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Quanto costa occuparsi dei genitori anziani?

Corriere della Sera
09 07 2013

La carenza dei servizi dell’Europa Mediterranea comporta soprattutto per le donne rinunce, sia sul piano professionale sia su quello personale    
 
di Cinzia Di Novi *

Prendersi cura dei genitori anziani significa star loro accanto quotidianamente non solo con amore ma anche con pazienza e fatica: in Italia una persona su quattro fa parte di una «rete informale» e fornisce cure ad amici, vicini ma soprattutto a familiari anziani. Questo è il «welfare all’italiana» che l’Istat descrive nel «Rapporto annuale sulla situazione del Paese».

La solidarietà intragenerazionale coinvolge circa 15 milioni di persone (il 27% della popolazione italiana), il popolo dei caregiver – termine anglosassone utilizzato per definire i donatori di cure – è composto soprattutto da donne, in gran parte sposate, con un livello di istruzione basso o medio basso, non occupate o con una occupazione meno impegnativa in termini di ore.
Cosa succede in quel momento della vita in cui i ruoli si invertono e da figli si diventa «genitori» dei propri genitori prova a raccontarlo Laura Chiassone nel suo primo lungometraggio Tra cinque minuti in scena. Il film, tratto una storia vera, racconta la vita di Gianna, figlia combattuta tra lavoro e cura della madre malata non più autosufficiente.
Una storia che verosimilmente rispecchia il conflitto che molte donne italiane vivono ogni giorno.
L’Europa sta andando incontro ad un progressivo invecchiamento della popolazione e la questione della cura dei familiari anziani è un tema sempre più scottante, anche in Italia che vanta il primo posto come Paese più vecchio del «vecchio continente». L’invecchiamento dei genitori richiede supporto specifico poiché è spesso associato a un progressivo deterioramento dello stato di salute e altrettanto spesso caratterizzato da non autosufficienza e/o malattie cronico – degenerative.

    Ma se la popolazione invecchia sempre di più e in futuro ci saranno più anziani che «caregiver», chi si prenderà cura di loro?
Per rispondere a questa domanda, tra le più pressanti per chi oggi si occupa di economia sanitaria cercando di trovare soluzioni per continuare a mantenere sostenibile il nostro sistema, ho deciso di indagare lo stato della situazione nei vari Paesi europei in una ricerca, condotta con un’altra studiosa, Elenka Brenna, finanziata dalla Fondazione Farmafactoring che in collaborazione con l’Associazione Italiana di Economia Sanitaria (Aies) sostiene la ricerca nel settore dell’economia sanitaria in Italia, con particolare enfasi sulla valutazione delle politiche sanitarie.
Nei Paesi del Nord il sistema di welfare prevalente è quello della de-familiarizzazione, nel quale le risposte ai bisogni di cura vengono dal settore pubblico, principalmente attraverso la fornitura di servizi formali e, in via residuale, attraverso il supporto finanziario all’attività dei caregiver informali. I Paesi dell’Europa continentale si collocano in una posizione intermedia in cui le politiche di cura coprono una porzione limitata della popolazione anziana e l’aiuto alle famiglie per far fronte alle responsabilità di cura ed economiche avviene attraverso trasferimenti monetari.
In Germania per esempio il ruolo del caregiver è previsto dalla legge, altri Paesi dell’Europa occidentale hanno introdotto schemi assicurativi che compensano i caregiver per il lavoro che svolgono, come la Finlandia e la Svezia che pongono le cure informali sullo stesso piano di un lavoro tanto da prevedere schemi remunerativi per il caregiver.
Queste forme di supporto offerte dallo Stato sono di grande importanza in quanto, come emerge dalla mia ricerca, in questi Paesi le persone che si prendono cura dei familiari anziani subiscono meno il peso di tale ruolo, con minori conseguenze sullo stato di salute e su tutte quelle sensazioni negative che i caregiver conoscono.
L’Italia invece, come altri paesi dell’Europa Mediterranea, presenta ancora un modello di welfare di cura degli anziani che poggia fondamentalmente sulle spalle della famiglia e in particolare su quelle delle figlie, con una scarsa offerta pubblica di servizi formali di supporto specifico per i caregiver. Come è possibile notare dal grafico qui sotto, che mostra le risorse destinate alla Ltc (Long Term Care) rispetto al Prodotto Interno Lordo (Gdp – Gross Domestic Product), tra i Paesi dell’ Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), sono i Paesi Scandinavi ad avere un sistema più generoso che destina in media circa il 3% del Pil alle cure degli anziani. Il fanalino di coda è rappresentato dai Paesi del Sud, che si assestano intorno allo 0,65% del Pil.

    La carenza dei servizi dell’Europa Mediterranea comporta soprattutto per le donne rinunce, sia sul piano professionale sia su quello personale, mettendo in gioco salute fisica e soprattutto psicologica, facendo sentire tutto il peso che chi vive questa situazione conosce bene e che molti hanno descritto su questo blog, ognuno utilizzando parole diverse per raccontare sensazioni e difficoltà condivise da tutti, miste alla gratitudine e la paura per il momento del distacco.
La ricerca, basata su dati Share (Survey of Health, Ageing and Retirement in Europe), ha riguardato 11 stati europei, oltre all’Italia: Austria, Belgio, Danimarca, Francia, Germania, Grecia, Paesi Bassi, Spagna, Svezia e Svizzera. La popolazione target dello studio è composta da 1785 donne raggruppate in tre campioni che rispecchiano la macro-area di residenza (rispettivamente Nord, Centro e Sud Europa) in linea con due elementi ritenuti significativi ai fini della ricerca: i) la tipologia di sistema di welfare e di Long Term Care; ii) il contesto sociale e culturale condizionante i legami familiari all’interno delle tre zone europee.
La salute mentale delle donne è stata misurata attraverso la scala di depressione Euro-D. Si tratta di una scala di valutazione della depressione sviluppata e validata dallo Eurodep Concerted Action Programme. La scala comprende 12 elementi collegati alla salute psicologica: depressione, pessimismo, desiderio di morire, senso di colpa, disturbi nel sonno, mancanza di interessi, irritabilità, mancanza di appetito, stato di affaticamento, mancanza di concentrazione, assenza di divertimento, propensione al pianto.

Dalla ricerca emerge che le donne che forniscono cura agli anziani genitori tendono a essere meno giovani (in media 58 anni vs. 57 delle non caregiver); al Nord e al Centro le donne caregiver sono più spesso nonne mentre al Sud sono più spesso solo «mamme» con figli a carico.
    Questo aspetto è particolarmente importante: le donne del Sud-Europa fanno parte della cosiddetta generazione sandwich, vale a dire la generazione di individui impegnati simultaneamente sul duplice fronte delle responsabilità di cura verso i figli giovani e i genitori anziani.
Le donne del Sud-Europa presentano uno svantaggio comparato in termini di reddito e di istruzione che risultano più elevati al Nord e nell’Europa Continentale, dove le donne caregiver mostrano anche livelli decisamente migliori di salute fisica e psicologica. I risultati infatti mostrano la presenza di un gradiente Nord-Sud: il lavoro di cura e di assistenza nei confronti dei genitori avrebbe un effetto negativo sulla salute psicologica in particolare per le donne del Sud-Europa (Italia compresa) che risulta in un aumento di quasi un punto lo score della scala di valutazione della depressione.

In tutti i Paesi considerati la solidarietà intragenerazionale spinge le «figlie» a svolgere gratuitamente il lavoro di cura dei genitori anziani. Tuttavia, nei Paesi del Sud Europa come l’Italia, dove l’assistenza agli anziani è quasi esclusivamente a carico delle famiglie, i caregiver si trovano gravati da una maggiore responsabilità.
Come emerge anche dalle esperienze qui raccontate e dall’indagine condotta le cure giornaliere e continuative rappresentano un peso difficilmente gestibile per chi vive questa situazione spesso dividendosi tra due famiglie, lavoro e burocrazia, senza sentirsi accompagnato dai servizi sociali e sanitari locali.
    Per questa ragione sarebbe auspicabile un allineamento alle misure adottate in Paesi del nord e centro Europa, in risposta ad una condizione condivisa da molti e che è destinato inevitabilmente ad accentuarsi nel prossimo futuro.





Nel paese anormale che per le emergenze spende (e spande ai soliti noti) molto più che per la prevenzione, anche il welfare sta facendo la stessa fine dei piani antisismici e idrogeologici. ...
Una triste deportazione o un'amara solitudine. È il destino che sembra attendere tanti anziani anche nella nostra città. ...

Quanto costa non intervenire contro la violenza sulle donne?

  • Giovedì, 16 Maggio 2013 09:18 ,
  • Pubblicato in Flash news

Intervita
16 05 2013

Intervita lancia una ricerca sui costi economici e sociali della violenza contro le donne in Italia per calcolare il danno che il nostro Paese paga e proporre indicazioni per azioni concrete.

COMITATO SCIENTIFICO:
Anna Maria Fellegara - Preside della facoltà di Economia e Giurisprudenza
dell’Università Cattolica di Piacenza
Elisabetta Addis – Economista Università di Sassari
Franca Bimbi – Sociologa Università di Padova
Alberto Marradi – Metodologo Università di Firenze
Maura Misiti – Demografa CNR
Nando Pagnoncelli – CEO Ipsos.
Linda Laura Sabbadini - Direttore Dipartimento per le Statistiche Sociali e Ambientali - ISTAT
Rosanna Tarricone – Economista e Direttore Cergas Università Bocconi

Intervita realizzerà una ricerca sull’identificazione e analisi dei costi economici e sociali della violenza sulle donne in Italia. Il progetto, che ha ottenuto il prestigioso patrocinio del Dipartimento per le Pari Opportunità, è lavoro complesso e ambizioso che Intervita concepisce come monito per Governo e società a intervenire concretamente contro il fenomeno. Non agire a livello nazionale e con importanti investimenti in azioni di prevenzione e in attività di sostegno e cura verso le donne, a lungo termine causa alla società e ai cittadini un enorme danno culturale ed economico. Ed è proprio il valore di questo danno, che Intervita vuole calcolare nel primo step della ricerca. Un punto di partenza da cui iniziare a scuotere Governi, Istituzioni e Opinione pubblica perché oggi distogliere lo sguardo dal problema non è più possibile!

La ricerca, i cui lavori inizieranno ufficialmente a maggio, è affidata ad un’Équipe composta da sei motivate ricercatrici e presieduta da un rinomato comitato scientifico composto da accreditati esperti del proprio settore.

Il progetto prende vita dai dati allarmanti circa la violenza sulle donne in Italia: 6 milioni 743 mila le donne hanno subito violenza (31,9% della classe di età tra i 16 e i 70 anni) e 3 milioni 961 mila donne hanno subito violenze fisiche (ISTAT). Sono 120 le vittime di femminicidio solo del 2012.
A rendere singolare la situazione italiana è un dato sconcertante: solo il 18,2% delle donne che hanno subito violenze li considera reati e solo il 7,2% li denuncia. Addirittura il 33,9% non ne parla con nessuno. Dati desolanti se si pensa che secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità a livello mondiale, la violenza tra le mura domestiche è considerata la prima causa di morte o invalidità permanente delle donne (14 - 50 anni).

Partendo da questi dati e seguendo le sollecitazioni dei Centri antiviolenza, degli Istituti di ricerca e delle Università, Intervita ha individuato nella ricerca sui costi economici e sociali della violenza sulle donne la strada più efficace per intervenire. L’indagine consentirà di far emergere il costo prodotto per sopravvivere a maltrattamenti e abusi e l’impatto socio-economico che la violenza subita produce nella società.

L’assunto fondamentale, in tema di violenza, è che, al di là del costo umano – di per sé inaccettabile – è necessario valutare che la violenza sulle donne ha anche un impatto economico oltreché sociale e fisico, in termini di:
• emergenza sanitaria
• degenza ospedaliera
• cure mediche
• giorni di malattia persi su lavoro
• investigazioni di polizia
• costi legali

La violenza sulle donne diventa un problema di salute pubblica, culturale e sociale.
La violenza in effetti è un problema culturale. Nonostante la ‘sbandierata’ conquista della parità di genere, nei fatti la disparità è ancora più che evidente. Lo dimostra il fatto che ancora oggi le donne siano pagate meno degli uomini, a parità di ruolo, siano una minoranza in posizioni di potere e soprattutto vengano uccise per il solo fatto di essere donne. La donna, in ultima analisi, sconta una posizione di subalternità a tutti i livelli, soprattutto in ambito privato.

La ricerca sui costi economici e sociali della violenza nasce con l’obiettivo di acquisire dati qualitativi e quantitativi sul fenomeno e sul suo lato sommerso. Partendo dai dati numerici presenti a livello nazionale (indagini ISTAT in particolare), Intervita si pone quindi l’obiettivo di individuare, quantificare e spiegare i costi economici e sociali della violenza in Italia. Proprio questa comunione di intenti e l’ampio respiro del progetto hanno fatto ottenere a Intervita il prestigioso patrocinio del Dipartimento per le Pari Opportunità.

Il calcolo dei costi della violenza costituisce un intervento strategico che vuole rendere i responsabili politici più consapevoli dell’importanza e dell’efficacia della prevenzione.

La ricerca è affidata ad Équipe composta da 6 ricercatrici: 3 sociologhe e 3 economiste delle Università della Calabria e di Piacenza e del centro studi Well_B_Lab*, spinoff dell’Università di Modena e Reggio Emilia.
Compito di validare il progetto di ricerca sarà affidato al comitato scientifico, scelto da Intervita e presieduto dal suo vicepresidente: Anna Maria Fellegara, Preside della facoltà di Economia e Giurisprudenza dell’Università Cattolica di Piacenza.

Il Comitato scientifico, che darà anche indicazioni metodologiche, è composto da esponenti illustri del mondo accademico e accreditati professionisti del mondo della ricerca: Elisabetta Addis – Economista Università di Sassari, Franca Bimbi – Sociologa Università di Padova, Alberto Marradi – Metodologo Università di Firenze, Maura Misiti – Demografa CNR, Linda Laura Sabbadini - Direttore Dipartimento per le Statistiche Sociali e Ambientali ISTAT, Nando Pagnoncelli – CEO Ipsos e Rosanna Tarricone – Economista e Direttore Cergas Università Bocconi.

La ricerca sui costi economici e sociali della violenza sulle donne è un lavoro importante e di enorme valore: è la stessa Unione Europea a chiedere ai Paesi membri di realizzare analisi di questo tipo, per comprendere meglio il fenomeno e individuare strumenti per contrastarlo.

A completamento dell’analisi quantitativa si realizzerà un’analisi più qualitativa attraverso case studies, utilizzando interviste a testimoni privilegiati, a vittime di violenza e a operatori socio-sanitari. Particolare attenzione sarà dedicata ad approfondire gli ambiti e gli aspetti che l’analisi quantitativa non ha potuto approfondire per mancanza di dati.

Attraverso questa ricerca sarà possibile identificare al meglio il fenomeno della violenza nella sua interezza e quindi anche quell’alta percentuale di sommerso.

I primi risultati saranno disponibili entro la fine del 2013 e andranno a comporre un documento di policy che possa attivare strumenti di advocacy a livello nazionale, fondamentali per promuovere il cambiamento.

Intervita si propone quindi di realizzare una ricerca/denuncia dei costi economici e sociali della violenza che possa essere utilizzato da un lato per stimolare soggetti Istituzionali - e non - in maniera trasversale, dall’altro come strumento a servizio dei Centri antiviolenza.

Intervita nel 2013-4 ha l’obiettivo di divulgare i risultati emersi dalla ricerca e contestualmente individuare, con Istituzioni, centri antiviolenza e gli addetti ai lavori, misure concrete per contrastare i costi economici e sociali della violenza contro le donne.

La prima azione concreta sarà un roadshow itinerante in Italia per sensibilizzare sul tema e implementare il lavoro di ricerca sui costi sociali della violenza, con incontri e workshop dedicati agli addetti ai lavori e alle istituzioni e con eventi dedicati al grande pubblico per un’ampia azione di sensibilizzazione.

Per Informazioni:
Ufficio Stampa Intervita Onlus

Greta Nicolini

Via Serio 6 - 20139 Milano (Italy)

Tel. (+39) 02.36.21.53.45 Cell. (+39) 347.52.79.744

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CHI È INTERVITA
L’Associazione Intervita Onlus è presente in Italia dal 1999 con la sede di Milano. E’ un'organizzazione non governativa di cooperazione allo sviluppo, aconfessionale, apartitica e indipendente, che ha l'obiettivo di migliorare le condizioni di vita delle fasce più deboli di popolazione in Italia e nei paesi del Sud del mondo in particolare donne e bambini.
Intervita è al fianco delle donne e dei loro diritti anche grazie alla campagna di sensibilizzazione Siamo Pari! nata a 30 anni dalla Convenzione ONU sull'Eliminazione di Tutte le Forme di Discriminazione delle Donne per promuovere la Parità di Genere. “Parità di genere” come volontà di promuovere e tutelare i diritti delle donne, ma anche lotta alla violenza domestica e allo sfruttamento sessuale: sono questi i temi su cui Intervita ha deciso di concentrare il proprio impegno.

Un welfare per donne e bambini?

  • Mercoledì, 08 Maggio 2013 07:26 ,
  • Pubblicato in INGENERE

Ingenere
08 05 2013

di Elena Granaglia


Interventi selettivi contro la povertà possono portare buoni frutti, ma anche molti rischi. Il ri-orientamento del welfare va fatto, ma nella prospettiva di un accentuato impegno alla riduzione delle disuguaglianze nelle condizioni di vita e di un universalismo attento alle differenze

Donne e bambini (poveri) sono sempre più invocati come i soggetti principali del nuovo welfare. Basti pensare al recente discorso del presidente Letta alle camere oppure alla prospettiva cosiddetta del social investment state1. Il nuovo welfare dovrebbe caratterizzarsi come welfare delle opportunità e donne e bambini sarebbero esattamente i grandi dimenticati dalle politiche sociali tradizionali centrate sul maschio adulto lavoratore. Le opportunità da realizzare, più precisamente, concernerebbero il diritto al lavoro per donne, oggi oberate dalle responsabilità di cura, e il diritto per minori di formarsi e perseguire il proprio piano di vita a prescindere dai condizionamenti della lotteria sociale.

Il richiamo ad un welfare per donne e bambini ha certamente molto di condivisibile. Nel 2011, il tasso di occupazione delle donne italiane era pari al 46,5% contro una media Eu-27 del 58,5% (in Danimarca, Francia, Germania, Svezia e Gran Bretagna, i valori erano rispettivamente 70%, 59,7%, 67,7% ,71,8% e 64, 5%). Il differenziale di occupazione a danno degli uomini italiani era, invece, solo 2,5 punti. Il dato è ben lungi dal riflettere una preferenza delle donne: la stragrande maggioranza dei non occupati disponibili a lavorare è, infatti, costituita da donne (anche 2/3 dei sotto-occupati part time è formata da donne)2.

Al contempo, sempre nel 2011, il tasso di povertà o esclusione sociale dei minori era pari a 32% (5 punti superiore alla media europea, circa 13 punti superiore al dato di Germania e Francia e ben 16 punti superiore al dato danese). Non si tratta di condizioni transitorie: l’elasticità intergenerazionale dei redditi supera, in Italia, il 50%: ossia, un figlio su due si colloca nella medesima classe di reddito del padre. Seppure ad essere maggiormente penalizzati dalla povertà siano i minori con almeno due fratelli e i figli di genitori single (i rischi di povertà/esclusione sociale per le coppie con tre o più figli minori e per le famiglie monoparentali si aggirano attorno rispettivamente al 46% e al 50%), neppure i minori figli unici di famiglie che vivono in coppia sono immuni dalle difficoltà. Al contrario, esattamente in questo gruppo, è più aumentato il rischio il rischio di povertà nel 2011 (salito al 29%).

Ben venga, dunque, la richiesta di un ri-orientamento del welfare. Peraltro, contro la logica dei trade off, l’uguaglianza di opportunità per donne e bambini avrebbe vantaggi anche economici, migliorando l’occupazione e il capitale umano. L’occupazione delle donne potrebbe poi limitare la povertà dei figli, sia che le donne vivano in coppia sia che vivano da sole, attivando, al tempo stesso, un’ulteriore domanda di lavoro.

Le modalità attraverso cui realizzare il ri-orientamento sono, tuttavia, dirimenti. Si considerino gli antidoti tipicamente proposti dai sostenitori di un welfare per donne e bambini: sostegno alle responsabilità di cura, un reddito minimo di inserimento per le famiglie con minori (in primis, per le famiglie numerose) e istruzione. Ebbene, in assenza di qualificazioni opportune, tali misure potrebbero implicare cambiamenti ulteriori che appaiono ben più problematici.

Un primo rischio investe la rimozione, dall’agenda politica, del tema della disuguaglianza di condizioni nonostante quest’ultima sia una delle cause principali della disuguaglianza stessa di opportunità. Basti pensare ai divari territoriali esistenti nel nostro paese. A fronte di un tasso di occupazione femminile del 60% al Nord, al Sud il valore si arresta attorno al 33%: il divario è di 27 punti. Similmente, Il rischio di povertà per coppie con almeno tre figli minori al Nord è 12,4%, mentre al Sud è 50,6%: il divario supera i 37 punti. In presenza di tali divari, appare difficile garantire uguaglianza di opportunità a donne e bambini senza investire nella creazione di una maggiore uguaglianza nelle condizioni economiche. Il richiede, oltre a sostegno alla cura, reddito minimo e istruzione, una seria politica di sviluppo del Mezzogiorno. Sempre con riferimento ai divari, più della metà dei figli di migranti è povero: il che richiede anche esigenti politiche di integrazione.

Inoltre, a prescindere dai divari territoriali, le evidenze disponibili sono concordi nel rimarcare una forte correlazione fra uguaglianza statica (nel ciclo di vita) ed uguaglianza intergenerazionale. Detto in altre parole, contro sterili opposizioni fra uguaglianza di opportunità ed uguaglianza di condizioni, la stessa uguaglianza di opportunità non può fiorire a meno di una qualche uguaglianza di condizioni. Da un lato, più aumentano le disuguaglianze economiche più aumentano anche le distanze da colmare. Dall’altro lato, istruzione e reddito minimo sono solo uno dei fattori che influenzano le opportunità dei minori: contano, ad esempio, quartieri decenti, connessioni sociali adeguate, bassa volatilità dei redditi familiari…..

Un secondo rischio, sebbene forse meno pressante, concerne l’allontanamento dall’universalismo. Un welfare per le donne potrebbe, ad esempio, rafforzare una concezione della cura come attività specificamente femminile. Certamente, i benefici del sostegno alla cura per le donne sono evidenti e le donne sanno molto di cura. Ma, al pari del lavoro, la cura è pure un’attività umana fondamentale, come tale da garantire a tutti. In ogni caso, non concepire la cura come “funzionamento” fondamentale rischia di favorire il permanere di disuguaglianze nei profili di carriera a seconda degli obblighi familiari. Un welfare indirizzato a gruppi particolari si espone, altresì, al problema degli esclusi: gli svantaggiati che non appartengono ai gruppi considerati. Un esempio potrebbe essere quello di un reddito minimo a favore solo di un sotto-insieme di famiglie di poveri, quelle con minori, e non dei poveri nel complesso.

In sintesi, un conto è un ri-orientamento del welfare a favore di donne e bambini nella prospettiva di un accentuato impegno alla riduzione delle più complessive disuguaglianze nelle condizioni di vita e di un universalismo attento alle differenze. Un altro è un ri-orientamento nella prospettiva di una sostanziale fuoriuscita della questione dell’uguaglianza socio-economica dal discorso del welfare e di un potenziamento di politiche per categorie di cittadini. Sebbene il punto appaia sottovalutato nel dibattito pubblico, le qualificazioni contano.

1 Cfr. anche Maurizio Ferrera, Il Corriere della Sera, 30 aprile 2012.

2 Cfr. Villa, www.ingenere.it n.83.

Articolo pubblicato anche su www.sbilanciamoci.info

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