L'Aquila riparte, ma senza le scuole

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Terremoto L'AquilaSerena Giannico, Il Manifesto
6 aprile 2017

È un megacantiere, L'Aquila, il più grande d’Europa, dicono, otto anni dopo la grande devastazione. Sono otto anni dal sisma che distrusse la città e diversi altri comuni del circondario. E la terra balla ancora. Il 24 agosto scorso il terremoto ha raso al suolo Amatrice, che dista appena 20 chilometri.

E il 18 gennaio si sono susseguiti 4 terremoti di magnitudo superiore a 5, con epicentro Montereale e Campotosto, che stanno nella stessa provincia, lontano una manciata di chilometri. «La paura c’è, sempre – dice Marcella Dal Vecchio -, del resto qui trema di frequente. Poi a gennaio, la Commissione Grandi Rischi, riguardo all’Appennino Centrale, ha messo in guardia circa una sequenza sismica non esaurita, con possibili scosse fino a magnitudo 6-7. Dunque è difficile uscire dall’incubo».

IL 6 APRILE 2009 L’INCUBO si tradusse in 309 morti. E nello sfacelo: crolli, macerie ovunque, e vittime. «Da allora – riprende Marcella – in centro non ci vado molto. Perché non sopporto quelle rovine. Mi raccontano, però… Che comincia a risvegliarsi L’Aquila, lenta ma va… Ci saremmo aspettati tempi più rapidi. Adesso gli Uffici speciali preposti danno come data il 2025: per allora, sembra, tutti saranno rientrati nelle proprie case. 2025, mah…».

È una realtà dal doppio volto, il capoluogo d’Abruzzo, e sempre vulnerabile. Da un lato gru che svettano, perché, finalmente, la ricostruzione è stata avviata; dall’altro le «new town» di matrice berlusconiana, di periferia, con le loro costruzioni «temporanee» che stanno cadendo a pezzi: infiltrazioni, problemi alle fogne e ai condizionatori, pavimenti che si staccano, muffe che spuntano ovunque. Tanti cantieri aperti, sì, ma tantissimo ancora da fare. O da rifare. Come le scuole, che sono il punto dolente. Quasi come allora.

Otto anni dopo, 6 mila bambini studiano ancora nei container: nessuna delle loro scuole è stata ad oggi rimessa in piedi. E, quelle ritenute idonee, non sono state adeguate sismicamente. Cinque mesi dopo la tragedia, per permettere la ripresa delle lezioni, furono allestiti 36 Musp (Moduli ad uso scolastico provvisorio) che potevano durare circa 4 anni secondo le stesse ditte che li consegnarono. Sono lì, attivi e con i propri limiti. In questi prefabbricati sono collocati quasi tutti i piccoli delle elementari, delle medie, il liceo musicale, l’istituto alberghiero.

CI SONO CENTINAIA DI BIMBI, all’Aquila, che non hanno mai conosciuto vere aule. «Il ritardo – spiega l’assessore Maurizio Capri – dipende dal fatto che i soldi sono arrivati 4-5 anni dopo il sisma. Ma non siamo stati fermi. A livello di pratiche, compatibilmente con il personale che abbiamo, stiamo facendo il massimo». Anche se «il massimo», al momento, significa poche demolizioni e qualche progetto approvato. I finanziamenti a disposizione del Comune, per le scuole di propria competenza, sono di 44 milioni.

Che non bastano, ne servono circa il doppio. «L’amministrazione sta cercando di reperire altri fondi attraverso il Cipe». La situazione non è migliore per diversi istituti superiori, alcuni dei quali, seppur funzionanti, non sono ritenuti ideonei, né sicuri. «Non si muove nulla – denuncia Silvia Frezza, maestra della “Gianni Rodari” di Sassa e componente della commissione “Oltre il Musp” -. È stata stilata una lista di priorità ma nessuna scuola è ricostruita. Tranne quella di Roio».

Situazione che favorisce lo spopolamento; molti hanno scelto di «emigrare». Di lasciare L’Aquila. Senza più il suo centro storico, cuore aggregante. Senza più le scuole. Con le industrie e le attività commerciali che fanno fatica a ripartire. «Mio figlio frequentava il primo anno al liceo scientifico Bafile, uno di quelli che da pochi mesi abbiamo scoperto avere bassi indici di vulnerabilità sismica – racconta Fabrizio Perfetti -. E così ci siamo dovuti trasferire a Pescara. Ci è dispiaciuto: avevamo fatto tanto per tornare all’Aquila dopo il terremoto. Avevamo ricostruito casa, ed eravamo contenti. Ma un genitore, dopo quello che è accaduto, non credo possa stare con questa incertezza sullo stato delle scuole dei propri figli. E non ci sono prospettive: ci vorranno tanti anni tra progetti, bandi, appalti, eventuali ricorsi e poi i lavori». E così lui e sua moglie ogni mattina rientrano a L’Aquila, dove hanno il lavoro, e la sera ritornano a Pescara, dove hanno la famiglia. Pendolari insomma, e non per scelta.

Intanto è nato il gruppo «Insegnanti per L’Aquila» che con una «Lettera aperta alle istituzioni», sottoscritta da oltre 140 docenti di ogni ordine e grado, vuole rilanciare l’attenzione sulla prevenzione. «Non si può vivere con la paura – sostengono – e allora è necessario mettere in sicurezza gli edifici scolastici esistenti. Le tragedie – sottolineano – non sono frutto della malignità della natura o del fato, ma della negligenza e dell’incuria dell’uomo».

L’ASSOCIAZIONE LEGAMBIENTE e la Fillea Cgil parlano di «rinascita faticosa». «Al dramma del sisma – evidenziano – si è affiancato quello dell’abbandono di molti comuni, di borghi, delle terre, delle imprese. Errori gravi, quelli commessi, nella ricostruzione, segnata da speculazioni, scandali, processi e ritardi, che non devono essere ripetuti nelle altre zone colpite del Centro Italia. Bisogna puntare su sostenibilità e qualità». Per ciò hanno firmato un protocollo per promuovere un Osservatorio nazionale per una ricostruzione di qualità, che sarà ubicato proprio da queste parti e che si porrà come «sentinella del territorio».

Ultima modifica il Venerdì, 07 Aprile 2017 14:54
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