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venerdì 14 dicembre 2018



"L'altrove è uno specchio in negativo. Il viaggiatore riconosce il poco che è suo, scoprendo il molto che non ha avuto e che non avrà".
Marco Polo



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La città dei bambini nella mente degli adulti

Geni Valle*, Zeroviolenza
25 marzo 2015

"Vivere senza confini", recitava lo spot pubblicitario di una compagnia telefonica, evocando libertà, superamento dei limiti spaziali e, naturalmente,  la possibilità di raggiungere tutti ed essere raggiunti. Divertita ed appena inquieta, mi domandavo se il successo del messaggio potesse derivare dalla soddisfazione del desiderio, inconscio e universale, di eludere le angosce che accompagnano la dimensione della separatezza.

Sono angosce che frequento nella quotidianità della pratica clinica, quando aiuto i miei pazienti a tracciare i confini tra sé e l’altro, nella faticosa costruzione dell’identità e dell’identità di genere, rinunciando alla protezione della dipendenza e alle infantili illusioni di onnipotenza, nella consapevolezza dei propri limiti e della propria incompletezza.
“Vivere senza confini” non è conveniente: equivale al fallimento della speranza di portare a termine il grande compito di diventare se stessi.

Ogni forma di violenza è sostanzialmente mancato riconoscimento o violazione di confini dell’alterità, madre di tutte le violenze è non riconoscere e rispettare l’altro come separato e diverso da sé.

Non bastano le leggi, le battaglie ideologiche e politiche a garantire una buona e rispettosa relazione tra persone. La violenza sembra accompagnarci da sempre, come fosse il male incurabile di ogni società, affrontato con terapie perlopiù sintomatiche e ricche di effetti collaterali, mentre soprattutto nei periodi di decadenza se ne diffondono i germi e si approntano terreni di coltura. Accanto all’aiuto e alla comprensione delle vittime, non ci si può esimere dal compito di continuare a cercare le radici più profonde del comportamento violento, le vie della sua trasmissione, del contagio. 

Nell’anamnesi di chi ne è afflitto, troviamo spesso  grandi traumi o piccoli traumi cumulativi, ma soprattutto una rappresentazione di sé e dell’altro, del rapporto, che riconduce a una crescita infelice e disarmonica. Per questo la prevenzione della violenza deve essere intesa come impegno a creare le condizioni per una buona crescita, che consenta di divenire persone capaci di riconoscere la diversità come ricchezza nello scambio con l’altro.

La scuola è da sempre osservatorio privilegiato di bisogni emergenti, di rischi e disagi;  insieme alla famiglia è luogo di promozione della crescita in salute e benessere.  Alcuni Istituti delle periferie romane sono divenuti punto di partenza e di incontro per adulti di buona volontà, insegnanti e genitori, che vogliano impegnarsi non solo nella cura, ma anche nella prevenzione della violenza, subita od agita anche da bambini e adolescenti… adulti del futuro. Si tratta di esplorare la città dei bambini nella mente degli adulti, di domandarsi come la stiamo edificando, quanto ciascuno di noi, sia pure inconsapevolmente, possa colonizzarla con le  proprie ansie, aspettative e pregiudizi.

Nella città degli adulti e dei bambini non è sufficiente la lotta alle forme di violenza più deprecabili e note. Occorre riconoscere le forme poco appariscenti o del tutto occulte, che si consumano inconsapevolmente nella quotidianità della vita familiare o scolastica:  la latitanza affettiva e normativa, le forme narcisistiche del “troppo amore” e della visione sacrificale della genitorialità, ipoteche sull’autonomia psicologica di figli caricati di debiti inestinguibili. Occorre, a volte, nello spazio privato della nostra mente, confrontarci con le difficoltà o la nostra incapacità di riconoscere i nostri figli come individui fin dalla nascita, insegnando loro il rispetto attraversa l’esperienza di essere rispettati.

La violenza giovanile, come quella degli adulti, può avviarsi da un retroterra di esperienze traumatiche e violente quanto da un ambiente educativo “troppo buono”: incapace di sostenere la crescita accogliendo nel rapporto quella quota di sana aggressività che si pone al servizio della separazione e della differenziazione psicologica.

I cosiddetti conflitti evolutivi, che punteggiano la crescita nella dialettica tra spinte maturative e regressive, si giuocano nella dimensione intrapsichica e in quella relazionale, con adulti capaci o in difficoltà nel porre limiti, svolgere una funzione normativa.


Da condizioni ed ambienti umani apparentemente opposti si può arrivare allo stesso risultato: divenire violenti per identificazione con l’aggressore o perché si struttura una personalità debole, incapace di tollerare la frustrazione  e di controllare i propri istinti.  I pregiudizi che preludono ai comportamenti più deplorevoli e frequenti sono una difesa dalle angosce profonde di persone dalle fragili identità, quando l’appartenenzaad un genere immaginato come “forte” diventa il tentativo di una pseudo-definizione di sé o di precarie compensazioni alla propria inconsistenza.  

“La città dei bambini nella mente degli adulti”, progetto organizzato da Zeroviolenza, grazie a Monica Pepe,  vuole essere un piccolo contributo alla costruzione di un ambiente educativo “sufficientemente buono” per coltivare la ricchezza rappresentata dall’infanzia.

A questo scopo, non basta che gli educatori siano resi più eruditi sulle teorie dello sviluppo normale o patologico del bambino.  L’offerta di sapere o “sapienza” psicologica non è soltanto inutile, ma spesso dannosa. Il rischio più frequente di tale tipo di informazione è il disorientamento che si produce in insegnanti e genitori circa il proprio ruolo. Tale disorientamento si intreccia  talvolta ad un senso di inadeguatezza che genera, a sua volta, improprie domande di intervento: richieste alla psicologia di ricette buone per tutte le occasioni o di interventi specialistici su qualunque inciampo nello sviluppo di un bambino, patologizzando ogni normale difficoltà della crescita e deresponsabilizzando tutti: adulti e bambini.

Se lo strumento dell’ascolto psicoanalitico viene posto al servizio del sociale, si può avviare il passaggio dall’informazione alla formazione, tentando di restituire senso a dubbi e domande, stimolando  consapevolezza e pensieri, perché ciascuno trovi le proprie soluzioni ai problemi che accompagnano il compito educativo.

Quando la “formazione” viene proposta agli educatori considerandoli, quasi per definizione, asserviti ai bisogni del bambino, si perde di vista che l’identità professionale, proprio come l’identità di genere,  è solo un aspetto dell’identità  e che ciascuno svolge le proprie funzioni in ragione della persona che è,  del proprio bagaglio umano che contiene anche i disagi personali, oltre a quelli prodotti dall’ambiente in cui si trova ad operare. 

Per uso maldestro del concetto di “puerocentrismo” i bambini, paradossalmente, rischierebbero di perdere i vantaggi che, grazie alla centralità, si vorrebbero loro accordare. Come si potrebbe, infatti, promuovere, esigere per il bambino lo sviluppo armonioso del suo potenziale innato, se l’ambiente in cui questo processo deve evolvere è costituito da adulti offesi nella loro individualità, non riconosciuti nella loro identità ed identità professionale, ma assimilati a strumenti al servizio dell’infanzia da un uso improprio del sapere psicologico? Se lavoriamo per costruire intorno al bambino un ambiente che faciliti la crescita, dobbiamo ricordarci che soltanto adulti “interi” forse possono aiutare lo sviluppo di bambini “interi”.

Per non perdere di vista  il suo obiettivo di servizio a favore dell’infanzia, la formazione degli educatori deve operare riconoscendone la loro indipendenza dal bambino.  Si possono aiutare gli adulti che si occupano di bambini a divenire più consapevoli non solo delle necessità dell’infanzia, ma anche dei propri bisogni, problemi e soprattutto delle loro funzioni educative, riscoprendo la ricchezza del proprio ruolo o recuperando i ruoli perduti.

* Geni Valle
Medico Neuropsichiatra Infantile
Psicoanalista Didatta dell’Associazione Italiana di Psicoanalisi