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Corriere della Sera
17 07 2015

Almeno 49 persone, tra cui donne e bambini, sono rimaste uccise e diverse altre ferite, alcuni in gravi condizioni, in un doppio attentato avvenuto in un mercato a Gombe, nel nordest della Nigeria. Lo riferisce France 24. Il bilancio delle vittime potrebbe salire in quanto molti feriti sono in gravi condizioni.

Sospetti su Boko Haram
Il mercato di Gombe era gremito di persone alle prese con gli acquisti della vigilia della fine del Ramadan. Lo ha raccontato un commerciante che si trovava ad una settantina di metri dal luogo delle deflagrazioni.

«Stavo aiutando i feriti dopo la prima esplosione avvenuta davanti ad un negozio di scarpe, quando è scoppiato l’altro ordigno davanti ad un negozio cinese dall’altro lato della strada» ha detto il testimone.

Per il momento non è giunta alcuna rivendicazione del duplice attentato, anche se i sospetti si concentrano sui miliziani islamici di Boko Haram.

Se avessero voluto una vera strage avrebbero scelto un altro giorno, un'altra ora. Ma ieri mattina alle 6,20 intorno al consolato italiano del Cairo c'era poca gente.
Vincenzo Nigro, La Repubblica ...

I terrorismi che minacciano le nostre vite

Chi pensa che i termini terrorismo e Isis formino ormai una coppia esclusiva, l'Ute (Unione dei teatri d'Europa) ha dedicato un progetto biennale, TERRORisms appunto, che ha coinvolto cinque paesi - Germania, Norvegia, Serbia, Israele e Francia - e altrettante compagnie teatrali per sfatare due luoghi oggi molto comuni.
Alessandra Santangelo, la Lettura-Corriere della Sera ...

Mes Aynak, la Pompei afghana che può sparire

  • Martedì, 07 Luglio 2015 10:20 ,
  • Pubblicato in Flash news

Osservatorio Afghanistan
07 07 2015

Mes Aynak sta benone, porta magnificamente i suoi 5000 anni. L’unico problema è l’habitat che per il futuro può creargli gravi problemi. Ha attorno una delle maggiori miniere di rame dell’Afghanistan finita nelle mani del potente China Metallurgical Group. Dal 2007, prima grazie al presidente Karzai ora al suo sostituto Ghani, la corporation ha ricevuto un’autorizzazione trentennale per lo sfruttamento minerario di quel sito, nella provincia di Logar, distante 40 km sud-est da Kabul. Che nelle vicinanze ci sia anche un’antichissima area archeologica nella quale lavorano e studiano alcune équipe di ricercatori viene considerato dalle autorità afghane e, ovviamente, dai manager della compagnìa un elemento insignificante. Infatti sono state aperte delle cave già sul 10% dell’area Studiosi ritengono che la prosecuzione degli scavi (con fini archeologici) potrà, o potrebbe, riscrivere la storia del Paese e la stessa storia del buddismo. Ma si tratta d’una lotta contro il tempo e contro il business poiché le vestigia di antichi monasteri rischiano la scomparsa definiva. Il gruppo archeologico deve altresì guardarsi dalle incursioni dei taliban, propensi a far fare anche alle statue di Buddha strappate al sottosuolo la fine cruenta riservata ai colossi di Bamiyan nel 2001.

Gli archeologi impegnati in loco, che hanno lanciato un grido d’allarme attraverso una campagna di sostegno e la realizzazione d’un documentario (http://www.savingmesaynak.com/about). Ricordano che la zona interessata è vastissima, 500.000 metri quadrati, e per valore artistico è comparabile alla nostra Pompei e a Machu Picchu. Lì si trovano mura, caverne, grotte, templi con statue di Buddha; una rarissima raffigurante Siddharta è emersa come per magìa. La parte conosciuta del sito è ancora minima, pari al 10% dell’intera estensione, come si trattasse della punta d’un immenso iceberg sommerso, tutto da esplorare. Il gruppo d’indagine esalta la straordinarietà del luogo capace di produrre scoperte sensazionali attorno a quel melting pot di culture del continente asiatico e della sponda mediorientale, irrorato dai continui contatti e scambi che avvenivano tramite i pellegrini.

Se lo sfruttamento minerario dovesse proseguire – e finora nulla è stato fatto dalle autorità afghane interessate solo a incamerare yuan, né da strutture internazionali d’ogni genere, dalle Nazioni Unite all’Unesco – di ogni cosa conosciuta e sconosciuta rimarrebbe solo la testimonianza del citato documentario. Uno scempio degno dell’Isis, basato stavolta sul fondamentalismo degli affari.

Tunisia, un'eccezione sotto tiro

  • Lunedì, 29 Giugno 2015 14:16 ,
  • Pubblicato in DINAMO PRESS

Dinamo Press
29 06 2015

Perchè questi attentati proprio in Tunisia? Perchè L’ “eccezione tunisina”, gravemente inadempiente nei suoi obiettivi di cambiamento, ha comunque un grande valore comparativo nel quadro di un disordine regionale e lo Stato Islamico vuole passarci su un colpo di spugna.

Sono settimane che rimando la scrittura di un articolo piuttosto cupo sulla Tunisia, nel quale avrei voluto parlare degli accordi commerciali con gli USA, del peso del debito, della decisione del Tribunale Amministrativo di sospendere la confisca dei beni della famiglia di Ben Ali, della mobilitazione cittadina contro la gestione opaca delle risorse energetiche, delle proteste ferocemente represse nella città meridionale di Douz. Ma all’improvviso, ancora una volta, la violenza jihadista fa eclissare questa società viva, depressa e ignorata, con le sue proprie lotte e i suoi arretramenti, e costringe ad inquadrarla nel panorama della guerra cosmica, generale, contro il terrorismo.

Possiamo dire che questo è sempre il primo obiettivo di un’organizzazione che si guarda nello specchio deformante dell’islamofobia: come l’islamofobia, lo Stato islamico persegue una guerra eterna tra il Bene e il Male; come l’islamofobia, considera nemici tutti quelli che -musulmani o no- si rifiutano di andare ad ingrossare le sue fila. Ma mentre lo Stato Islamico, con i suoi scarsi mezzi e i suoi soldati spontanei e solitari, manda in ogni direzione un messaggio universale, ragiona piuttosto bene in termini di strategie locali e sa scegliere i propri obiettivi. Perché la Tunisia? Perché è l’unico Paese della regione in cui non regnano il caos o la dittatura (o entrambe le cose, come in Siria), ovvero quelle situazioni in cui il jihadismo si gonfia come la schiuma. Gli USA hanno creato queste situazioni in Iraq con l’invasione e la conseguente distruzione; Bachir El Assad le ha create in Siria, disintegrando quella società con i suoi crimini atroci; il generale Sisi le incoraggia con una repressione feroce e indiscriminata. Il jihadismo ama le guerre civili e le dittature, come quasi tutti gli attori che si dividono la torta nella regione: dall’Arabia Saudita alla Russia, da Israele all’Iran, e -ovviamente- l’Unione Europea, il cui comportamento ipocrita alimenta, più o meno attivamente, l’islamofobia e l’islamismo, fratelli siamesi indivisibili che occupano tutto lo spazio che viene invece chiuso ai popoli e alle loro istanze di giustizia e di dignità.

In definitiva, il jihadismo non attenta alla Tunisia perché esiste, ma perché vuole arrivare a esistere. Quali sono gli ostacoli? La pace e la democrazia. L’ “eccezione tunisina”, gravemente inadempiente nei suoi obiettivi di cambiamento, ha comunque un grande valore comparativo nel quadro di un disordine regionale e lo Stato Islamico vuole passarci su un colpo di spugna. Ancora una volta, il bersaglio è ben scelto. Assassinare dei turisti significa attentare all’Occidente -che si cerca di radicalizzare- e al tempo stesso alla popolazione tunisina, già gravemente colpita dalla crisi economica. Il turismo rappresenta il 15% del PIL e mantiene, bene o male, migliaia di giovani, delusi dalla rivoluzione e spinti nuovamente verso la disoccupazione e la miseria esistenziale che sono state le molle della rivoluzione del 2011. In realtà, tutto quello che il Governo fa contro lo sviluppo economico e la giustizia sociale, a detrimento delle libertà democratiche, favorisce il jihadismo. L’Isis cerca guerra, povertà e caos: il governo non dovrebbe aggravare la situazione. L’Isis cerca dittatura: il governo dovrebbe proteggere la minima democrazia conquistata fino ad oggi. Purtroppo l’Isis non è solo su questo fronte: ci sono numerose forze, interne ed esterne, che lavorano per seppellire in Tunisia quei movimenti popolari che lì sono nati e che, seppure per pochi giorni, hanno virtualmente messo fuori gioco le dittature, i colonialismi e il jihadismo terrorista. L’Isis è una delle facce della controrivoluzione vittoriosa, quella controrivoluzione che rappresenta il contrario della rivoluzione: rappresenta, se vogliamo, una controrivoluzione, nel senso che molti di quei giovani che si sono sollevati contro la tirannia ed hanno sostenuto l’assemblea costituente, oggi aspettano fumando e bevendo (in senso letterale) che arrivi lo Stato islamico con le sue droghe più forti. Come ben ricorda l’antropologo francese Alain Bertho, il jihadismo post-rivoluzionario non può essere definito come una radicalizzazione dell’Islam ma, al contrario, un’islamizzazione della radicalità. I giovani di questa regione (non parliamo degli europei!) sono radicali, e se non si permette loro di essere radicalmente democratici, saranno radicalmente antidemocratici. E’ un fenomeno generale, così come sono generali la globalizzazione, la crisi economica e la perdita delle libertà politiche.

Una riflessione generale sulla quale conviene soffermarsi: l’Isis -secondo una fatwa recente- considera nemici tutti quelli che non sono musulmani sunniti wahabiti, e non abitano in zone controllate dalla stessa Isis; eppure, possiamo stabilire una graduatoria tra le vittime. Le prime vittime del radicalismo islamizzato sono, con accecante evidenza, gli abitanti della zona, in maggioranza musulmani. Seguono le minoranze musulmane delle città europee, criminalizzate da protocolli di polizia, sospetti collettivi e pressioni mediatiche che le dipingono sempre più come nemici interni, reggendo così il gioco ai terroristi. Possiamo dire che l’Isis agisce soprattutto in Francia perché, essendo questo il paese più islamofobo d’Europa, sa che alimentando l’islamofobia crescono anche i suoi sostenitori. Se un francese non è abbastanza francese perché è musulmano -e ogni musulmano, che sia francese o no, è un potenziale terrorista- le comunità più vulnerabili cessano di essere il banco di prova dello Stato di Diritto: la loro dissoluzione si giustifica in quanto capri espiatori del radicalismo islamofobico, complice evidente del radicalismo islamizzato. Un jihadista stupido è sempre più intelligente di un islamofobo intelligente (che regge il gioco) e un islamofobo normale è sempre più pericoloso di un jihadista fanatico, perchè l’islamofobia è un fanatismo istituzionalizzato, normalizzato, generalizzato. In Europa sappiamo per esperienza cosa succede quando il delirio si normalizza in forma di governo. Tra le vittime dell’Isis gli europei sono all’ultimo posto, pur essendone i maggiori responsabili. Non è facile per il mondo musulmano credere che stiamo davvero combattendo l’Isis quando dal 1945 appoggiamo uno Stato islamico potentissimo: l’Arabia Saudita, una delle forze controrivoluzionarie che hanno fatto fallire le cosiddette “primavere arabe”. E non è facile credere che stiamo difendendo la democrazia quando, dopo aver sostenuto tutte le dittature rovesciate nel 2011, oggi l’Europa omaggia il golpista generale Sisi, con i suoi 40.000 prigionieri politici, i suoi 4.000 assassinati e i suoi 1.200 condannati a morte. Quando, nel 2011, I popoli della regione voltarono le spalle ai tiranni e a Al Qaeda, l’Europa voltò le spalle ai popoli della regione. “Quando il ramo su cui siamo seduti sta per rompersi, tutti si mettono a fabbricare seghe”, scriveva Brecht. Questo è stato sempre il gioco preferito dell’Europa, dentro e fuori dalle nostre frontiere. C’è da aver paura. L’Europa continua a fare lo stesso gioco.

L’articolo originale in spagnolo è uscito il 27 giugno 2015 sul sito di cuartopoder

*Traduzione dallo spagnolo a cura di Giovanna Barile, articolo tratto da tunisiainred.org

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