo grado, c’è la denuncia di questa ragazza, la lotta delle compagne che sono andate lì ad ogni singola puntata del processo, il sostegno affettuoso, a distanza, di tante persone.

Per quello che mi riguarda, con tanta solidarietà per Rosa, il punto non è che si debba celebrare una festa per l’avvenuta condanna, ancora, appunto, in primo grado, ma che almeno si sia affermata, dal punto di vista giuridico una verità che in ogni caso non toglierà dalla mente di alcune persone l’idea che Rosa se la sia andata a cercare e che si tratti di una cosa falsa.
 
Cultura dello stupro è quella cosa che non ti permette, a te che sei scettic@, di andare oltre i tuoi pregiudizi e le tue convinzioni e che non ti fa provare minimamente empatia nei confronti di una ragazza abusata in questo modo. Perché a me dispiace che questo ragazzo, se finirà così, faccia la galera. Mi dispiace che lui abbia scelto di rovinarsi la vita, perché l’ha scelto e l’assunzione di responsabilità per le scelte che si fanno è una cosa fondamentale da esigere quando si ha a che fare con persone adulte. Diversamente ci troviamo di fronte a infanti da compatire i cui raptus abusanti dovrebbero essere archiviati nel capitolo delle biricchinate e delle monellerie.

Ma a me, ripeto, quello che succede a questo ragazzo, alla sua famiglia, alle persone che gli vogliono bene, dispiace. A persone sessiste e misogine, invece, di quello che è successo a lei non dispiace affatto. Alla società sessista quello che succede a lei non dispiace.

Cosa buona, se e quando si vorranno prevenire le violenze, sarà quella di dispiacersi obiettivamente, senza negare alcunché, di tutte le persone coinvolte, distinguendo tra vittime che subiscono abusi e chi li infligge. Ci dispiaciamo per tutti/e e così si ragiona sul modo che serve affinché non avvenga più. Mai più.

Grazie alle donne che nei modi e le forme, che si condividano o meno, autodeterminate, hanno presenziato e alle donne che hanno sostenuto questa battaglia senza delegarla a tutori di nessun tipo. Perché questo militare era un “tutore” e dei tutori, noi, a ragione, non ci fidiamo.

She said she was raped in August by five members of the government's security services who forced her at gunpoint into an abandoned school and then took turns assaulting her. ...

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