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I tagli alla sanità che aprono la strada ai privati

  • Mercoledì, 29 Luglio 2015 07:54 ,
  • Pubblicato in DINAMO PRESS

Dinamo Press
29 07 2015

In aula si discute su manovre di spending review: 2,3 mld di euro annui in meno nella Sanità per i prossimi 3 anni.
“Non vi preoccupate non sono tagli lineari, sono razionalizzazioni!” questo il mantra giustificatorio.
Va da sé che per essere una razionalizzazione i soldi risparmiati debbano essere reinvestiti nel SSN e non per pagare debiti, né per abbassare le tasse. E così, stando alle parole di Gutgeld (il commissario alla revisione della spesa pubblica), non è. Dunque chiariamo subito che non si tratta di una razionalizzazione, bensì di ulteriori tagli.

Analizziamo dunque la situazione del sistema sanitario nazionale:
Dal 2011 ad oggi sono stati tagliati 24 miliardi, con questi si arriverebbe a più di 30!
La percentuale del PIL spesa per la sanità è il 7%. Negli USA (quelli di John Q e della sanità solo a chi può permettersela) è all'8,5% dopo le manovre di Obama (Medicare, Medicaid, etc.)

I LEA sono i livelli essenziali di assistenza sono quei servizi dichiarati base dal nostro ministero, sono quei servizi a cui tutti dovrebbero avere accesso gratuitamente. Questi servizi sono garantiti solo in alcune regioni.
Nel 2014 il 9,5% della popolazione ha rinunciato alle cure mediche per motivi economici.

Entriamo nel merito di questa manovra:
i campi da cui dovrebbero saltar fuori questi soldi sono soprattutto il taglio delle prestazioni specialistiche, del 15%, a breve verrà stilata una lista delle situazioni e delle patologie dove analisi e approfondimenti sono necessari, altrimenti si pagherà di tasca propria. Verranno tagliati gli stipendi ai medici che prescrivono esami “inutili”.
Si potrebbe commentare che molto difficilmente riusciranno a stilare protocolli così ampi in così poco tempo che abbiano validità scientifica.
Si potrebbe commentare che se si riesce a studiare protocolli che facciano rientrare tutte le situazioni possibili, perchè spendiamo così tanti soldi nella formazione di nuovi medici? basterebbe un software che applica i protocolli prestabiliti.

L'evidenza è che questo punto sia palesemente un nuovo superticket che farà ricadere sul paziente un ulteriore parte dei servizi che ora il SSN eroga.
Altri soldi verranno risparmiati sul controllo delle strutture in rosso, il taglio della rete ospedaliera: 5% di beni e servizi (dunque strutture e personale in meno), la riduzione della degenza media e del tasso di ospedalizzazione. Solita solfa.
Stante quello che è trapelato su questa manovra non ci sono dubbi nell'affermare che si tratti di un ulteriore scellerato taglio su un sistema al collasso che non riesce più a sopperire ai bisogni della popolazione.

E' tra l'altro indubbio il bisogno che questo sistema ha di diventare più efficiente, ed è anche indubbia la strada che si dovrebbe intraprendere: basterebbe seguire il tragitto segnato dalle regioni più virtuose, come la Toscana e l'Emilia Romagna. Qui l'investimento è stato sulle case della salute, dunque piccoli centri sparsi sul territorio che lavorano sull'assistenza di base e la prevenzione, riducendo il tasso di ospedalizzazione a monte, non a valle.
E' però vero che questo modello non risponde ai criteri richiesti, fare cassa e farla subito, sono politiche più a lungo corso, ma la tornata elettorale si avvicina e i diktat vanno rispettati, ecco perchè si opta per queste “scorciatoie”.
La prospettiva è dunque un progressivo smantellamento del mondo assistenziale pubblico a favore della sanità privata, campo in cui abbiamo una delle spese maggiori d'Europa.

Non si può dunque non pensare a quelle piccole sacche di resistenza sanitaria che stanno nascendo in giro per l'Italia: l'ambulatorio popolare napoletano tra le mura di Zero81, quello romano di Strike “Ambu Lanti” e quello milanese. Queste esperienze vedono la sanità come un bene comune, non dunque l'ennesimo salvadanaio per la spending review o il barone di turno, ma un bene gestito in comunione tra operatori della salute ed utenza, così come è stata difesa la struttura del Ce.F.I. Riuscendo a portare ai vari presidi sotto la regione non solo i lavoratori che avrebbero perso il lavoro, ma anche quelle famiglie che avrebbero dovuto fare 30 km 2 volte a settimana per lo stesso servizio, perchè a tale distanza era il più vicino centro di logopedia per bambini (metti link vertenza clap sul cefi) si è riusciti ad impedire la chiusura della struttura.
Perchè se tagliano sulla sanità tagliano sulla salute di tutt*.

di Lorenzo D'Innocenzo* (* assemblea di Medicina la Sapienza)

Il Fatto Quotidiano
27 07 2015

Dal ministero arriverà presto la lista delle patologie che prevedono analisi necessarie, per tutti i casi diversi si dovrà invece pagare di tasca propria. Il ministro Lorenzin: "Non c'è più niente da tagliare"
I dieci miliardi necessari alla prossima legge di Stabilità? È probabile che il governo li trovi tagliando i fondi alla Sanità . Non si tratterà dei soliti tagli lineari, dicono il commissario alla revisione della spesa Yoram Gutgeld e il ministro Beatrice Lorenzin, ma una parte dei risparmi dovrà derivare dalle misure che puntano a mettere in efficienza il sistema. L’esponente del Nuovo Centrodestra ha sempre chiesto di reinvestire quei fondi nel Servizio Sanitario Nazionale, ma adesso invece potrebbero invece prendere altre vie.

“Sono perfettamente d’accordo con la road map indicata dal commissario – attacca Lorenzin – Niente tagli lineari, anche perché non c’è più niente da tagliare: c’è invece la possibilità di recuperare risorse grazie a una maggiore efficienza e a una nuova organizzazione. Si calcola una cifra intorno ai 30 miliardi ma se riusciamo a trovarne 10 mi accontento”. L’obbiettivo è rastrellare dieci miliardi di euro in 3-4 anni puntando ai 13 miliardi che scivolano via con prescrizioni e visite superflue . Cifre che sarebbero dovute servire per ammodernare la sanità, ma che secondo Gutgeld “possono essere utilizzate per raggiungere gli obiettivi di finanza pubblica”. “Io mi batto perché le risorse rimangano nel sistema – sostiene il ministro Lorenzin – poi se si riducono le tasse è evidente che questo è un beneficio di tutti. Una parte potrà andare nel ridurre le tasse ma il resto va a personale, ricerca e nuove tecnologie, e in generale a migliorare i servizi”.

Il ministro della Salute vorrebbe che “i risparmi siano utilizzati per coprire i buchi che abbiamo nella ricerca, per rendere disponibili a tutti i nuovi farmaci salvavita, e per sbloccare il turn over. Nella sanità italiana abbiamo bloccato il ricambio generazionale e stiamo disperdendo un capitale umano sul quale abbiamo investito miliardi in formazione”.

Le misure previste dal commissario, anticipate in un’intervista a Repubblica, riguardano tra le altre cose gli acquisti di beni e servizi e l’appropriatezza delle prescrizioni. Si parla di tagli per 2,3 miliardi all’anno per il triennio 2015/2017. In cima alla lista dei tagli ci sono le prestazioni specialistiche non necessarie: dal ministero arriverà presto la lista delle patologie che prevedono analisi necessarie, per tutti i casi diversi si dovrà invece pagare di tasca propria. Il decreto prevede di recuperare fondi dalle anche dalla lotta alla il taglio dello stipendio per i medici che forniscono analisi e controlli non necessari. Il medico, quando fa la ricetta, dovrà riportare l’indicazione della condizione di erogabilità. Le visite e i trattamenti che esulano da quei paletti saranno a totale carico dell’assistito.

“Le ricette non sono assolutamente nuove” protesta però Rosanna Dettori, segretaria generale della Fp Cgil. “C’è preoccupazione: dovendo tagliare 35 miliardi per il taglio delle tasse si fanno le solite scelte, si va sulla sanità e sugli enti locali che però sono già al collasso”.

 

Procreazione assistita. Nasce la rete regionale

genitoriDonne e uomini, coppie più o meno giovani, e la gravidanza che non arriva mai. La possibilità di avere un bambino diventa reale al nuovo centro di procreazione medicalmente assistita del Policlinico Umberto I.
Flavia Scicchitano, Corriere della Sera ...
C'è un buco invisibile [...] che invece di risolvere i problemi causati dalla frammentazione dei poteri e delle competenze rischia di crearne addirittura di nuovi.
Sergio Rizzo, Il Corriere della Sera ...

Partorire in Italia, che avventura

  • Giovedì, 09 Luglio 2015 10:09 ,
  • Pubblicato in L'ESPRESSO

l'Espresso
09 07 2015

Dopo, quando si torna a casa e negli anni che seguono, il parto diventa 'il racconto dei racconti': c'è chi minimizza, chi senza saperlo passa alle amiche, future madri, qualche pillola di saggezza, chi infine, talvolta senza rendersene conto e talvolta invece con totale consapevolezza, ha vissuto un ordinario caso di malasanità. Una pluralità di voci su un evento che è al tempo stesso intimo e 'pubblico', ovvero rilevante per tutto il corpo sociale in un Paese che, lo dicono le statistiche più recenti, è in pieno crollo demografico e registra il tasso più basso di natalità dai tempi della prima guerra mondiale. Su questa pluralità di voci e dalle statistiche sanitarie sui parti, i tagli cesarei regione per regione e in generale sulla maternità ospedalizzata Rossana Campisi ha costruito il suo 'Partorirai con dolore' (Rizzoli, pp. 235, euro 14).

Senza la distanza del saggio 'classico', senza giudizi dall'alto ma inanellando pagina dopo pagina i racconti di molte madri, ognuna delle quali racconta un'esperienza diversa, Campisi fa un panorama di cosa significa diventare madri in Italia: nelle città del Nord e in quelle del Sud, nelle cliniche private e negli ospedali pubblici, ma anche in casa. Le storie sono le più diverse: da chi, spinta da madre suocera e ginecologa si è fatta chiudere le tube dopo il terzo parto e si è depressa, a chi ha rischiato la vita per un antibiotico non somministrato, a chi ha rifiutato l'epidurale perché era orgogliosa di quel 'dolore' unico del parto. Qui vi proponiamo alcuni brani del libro. Che, se non dà ricette, offre però una strada a chi sta per diventare madre: affrontare la maternità sentendosi padrone di se stesse e del proprio corpo, saperlo ascoltare, non aver paura di chiedere. Perché lo sviluppo di un Paese passa dalla cura che ha dei suoi figli e delle sue madri. E in molti luoghi d'Italia, e in molte menti, il rispetto per la maternità è solo una frase vuota.

Amalia, che si è salvata
Amalia Adocchio ha mollato tutto per mettere su famiglia, ai tempi. Ha lasciato il lavoro, ovvio. Adesso fa cure ormonali da cinque anni perché vuole essere mamma per la terza volta. Sembra aver dimenticato tutto del suo ultimo parto. E tutto significa paura e dolore. Una soluzione però sembra che non ci sia: ha un utero completamente assottigliato per via dei raschiamenti che ha subìto. Ma Amalia non la fermi. Per entrambi i parti ha scelto l’ospedale Buzzi di Milano, dove lavorava il suo ginecologo e dove la cugina si era trovata bene: un classico. Ha pagato ogni trenta giorni una visita ginecologica perché il medico le diceva: «Ci vediamo tra un mese». «Il primo è stato indotto, ricordo una violenza e un dolore ingestibili, anche perché mica lo conosci quel dolore. In due ore è nata Ludovica, poi mi hanno fatto l’anestesia totale per fare il raschiamento ed espellere la placenta. Per il secondo parto, il mio medico aveva sottovalutato questa mancata espulsione. Era domenica. Il mio ginecologo non c’era. Quello di turno neanche. Ne chiamano uno dal pronto soccorso che manda via mio marito, mi fa l’anestesia e usa di nuovo l’ossitocina. Con la tecnica del “secondamento manuale” ha tirato via la placenta. Senza fare l’ecografia, cioè fidandosi della sua mano. Peccato che la placenta tirata fuori non era integra. Nella cartella Donne in seconda linea 205 scrive “parzialmente integra”. Non cerca di togliere il resto, ma chiude e via. Siamo in sala parto, tutt’altro che sterile; il reparto di Terapia intensiva per la donna è in ristrutturazione. Non mi prescrive nessun antibiotico. Sembravamo accampati. Resto una notte lì dentro. Arriva la setticemia. La febbre a 41 che scambiano per montata lattea. Poi altri due raschiamenti. Nell’ultimo mi sveglio, sento la gente che urla. L’utero si era rotto a furia di raschiare e c’era un’emorragia in corso. Chiedo all’anestesista e mi dice: “Le stiamo salvando la vita”. Coperta termica, cinque sacche di sangue. Mi salvo.»

Costanza, un trauma per la vita
«Sono rimasta incinta senza programmare nulla. Una gravidanza perfetta. Verso la fine, sono arrivate le domande degli altri. “Dove vai a partorire?” Io rispondevo: “Vicino a casa mia, perché?”. Ho scelto il S. Maria alla Gruccia di Montevarchi, in provincia di Arezzo. Sapevo che non facevano l’anestesia perché l’anestesista non è disponibile h24. Stavo così bene che la cosa non mi turbava. Potevo partorire nel bosco. L’ho fatto invece in un ospedale dopo venti ore di travaglio e di abbandono totale in un letto. Ho urlato tantissimo. Alla fine avevo accanto solo il mio compagno e l’ostetrica che diceva: “Spingi!”. Non ho mai ricevuto una puntura di ossitocina, né un farmaco, solo una flebo con soluzione di glucosio perché a un certo punto sono svenuta. Ho visto il medico solo al mattino, alle quattro del pomeriggio mi ha visitato e mi ha salutato così: “Ehm, un po’ lenta!”. Per accelerare la dilatazione sono andata in una vasca di acqua calda che, dopo poco, è diventata rossa. Color sangue. Se chiedi di non voler partorire naturalmente ti guardano malissimo, ti dicono che puoi danneggiare il bambino, che è un controsenso voler fare l’epidurale e poi voler allattare. Era come se mi lamentassi del freddo nel freddo o del caldo nel caldo. La bambina che stava per nascere era sana e quindi non aveva senso che protestassi. Io ero poco informata su tutto, lo ammetto. Ma non potevo credere che fosse quella l’unica strada. Che senso ha che al corso preparto ti parlino di come la coppia dovrà accogliere un figlio senza però darti alcuna informazione medica per affrontare come donna quel momento con consapevolezza? L’unico messaggio che passa è: devi accettare tutto ciò che accade, tranquilla che non farà male. Io, a un certo punto, mi sono sentita morire. Mi aggrappavo a tutto. Gridavo aiuto. Le ostetriche passavano, si accertavano che fossi in travaglio, e se ne andavano. Il cesareo me lo avrebbero fatto solo se avessi rischiato davvero la vita. Un dolore così non penso di poterlo sopportare mai più in vita mia.

Isabella, la mamma controcorrente
Alcune mamme però vanno spedite. Seguono il buon senso, vanno controcorrente. Come Isabella. «Non mangiare prosciutto e verdure crude non è un luogo comune, ma una semplice pratica di prevenzione che ho seguito anche io. Giusto il minimo indispensabile, sia chiaro. Per il resto, non ho mai comprato omogeneizzati né omogeneizzatori. Mai liquidi per disinfettare, basta l’acqua bollente; né detergenti specifici, meglio il vecchio caro sapone di casa; né prodotti supercontrollati, i cibi per lo svezzamento venivano dall’orto o dal verduraio bio. Il mio bambino non ha mai avuto allergie o altri problemi. I vaccini li ho fatti fare, ma adesso che ho approfondito la cosa mi chiedo se ho fatto bene. Un bambino puoi crescerlo con poco. Anche senza cadere nella trappola del business. Io vivevo in quarantasei metri quadri a Milano quando è nato Filippo, e non ho comprato né fasciatoio né seggiolone né vaschetta per il bagno né ovetto né sdraio né palestrina. Niente di niente. Un anno passa in fretta e i bambini si stancano di tutto quello che gli proponi. Ce la siamo cavata con pochissimo. Abbiamo riciclato i vestiti dei cuginetti e degli amici. Piuttosto che comprare tanta biancheria, facevo qualche lavatrice in più. Persino il piumone l’ho ricavato da una vecchia trapunta piegata in due. Se vuoi puoi spendere zero per crescere un bambino. È semplice buon senso. Quei soldi
ti serviranno di più quando crescerà.»

Acqua, cannella e una matrona: è solo un’isola (spagnola)
Rosanna Limatola ha trentacinque anni e origini ternane. Da dieci vive a La Palma, un’isola dell’arcipelago delle Canarie, dove lavora in un’azienda ed è mamma di Edoardo e Agata. Il capitolo “parto” non le risveglia alcun brutto ricordo. Anzi. Ogni mese delle sue gravidanze ha fatto i controlli di pressione, peso e battito cardiaco del bambino. Tutto gratuito. Tutto sempre con una matrona, un’infermiera specializzata. Altro che medico. Se è uomo si chiama matron. Il nono mese si fa il corso preparto al Centro di salute a cui ogni donna appartiene, e qui trova medico di base, pediatra e la matrona che poi la seguirà in sala parto. Epidurale? No, grazie. Ma non per scelta, solo per consuetudine. «A pensarci oggi, è stato meraviglioso» dice. «Per come ce la presentano, l’analgesia sembra uno svantaggio. Non puoi spingere, e facilitare quindi l’espulsione, si deve ricorrere magari all’uso del forcipe o della ventosa. Sono due paroline magiche. Quando le senti, trovi la forza all’improvviso. Ma poi qui l’epidurale è arrivata nel 2011. Oggi la sceglie solo il 16% delle mamme. Non è neanche facile averla, perché deve essere presente il personale che la sappia fare. Ai corsi preparto te la vendono così: il parto è l’unico dolore col premio finale. Ma poi fanno di tutto per aiutarti. Ricordo che poco prima di iniettarmi l’ossitocina, la matrona è entrata in sala parto con un bambino appena nato e mi ha detto: “Proverai dolore, ma tra poco avrai lui tra le braccia”. Ho rinunciato all’ossitocina e ce l’ho fatta da sola. Lei non mi conosceva, ma sapeva che con quella tecnica ottiene da tutte quel che vuole. Ancora adesso, il solo ricordo mi emoziona.

I brani sono tratti da 'Partorirai con dolore' di Rossana Campisi (Rizzoli)

Lara Crinò

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