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ZeroViolenza

Condanne genova

di Fabio Marcelli*
19 luglio 2012

Suscita forti perplessità la decisione della Corta di Cassazione di confermare, sia pure con qualche sconto di pena già concesso o prevedibile in seguito a rinvio, le pesanti condanne inflitte a vari manifestanti di Genova.
Le perplessità nascono dalla spropositata lunghezza dei periodi di carcere che i condannati dovrebbero scontare, per comportamenti obiettivamente non dotati in quella misura di un crisma di antigiuridicità ed allarme sociale.

EREDI DI UNA LIBERTÀ CONTROVERSA

di Lea Melandri

Circa quarant’anni fa faceva il suo ingresso nella vita pubblica una generazione ‘imprevista’ di donne, destinata a cambiare usi e costumi e persino la categorie storiche della politica, e ne nasceva al medesimo tempo un’altra che per effetto di quella ‘rivoluzione’ avrebbe potuto vivere, se non in modo meno problematico, sicuramente meno oppressivo la propria appartenenza al sesso femminile.
Nella rubrica di Posta del cuore che tenni all’inizio degli anni ’80 sul settimanale “Ragazza In”, le adolescenti si firmavano “Lacrima ‘68”, “Inquietudine ‘71”, ma non ci misero molto a raccontarsi, tramite lettera, con la lucidità di analisi che era stata delle loro madri nei gruppi di autocoscienza.

COPPIE DI CORPI NARRANTI

di Barbara Mapelli

Appaiono di frequente sui periodici, soprattutto femminili, le immagini di queste coppie quasi-gemellari – spesso bionde, capelli lunghi, grandi sorrisi, abbigliamento identico, sia esso elegante o casual.
Sono entrate ormai nel novero dei nuovi stereotipi: madre e figlia quasi indistinguibili, profili idealizzati di una realtà più diffusa, che non è certamente solo quella patinata delle riviste, e che quindi non si può sbrigativamente archiviare soltanto come prodotto di astuti messaggi pubblicitari.
Alcune di queste immagini lo sono senz’altro, ma in ogni caso parlano di modelli che in forme meno visibili, meno sensazionali, ci riguardano da vicino, popolano la nostra vita quotidiana.

PEDOFILIA: NOI O LORO?

di Monica Pepe

Il male di vivere, ma anche l'intelligenza, la sensibilità, il coraggio, la forza di scegliere. Solo quando la paura è passata sappiamo cosa resta di noi. Ogni bambina, ogni bambino porta con sé un seme che può domani trasformarsi in salvezza o danno per l'universo...
Dell'amore del danno, spettacolo di Maria Inversi

Non esiste nulla di più politico di ciò che la collettività non vuole vedere e nominare, questo è il caso della pedofilia e dell’incesto. Oggi contrariamente a ieri, se ne comincia a parlare pubblicamente, anche se la recente insistenza mediatica sui sacerdoti che hanno commesso abusi su bambine e bambini, rivela un meccanismo collettivo di rimozione profonda che vuole allontanare da sé la vera radice e dimensione del problema.
di Cristina Morini

Vi ricordate di Cappuccetto Rosso? Cappuccetto Rosso prosegue, diritta verso l’obiettivo, la sua strada nella foresta, anche se qualcuno le ha raccomandato di evitarlo. Per cambiare le cose, sperimentando, non ci vuole un immenso coraggio. Cappuccetto affrontò il lupo, che addirittura la divorò ma lei ne uscì, grazie ad astuzia e forza d’animo. A noi basta imparare a dire ciò che stiamo vivendo: il diritto/dovere di “dire la verità”.

Schiave radiose di Lea Melandri

L’aspetto più evidente della barbarie in cui stiamo precipitando è la semplificazione estrema dei problemi: si semplifica usando l’immaginario per scatenare determinate emozioni  -vedi, nel caso Englaro, l’uso della figura fortemente emotiva del ‘procurare la morte per fame e per sete’, un’evocazione lontana da ogni verità medico-scientifica- oppure si semplifica nascondendo situazioni complesse e contraddittorie dietro una razionalità ideologica  -come fa ad esempio gran parte della sinistra quando non riconosce che l’immigrazione, la mescolanza di culture, di popoli diversi, muove paure, rifiuti, diffidenza, aggressività- e poi c’è la semplificazione dell’ intervento repressivo, autoritario, per cui tutto il problema viene a ricadere dentro una logica punitiva– controllo, aggravamento di pena, ritorsione vendicativa. Ma rischiamo anche noi di semplificare, quando diciamo con forza  -ed è giusto ripeterlo fino alla nausea- che la violenza contro le donne è maschile, “che non ha passaporto”, come dicevano gli slogan delle nostre manifestazioni, e che è essenzialmente domestica -cioè che avviene all’interno di insospettabili legami intimi, famigliari, amorosi-, domestica anche quando avviene nelle strade, perché è nella famiglia che si formano gli uomini, è nei primi rapporti parentali che si strutturano pulsioni di amore e odio destinate a segnare la vita adulta. Tuttavia, è una semplificazione fermarsi a questa verità e non riconoscere che la violenza sessuale è stata usata come arma di guerra da parte di uomini contro altri uomini, di popoli contro altri popoli. Ciò vuol dire rendersi conto che il sessismo spesso si intreccia e si confonde col razzismo, come sta avvenendo oggi, sotto i nostri occhi: una campagna xenofoba spinge il gruppo etnico che ne è colpito a vendicarsi, aggredendo i corpi delle donne di chi gli è ostile.

DA STONEWALL AL PAY PRIDE

di Porpora Marcasciano

Sono tanti e soprattutto seri i motivi che fanno immaginare il pride del 3 luglio a Roma come altro, totalmente altro dall’evento che eravamo abituati a festeggiare. Tante le ragioni per dissociarsene e sentirlo distante dal nostro orgoglio.
Del resto era prevedibile che in un’Italia dove tutto si è storto, il Pride seguisse la stessa sciagurata tendenza!
Nella sua organizzazione, salta vistosamente all’occhio l’assenza delle persone trans, sia a livello simbolico che fisico, eppure sono state proprio loro ad aprire il percorso della liberazione.
A causa di un pregiudizio antico che affonda le sue radici in una cultura maschilista e sessuofobica, le persone transessuali sono considerate anormali, degenerate, quindi non degne di rispetto. Fortemente emarginate perché definite socialmente pericolose, escluse perché non rientrano nei modelli stabiliti, la stragrande maggioranza di esse è costretta a vivere in condizioni di grande disagio. Salvo poche eccezioni, questa realtà è comune a gran parte dei paesi del mondo e da quanto denunciato da un rapporto di Amnesty International in alcuni è ancora punita con la pena di morte, con il carcere, con la tortura. Negli ultimi anni, in Italia la violenza nei confronti delle persone transessuali ha raggiunto  livelli preoccupanti, nel solo 2008 sono state 9 quelle uccise e già 4 nei primi due mesi del 2009. Secondo le associazioni il dato non è esatto e andrebbe rivisto in quanto l’esperienza transessuale non sempre traspare dai rapporti di polizia perchè i documenti delle vittime, durante il transito riportano ancora il nome di nascita. Dalla lista che ogni anno viene compilata per il 20 Novembre, la giornata dedicata in tutto il mondo alle persone trans uccise, l’Italia detiene il triste primato degli omicidi. Tutto questo non può essere un caso, in Italia infatti, negli ultimi anni si è assistito a un preoccupante rigurgito di razzismo e omofobia. Politiche e campagne informative basate completamente sulla paura  del diverso, sulla minaccia alla solidità sociale rappresentata da tutto ciò che esula dai valori tradizionali. Molte delle aggressioni a travestiti e transessuali risultano essere di matrice politica, tutte riconducibili a bande o gruppi della galassia dell’estrema destra. In alcuni loro siti si possono leggere più o meno chiaramente programmi omofobi e trans fobici ed esplicite rivendicazioni di attacchi a transessuali, gay e lesbiche.

LE BUONE MADRI CHE UCCIDONO

di Barbara Mapelli

La maternità vive oggi, tra le molte, una contraddizione che appare ed è di fondo: si fanno pochi figli, ma l’obbligo a essere una buona madre è sempre più prescrittivo. Proprio perché divenire madre è ormai, prevalentemente, una scelta, che può avvenire una o due volte nella vita di una donna - così scriveva alcuni anni fa Chiara Saraceno - questa scelta assume una dimensione problematica, che deve essere integrata, più o meno consapevolmente, nell’insieme delle esperienze della vita di una donna, nei suoi progetti, nelle prospettive e organizzazione quotidiana e biografica.
Lo “scandalo etico del capitalismo contemporaneo”, secondo la felice epressione di J. P. Fitoussi, consiste certamente nella globalizzazione della povertà, con la precisazione doverosa che il fenomeno opprime con pesi differenziati le donne e gli uomini in ogni luogo del pianeta, anche nella porzione di Occidente in cui viviamo.
Secondo accreditate rilevazioni statistiche, anche in Europa la povertà è femminile e in Italia lo è particolarmente, posto che per le donne l’occupazione raggiunge solo il 46% contro una media europea del 57%, mentre il loro livello retributivo, in media, non raggiunge neppure il 75% di quello maschile.
Le pressioni normative – poco contrastate- provenienti dall’Unione europea in tema di relazioni industriali, vanno tutte nel senso di aumentare la flessibilità del lavoro derogando dalle più favorevoli regole nazionali. Si manifesta da gran tempo un’Europa a-sociale che presenta il conto della crisi ai soggetti svantaggiati, destinati a pagare in termini di disoccupazione, di lavoro intermittente e precario scarsamente retribuito, di orari orari flessibili (prolungati o accorciati a discrezione), pensioni cancellate.
E’ la legge patriarcale/mercantile, strutturata sull’ordine maschile/proprietario che prevede la disponibiltà degli esseri umani posti in situazione di subalternità dalla concentrazione del potere nelle direzioni di impresa, che rende le vite femminili soggette al bisogno e ai molti conseguenti soprusi.

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Zeroviolenza è un progetto di informazione indipendente che legge le dinamiche sociali ed economiche attraverso la relazione tra uomini e donne e tra generazioni differenti.

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