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Video killed the radio starFranco Berardi "Bifo", Zeroviolenza
1 luglio 2015

"The last lone inventor" è il titolo di un libro di Evan Schwartz pubblicato nel 2003 da Harper Collins che ci permette di capire qualcosa della storia dei media, particolarmente l'origine della televisione, ma anche e soprattutto ci permette di comprendere il rapporto tra lavoro e capitale nel campo della produzione cognitiva, e della produzione mediatica in particolare.

Il Fatto Quotidiano
14 05 2015

In studio c’era Matteo Salvini, il leader della Lega Nord. Il programma: Quinta colonna. Il giornalista intervista un Rom che dice “da cento anni facciamo truffe per vivere”. Ovviamente di spalle, ovviamente senza nome, ovviamente provvisto di documenti “ufficiali” sulla sua attività di truffatore che esibisce a beneficio di telecamera. Tutto finto: la jeep al centro della presunta truffa era dell’operatore al seguito del giornalista di Quinta colonna. In studio Salvini si indigna. Lo denuncia Striscia la Notizia, trasmissione di Canale 5 che demolisce la credibilità di un altro programma Mediaset, visto che Quinta colonna va in onda con buoni ascolti su Rete 4.

Mediaset ha scaricato subito il giornalista. Pochi giorni fa anche Striscia la Notizia ha licenziato due dei suoi inviati più famosi, Fabio e Mingo, per un servizio in cui un falso avvocato era impersonato da un attore. I due si difendono, la vicenda avrà strascichi legali. Nei mesi scorsi Servizio Pubblico su La7 ha attaccato un’altra trasmissione Mediaset, Mattino 5: ai giornalisti di Michele Santoro la giovane Rom che si era vantata su Canale 5 di rubare 1000 euro al giorno racconta che ha preso 20 euro per dire quelle cose. Anche qui sembra tutto finto. Anche qui c’è Salvini in studio che nel servizio trova argomenti per dire che bisogna “radere al suolo” i campi Rom.

Le battaglie legali faranno il loro corso, ma due cose sembrano ovvie. Primo: la credibilità dell’informazione Mediaset è seriamente messa in discussione (anche se la denuncia di Striscia è un modo per evitare che qualche errore sporchi l’immagine della trasmissione che vuole dimostrarsi così agguerrita da denunciare i colleghi della stessa azienda). Per una volta il problema non è la proprietà di Silvio Berlusconi. La questione sembra diversa. Se la realtà non è quella che si vorrebbe raccontare, invece che adeguare il racconto si cambia la realtà. Secondo punto, più serio: l’emergenza Rom, così come la rabbia degli italiani verso gli immigrati e dunque l’avanzata della Lega Nord nei sondaggi sono costruiti negli studi televisivi. Non è il Paese che va verso destra, ma le tv che spingono i loro telespettatori verso i leader più populisti e xenofobi.

Mediaset e, chissà, l’ordine dei giornalisti prenderanno provvedimenti. Ma il tema resta. Quanti di voi lettori hanno avuto problemi con i Rom? Una percentuale da zero virgola. E quanti sono terrorizzati dall’arrivo dei migranti che invadono le nostre quiete città? Credo pochi. Eppure a guardare i talk show sembra che tutta l’Italia sia assediata da feroci immigrati e violentissimi Rom. I programmi televisivi hanno potere di “agenda setting”, cioè di imporre le priorità. Molti talk hanno abusato di questo potere e, invece che raccontare la realtà, hanno cercato di costruirla attorno alle loro esigenze.

Il ragionamento seguito di solito nel preparare le puntate pare questo: Matteo Renzi è l’unico politico che conta, ma è il premier e non si concede sempre. Ci sarebbe Beppe Grillo ma non viene in studio. Non resta che Salvini, l’unico che può vivacizzare il dibattito. Ma Salvini ha un unico argomento di conversazione, dopo il fallimento del federalismo, l’abbandono della secessione e gli scandali interni alla Lega che le impediscono di denunciare la corruzione. Salvini parla solo di Rom e immigrati. Quindi bisogna costruirgli la puntata su misura, con un bel servizio su qualche Rom cattivo e possibilmente un po’ di onesti cittadini incazzati che nascondono il loro becero razzismo dietro un perverso senso civico (come ha ben raccontato Zerocalcare nel suo fumetto su Repubblica di domenica). A quel punto mezza trasmissione sarà su un’emergenza inesistente e sulle paranoie di alcuni squilibrati schiumanti rabbia. Unica variante consentita: invitare Giorgia Meloni, che guida un partito composto praticamente da lei stessa e votato da pochi suoi parenti ma che ha più spazio in tv di Alfano, Grillo, Passera e Mattarella messi insieme.

Quando la realtà osa complicare il racconto semplificato “immigrati cattivi-italiani preoccupati-diamo-voce-alla-pancia-del-paese”, c’è qualche turbamento che viene presto riassorbito. Ricordate i servizi su Tor Sapienza e le presunte rivolte popolari contro i terribili rifugiati che molestavano e forse stupravano gli onesti romani? Con le inchieste su Mafia Capitale si è scoperto che il vero scandalo dell’immigrazione sono gli italiani che rubano i soldi allo Stato e agli stessi immigrati, con la gestione di un servizio di assistenza che rasenta la tortura.

Gli italiani, e i loro talk, dovrebbero indignarsi contro altri italiani, contro le cooperative che gestiscono i centri di accoglienza, contro i politici corrotti che cercano di avere quanti più immigrati possibili per far fare soldi agli amici degli amici e poi fare campagna elettorale contro l’invasione. E invece no. Si preferisce costruire e deformare la realtà invece di raccontarla, forse nella convinzione che lo spettatore televisivo sia interessato soltanto alla ripetizione eterna dello stesso discorso della paura fatto dagli stessi (due) politici.

Si potrebbero anche ipotizzare teorie più complottistiche: un Paese più spaventato è più facile da governare e da dirigere, magari qualcuno a Mediaeset ha pensato che la destra di Berlusconi ci guadagnasse qualcosa, chissà. Ma dubito.

Tendo più a pensare che ci sia una specie di catena emulativa infinita: un talk ha il Rom che ruba l’auto, un altro vorrà il Rom che rapisce i bambini, quello successivo la ronda di Casapound o in alternativa un terrorista che vuole sgozzare donne occidentali, meglio ancora l’Imam che progetta di far esplodere il Vaticano.

L’informazione televisiva di questa stagione che si sta chiudendo non lascia rimpianti.

Le eccezioni ovviamente ci sono e sono anche tante (memorabile un servizio delle Iene, per stare sempre a Mediaset, che raccontava le rivolte di Tor Sapienza dal punto di vista degli immigrati terrorizzati e sotto assedio). Ma il rumore di fondo creato nei talk con questi ossessivi servizi sui Rom pericolosi, gli immigrati minacciosi e gli italiani razzisti e terrorizzati, ha resto questo Paese indubbiamente peggiore.

L’unico che ne ha tratto beneficio è Matteo Salvini. Di Giorgia Meloni, stando ai sondaggi, gli italiani sembrano curarsi molto meno che gli autori televisivi.

Magari, nella prossima stagione di talk, vedremo meno finti Rom e più realtà.

Stefano Feltri

La scatola nera del talk show

Tanto è ampio il dibattito attorno alla riforma della Rai, quanto sono scarni i documenti ufficiali attorno ai quali costruirsi un'opinione. Sul sito del Governo troviamo un asciutto pdf di quattro pagine, un documento programmatico intitolato "La nuova Rai". Che dedica molta attenzione al settore dell'informazione, dimenticandone però una parte importante: i programmi di approfondimento. 
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I ragazzi in balìa dei media abbandonati fra tv e web

  • Giovedì, 19 Marzo 2015 16:43 ,
  • Pubblicato in L'Intervento
Giacomo Gambassi, Avvenire
19 marzo 2015

Più che nativi digitali, sono una generazione in balìa dei media. A 10 anni l'80% dei ragazzi accende da solo la tv e il 51% naviga su Internet senza avere nessuno accanto. A 7 anni si ha già in mano il cellulare. E poi c'è il boom del tablet che viene usato dalla metà degli under 13 fra le due e le tre ore al giorno. Guai, comunque, a pensare che i bambini abbiano abbandonato la televisione. Il piccolo schermo resta il mezzo più amato. ...

Contro la televisione

  • Lunedì, 16 Marzo 2015 11:32 ,
  • Pubblicato in Il Commento
Pasolini e la televisionePierpaolo Pasolini, Corriere della Sera
9 dicembre 1973

Nessun centralismo fascista è riuscito a fare ciò che ha fatto il centralismo della civiltà dei consumi. Il fascismo proponeva un modello, reazionario e monumentale, che però restava lettera morta. Le varie culture particolari (contadine, sottoproletarie, operaie) continuavano imperturbabili a uniformarsi ai loro antichi modelli: la repressione si limitava ad ottenere la loro adesione a parole. Oggi, al contrario, l'adesione ai modelli imposti dal Centro, è tale e incondizionata. I modelli culturali reali sono rinnegati.

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