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L’hijab? Non è un problema

  • Giovedì, 10 Luglio 2014 08:16 ,
  • Pubblicato in IL MANIFESTO

Il Manifesto
10 07 2014

Artiste. Un'intervista con la fotografa yemenita Boushra Almutawakel, in mostra a New York presso la galleria Howard Greenberg. «L'occidente è pieno di stereotipi nei nostri confronti, pensa che siamo vestite di nero 24 ore su 24. E trovo inutile discutere se sia giusto o no portare il velo...Noi, abbiamo altro da fare»

Il filo di perle non spunta più dalla cami­cetta verde, quando Bou­shra Almu­ta­wa­kel (Sana’a, Yemen 1969) avvolge il capo nell’hijab nero. Pro­cede len­ta­mente davanti alla parete della gal­le­ria Howard Green­berg di New York, dove si sus­se­guono nove foto­gra­fie della serie Mother, Daughter, Doll (2010), espo­ste in occa­sione della mostra The Middle East Revea­led: A Female Per­spec­tive (visi­ta­bile fino al 30 ago­sto).

È rico­no­sci­bile il suo volto, quello di una madre con la sua bam­bina che, a sua volta, stringe pro­tet­tiva la bam­bola. Sagome che pro­gres­si­va­mente per­dono la spen­sie­ra­tezza annul­lando colori e pro­fili in un nero cupo che parla da sé. I primi schizzi e l’idea ini­ziale risal­gono al 2008, ma solo due anni dopo la foto­grafa yeme­nita ha avuto l’occasione di rea­liz­zare il pro­getto durante un work­shop.

«Dove­vamo orga­niz­zare un set e le foto sareb­bero state espo­ste in occa­sione della mostra finale — spiega Bou­shra Almu­ta­wa­kel — Ini­zial­mente pen­savo di foto­gra­farmi insieme a tutte e quat­tro le mie figlie, ma risultò troppo dif­fi­cile, così alla fine è pre­sente solo una di loro. Il lavoro non è che la mia osser­va­zione su una situa­zione molto con­ser­va­trice come quella dello Yemen, che oggi è ancora più «chiuso» di un tempo. Riguarda vari set­tori, uno è il modo in cui non solo le donne devono coprirsi, ma anche le ragazze. Come adulta, per­so­nal­mente, non sono con­tra­ria all’uso dell’hijab. Il motivo è coprirsi alla vista degli uomini. Ma non fun­ziona. Anche se ci copriamo dalla testa ai piedi, gli uomini ci tra­pas­sano con lo sguardo e fanno com­menti. Invece di dare tutta la respon­sa­bi­lità alle donne, è neces­sa­rio che gli uomini si assu­mano le loro e comin­cino a rispet­tarci come esseri umani».

Nel 2005–2006, in Yemen, lei ha lavo­rato per il Mini­stero dei diritti umani per met­tere a fuoco la con­di­zione fem­mi­nile nel suo paese, tema­tica cen­trale anche nel suo lavoro arti­stico… Qual è la forza di uno stru­mento come il lin­guag­gio fotografico?

Da parte mia, almeno all’inizio, non c’era la con­sa­pe­vo­lezza delle poten­zia­lità di que­sto stru­mento. Ma, fin dall’inizio, sono rima­sta molto sor­presa dalle rea­zioni che ho regi­strato — in Yemen e fuori — nei con­fronti del mio lavoro e di quello di altre arti­ste. Mi col­piva soprat­tutto come le per­sone discu­tes­sero fra loro, arri­vando quasi a com­bat­tere. È molto potente che io possa dire qual­cosa con la foto­gra­fia. Forse è più accet­ta­bile per la società che io sia un’artista visiva. Se fossi stata una scrit­trice, non sono certa che avrei potuto dire le stesse cose. Posso espri­mermi, anche se non a tutto il mio pub­blico piace quello che dico e porto alla luce con i miei argomenti.

«Mother, Daughter, Doll» (2010) è una delle sue serie più famose. Vedendo la sequenza lumi­nosa che si con­clude con il buio totale che avvolge le figure, mi è venuto in mente un mio ricordo di Sana’a di qual­che anno fa, quando sono stata in un vec­chio ham­mam. Lì, natu­ral­mente, le donne, che in giro sono vela­tis­sime (quasi tutte indos­sano anche guanti neri) erano spo­gliate e sem­bra­vano unite da una certa com­pli­cità. In occi­dente vige l’idea di una sorta di schi­zo­fre­nia che vive la donna araba indos­sando il velo. Come risponde?

In Yemen non ci si rende nean­che conto di que­sto. È una società molto segre­ga­tiva. Come nell’hammam, ci si riu­ni­sce tra donne anche in altre occa­sioni. Pure gli uomini lo fanno tra di loro. Non usiamo mischiarci. Non so se lei ha mai fre­quen­tato qual­che festa. In tali occa­sioni, le donne curano molto il loro abbi­glia­mento e indos­sano abiti scol­lati e sexy, per­ché si sen­tono libere di poterlo fare. È in Occi­dente che c’è chi non capi­sce que­sta realtà. Si pensa che siamo vestite di nero 24 ore su 24. Ma quella è una parte della nostra esi­stenza. E non ha impor­tanza solo ciò che indos­siamo. Abbiamo una testa, un cuore, un’anima, dei pen­sieri. Vederci in quel modo, è uno ste­reo­tipo. Lo è anche ragio­nare sull’essere favo­re­voli o meno al velo.… La vita per noi va avanti e non stiamo certo a pen­sare che stiamo indos­sando l’hiqab o l’hijab. Abbiamo ben altro da fare.

Rice­vere nel 1999 il titolo di «Prima Donna Foto­grafa dello Yemen» da parte dell’Empirical Research and Women’s Stu­dies Cen­tre dell’Università di Sana’a le ha dato delle pos­si­bi­lità in più?

È stato un pro­getto della mia inse­gnante di Studi sulla Donna. Rauffa Has­san, che ora non c’è più… era una per­sona mera­vi­gliosa. Era fem­mi­ni­sta e all’epoca stava scri­vendo un libro sulle pio­niere in Yemen. Nell’elenco, che include anche la prima donna che è andata in bici­cletta in pub­blico, la prima pilota, il primo medico… ci sono finita pure io. Ha inter­vi­stato ognuna di noi e ci ha invi­tate in occa­sione di quell’evento. È stato un modo per rico­no­scere il mio lavoro, ma non credo che mi abbia dato altre opportunità.

Ha mai avuto pro­blemi nello svol­gere il suo lavoro artistico?

Forse sarebbe stato dif­fe­rente se non fossi stata spo­sata. Il matri­mo­nio mi ha dato una grande libertà. Sono stata for­tu­nata per­ché mio marito è molto aperto e mi sup­porta. Sì, comun­que, in alcune occa­sioni ci sono per­sone che non si sono fatte foto­gra­fare per­ché ero donna o altre che mi hanno in presa in giro. Se mi fossi lasciata con­di­zio­nare sarebbe stato pesante, ma non ci ho fatto caso. Piut­to­sto, le dif­fi­coltà mag­giori sono state quelle di tro­vare delle risorse per andare avanti.

Yemen, autobomba a Sanaa, diverse vittime

Corriere della Sera
05 12 2013

Attentato kamikaze a Sanaa, capitale dello Yemen, contro il ministero della difesa. L’esplosione è stata provocata da un’autobomba. L’attentatore si è lanciato con l’auto, carica di esplosivo, contro il portone del ministero, poco dopo l’inizio dell’orario di lavoro e subito dopo si è verificato uno scontro a fuoco tra soldati e militanti arrivati a bordo di veicoli.

IL COMMANDO - Venti persone sarebbero morte e decine sarebbero i feriti. Il ministero della Difesa ha diffuso una breve dichiarazione in cui ha confermato l’attacco e ha precisato che «la gran parte» dei militanti è stata uccisa, senza tuttavia precisare il numero. Una cinquantina di militari figurano tra i feriti che sono stati trasportati in due ospedali della città. Ufficialmente il ministero della difesa ha annunciato di avere annientato il commando di uomini armati che ha fatto irruzione nel complesso di edifici del ministero, ma una fonte militare ha detto che le forze di sicurezza stanno cercando complici del gruppo armato in edifici vicini. Apparentemente si è trattato di un tentativo di prendere il controllo del ministero. L’attentato non è stato sinora rivendicato, ma porta i segni distintivi di al-Qaeda, il cui ramo yemenita è considerato tra i più attivi al mondo.

DISTRUZIONE - Subito dopo l’esplosione, diversi blindati sono giunti a Bab al-Yaman, l’ingresso della città vecchia della capitale, dove si trova anche la sede della Banca centrale. L’autobomba ha causato pesanti danni all’ospedale interno al complesso e fatto esplodere finestre e porte di case e uffici nelle immediate vicinanze. Un mezzo blindato dell’esercito è stato distrutto, mentre tre auto civili all’esterno del ministero sono state ridotte a carcasse carbonizzate, hanno raccontato testimoni. Il ministro della Difesa, Nasser Ahmed, oggi si trova a Washington per colloqui.

VIOLENZE - Lo Yemen sta attraversando un periodo di ripresa delle volenze, mentre un governo ad interim sta cercando di far fronte alle battaglie tra secessionisti del sud del Paese, legati ai militanti di al Qaeda e ribelli del Nord, oltre che ai gravi problemi economici ereditati dal precedente presidente, Ali Abdullah Saleh, costretto a ritirarsi nel 2011.

La Repubblica
23 10 2013

SHABAA - Una ragazzina yemenita di 15 anni è stata "bruciata viva", perché avrebbe incontrato il suo fidanzato prima del matrimonio: è quanto riferito dalla polizia locale, secondo la quale il padre della vittima è il principale autore del brutale omicidio.

L'uomo, 35 anni, dovrà rispondere davanti alla giustizia della morte della figlia nella città di Shabaa, nella provincia meridionale di Taez. I resti della giovane sono stati portati all'ospedale.

Yemen, basta spose bambine

  • Venerdì, 20 Settembre 2013 10:43 ,
  • Pubblicato in Flash news

Globalist
20 09 2013

Troppo piccole per diventare madri e mogli, troppe volte abbandonate dalla giustizia che, in Yemen, corre quasi sempre sui contorni della tribù piuttosto che su quelli dello Stato. Uno Stato che non ha voluto neanche proteggerle con una legge.

Oggi però, per le spose bambine, si intravede una speranza: il ministro yemenita per i diritti umani Hurriya Mashhoor si è impegnata a fare pressione sul parlamento di Sana'a perché stabilisca a 18 anni l'età minima per sposarsi. Oggi un'età minima non esiste.

Ci è voluto un decesso perché le autorità prendessero provvedimenti. Rawan, 8 anni, è morta circa due settimane fa in seguito alle lesioni interne causatele dalla sua prima notte di nozze con un uomo di 40 anni. È accaduto a Haradh, nel distretto nord-occidentale di al-Hajjah, a pochi chilometri dal confine con l'Arabia Saudita. Non è la prima, e non sarà neanche l'ultima. E tutti - dal padre della bambina alle autorità di Haradh - hanno tentato di insabbiare la vicenda, portata a galla dal giornalista free lance Mohammad Radman.

Secondo l'AFP, i leader tribali - che in Yemen hanno ancora un immenso potere decisionale - della zona di Haradh hanno smentito del tutto la vicenda. Stando a quanto riporta Gulf News, Mosleh al-Azzani, direttore del dipartimento di indagini criminali del distretto di Haradh, ha contattato il padre della bambina per un interrogatorio: l'uomo si sarebbe presentato con una bambina che ha dichiarato essere Rawan e al-Azzani dice di poter "mostrare la foto a chiunque".

Eppure la pressione mediatica sul caso qualcosa ha prodotto: il governo di Sana'a ha confermato che ci sarebbe un'indagine in corso sulla vicenda. "Il governo - ha dichiarato Rajeh Badi, un assistente del primo ministro Mohammad Salem Basindwa - sta prendendo sul serio la questione. Investigherà a fondo e i responsabili se la vedranno con la giustizia".

E ci è voluta anche un ministro donna, nominata al dicastero che dovrebbe proteggere le donne, per dare una pur sempre debole, ma significativa svolta. "Stiamo chiedendo - ha confermato il ministro Hurriya Mashhoor - di fissare l'età minima per il matrimonio a 18 anni, dal momento che lo Yemen è firmatario di convenzioni internazionali sui diritti dei minori". Tra queste, la ICESCR (International Convent of Economic, Social and Cultural Rights), la ICCPR (International Convent of Civic and Political Rights) e la Convenzione per consentire il matrimonio, l'età minima per il matrimonio e la registrazione del matrimonio.

Il dramma delle spose bambine, molto diffuso in Africa e in Asia - principalmente in India, Nepal, Afganistan ed Etiopia - in Yemen assume proporzioni gigantesche: secondo i dati del governo di Sana'a e delle Nazioni Unite, più della metà delle ragazze si sposa prima dei 18 anni. E il 14 per cento prima dei 15 anni. In alcune aree rurali, le bambine di 8 anni vengono vendute dalla famiglia a uomini quattro, cinque o anche sei volte più vecchi di loro. Per togliersi una bocca in più da sfamare, per riuscire a sopravvivere con i soldi della dote.

Secondo uno studio condotto da Human Rights Watch, molte bambine vengono ritirate dalla scuola non appena raggiungono la pubertà. Oltre a essere private dell'educazione, vengono utilizzate in casa per aiutare nelle faccende domestiche, crescere i loro fratellini più piccoli e in seguito vengono date via al miglior offerente. Alcune ricerche condotte da organizzazioni che difendono i diritti dei bambini, tra cui Save the Children, hanno dimostrato che la mancanza di educazione e di potere nel matrimonio aumentano il rischio di complicanze riproduttive: le bambine, infatti, non sono in grado di controllare né il numero né la distanza tra un figlio e l'altro.

Molte delle spose bambine, inoltre, subiscono violenza di genere, come la violenza domestica e lo stupro. Nel campione di donne intervistate da Human Rights Watch, in tante lamentano abusi sia verbali che fisici, oltre che dai mariti, anche da parte di cognati e suoceri con cui dividono la casa dopo il matrimonio.

Durante le rivolte scoppiate in Yemen nel 2011, che hanno portato alla sostituzione dell'ex presidente-padrone Ali Saleh con Adb Rabbuh Mansour el-Hadi sotto il beneplacito dell'Arabia Saudita, i dimostranti richiedevano a gran voce l'uguaglianza tra uomo e donna e la tutela dei diritti umani in Yemen.

Tawakkol Karman, l'attivista yemenita premio Nobel per la pace 2011, ha criticato duramente la politica fallimentare di Sana'a nel vietare il matrimonio delle bambine. "Vi è un vasto spazio - ha dichiarato l'attivista per i diritti delle donne - nel nostro patrimonio legislativo islamico per raggiungere il consenso per l'adozione dei 18 anni come età minima per il matrimonio".

Eppure, è proprio l'eredità islamica a essere addotta come pretesto dai legislatori. L'età minima di 18 anni, fino al 1999, c'era: proprio citando fonti religiose, quell'anno il parlamento yemenita ha abolito l'età minima di 15 anni per contrarre matrimonio.
Nel 2007, la maggioranza dei deputati ha approvato un disegno di legge che fissava a 17 l'età minima: un gruppo di legislatori ha però obiettato che ristabilire un limite d'età per il matrimonio sarebbe contrario alla Shari'a (la legge islamica, ndr) e ha bloccato la legge. Poi è arrivata la rivolta, e lo Yemen ha dimenticato ancora una volta le sue spose bambine.

Giorgia Grifoni

Yemen, morta sposa-bambina dopo le nozze per emorragia

  • Lunedì, 09 Settembre 2013 14:17 ,
  • Pubblicato in Flash news
L'Unità
09 09 2013

La piccola aveva soltanto 8 anni ed era andata in sposa ad un uomo di 40. Più di un quarto delle donne yemenite si sposa prima dei 15 anni.

Una bambina yemenita di 8 anni, andata in sposa a un uomo di 40 anni, è morta per le lesioni riportate durante la prima notte di nozze che le hanno causato un'emorragia interna.

«Rawan», questo il nome della bambina secondo quanto riportato dal britannico Mail che cita degli attivisti locali, viveva nella zona tribale di Hardh, vicino al confine con l'Arabia Saudita, nel nord-ovest dello Yemen.

Il gruppo di attivisti spinge affinché la famiglia della bambina e il marito vengano arrestati, sebbene la pratica delle spose bambine sia molto diffusa nello Yemen. Più di un quarto delle donne yemenite si sposa prima dei 15 anni, secondo un rapporto del Ministero degli affari soiali.
Lo Yemen aveva stabilito a 15 anni l'età minima per il matrimonio, ma la legge venne poi abrogata negli anni Novanta, per consentire ai genitori di decidere quando far sposare le figlie.



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