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L'Ilva e la paura di Taranto: i soldi non bastano

  • Giovedì, 23 Aprile 2015 10:21 ,
  • Pubblicato in L'ESPRESSO

l'Espresso
23 04 2015

Dentro, un pensionato Ilva sorseggia un caffè circondato da foto e bandiere del Taranto Calcio, che domenica 12 aprile ha battuto il Potenza nella sfida al vertice del campionato di serie D. Fuori, in cortile, tre giovani si affaccendano intorno al generatore che servirà per dare energia alle casse del Primo Maggio, il mega-evento che dal 2013 raduna decine di migliaia di persone nel parco archeologico di Taranto. Il concertone - che quest’anno vedrà sul palco per la prima volta i Marlene Kuntz e Nina Zilli - è organizzato dal Ccllp, il “Comitato cittadini e lavoratori liberi e pensanti” della città jonica, che con i supporter della squadra rossoblù condivide i locali di un edificio nel quartiere Solito-Corvisea. Il Ccllp è la più nota delle associazioni locali schierate sul fronte anti-Ilva. E il suo portavoce, Cataldo Ranieri, operaio della fabbrica, riassume così il pensiero dei compagni: «Se cade Taranto cade l’Italia. Questa città s’è immolata per la nazione e ha ricevuto zero».

L’Ilva e il suo indotto valevano, quando l’impianto siderurgico marciava a regime, il 70 per cento del Pil provinciale. La fabbrica ha segnato la storia della città e seguita a farlo, anche se gli oltre 20 mila addetti del 1980 sono scesi sotto le 12 mila unità. L’Ilva è la più rischiosa delle scommesse di Matteo Renzi: il premier ha promesso che la farà ripartire e che il Mezzogiorno non perderà uno dei suoi ultimi baluardi industriali. Ma il futuro è appeso a un filo.

Taranto e l'Ilva, una città in attesa
Come a Taranto sanno benissimo: essere dipendenti Ilva - traguardo ambito da quasi tutti, per lunghi anni - non basta nemmeno per farsi concedere un piccolo prestito. Alessio, 33 anni, fa il macchinista nell’impianto dal 2004. Lo incontriamo a Talsano, quartiere dormitorio a una decina di chilometri dalla fabbrica. Di fronte all’ufficio dell’Usb (il sindacato che ha scavalcato a sinistra la Fiom e l’ha scalzata dal terzo posto per numero di voti in fabbrica) un gruppetto di ragazzi tira calci al pallone e fuma sigarette rollate a mano. Alessio, sposato e padre di un figlio, racconta: «Nel 2011 ho comprato un appartamento a San Vito, in riva al mare. La banca mi ha dato il mutuo senza problemi. L’anno scorso ho chiesto 3.500 euro per un’auto usata e mi hanno detto che avevo bisogno di un garante». La porta in faccia se l’è beccata pure un dirigente del gruppo. Mentre viaggiamo su un pullmino all’interno dello stabilimento, affiancati al treno della laminazione, con la bramma incandescente che scivola sui rulli del trasportatore, il manager racconta che pochi mesi fa voleva un mutuo per comprar casa ma gli hanno risposto picche: la banca era «preoccupata del futuro della fabbrica». Il prestito alla fine l’ha avuto la moglie: il suo impiego nel settore pubblico è stato considerato più sicuro.

I CINESI FUGGONO DAL PORTO
Ilva, raffineria Eni, porto e cementificio del gruppo Caltagirone. Erano le quattro ruote della macchina industriale tarantina, una delle più ricche del Sud. Ora, a parte la raffineria, le altre hanno le gomme a terra. E fanno sbandare tutto. «La città ha preso atto della crisi quando ha visto i negozi chiudere a raffica. È sempre più facile incontrare per strada gli accattoni, che non c’erano mai stati», dice Vincenzo Cesareo, presidente della locale Confindustria. E Mario, sorridente caposala della Trattoria del Pescatore di piazza Fontana, a due passi dal ponte girevole che collega la città vecchia con la parte moderna, rimpiange il tempo che fu. «Dirigenti, impiegati, fornitori, camionisti: i ristoranti della zona erano belli pieni quando c’era tutto quel via vai. Adesso tanti sono spariti».

Fuori gironzola un gran numero di cani randagi, mentre un uomo chiede «qualcosa per guardare la macchina». Non è l’unico, a saltar fuori da un angolo quando vede avvicinarsi qualcuno. Il centro storico nasconde rovine greche che farebbero gola ai turisti di mezzo mondo, ma è il degrado a balzare agli occhi. Saracinesche abbassate in pieno pomeriggio si notano pure nella centralissima via Di Palma, prosecuzione di via D’Aquino, l’elegante strada dello struscio. Da quando nel 2012 il tribunale cittadino ha imposto il sequestro degli impianti Ilva, tutto è cambiato. La fabbrica ha sempre continuato a produrre e gli stipendi sono stati pagati. Ma un terzo dei dipendenti sta a casa a turno e nell’indotto hanno perso il posto in migliaia. Molti fornitori sono falliti. In zona l’Ilva ha debiti per 200 milioni, su un totale di 1,5 miliardi: tanta roba, per un’azienda che dice di perdere 20 milioni al mese.

Anche al porto la preoccupazione è palpabile. «I lavori per rifare la banchina, dragare il fondale, la diga foranea e bonificare il terminal sono previsti da anni. I soldi sono stati stanziati ma tutto s’inceppa per contenziosi e ricorsi al Tar. I miei manager, che non parlano italiano, sono isterici: ogni volta che li incontro, mi dicono «What a fucking country is this?”, e hanno ragione», dice Carmelo Sasso, segretario della Uil Trasporti e dipendente di Tct, Taranto Container Terminal, di proprietà dei cinesi di Hutchison Whampoa e dei taiwanesi di Evergreen. La società ha spostato tutta l’attività al Pireo, in Grecia, e i 547 lavoratori sono in cassa integrazione a zero ore. Piero Prete è uno di questi. Tira avanti da tre anni con 745 euro, con moglie e due figli da mantenere: «Ho la casa di proprietà ma tra Tasi, Imu e altre spese non riesco ad arrivare a fine mese. Vado avanti grazie all’aiuto dei genitori. Spero che il ministro Delrio riesca a convincere Tct a restare qui, anche perché lo sviluppo del porto può essere un’alternativa». Ha pensato a emigrare, Prete: «Ma ho 40 anni, chi mi assume, con la terza media?».

"FACCIAMONE UN MUSEO"
Anche sull’Ilva, in città, il dibattito è tutto concentrato su cosa fare adesso. Di mezzo c’è la salute dei cittadini. Lo ha certificato più volte anche l’istituto superiore di sanità, secondo cui nella città dei due mari è molto più facile ammalarsi rispetto al resto d’italia. Basti dire che, nell’ultimo rapporto pubblicato a luglio, la mortalità infantile è maggiore del 21 per cento rispetto alla media regionale. Il comitato lavoratori liberi e pensanti teorizza una soluzione radicale: chiudere tutto, bonificare il sito e riconvertire l’economia puntando su turismo, agricoltura e sul porto. La pensa così anche la candidata del movimento 5 stelle alla presidenza della regione puglia, antonella laricchia, studentessa d’architettura fuori corso, che il 31 maggio sfiderà il litigioso centrodestra e la corazzata di michele emiliano del pd, ex magistrato e già sindaco di bari. Laricchia ha un’idea spiazzante per il dopo ilva: «su quell’enorme terreno, dopo la bonifica, si potrebbe fare un museo. La gente potrebbe visitarlo come fa per gli ex campi di concentramento nazisti, per rendersi conto dei disastri dell’industrializzazione selvaggia».

In via Bettolo, nella sede dei tre storici sindacati metalmeccanici, non la pensano così. Al primo piano c’è la Fim. Per il segretario Mimmo Panarelli, «il terremoto è alle spalle, dopo aver perso tempo per un anno ora confidiamo che i nuovi commissari facciano sul serio, rilanciando una società che sul mercato ha perso terreno. E comunque l’amministrazione straordinaria deve essere di breve durata». Panarelli considera ineludibile l’adempimento di tutte le prescrizioni ambientali e srotola con un certo entusiasmo una piantina con il rendering dei due grandi capannoni che copriranno i parchi minerali. «Per noi sono l’opera più importante, per far capire anche agli sfortunati abitanti di Tamburi che si sta voltando pagina sul serio». Il segretario Fim crede che la stragrande maggioranza dei cittadini «non voglia affatto chiudere l’Ilva, come ha dimostrato il referendum del 2013, quando andò a votare il 19 per cento degli aventi diritto, e solo il 9 per cento nel rione Tamburi, il più colpito dall’inquinamento».

Sull’atteggiamento dei tarantini è più crudo Antonio Talò, che al terzo piano dello stesso palazzotto guida la Uilm, l’organizzazione che ha vinto le elezioni del 2013 per la Rsu: «Sa che dicono in città? Glielo dico in dialetto: “Che me ne futte a me”? C’è distacco. La borghesia se ne sta a casa, la Confindustria non è mai stata all’altezza e la politica è rimasta in un angolo senza prendersi responsabilità». Talò non è ottimista: «Siamo nel periodo peggiore dell’Ilva, servono tanti soldi per far tornare in carreggiata la società e ho forti dubbi sui nuovi manager. Il direttore generale, Massimo Rosini, viene dagli elettrodomestici bianchi e s’è portato altri dirigenti di quel settore. Spero di sbagliarmi, ma avrei preferito un esperto di acciaio».

Fondamentale per una città che conta 192 mila abitanti (erano 242 mila qualche anno fa), il più grande impianto siderurgico d’Europa, che fino al 2008 produceva 9 milioni di tonnellate di acciaio l’anno, secondo parecchi osservatori è strategico per l’industria manifatturiera. «Sì, se non ci fosse l’Ilva il prezzo dei prodotti “piani” (che servono per costruire auto, lavatrici, lattine), aumenterebbe tra il 12 e il 20 per cento. Perché ci sarebbe meno acciaio disponibile e il settore manifatturiero italiano, ora indipendente, dipenderebbe dall’estero», sostiene Carlo Mapelli, professore di siderurgia al Politecnico di Milano. Negli ultimi 45 giorni, aggiunge il docente milanese, «c’è stato un boom dell’import dalla Cina: 250 mila tonnellate, pari a un terzo della produzione Ilva a regime nello stesso arco di tempo». E i prezzi, per i trasformatori dell’acciaio, sono immediatamente saliti.

«Nessuno è mai stato in grado di praticare prezzi competitivi come l’Ilva, che a Taranto ha una capacità produttiva enorme ed è la più efficiente d’Europa, quando funziona a regime. Ecco perché i concorrenti nord-europei sarebbero felici se chiudesse, soluzione che rappresenterebbe davvero una sconfitta per l’Italia. Confido tuttavia nel governo Renzi che, pur avendo perso sei mesi preziosi nel tentativo senza speranza di vendere l’Ilva, ora ci ha messo la faccia», sostiene Massimo Mucchetti, presidente della commissione Attività produttive del Senato.

"HO LE PALLE PER CHIUDERE TUTTO"
Per comprendere cosa significa il dibattito salute-lavoro, bisogna superare i cancelli di un parco che di romantico non ha nulla. Il “parco minerali” è una distesa gibbosa grande come 53 campi di calcio, le cui polveri hanno provocato lutti e rovinato la salute a tanti abitanti dei rioni vicini, tamburi e paolo vi. Appena ci saranno i soldi, dovrebbe essere chiuso in due immensi capannoni. Li costruirà la friulana cimolai, la stessa che ha realizzato il sarcofago della centrale nucleare di chernobyl, e costeranno 250 milioni. Un’opera mastodontica, che coprirà le otto collinette di carbone e minerale di ferro, cioè la materia prima che alimenta i cinque altoforni (di cui tre oggi spenti). Secondo l’ilva e i sindacati, la copertura è il punto fondamentale delle 94 “prescrizioni” dell’aia, l’autorizzazione integrata ambientale, gli obblighi che il governo ha imposto per adeguarsi agli standard europei sull’inquinamento.

Misure da completare entro agosto 2016, pena la chiusura. Invita alla cautela, però, michele emiliano, candidato governatore. Secondo lui rispettare l’aia non basta: «le stime fatte dall’arpa regionale dicono che i rischi sanitari non saranno azzerati, e se sarà così io non potrò che battermi per chiudere l’ilva, ho le palle per farlo. Se invece questi rischi verranno azzerati, appoggerò il piano del governo».

Il piano di cui parla Emiliano è quello affidato ai tre uomini chiamati a gestire l’amministrazione straordinaria. Piero Gnudi, Enrico Laghi e Corrado Carrubba hanno il compito di risanare l’azienda, creando una nuova società da capitalizare attraverso l’intervento di soggetti privati, tipo i fondi specializzati in risanamenti. Per poi venderla in blocco o quotarla in Borsa. Missione difficile, il cui fallimento vorrebbe dire la morte del più grande produttore d’acciaio italiano. I commissari puntano a riportare in pareggio il bilancio entro due anni, obiettivo raggiungibile solo se riusciranno a produrre 8 milioni di tonnellate l’anno, il doppio di oggi.

Tra risanamento ambientale, ammodernamento e gestione ordinaria, dicono di aver bisogno di 2,5 miliardi (ma per Mapelli e i sindacati sarebbero molti di più). E stimano in 1,2 miliardi i quattrini necessari per rispettare le sole norme ambientali. La cifra equivale al tesoro accumulato in Svizzera dalla famiglia Riva e messo sotto sequestro. Soldi che potrebbero finire nelle mani dei commissari tra poco, se così deciderà il tribunale di Milano. Per completare il risanamento e riportare la produzione in alto, i quattrini dei Riva non bastano. E neppure i 400 milioni di prestito obbligazionario che il governo farà stanziare dalla Cassa depositi e prestiti, magari col contributo delle banche.

La vera svolta può arrivare solo con i soldi degli investitori privati. Come i fondi specializzati, che prendono in affitto un gruppo, lo rimettono in sesto e poi lo mettono sul mercato. Strada lunga e piena di insidie, che passa per il riavvio di due altoforni, i possibili contenziosi con l’Ue per aiuti di Stato, il mercato dell’acciaio invaso dai cinesi, le incognite politiche. Intanto, dentro, pure le piccole cose sono difficili. «Mi occupo di manutenzione della mensa e sto chiedendo invano delle guarnizioni da pochi centesimi», dice Giuseppe, che sta con l’Usb e all’Ilva c’è entrato da raccomandato come quasi tutti, sostiene sorseggiando un cocktail al “Sud-Food and Music”, locale trendy del Borgo. Vive coi genitori e di tornare a lavorare al Nord, come fece da giovane, non ha intenzione: «Perché qua, dopo tutto, si sta troppo bene». Intanto il dj ha messo su i Deep Purple, “Smoke on the water”. Fumo sull’acqua. Un’istantanea di Taranto, con i due mari e le sue ciminiere.

Maurizio Maggi, Gloria Riva e Stefano Vergine

I veleni di Taranto e chi non vuole vederli

Micromega
09 02 2015

“Sull’inquinamento dell’aria a Taranto false accuse a Legambiente”. Con una lettera a MicroMega, che pubblichiamo, l’associazione ambientalista replica all’articolo “Ilva, un pauroso finale” di Antonia Battaglia. Che risponde qui con dati che evidenziano la non correttezza dell'informazione fornita da Legambiente nel rapporto “Mal’aria 2015”.

La lettera di Legambiente

Egregio Direttore,

abbiamo letto con stupore l’articolo “Ilva, un pauroso finale” di Antonia Battaglia pubblicato dalla vostra testata e vogliamo precisare quanto segue. Innanzitutto Legambiente non è vicina a nessun partito né tantomeno al governo di cui abbiamo denunciato più volte le malefatte, come quelle relative al recente decreto Sblocca Italia o messe in atto per fermare la rivoluzione energetica fondata su efficienza e rinnovabili, solo per fare due esempi.

È falso poi sostenere, come si fa nell’articolo, che nel nostro rapporto “Mal’aria 2015” ci sia scritto che l’aria della Taranto dell’Ilva sia tra le migliori d’Italia. Con questo nuovo rapporto Legambiente ha denunciato a livello nazionale ancora una volta, come fatto puntualmente negli ultimi 25 anni, il problema ancora irrisolto dell'inquinamento atmosferico in Italia. Troviamo francamente imbarazzante “confondere le mele con le pere”. Il rapporto infatti si concentra sulla qualità dell'aria nelle città capoluogo del Paese e sugli inquinanti (a partire dal pm10, le famigerate polveri sottili) emessi prevalentemente da fonti urbane quali il traffico o il riscaldamento domestico, non analizzando nello specifico gli altri veleni emessi invece dai camini industriali (evidente quindi che Taranto, così come le altre città che ospitano i grandi impianti produttivi rappresentano, come riportato anche testualmente nel rapporto, un caso a parte).

Del resto quello che pensiamo sull'Ilva e sullo smog che minaccia da decenni pesantemente la salute dei tarantini lo si può rilevare nei nostri numerosi rapporti pubblicati a partire dagli anni ‘80, nelle manifestazioni organizzate dalla nostra associazione (a partire da “Mal’aria industriale” del gennaio 2009, con migliaia di lenzuola anti smog appese sui balconi dai cittadini del rione Tamburi), nelle denunce presentate in Procura o nelle costituzioni di parte civile in sede processuale, oggi come nel passato.

Vittorio Cogliati Dezza, presidente nazionale Legambiente

La replica di Antonia Battaglia

In risposta alla lettera del Presidente Nazionale di Legambiente a MicroMega, relativa al mio ultimo articolo pubblicato su micromega.net il 3 febbraio 2015, nel quale sono svolte considerazioni sul Rapporto di Legambiente “Mal d’Aria 2015”, desidero approfondire alcuni punti fondamentali.

La classifica stilata da Legambiente evidenzia la pericolosità dell’aria in diversi capoluoghi italiani, ma Taranto non è tra di essi.

Le tabelle pubblicate a sostegno della classifica raccolgono dati del primo mese del 2015 e degli anni 2014, 2013 e 2012. Sono dati relativi alle polveri, nelle frazioni PM10 e PM2.5, al biossido di azoto (NO2), all’ozono (O3) e ad altri inquinanti emessi in atmosfera.

Secondo le tabelle sul PM10 e sul PM 2.5, Taranto non rientra in quei capoluoghi che hanno superato la soglia limite giornaliera di 50 microgrammi/metro cubo.

Il problema di fondo ignorato dalla classifica “Mal d’Aria” è che non ci si può basare sul calcolo del PM10 in maniera esclusivamente quantitativa.

Nel misurare le polveri, infatti, occorre contemporaneamente verificarne l’incidenza, così come ha fatto lo Studio Sentieri dell’Istituto Superiore di Sanità, il quale ha stimato che a Taranto ogni microgrammo di PM10 ha un pericolosità 2,2 volte superiore rispetto a quello di altre città, per via del concentrato di sostanze chimiche, derivanti dall’inquinamento industriale, che vi si poggia sopra.

Si legge, infatti, nello Studio Sentieri: "I risultati della mortalità evidenziano, nel complesso, un aumento di 0.69% del rischio di mortalità totale per incrementi di 10 microgrammi/m3 di PM10, effetto superiore a quello riscontrato nelle principali analisi pubblicate in Europa (0.33%), nel Nord America (0.29%) e nei precedenti studi italiani (Studio MISA su inquinamento atmosferico e salute, 0.31%)", pubblicato su “Epidemiologia&Prevenzione” di Settembre-Dicembre 2011, p.136.

Ad incrementi di PM10, corrispondono, a Taranto, effetti sanitari in termini di mortalità più che doppi rispetto a quelli di altre città. A Taranto la media del 2014 di PM10 è di 30 microgrammi a metro cubo. Il limite, calcolato come media annuale, è 40 (il limite è 50 solo come soglia limite giornaliera ma su base annua è 40). Se si moltiplica 30 per 2,2 viene 66 microgrammi/m3, ben oltre il limite di legge!

Paragonare il PM10 di città diverse come se avesse un uguale potere tossico è un raffronto troppo sommario.

Quello che è pericoloso nelle polveri non è il loro peso, ma è la superficie che offrono agli inquinanti di cui sono vettori. E polveri molto fini (che pesano poco) offrono maggiore superficie rispetto a polveri meno fini (che pesano di più). Ciò che poggia sulle polveri sono le sostanze cancerogene e neurotossiche. A parità di concentrazione di polveri si possono avere differenti concentrazioni di sostanze tossiche, cancerogene e mutagene. Pertanto a concentrazioni elevate di polveri potrebbero corrispondere concentrazioni non elevate di sostanze neurotossiche, cancerogene, mutagene. Viceversa, a concentrazioni non elevate di polveri potrebbero corrispondere concentrazioni molto elevate delle stesse sostanze. Quindi, ciò che fa la differenza non è il peso delle polveri (metodo utilizzato da Legambiente per stilare la classifica di “Mal d’Aria”) ma la loro qualità.

Nel caso di Taranto, sulle polveri si poggia un’intera enciclopedia di sostanze tossiche. Secondo i dati del Registro europeo EPRTR esse sono: arsenico, cadmio, cromo, mercurio, nichel, piombo, zinco, diossine, idrocarburi policiclici aromatici, benzene, banadio, tallio, berillio, cobalto, policlorobifenili, solo per citarne alcuni.

L’effetto cumulativo e sinergico degli inquinanti produce conseguenze sanitarie che non sono assolutamente rappresentabili dalla classifica “Mal d’Aria”.

Taranto, secondo tale classifica, non avrebbe avuto alcuno sforamento nei livelli di ozono. I rilievi effettuati da Arpa Puglia, invece, sempre per lo stesso periodo di osservazione di Legambiente, 2013, evidenziano ben 59 sforamenti a Taranto-Talsano, 12 a Taranto-Statte (e poi 73 a Grottaglie e 77 a Massafra per un totale di 284 per tutta la provincia di Taranto). La cifra 0 risulta non veritiera.

L’effetto di un’informazione non corretta sulla qualità dell’aria, indotta dal rapporto Legambiente, ha portato il Sole 24 Ore a scrivere: "Aria fra le migliori d'Italia nella Taranto dell'Ilva", e che "L'aria più sporca d'Italia viene respirata non dove dicono le cronache delle Procure e l'immaginazione dei comitati nimby più attivi".

Per quanto riguarda la vicinanza di Legambiente al Governo, non è affatto trascurabile il fatto che il suo Presidente Onorario sia uno dei massimi esponenti del Partito Democratico, attualmente Presidente della Commissione Ambiente, Territorio e Lavori Pubblici della Camera.

Sarebbero ben felici i bambini di Taranto di giocare nella “Bell’Aria” priva di diossine, PM10, PM2.5, ozono, idrocarburi policiclici aromatici. Eviterebbero di avere il 54% in più di tumori rispetto alla media regionale (Studio Sentieri).

Antonia Battaglia

Ilva, i venditori di fumo

Huffington Post
15 01 2015

Sull'Ilva di Taranto è difficile, e forse anche inutile, fare una classifica delle responsabilità. Ognuno ha le sue colpe - industriali, Governo, media, sindacati, magistratura, associazioni ambientaliste - e nessuno, neanche noi cittadini, può sentirsi del tutto innocente. Però, se devo individuare il soggetto che ha più colpa, almeno da un punto di vista etico, dico il Governo, che prima, ai tempi dell'Italsider pubblico, ha inquinato e ucciso - mi riferisco anche agli incidenti sul lavoro - più di quanto non abbia fatto il privato successivamente, e poi non ha controllato che i Riva rispettassero le regole. Anzi, ha a più riprese scritto delle regole su misura per loro.

A dichiaralo sul mio blog Tipitosti.it è Giuliano Pavone, giornalista, nato a Taranto nel '70, autore del libro Venditori di Fumo, Barney edizioni, che aggiunge: "Gli imprenditori per loro natura ricercano il massimo profitto. Uno Stato dovrebbe fare in modo che i profitti non vengano fatti sulla pelle dei cittadini".

L'espressione "vendere fumo" viene usata da due componenti della famiglia Riva in una conversazione telefonica intercettata. Si allude al fumo vero, cioè all'inquinamento, e a quello metaforico, la disinformazione, la connivenza che ha consentito si propagasse.

Quasi trecento pagine, che sono insieme un romanzo e un saggio, in cui l'autore afferma che l'affaire Ilva è soprattutto una perdurante emergenza sanitaria e ambientale, a cui si deve guardare superando la dicotomia salute o lavoro.

Nel libro il giornalista attacca i tarantini, dicendo:
Dobbiamo farci un severo esame di coscienza per l'indifferenza e la passività con cui per lungo tempo abbiamo lasciato che tutto ciò accadesse, benché i problemi fossero ben noti da tempo. Il benessere economico, di cui la città ha goduto fino ai primi anni '80, è stato un buon anestetico, e successivamente il ricatto occupazionale ha avuto il suo peso per tenerci buoni. Ma credo una cosa: la morsa che ci ha immobilizzato per lungo tempo non è stata solo economica, ma anche culturale. Abbiamo vissuto a lungo in una mentalità secondo cui oltre l'acciaio non c'era e non poteva esserci nulla per Taranto.

Pavone prospetta una terza strada, ben lontana da quella intrapresa dagli ultimi governi coi vari decreti Salva-Ilva. Qualcosa, comunque, comincia a muoversi. A sentire lo scrittore, la parte più attiva della cittadinanza tarantina si è risvegliata dal sogno-incubo della monocultura industriale e lavora per la diversificazione. Il settore agroalimentare è molto forte già adesso. La logistica ( il porto), la riconversione verso un'industria di minore impatto o addirittura green, la cultura (il museo archeologico, la città vecchia, il patrimonio di archeologia industriale del vecchio Arsenale), il mare e il turismo sono solo alcune delle possibili risorse, che andranno sfruttate in modo combinato.

Cinzia Ficco

Ilva, le vittime collaterali di una fabbrica silente

  • Mercoledì, 24 Dicembre 2014 07:14 ,
  • Pubblicato in Flash news

Pagina 99
22 12 2014

ALESSANDRO LEOGRANDE

A Taranto il tasso di mortalità per alcune patologie causate dall'inquinamento si è impennato, certificano rapporti e inchieste. Il disastro è figlio di un modello di produzione (e di relazioni) che comprimeva diritti e sanzionava il dissenso. Articolo uscito il 20 dicembre su pagina99we.
Per cause tecniche, la versione pubblicata su pagina99we è uscita con dieci righe tagliate. Ce ne scusiamo con l'autore e i lettori.

All'Ilva di Taranto sono morti in tanti negli ultimi vent'anni. Da quando lo stabilimento siderurgico più grande d'Europa è stato privatizzato e consegnato al Gruppo Riva, sono circa cinquanta gli operai deceduti per incidenti avvenuti sul luogo di lavoro. E incidente è una parola che rischia di apparire come un macabro eufemismo, se solo si scorrono le cause di morte: operai caduti da ponteggi alti decine di metri non adeguatamente protetti, uccisi in seguito all'esplosione di macchinari antiquati o al crollo di una gru, come accadde nel 2003 ai ventenni Paolo Franco e Pasquale D'Ettorre nei parchi minerari, o più di recente a Francesco Zaccaria, lungo la banchina del porto controllata dall'Ilva. Altri, come Antonio Mingolla, sono morti per aver inalato gas nel corso di lavori di manutenzione. Altri perché colpiti dalle bramma in lavorazione. Altri ancora, come raccontò la scrittrice Rina Durante in un suo racconto, si sono trasformati in pura luce, cadendo nella melma incandescente di una colata continua.

Di fabbrica si muore, e ci si ferisce in un numero ancora maggiore e difficile da conteggiare, dal momento che le stesse cronache dei quotidiani difficilmente riportano ogni caso. Negli ultimi vent'anni l'Ilva è parsa a chi vi lavorava al suo interno, e a chi scorgeva le sue alte ciminiere dai quartieri della città di Taranto, un universo in preda al caos. Così, non stupisce quasi che “esternamente” abbia prodotto l'inquinamento che ha prodotto, sancito dalla prima perizia commissionata dal gip Todisco oltre due anni fa: 386 persone morte dal 1998 al 2010 per colpa delle emissioni industriali, di cui 174 unicamente per colpa del Pm 10.

Il disastro ambientale è stato anche e soprattutto il prodotto di quelle relazioni “interne”, di quel modo di produrre acciaio, comprimendo il diritto dei lavoratori alla salute e alla sicurezza sul luogo di lavoro. A tal fine, come individuato anche da un ramo della recente inchiesta “Ambiente svenduto”, è stata organizzata una vera e propria gabbia disciplinare volta al controllo dei dipendenti, e pronta ad espellere dall'enorme corpo operaio, e dallo stesso organigramma ai vertici dell'azienda, chi avrebbe potuto alzare la voce. Il segretario nazionale della Fiom, Rosario Rappa, ha parlato di “Gladio interna” per definire la cappa di controllo che negli anni ha fatto dell'Ilva una fabbrica silente. È stata questa l'altra faccia della medaglia del lavoro certosino svolto dal dominus delle pubbliche relazioni Girolamo Archinà, e dedito a creare una ragnatela di compiacenze, omissioni, connivenze nel mondo della politica, delle istituzioni, del giornalismo, persino della curia e di una borghesia locale da sempre rotta a ogni compromesso.

In quella stessa perizia presentata al gip si legge che gli operai che hanno lavorato negli anni settanta-novanta hanno mostrato «un eccesso di mortalità per patologia tumorale (+11%) in particolare per tumore dello stomaco (+107%), della pleura (+71%), della prostata (+50%) e della vescica (+69%). Tra le malattie non tumorali sono risultate in eccesso le malattie neurologiche (+64%) e quelle cardiache (+14%)». E ciò conferma come il disastro ambientale, benché aggravatosi nei modi e nelle forme durante il ventennio della privatizzazione, abbia una origine lontana. Affonda le sue radici nella stessa gestione pubblica, nella stessa Italsider, come allora si chiamava la grande fabbrica che aveva assunto oltre ventimila dipendenti diretti e alimentato un indotto, spesso parassitario, di oltre 400 aziende per altri 15 mila operai. L'acciaio ha creato una città nella città, e ha dettato le regole, i sogni, i ritmi di vita di un'intera, vasta comunità.

Lo stretto rapporto tra inquinamento e diffusione di determinate patologie è stato poi confermato dal rapporto Sentieri, aggiornato qualche mese fa: in particolare, la mortalità infantile registrata per tutte le cause è maggiore del 21% rispetto alla media regionale.

Per capire la continuità tra gestione pubblica e gestione privata in relazione al disastro ambientale, occorre guardare la sentenza di primo grado di un altro processo tarantino, quello per amianto. Il 23 maggio sono stati condannati 27 ex dirigenti della fabbrica, tra i massimi quadri dell'era pubblica nella sua ultima fase e di quella privata (tra questi anche Fabio Riva) per omicidio colposo e disastro ambientale. Come tutti gli stabilimenti siderurgici del Novecento, anche l'Italsider-Ilva era piena zeppa di amianto, per la sua capacità di resistere alle elevatissime temperature.

Tuttavia questo è stato colpevolmente utilizzato anche quando alcune ricerche scientifiche avevano già accertato la sua enorme pericolosità. A Taranto, come in molti siti industriale, è stata provocata la morte di almeno una ventina di dipendenti con lucida, deliberata omissione: «gli interventi seri in materia di amianto nello stabilimento di Taranto sono stati sempre volutamente evitati», si legge nelle motivazioni della sentenza.

Se da una parte il processo rivela una certa continuità tra pubblico e privato, dall'altra l'amianto segna in modo decisivo il cambio di gestione alla metà degli anni novanta. La legge sui relativi benefici pensionistici per i lavoratori a lungo esposti al pericolo di contrarre il tumore venne approvata nel 1992 e fu di fatto utilizzata per ridurre il numero dei dipendenti (nel passaggio tra pubblico e privato) e favorire un ricambio generazionale. Secondo dati Inail relativi ai quindici anni successivi all'entrata in vigore della legge, su 10.000 lavoratori che a Taranto hanno ottenuto i benefici, 8.000 erano ex-dipendenti dell'Italsider.

Probabilmente Taranto è stato (ed è tuttora) uno dei più grandi laboratori europei in relazione all'applicazione delle normative sull'asbesto. Ma ciò non ha certo arrestato il disastro ambientale, ha solo agevolato un ricambio radicale dei lavoratori. Usciti i vecchi dipendenti con la legge che favoriva i prepensionamenti, sono entrate in fabbrica i giovani dipendenti degli anni di Riva: assunti con i contratti di formazione lavoro, e soggetti alla nuova forma di gabbia disciplinare.

Il processo nato invece dall'inchiesta “Ambiente svenduto”, ancora alle fasi preliminari, vede oltre mille richieste di costituzione di parte civile. Probabilmente, alla fine, verrà quantificato un risarcimento complessivo per decine di miliardi di euro. Ma tale risarcimento rimarrà appeso al filo di un procedimento complicato, che si appresta a durare anni e che corre il rischio di infilarsi nello stesso vicolo cieco del processo sull'Eternit di Casale Monferrato. Alla sua conclusione, in un caso o nell'altro, il panorama intorno alla fabbrica sarà mutato.

Sullo sfondo delle vicende processuali, infatti, il nodo di Taranto sembra in queste settimane aggrovigliarsi sempre di più. Per evitare di trasformare la città pugliese in una immensa Bagnoli (cioè una landa senza lavoro, senza bonifica, e soprattutto senza un orizzonte post-industriale), il governo Renzi sta valutando la possibilità di un intervento pubblico sancito dall'ennesimo decreto Ilva. Eppure, al di là della probabile nomina di un supercommissario sul modello Alitalia, il vero dilemma per la realizzazione delle necessarie trasformazioni degli impianti sancite dall'ultima Autorizzazione integrata ambientale del 2012 è il reperimento dei fondi necessari.

Oggi l'Ilva è in forte perdita, senza che i lavori di bonifica, la copertura dei parchi minerari e la trasformazione degli impianti siano stati concretamente avviati. Non ci sono all'orizzonte grandi gruppi privati seriamente intenzionati a rilevarla (né nazionali, né stranieri come ArcelorMittal, il cui piano di rilevamento dello stabilimento finora risulta molto fumoso). Da qui, l'ipotesi di un intervento pubblico. Ma resta appunto il dilemma: con quali soldi? Gli 1,2 miliardi di euro sequestrati ai Riva dal Tribunale di Milano per evasione fiscale, cui l'attuale commissario Gnudi aspira per operare, sono in gran parte bloccati in trust Ubs all'estero, e quindi vincolati all'esito del processo milanese. Potrebbe intervenire la Cassa Depositi e prestiti, ma i modi e le forme di un tale intervento sono ancora tutti da valutare.

Per cause tecniche, la versione pubblicata su pagina99 è uscita con dieci righe tagliate. Ce ne scusiamo con l'autore e i lettori.

Il Fatto Quotidiano
26 08 2014

Lo scontrino con le portate della cena consumata e, tra una pizza e un caffè, una scritta inequivocabile: “Mi raccomando so ricchioni“. E’ quanto recapitato a metà luglio a quattro ragazzi omosessuali in una pizzeria di Maruggio, in provincia di Taranto. La notizia, riportata dal sito Brindisioggi.it, è stata diffusa solo oggi e sta facendo il giro del web. La storia è semplice. La comitiva decide di andare a cena nella località marina del Salento e, dopo aver consumato il pasto, si ritrovano a dover subire commenti pesanti sulla loro sessualità.

Il commento era stato scritto dal cameriere che li aveva serviti, sfruttando lo spazio che in alcuni scontrini viene dato al titolare per inserire note di riferimento dei clienti. Uno dei giovani si è avvicinato al proprietario e ha chiesto spiegazioni. Il titolare mortificato non ha saputo come giustificare il commento del suo dipendente. Il giorno dopo pare abbia richiamato i clienti per scusarsi ancora e comunicare che aveva allontanato il cameriere.

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