Lo Yemen e l’ascesa sciita

Internazionale
25.03.2015

A sud dell’Arabia Saudita, affacciato sul corno d’Africa e sullo stretto di Bab el Mandeb (uno dei principali corridoi marittimi del mondo in quanto conduce al mar Rosso e al canale di Suez) lo Yemen è sprofondato in una guerra civile che oppone indirettamente l’Iran e l’Arabia Saudita.

Il conflitto affonda le sue radici nella primavera araba del 2011, nella caduta di un dittatore al potere da 37 anni, nella sua sostituzione con il sunnita Abd Rabbih Mansur Hadi (uomo vicino agli Stati Uniti e all’Arabia Saudita) e nell’offensiva lanciata contro di lui dagli houthi, minoranza sciita del paese.
Dopo aver cacciato Hadi dalla capitale Sanaa, gli houthi e le loro milizie marciano verso Aden, rifugio del presidente. Al momento sembrano sul punto di assumere il controllo del paese con l’appoggio dell’Iran, e salvo un compromesso dell’ultima ora è probabile che l’Arabia Saudita, potenza tutelare dei sunniti, possa intervenire nel conflitto cedendo alle richieste delle autorità yemenite.

Questo significa che le due potenze di riferimento di sunniti e sciiti potrebbero ritrovarsi per la prima volta faccia a faccia, e quest’eventualità è sufficiente a far capire la portata del caos mediorientale. Ovunque nella regione (e soprattutto in Iraq e Siria) assistiamo infatti a uno scontro tra le due grandi correnti dell’islam, guidate rispettivamente dall’Arabia Saudita sunnita e dall’Iran sciita.

In Medio Oriente i sunniti sono largamente in maggioranza, ma questo rapporto di forze non dice tutto. Oltre al fatto che gli sciiti sono in maggioranza in Iraq e gli alauiti al potere in Siria fanno parte dello sciismo, attualmente gli sciiti sono la forza in ascesa della regione, per tre motivi.

Il primo è che sono sostenuti ovunque dallo stato più moderno della regione, quell’Iran che ha il livello culturale più elevato del Medio Oriente insieme alla Turchia e a Israele, che ha le forze armate più potenti e dove le donne esercitano un’influenza sempre maggiore sotto il velo imposto dalla teocrazia al potere.

La seconda ragione dell’ascesa degli sciiti è che aspettano da un millennio la loro rivincita nei confronti dei sunniti, mentre la terza è che il mondo sunnita è ormai in declino, diviso tra i jihadisti dello Stato islamico, i Fratelli musulmani (islamici ma non jihadisti) e una serie di regimi fragili, guidati da una monarchia costretta a trattare continuamente con religiosi reazionari ma fondamentali per la conservazione del suo potere.

Indispensabile da tempo in Libano, l’Iran lo è ora anche in Siria, in Iraq e nello Yemen. Se questo mese Teheran riuscirà a raggiungere un compromesso sul nucleare, le sanzioni che strangolano la sua economia saranno cancellate e la sua potenza ne uscirà decuplicata. È per questo che gli Stati Uniti scommettono sull’Iran per stabilizzare il Medio Oriente, ed è per lo stesso motivo che la Francia, il Regno Unito, Israele e i paesi sunniti osservano con timore la sua ascesa.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

La Repubblica
23 03 2015

SANA'A - Lo Yemen è "sull'orlo della guerra civile" e nel Paese - che occupa la zona meridionale della penisola arabica - si rischia uno scenario combinato Siria-Libia. L'allarme è stato lanciato dall'inviato speciale all'Onu Jamal Benomar che ha analizzato la situazione yemenita nel corso di una riunione urgente del Consiglio di sicurezza dell'Onu.

Il Paese è caduto negli ultimi mesi in una spirale di violenza dovuta all'avanzata delle milizie scitite Houthi (in un paese a maggioranza sunnita) che ha costretto il presidente Abd Rabbo Mansour Hadi a rifugiarsi nella città meridionale di Aden, da dove sta mettendo insieme truppe per contrastare i ribelli. "Sollecitiamo tutte le parti - ha detto l'inviato Onu - a rendersi conto della gravità della situazione e a cessare le ostilità e le violenze. Il dialogo pacifico è l'unica opzione che abbiamo".

Per l'inviato dell'Onu sarebbe illusorio pensare che le milizie Houthi possano prendere il controllo di tutto il Paese, o che Hadi possa mettere insieme un numero sufficiente di truppe per liberarlo. Benomar ha sottolineato "il timore che al-Qaeda usi l'instabilità del Paese a suo vantaggio". E non è solo al-Qaeda a preoccupare: anche lo Stato islamico si sta rafforzando in quest'area.

Il Consiglio di sicurezza Onu "ha condannato le azioni unilaterali portate avanti dalle milizie Houthi che minano il processo di transizione politica in Yemen, e mettono in pericolo la sicurezza, la stabilità, la sovranità e l'unità del Paese". In una dichiarazione adottata all'unanimità, i quindi membri hanno espresso "profonda preoccupazione per l'insufficiente attuazione della risoluzione 2201" e ribadito la disponibilità ad "adottare ulteriori misure contro qualsiasi parte in caso di mancata attuazione delle proprie disposizioni".

I quindici hanno deplorato il fatto che gli Houthi non abbiano attuato la richiesta di ritirare le proprie forze dalle istituzioni governative e di normalizzare la situazione della sicurezza nella capitale Sana'a e in altre province. Il Consiglio ha poi sostenuto la legittimità del presidente Hadi, invitando tutte le parti e gli Stati membri ad astenersi da qualsiasi azione che mini l'unità, la sovranità, l'indipendenza e l'integrità territoriale del Paese, e ad "accelerare un negoziato inclusivo mediato dalle Nazioni Unite per continuare la transizione politica".

Che il paese sia sull'orlo di una situazione libica lo conferma anche Abdel-Malek al-Houthi, leader del movimento Houthi. Il dirigente sciita però non sottolinea tanto gli scontri tra le due fazioni in guerra, quanto l'avanzata jihadista. Venerdì, una serie di attacchi contro moschee sciite frequentate dai sostenutori del movimento, hanno fatto oltre 140 morti e centinaia di feriti. In un discorso trasmesso in televisione, al-Houthi ha detto che combatterà con decisione contro lo Stato islamico e contro al-Qaeda.

Eppure in queste ore le mosse del movimento sono dirette contro le milizia sunnite fedeli al presidente deposto Hadi. I miliziani Houthi hanno conquistato domenica larghi settori della città di Taiz, aeroporto compreso. Taiz è la terza città del paese e combattenti si stanno schierando intorno a Aden, la seconda città del paese, porto cruciale e capitale ombra di Hadi dopo la sua fuga da Sana'a. Aden stessa è stata centro di violenti scontri nei giorni scorsi, soprattutto giovedì. E nelle ultime 72 ore il compound presidenziale dove si è rifugiato Hadi è stato attaccato da raid aerei per ben tre volte, costringendo il presidente legittimo a fuggire "in un luogo sicuro".

Controllando Taiz e avanzando verso Aden, gli Houthi potrebbero prendere il controllo del distretto di Bab al-Mandeb, ovvero avere il controllo del passaggio nello stretto tra il golfo di Aden e il mar Rosso, snodo cruciale per i traffici mondiali.

Nonostante sia l'Onu sia i leader del Golfo (tutti sunniti, Arabia Saudita in primis) sostengono la legittimità del presidente Hadi, il movimento Houthi ha l'importante appoggio dell'Iran, dove lo sciismo è maggioranza, tanto che Teheran è intervenuta ieri chiedendo ad Hadi di rinunciare al suo ruolo per risparmiare al paese ulteriore spargimento di sangue. Il vice ministro degli esteri iraniano Hossein Amir Abdollahian ha sintetizzato così la posizione del suo Paese: "La nostra aspettativa è che il presidente Hadi si dimetterà piuttosto che ripetere i suoi errori, che giochi un ruolo costruttivo nel prevenire la spaccatura dello Yemen e la trasformazione di Aden in un luogo sicuro per i terroristi".

amal basha e la lotta per lo yemenAmal Basha dice di non potersi permettere di passare inosservata. La visibilità è la sua guardia del corpo. "La mia famiglia aveva organizzato il mio matrimonio quando avevo 8 anni. Era troppo presto, non ero pronta. Divorziai e la mia famiglia si prese cura di me e del bambino, mentre cominciai a frequentare l'università a Sana'a". Ora la sua vita è la lotta per la causa nazionale yemenita.
Paola Piacenza, Io Donna ...

Yemen, la repressione delle proteste degli houthi

Il Fatto Quotidiano
10 09 2014

Dopo settimane di proteste e sit-in pacifici nella capitale Sana’a, ieri ci sono stati i primi morti. Almeno sette, oltre a 50 feriti, quando le forze di sicurezza yemenite hanno aperto il fuoco contro un gruppo di manifestanti houthi della minoranza sciita, che si era avvicinato troppo al palazzo del governo.

Uccisioni illegali, uso eccessivo della forza: queste le prime conclusioni di Amnesty International sulla base delle testimonianze raccolte ieri pomeriggio. “Non hanno dato alcun preavviso, improvvisamente hanno aperto il fuoco contro di noi, ad altezza d’uomo, con le armi automatiche” – ha riferito un testimone oculare. Le forze di sicurezza hanno usato cannoni ad acqua e gas lacrimogeni per disperdere i manifestanti, poi li hanno inseguiti e arrestati fino alle loro abitazioni. Numerosi gli arresti, anche all’interno degli ospedali.

Il timore, ora, è che Sana’a diventi un sanguinoso campo di battaglia. Le prime dichiarazioni dei portavoce houthi confliggono: da un lato si annuncia una risposta “adeguata”, dall’altro continuano gli appelli per mantenere pacifica la protesta.
Il conflitto a intermittenza in corso da anni nel nord dello Yemen tra gli houthi e l’esercito yemenita (appoggiato da milizie e tribù locali), che già dal 2013 si era esteso dalla provincia di Saada a quelle di Amran, Hajja e Jawf, ora rischia di assumere un carattere nazionale.

Gli houthi, che prendono il nome dallo sceicco Hussein Badr Al-Din al-Houthi, parlamentare negli anni Novanta dello scorso secolo, passato alla lotta armata all’inizio di questo secolo ed ucciso dall’esercito yemenita nel settembre 2004, chiedono le dimissioni dell’attuale governo – secondo loro, corrotto e colpevole di provvedimenti impopolari, come la fine dei sussidi sulla benzina – e di non essere tenuti ai margini nel dibattito politico sul futuro del paese, assai incerto dopo la fine del trentennale potere del presidente Ali Abdullah Saleh.

L’allarme era arrivato già al Consiglio di sicurezza, che alla fine di agosto aveva chiesto agli houthi di ritirare le sue forze dalla provincia di Amran, sospendere le ostilità in quella di Jawf e smantellare i campi e i posti di blocco intorno alla capitale. Nelle capitali del Golfo, dove al potere sono le famiglie reali sunnite e le rivendicazioni degli sciiti sono all’ordine del giorno, si guarda alla situazione dello Yemen con grande preoccupazione.

Per capire lo Yemen (Farian Sanatili, Il Sole24Ore)

"Il niqab non ha nulla a che vedere con l'islam: qui in Yemen gli uomini non sono abituati a vedere le donne a viso scoperto e noi ci sentiamo a disagio", spiega Aisha. Laureata, lavora in una piccola azienda di software ed è stata intervi stata dalla fotografa Agnes Montana. ...

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