Scuole chiuse. Quei tre mesi inconciliabili

  • Mercoledì, 10 Giugno 2015 12:30 ,
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Ingenere.it
10 06 2015

Ieri a Roma è stato l’ultimo giorno di scuola per i ragazzi e le ragazze della primaria e delle medie inferiori. Saranno in vacanza da oggi fino al 15 settembre.

Messe in fila, le ho contate sul calendario, sono circa 16 settimane.

Il mio contratto di lavoro, io che un contratto di lavoro ce l’ho, prevede 26 giorni di ferie l’anno. Se fossi brava e riuscissi a concentrare le vacanze tutte insieme – cioè se ipotizzassi di non prendere alcun giorno di ferie a Natale e per nessun’altro motivo durante l’anno – arriverei a 5 settimane. Ne rimarrebbero 13.

Il mio compagno, che è un padre molto presente, disponibile a condividere con me le responsabilità di cura dei nostri figli, ha anche lui 26 giorni di ferie l’anno.

Ipotizzando di fare vacanze separate (perché, in fondo, se sei genitore sei genitore, mica vorrai continuare ad esistere come coppia, e soprattutto come coppia in vacanza) arriveremmo a coprire altre 5 settimane, per un totale di 10. Ne rimarrebbero comunque fuori 6.

Ammesso e non concesso che i nostri rispettivi datori di lavoro, che per legge hanno diritto a decidere la metà delle ferie dei dipendenti, fossero d’accordo a riconoscerci 5 settimane di vacanze consecutive.

In effetti, forse potremmo alternarci, una settimana io e una lui, modello scacchiera.

Quando lavoro io, sta lui con i bambini e viceversa.

In fondo le relazioni a distanza sembra funzionino parecchio, potrebbe essere un modo originale per metter pepe alla routine.

Tuttavia rimarrebbe comunque il problema di quelle 6 settimane, un mese e mezzo circa. Potremmo decidere di investire in campi estivi privati, che con una copertura dalle 8,30 alle 16,30 lasciano aperto il problema di come conciliare un lavoro non part-time.

Avendo due figli e stimando un costo medio di 100 euro a settimana (medio, perché ci sono soluzioni a 140-150 e centri parrocchiali a 60-70, più qualche eccezione super-economica che ovviamente va esaurita nel giro di 24 ore) l’operazione ci costerebbe 1200 euro, quanto un viaggio in crociera.

Viaggio in crociera che potrei anche pensare di fare, magari a settembre e da sola, se avessi ancora giornate di ferie e se non avessi già ampiamente esaurito nelle 10 settimane di vacanze a scacchiera il budget per la villeggiatura (perché ovviamente vacanze separate significherebbe duplicare i costi, perché quello/a che lavora comunque ha bisogno di mangiare, dormire, vestirsi, mentre l’altro/a se la spassa con due ragazzini da spupazzare al mare, in montagna o in città).

Purtroppo questa soluzione a noi sembra impraticabile e così, anche quest’anno, faremo diversamente.

Anche quest’anno, visto che siamo fortunati, sfrutteremo i nonni: conteremo su quella santa donna di mia madre che porterà i cuccioli per tre settimane in un monolocale sulle Alpi, insieme a mio padre, e su quell’altra santa di mia suocera, che se li porterà dieci giorni al mare. Tre settimane le faremo di vacanze insieme (ebbene sì, quest’anno siamo riusciti a mettere in fila tutti e due tre settimane) e le restanti, che sono più o meno 8, saranno il trionfo della creatività: un mix di campi estivi, giornate extra con i nonni, giorni infrasettimanali di ferie prese per alleviare il carico dei nonni, scambio favori con le amiche, pigiama party lunghi, scampagnate estemporanee dei pargoli, rigorosamente divisi, nei nostri rispettivi luoghi di lavoro, che per un giorno non si nota e fa pure festa, coinvolgimento a sorpresa di zii, cugini e affini fino al sesto grado di parentela.

Ci sarebbe piaciuto inserire nella lista delle soluzioni creative anche i campi scuola del Comune, ma quest’anno, nonostante il successo dell’anno precedente, il Comune non li finanzia, e allora nisba.

Insomma, rischiamo di arrivare a settembre stremati, non solo noi, i genitori, ma anche i pargoli, sottoposti a vacanze a mosaico di cui rischiano di perdere il senso (perché un senso non ce l’ha, come direbbe Vasco Rossi).

Insomma i tempi in cui vacanza faceva rima con villeggiatura, tempi lunghi di ozio e noia, a sudare in canotta con un chinotto ghiacciato sotto la pergola di uva fragola, da questa prospettiva sembrano andati per sempre.

Quei lunghi mesi fatti di pomeriggi torridi che sembrava che il tempo non passasse mai, lenti come l’aria smossa da un ventilatore a pala, carichi di pensieri densi, al limite tra il sogno e la veglia, la realtà e la fantasia sono incompatibili con il sistema economico in cui viviamo: con questo mercato del lavoro, in cui chi lavora è sottoposto a ritmi frenetici e pressioni costanti, con questi stipendi, di media tra i più bassi d’Europa, e con questo costo della vita, che invece è in linea con la media europea, è molto difficile che in una famiglia uno dei due genitori possa fermarsi 16 settimane e assecondare la tradizione di partire armi e bagagli con la 500 familiare verso un lido di villeggiatura, lasciando l’altro in città a lavorare, pronto a fare la spola nei fine settimana.

Tempi e modi irrimediabilmente andati, che resistono solo per quei pochi, privilegiati o esclusi dal mondo del lavoro, che hanno ancora a disposizione 3 mesi di ferie. Insegnanti? Lavoratori stagionali in controtendenza? Calciatori (ma sì, lo so anche io che per loro non vale perché ad agosto iniziano la preparazione)? Musicisti, cantanti, artisti, attori e attrici senza tournée estiva? Ricchi senza tate? Avventurieri? Disoccupati? Lavoratori e lavoratrici precarie che si barcamenano lavorando da casa e riuscendo ad incastrare, nelle loro modalità liquide di lavoro, l’attenzione alla cura dei figli (ma quanto è difficile lavorare così?). Personaggi dei fumetti non coinvolti negli speciali da ombrellone?

E poi certo, i genitori, spesso le madri, a tempo pieno o che possono permettersi un congedo parentale non retribuito di tre mesi, quelle che per scelta o per destino possono dedicarsi totalmente alla cura dei figli e che sono lasciate spesso sole a riempire di idee, attività, giochi e anche noia un tempo lungo e denso.

Eppure è questa tipologia di genitori (non)lavoratori/trici che deve avere in mente chi pensa di far durare le vacanze estive 16 settimane. Senza neppure prevedere un’offerta di servizi pubblici integrativi.

Anzi, e paradossalmente, più la realtà delle famiglie medie si allontana dalla possibilità di aderire al modello 'villeggiatura di tre mesi' più, per mancanza di risorse, i servizi integrativi di comuni e municipi diminuiscono.

E così, chi non ha il privilegio del tempo, della rete (nonne e nonni, zii, vicini) o delle risorse economiche per pagare la retta di un centro estivo privato tiene i figli nelle case di città per le 16 settimane, qualche volta anche lasciandoli da soli ad aspettare che uno dei due genitori rientri dal lavoro.

Mentre le nostre scuole pubbliche nei quartieri rimangono abbandonate per 3 mesi, con i cortili chiusi dai cancelli, le biblioteche interne inaccessibili e gli spazi che i nostri figli e le nostre figlie potrebbero utilizzare per studiare ma anche per proseguire alcune delle attività iniziate durante l’anno (teatro, musica, sport, giardinaggio) separati da loro e dal quartiere e loro stessi, senza la scuola come centro di aggregazione, separati per tre mesi dai loro compagni e dalle loro amichette con cui riescono ad incontrarsi qualche volta di sfuggita al parco.

Sarò un’inguaribile romantica, colpa forse dei troppi libri letti nelle noiose estati calde della mia infanzia, ma non mi dispiacerebbe se nel momento in cui si parla di ripensare la scuola si pensasse anche a prolungarne l’apertura, non soltanto per la didattica (che magari con un mese in più di tempo potrebbe svolgersi dando a tutti/e il tempo necessario per imparare), ma anche per far diventare le scuole centri di aggregazione dei quartieri, spazi in cui svolgere attività che favoriscano la partecipazione, l’incontro e l’integrazione.

E magari tutte queste risorse, che disperdiamo in centri estivi non sempre di qualità, potremmo utilizzarle per coprire, in compartecipazione con i comuni, servizi ed iniziative da realizzarsi all’interno delle scuole.

E' legge il registro delle badanti

Ai numeri ufficiali sulle badanti, occorre affiancare il numero delle badanti "informali", che sono quasi 200 mila: figure non professionali, due su tre pagate in nero,senza contratto, senza tutele. Un mondo sommerso per un welfare parallelo sempre più cruciale per migliaia di famiglie. Otto su dieci sono donne, lavorano anche tredici ore al giorno, per uno stipendio di 800-900 euro al mese: le badanti sono ormai diventate un pilastro del nostro welfare e non a caso la Regione ha deciso di intervenire istituendo i registri territoriali a cui dovranno iscriversi.
Paolo Marelli, Il Corriere Della Sera ...

Conciliazione e welfare aziendale in Italia luci e ombre

  • Martedì, 26 Maggio 2015 10:04 ,
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Ingenere.it
26 05 2015

Nel nuovo rapporto ISTAT sulla situazione del Paese, che presentiamo in generale qui, il tema della“conciliazione tra tempi di vita e tempi di lavoro” compare per la prima volta a pagina 161 laddove si parla di “Qualità del lavoro”. Il tema è chiamato in causa per spiegare come l’incremento del part time sia per lo più legato a part time involontario, ovvero scelto dalle imprese per far fronte alla crisi (una scelta organizzativa) e non dalle famiglie per gestire i carichi extra-lavorativi e, in particolare, le responsabilità di cura (una scelta che sarebbe individuale). Il tema riappare a pagina 162, con la stessa funzione (il part-time non è da leggersi come funzionale alla conciliazione, visto che interessa spesso orari di lavoro 'anti-sociali': la sera, la notte, il fine settimana).

Lo ritroviamo poi, per una trattazione più estesa, nelle tre pagine che il rapporto dedica a Pratiche di welfare aziendale e Corporate Social Responsibility (paragrafo 4.1.4). In questa sezione scopriamo che “tra i benefit che le imprese offrono ai dipendenti rientrano le iniziative di welfare aziendale che – recando vantaggi non solo ai dipendenti e alle loro famiglia ma più in generale al territorio dove opera l’azienda – affiancano il welfare locale”. Tra queste misure rientrano: “offrire servizi aggiuntivi quali asili nido, servizi sociali, di assistenza, ricreativi e di sostegno” e “flessibilizzare l’orario di lavoro e favorire la conciliazione dei dipendenti”. I dati, risultanti dall’elaborazione delle informazioni ricavate da una sezione ad hoc, inserita nel mese di febbraio 2015 all’interno della Rilevazione mensile sul clima di fiducia delle imprese manifatturiere, dei servi di mercato e del commercio al dettaglio, mostrano che la tipologia di misure che interessano aspetti di work life balance non sono tra quelle maggiormente scelte dalle imprese.

Solo il 4,2% delle imprese nel settore del commercio – dove sappiamo esistere una forte presenza di occupazione femminile, laddove a tutt’oggi le donne sono investite in maniera preponderante dalle responsabilità di cura – dichiara di offrire servizi aggiuntivi; tale percentuale sale al 17,6% per le imprese del settore manifatturiero, per arrivare al 30,7% (meno di un terzo delle imprese sul territorio nazionale) per il settore dei servizi. Va meglio per le misure di flessibilità oraria che in generale richiedono all’impresa un minor investimento (in alcuni casi consentono addirittura un risparmio, quando si traducano in misure compensative delle ore di lavoro – tipo banche delle ore – che consentono flessibilità e recuperi contemporaneamente riducendo il ricorso allo straordinario) e comunque rispondono anche a esigenze organizzative delle imprese. Troviamo, infatti, che il 24,2% delle imprese nel commercio dichiara di offrire tale possibilità ai dipendenti e alle dipendenti, percentuale che sale a 36,2% per il settore manifatturiero e al 50,5% per i servizi.

Va notato che la tipologia dell’indagine, e la natura qualitativa dei quesiti, consente di rilevare “la percentuale di imprese che dichiarano di utilizzare determinate pratiche ma non quanta parte dei dipendenti risulta effettivamente coinvolta”. Va anche notato che le misure di "welfare o responsabilità sociale d’impresa" maggiormente diffuse sono quelle per le quali esistono norme di legge cogenti o incentivi che ne favoriscano l’introduzione: la formazione per i dipendenti (finanziabile mediante il ricorso ai fondi interprofessionali o a incentivi mirati provenienti dai fondi europei) e la tutela e sicurezza dei luoghi di lavoro e della salute dei dipendenti (incentivi INAIL per progetti alle imprese).

In questo senso, per aumentare l’adozione di misure di work life balance sarebbe necessario estendere con ulteriori finanziamenti la capacità di impatto di misure sperimentali quali il Family Audit o riproporre i finanziamenti ex art 9 legge 53/2000 che negli anni di funzionamento hanno promosso interessanti esperienze nelle imprese sul territorio nazionale.

Se guardiamo poi alla distribuzione per macro aree territoriali delle imprese che dichiarano di adottare tali misure, troviamo uno scenario che vede attività prevalenti al centro-nord, con alcune differenziazioni per tipologia di imprese legate anche alle caratteristiche produttive dei territori - e carenti, soprattutto per quanto riguarda le misure relative ai servizi aggiuntivial sud, in territori in cui, invece, si registra una storica carenza di servizi e il welfare integrativo aziendale potrebbe davvero fare la differenza. Colpisce, ad esempio, il dato relativo ai servizi aggiuntivi offerti dalle imprese del commercio: a fronte di un 8,5% di imprese che li offrono nelle aree del nord-ovest e di un 2,1% nelle aree del nord-est, troviamo valori percentuali pari a 0,5% al centro e pari al 2,4% al sud. Questa tipologia di servizi risulta maggiormente offerta dalle imprese nel settore dei servizi al centro, con una copertura pari al 56,4% del totale delle imprese coinvolte.

In conclusione, se si incrociano i dati relativi al welfare aziendale con i dati relativi all’occupazione femminile si nota, ancora una volta, come un maggior investimento di risorse pubbliche e private in “servizi di conciliazione” favorirebbe una maggiore partecipazione al mercato del lavoro soprattutto, ma non solo, delle donne più libere da oneri di cura (delle persone, della casa, del contesto sociale) e consentirebbe la creazione di opportunità di lavoro in molti settori, tra cui quelli delle professioni definite “elementari” in cui è prevalente l’occupazione femminile. Ma non si tratterebbe soltanto di questo. Si tratterebbe anche di favorire un approccio innovativo alla gestione d’impresa, promuovere l’ideazione e la messa a regime di servizi di gestione dei tempi e dei servizi che utilizzino in modo smart tecnologie e comunicazione, di favorire l’attivazione di reti che nascono anche da un modo diverso di pensare il lavoro ed i suoi tempi, e di portare nei territori, e soprattutto al sud, un contributo femminile e innovativo a quella spinta creativa che caratterizza le aree del paese in cui nascono 'germogli'.

Si registra da parte del mondo del lavoro un crescente bisogno di prestazioni aggiuntive, non solo nel campo della previdenza e dell'assistenza sanitaria, ma anche e soprattutto in quello dei servizi a favore della famiglia. Per far fronte a questa obiettiva difficoltà, aggravata peraltro nel nostro Paese da una base di contribuenti inferiore alla media europea, la risposta sembra arrivare dalla rinascita del cosiddetto welfare aziendale di secondo livello.
Vito de Ceglia, La Repubblica ...

Cronache di ordinario razzismo
03 03 2015

“Siamo passati da 3 mila militari a 4.800 militari a presidio delle città, 1.800 per i siti sensibili, abbiamo raddoppiato il numero dei militari impegnati nella terra dei fuochi e altri 600 militari saranno utilizzati per l’Expo”. Lo ha annunciato qualche giorno fa il ministro dell’Interno Angelino Alfano, a margine dell’approvazione in Consiglio dei Ministri del decreto legge n. 7, contenente le nuove misure antiterrorismo, entrato in vigore il 20 febbraio scorso e che dovrà essere convertito in legge dalle camere entro 60 giorni.

Il Ministro si è ben guardato dallo specificare come è finanziato questo dispiegamento supplementare di operatori delle forze dell’ordine.
Con quali fondi verrà “rafforzata e potenziata” l’operazione chiamata ‘Strade sicure’, il cui obiettivo è il controllo del territorio, il contrasto della criminalità e la vigilanza a siti e obiettivi sensibili, “anche in relazione alle straordinarie esigenze di sicurezza connesse alla realizzazione dell’Expo 2015”, come si legge nel decreto?
Sarà “autorizzata la spesa di 29.661.258,00 di euro per l’anno 2015. Al relativo onere si provvede – si legge sempre nel decreto – quanto a euro 14.830.629,00, mediante corrispondente riduzione della dotazione del Fondo nazionale per le politiche e i servizi dell’asilo”.
Ecco chiarito il dubbio: per trovare le risorse necessarie il governo attingerà al Fondo nazionale per le politiche e i servizi dell’asilo.
Un taglio “gravissimo”, come ha sottolineato il capogruppo di Sel alla Camera Arturo Scotto: “Non si combatte il terrorismo togliendo i soldi a chi deve costruire accoglienza ed integrazione”. Un taglio grave, sì, e perfettamente in linea con le politiche attuate finora, che alle strategie di inclusione e accoglienza sembrano prediligere misure di esclusione e controllo (per alcuni dati si veda il dossier I diritti non sono un costo).

Oltre all’aumento dei militari nelle strade il decreto prevede l’introduzione del reato di arruolamento all’estero con finalità terroristiche, con reclusione da 3 ai 6 anni per chi si unisce a organizzazioni o supporta i “foreign fighters”, e da 5 a 10 anni per chi si addestra individualmente all’uso di armi ed esplosivi. “Con un aggravante di pena per chi lo fa via web“, ha spiegato Alfano. Il decreto prevede infatti un intervento sulla rete: verrà stilata una black list dei siti inneggianti al terrorismo, che potranno anche essere oscurati.

Il provvedimento ha inoltre rafforzato i poteri dei prefetti sia in merito all’espulsione di cittadini stranieri considerati sospetti, sia per quanto riguarda il ritiro del passaporto e di documenti validi per l’espatrio. Stando a quanto dichiarato dal Viminale, ad oggi “sono state espulse 15 persone dall’Italia perché sospettate di terrorismo”. Un altro punto importante è l’istituzione della “procura nazionale antiterrorismo, come prosecuzione della procura nazionale antimafia”: “l’Italia non aveva una struttura di coordinamento centrale per quanto riguarda l’attività antiterrorismo – ha sottolineato il ministro della giustizia Andrea Orlando – e la avrà. Non abbiamo creato una nuova entità, ci sarà una procura antimafia nazionale e antiterrorismo”.

Prevista inoltre “la possibilità per il personale dei servizi di poter deporre nei processi mantenendo segreta la reale identità personale”, e “di effettuare, con autorizzazione dell’autorità giudiziaria, colloqui con soggetti detenuti o internati”.
E’ stata infine approvata la proroga delle missioni internazionali, tra le quali “ce n’è una importante contro l’Isis, in Iraq”, come ha evidenziato il ministro della Difesa Roberta Pinotti, specificando: “Abbiamo deciso di impegnarci con 280 addestratori e 80 consiglieri militari e amministratori. Siamo poi presenti con mezzi aerei e in tutto sono più di 500 le presenze, tra forze terrestri e forze dell’Aeronautica”. Un’operazione per cui “a decorrere dal 1° gennaio 2015 e fino al 30 settembre 2015 è autorizzata la spesa di 132.782.371 di euro”.

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