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Lo stupro e la rete di sicurezza

  • Giovedì, 06 Novembre 2014 12:46 ,
  • Pubblicato in Flash news

Abbatto i muri
06 11 2014

Mi fermano durante una manifestazione. Sono in quattro. Due mi tengono ferma e gli altri due simulano una perquisizione. Infilano le mani dappertutto. Le sento tagliare la mia pelle, come vetro, come lame. Dita che rovistano tra le mie cosce, per motivi di sicurezza. Loro sono quelli che dovrebbero garantirla anche alle persone come me. Mi arriva un pugno in bocca. Provo a lamentarmi per il fastidio e il più alto in grado mi tira i capelli e dice che devo smetterla di emettere suoni. Non vuole sentire neppure un fiato. Muta, sanguinante, violata, mentre il biondo con gli occhi chiari abbandona la “festa” e gli altri tre continuano a tastarmi, visibilmente eccitati. Gli occhi da matti, si incitano a vicenda, il capo li galvanizza. Io sono una pericolosa terrorista, una sovversiva, anche se stavo solo urlando il mio dissenso per le strade. Sento uno strofinio sul gluteo. Uno ha preso in prestito un manganello per simulare una penetrazione. Dura un tempo infinito. Sono esausta. Il labbro sanguinante. Chiudo gli occhi e crollo sul pavimento gelido. Mi lasciano andare all’alba con una denuncia per resistenza a pubblico ufficiale. Trovo fuori alcuni amici che interrogano con lo sguardo tutte le mie ferite. Mi chiamo Carolina e ho appena subito uno stupro.

“Mi hanno perfino bucato l’ano” – dico seria alla mia amica. “Se lo scordano che io resto in silenzio. Racconterò tutto.”. Registro un video messaggio per il sito del movimento. Racconto com’è andata. Sono arrabbiata. Il video viene condiviso ovunque. I quattro guardiani annunciano denuncia per calunnia. La mia parola contro la loro. Non importa. Posso anche perdere in tribunale ma sono pronta a tutto pur di fare circolare la verità. Il mondo deve sapere di questi abusi e in ogni caso che altro può accadermi di peggio? L’avvocato mi conforta e mi dice che comunque, anche se perdo, non andrò in galera. Non per il momento, almeno. L’unico rischio è che la mia condanna sia acquistata dalla rete di sicurezza privata e che mi rinchiudano a lavorare nel centro di rieducazione di quell’altra gente.

La rete di sicurezza è nata, pensate un po’, per difendere le donne. I tagli del governo hanno lasciato le guardie cittadine senza risorse e quando si sono formati i nuclei armati di difesa delle città lo Stato li ha riconosciuti in tutti i sensi. Girano armati a tutte le ore, ti perquisiscono anche per uno starnuto e hanno dei problemi a contenere l’aggressività quando incontrano gente straniera, donne sole o ragazzi che hanno bevuto, di ritorno da una festa.

Una mia amica è stata fermata da uno di questi gruppi, una sera che stava rientrando a casa dopo una riunione con delle colleghe. Le hanno rivolto mille domande. Perchè esci sola a quest’ora, così rendi difficile il nostro lavoro, ci obblighi a scortarti, lo sai che in giro ci sono dei brutti elementi? E mentre uno la intimidiva l’altro le guardava la scollatura e le chiedeva i documenti. Si appuntava il luogo in cui lei viveva e poi chiedeva anche il numero di telefono. Fermare ragazze per abbordarle “legalmente” è uno degli effetti collaterali della militarizzazione della città. Il ministro dice che le “mele marce” sono dappertutto e bisogna farci i conti, invece il movimento antifascista chiede che le truppe si ritirino e che lascino in pace il mondo intero.

Sono le 10 del mattina e ricevo una telefonata dal mio avvocato. Mi dice che la rete di sicurezza ha comprato il pacchetto completo. Verranno a prelevarmi nel pomeriggio. Ed è così che dopo qualche ora mi ritrovo rinchiusa in un posto in cui mi insegnano come ci si comporta se sei una ragazza. Rispettosa dell’autorità e soprattutto vittimista e sempre lì a richiedere tutela. Il motto della rete è “noi ti tuteliamo, esistiamo per salvarti”. Io sono una delle donne che hanno deciso di “salvare”. Sarò mansueta, priva di capacità e intraprendenza nel richiedere diritti e sarò uno dei tanti elementi passivi della società.
Mi trovo dentro una cella con la testa tra le mani. Siedo su un vecchio materasso. La finestrella mi ricorda che fuori fa buio. Trovo che il pavimento sia più pulito del materasso. Poggio il viso sulle mani, chiudo gli occhi. Mi addormento.

Ps: questa è una storia di pura invenzione. Ogni riferimento a cose, fatti e persone è puramente casuale.

La 27 Ora
30 10 2014

La solidarietà passa anche attraverso gesti eclatanti come, ad esempio, portare sulle spalle un materasso passeggiando nei campus universitari. E mercoledì gli studenti di decine di università americane hanno deciso di partecipare alla giornata di sensibilizzazione contro le violenze negli atenei, indetta dalle associazioni studentesche, e imitando la protesta di Emma Sulkovicz.

Da settembre la studentessa della Columbia University a New York porta sulle spalle il materasso sul quale anni prima è stata violentata da un compagno di corso, il primo giorno di università del secondo anno. All’inizio è stata in silenzio, poi quando altre compagne di corso le hanno raccontato di essere state stuprate dallo stesso ragazzo, ha deciso di rivolgersi alle autorità universitarie, ha raccontato il New York Times e il Time. Ma è stato tutto inutile. Così Emma e altre 23 ragazze hanno fatto causa a Columbia e inscenato una serie di proteste. Fino a questa ultima. “Non smetterò finché non verranno presi provvedimenti adeguati. Lui deve essere espulso”, ha detto. La sua è una “performance artistica” che farà parte della sua tesi. La ragazza studia arti applicate.

E il 29 ottobre decine di giovani hanno deciso di imitarla, postando le loro foto con l’hashatg #CarryTheWeight. Da Harvard a Budapest e Galles, passando per l’università del Texas, Brown, Rochester. “Quelle delle violenze nei campus è un problema che riguarda tutti gli atenei”, ripetono le studentesse.

A Columbia decine di ragazzi hanno portato i materassi con messaggi di solidarietà a tutte le vittime. Sulla scalinata principale dell’ateneo hanno fermato altri studenti chiedendo di firmare i materassi. Poi una marcia arrivata sotto casa del presidente Lee Bollinger. Infatti l’ateneo è stato accusato di voler coprire gli “stupratori” per non intaccare il prestigio di Columbia. Bollinger ha istituito una nuova commissione e servizi di ascolto come risposta alle proteste e ai numerosi articoli di giornale. “Il punto è che questi ragazzi devono essere allontanati. Non ci sentiamo più sicure”, spiega un’altra studentessa. Simili accuse sono state mosse a molti altri atenei, tanto da spingere la Casa Bianca a lanciare la campagna “It’s on us” e a creare una task force dedicata allo studio di questi drammatici casi, che ha prodotto in aprile un primo report e messo sotto indagine 55 campus.

Così, ancora una volta, gli studenti si sono organizzati. “Questo non è che l’inizio”, continuano. Ma il loro primo obiettivo era uno: “Dire a Emma che non è sola”, nonostante per anni lo sia stata. “Ha dovuto affrontare tutto in completa solitudine. Nessuno le ha creduto, questo non è accettabile”, spiega una ragazza con il megafono. Così tutte insieme porteranno il peso di quello che le è successo. “E nessuna vittima camminerà sola”.

Benedetta Argentieri

Il Fatto Quotidiano
23 10 2014

Intervista al vincitore del premio Sakharov 2014. Ha fondato il suo ospedale nel Kivu, nella parte orientale del Paese dove la guerriglia si abbatte anche sul corpo delle donne. "Arrivano ferite e traumatizzate. Per me non ha prezzo vederle guarite. Il mondo ci aiuti". La sua storia in un libro

Da vent’anni un conflitto insanguina l’est della Repubblica democratica del Congo. La guerra logora il Paese e lo stupro è utilizzato come un’arma da tutti gli schieramenti. Il corpo della donna si è trasformato in un nuovo, insanguinato, campo di battaglia: donne, anche giovanissime, pagano il prezzo più alto sulla propria pelle. “Muganga – La guerra del dottor Mukwege”, edito da Fandango, è il saggio della giornalista belga Colette Braeckman che racconta la storia di Denis Mukwege, il dottore – questo è il significato di ‘muganga’- che ha fondato e dirige l’ospedale Panzi Hospital nel Kivu Sud, il ginecologo che da oltre quindici anni, “cuce e ripara” le donne. E che è stato insignito del premio Sacharov, oltre ad avere ricevuto molti altri riconoscimenti, tra cui il Premio Internazionale Primo Levi e ad essere stato candidato al Nobel per la Pace.

Ascolta le storie delle sue pazienti, quando può prega, s’indigna ma non si rassegna. Al Festival Internazionale di Ferrara il dottor Mukwege ha raccontato a ilfattoquotidiano.it che le donne che arrivano nel suo ospedale “sono estremamente traumatizzate, fisicamente violate e molto chiuse in se stesse. Il primo approccio perciò non può essere di un uomo. C’è sempre una donna che instaura una relazione esclusiva con la paziente. Dopo aver stabilito un rapporto di fiducia si procedere con il check medico: analisi per l’Hiv e controllo delle ferite”. Il primo obiettivo è curare e, se necessario, intervenire chirurgicamente.

Concluso il trattamento medico comincia quello che il dottore definisce il “lavoro difficile”, poiché nessuna ammetterà di avere un problema psicologico. “Sappiamo che c’è un trauma. Per questo l’ospedale si avvale dell’assistenza psicologica operativa. Possiamo stabilire quando una paziente è guarita fisicamente, ma non sappiamo quando potrà dirsi libera da traumi. Ricordo una donna che è stata violentata davanti a suo nipote piccolo. Di tutte le sofferenze patite quella era irreparabile”.

Nel corso degli anni il dottor Mukwege ha ricevuto diversi riconoscimenti per il suo lavoro, tra cui il premio dei Diritti umani dell’Onu. Nel 2012 è stato vittima di un agguato mentre tornava a casa, in pieno centro di Bukavu, in cui la sua guardia del corpo è rimasta uccisa. Grazie all’aiuto della gente del quartiere è riuscito a salvarsi e sfuggire dagli uomini che volevano rapirlo. Da allora la sua vita è cambiata irrimediabilmente: “Non vivo più a casa mia ma in ospedale, non mi muovo liberamente e quando devo uscire ho sempre la scorta. Mi sento come in prigione”.

Eppure la forza delle donne lo fa andare avanti. “Sono le donne che mi hanno sostenuto anche dopo l’attentato e che hanno fatto pressione in tutto il mondo perché io tornassi in Congo a lavorare nell’ospedale. Loro mi vogliono proteggere, insieme ai militari, combattono per i loro bambini, per la comunità, per le altre donne e anche per me. E’ così commovente. Da loro ho imparato a pensare agli altri. Quando riprendono conoscenza, dopo tutto quello che hanno subito, la prima domanda che fanno non è mai per se stesse, mai ‘che ne sarà del mio futuro?’, ma sempre ‘come stanno i miei bambini, i miei genitori o mio marito‘”. Loro non danno solo la vita, la proteggono“.

Nonostante l’orrore che segna la quotidianità di medico e pazienti, Muganga parla anche di sorrisi: “Dopo il trattamento della fistola”, la patologia più frequente tra le sue pazienti, “le donne tornano da me con un sorriso smagliante per dirmi che possono finalmente urinare da sole. Lo dicono sorridendo. Dicono che è come nascere di nuovo. Tutto questo per me non ha prezzo”. E infine il suo augurio: “Vorrei che il mondo ci aiutasse a combattere contro l’impunità, impunità non solo verso i balordi che stuprano ma soprattutto verso chi dà gli ordini di stuprare”.

Angela Cotticelli

Corriere della Sera
17 10 2014

E’ nato con una grave insufficienza respiratoria e sottopeso il bimbo della prostituta romena che ha denunciato di essere stata vittima di una feroce aggressione e di uno stupro di gruppo la notte del 15 luglio scorso, da parte di due parà americani di stanza alle caserme “Ederle” e “Del Din” di Vicenza.

In particolare di Gray Gerelle Lamarcus, 22 anni, e Edil McCough, 21, - quest’ultimo già con un precedente specifico – che sono agli arresti domiciliari da fine luglio, accusati di violenza sessuale di gruppo, furto aggravato e lesioni.

A favore del neonato, ricoverato da oltre dieci giorni nel reparto di terapia intensiva neonatale dell’ospedale di Vicenza, è stato anche aperto un conto corrente postale: lo scopo è quello di raccogliere fondi per le sue necessità.

Ora sarà da chiarire se le sue condizioni possano in qualche modo essere connesse con il pestaggio e gli abusi che avrebbe subito la mamma tre mesi prima.

La Stampa
17 10 2014

Il casermone di edilizia popolare a Parco Verde di Caivano non è unicamente teatro di potenziali stupratori e assassini.

A renderlo un palazzo degli orrori non ci sono solo la violenza sessuale e l'omicidio della piccola Fortuna Loffredo ("abusi sessuali cronici", recita l'autopsia), la morte misteriosa del piccolo Antonio Giglio e il terribile sospetto di almeno un'altra bambina abusata. ...

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