"Hai in mente i paesi di mafia o di 'ndrangheta dove se non sei dei loro al bar manco servono al bancone? Chiedi un caffè e quelli stanno muti e fermi? Ecco, è uguale". Sempre posti di confine sono, in fondo. ...
Ci sono luoghi, in Italia, dove non esiste il diritto di esprimere il proprio pensiero, di costituire un'associazione, di appendere un manifesto, di protestare. Questi luoghi sono le fabbriche metalmeccaniche. ...

Un altro genere di comunicazione
09 05 2013

Il 12 maggio 1977 moriva Giorgiana Masi, uccisa dalle forze speciali del Ministero dell’Interno guidato da Francesco Cossiga, mentre celebrava il terzo anno di dalla vittoria referendaria sul divorzio sfilando in corteo nel centro storico di Roma. In mezzo agli scontri tra manifestanti e forze di polizia, la uccide un proiettile calibro 22. Frequentava il quinto anno di liceo linguistico, aveva 19 anni.

Il 12 maggio 2013 un altro corteo attraverserà Roma, ma ben diverso, una “marcia per la vita” la chiamano.

Chi sfilerà sono obiettori di coscienza, antiabortisti, realtà ultracattoliche o dichiaratamente fasciste, tutti uniti dalla necessità di ribadire la loro ferma opposizione all’autodeterminazione femminile, alla libertà di scelta, al diritto all’aborto. Ma anche all’eutanasia e alla contraccezione, per dirla tutta.

Forza Nuova, Opus Dei, Militia Christi, Movimento per la Vita, Centro Culturale Lepanto, Legionari di Cristo, Scienza e Vita, Unione Cattolica Farmacisti Italiani, Unitalsi ( Unione Nazionale Italiana Trasporto Ammalati a Lourdes e Santuari Internazionali ).

Tutti insieme questi oltranzisti cattolici rappresentano il blocco unito contro l’emancipazione e i diritti alla salute femminile, ma si sono spesso distinti anche contro gay, lebiche, trans, contro le coppie di fatto.
Insomma, sono gli ultimi grandi fan della famiglia tradizionale italica, etero, con figli, possibilmente bianca, possibilmente di destra.
Hanno marciato anche l’anno scorso, attraversando Roma esponendo foto di feti insanguinati e crocifissi tricolore. Alle femministe romane che li hanno contestati srotolando striscioni e lanciando preservativi hanno urlato di tutto: “puttane assassine” è stato uno degli epiteti più moderati rivolto a chi cercava solo di rivendicare il proprio diritto di scelta.

C’erano donne incinte che nessun* si sarebbe mai sognato di criminalizzare per la loro scelta che però chiedevano a gran voce che la scelta possibile fosse solo la loro. C’erano esponenti del PDL. C’era l’uscente Sindaco di Roma Gianni Alemanno e i suoi prodi.


La libertà, l’autodeterminazione delle donne in Italia è ancora da costruire, ma quelle poche conquiste che già abbiamo ereditato sono frutto di strenue lotte anche proprio contro i predecessori di quanti domenica marceranno a Roma.
Non siamo nuove agli attacchi del Vaticano o dei suoi fedeli. Che sia per un referendum sulla procreazione assistita o per l’obiezione di coscienza sempre più diffusa, per le donne italiane diventa davvero difficile vedere rispettati i propri diritti.

Oggi di “questione di genere” in molte si riempiono la bocca. Persino qualche uomo politico avanza delle proposte, spesso però sa solo vagamente di cosa sta parlando. Ci sono i volti nuovi, ci sono le donne della società civile che arrivano in Parlamento.

C’è la Presidente della Camera Boldrini che dice che gli stereotipi di genere vanno abbattuti, che i centri antiviolenza vanno finanziati, che il sessismo va combattuto. Peccato che la stessa Presidente faccia parte di un partito che, al momento in cui è giunto al governo, ha pensato di unire ministero delle Pari Opportunità e Sport e politiche giovanili, dando un chiaro segnale di quanto poco importi della questione di genere, della violenza sulle donne, che pure millantano sia una priorità. Oggi la Ministro delle Pari Opportunità è Josefa Idem, che chiaramente non può diventare interlocutrice reale delle nostre istanze, dal momento che è una grande sportiva ma non ha alcun tipo di relazione con il mondo degli studi di genere o del femminismo o delle pari opportunità.

Noi non capiremmo il motivo di dare una medaglia d’oro olimpica ad una femminista preparatissima, ma che non ha mai fatto canottaggio, non la considereremmo una vera campionessa, sfidiamo chiunque a farlo.

Se però tra tutte una referente ci fosse, chiederemmo che la marcia fosse sospesa.
Siamo stanche di vederci insultate e minacciate fisicamente e nei diritti da chi attenta alla nostra emancipazione. La Marcia lede i diritti fondamentali delle donne.
Pensate a una marcia di oltranzisti nazisti che manifesta contro il diritto alla salute di un gruppo di cittadini/e solo perchè neri/e. Purtroppo alcuni razzisti italici sarebbero quasi d’accordo, ma non dubitiamo che le istituzioni correrebbero immediatamente ai ripari e bloccherebbero la manifestazione.

Allo stesso modo la Marcia incita all’odio e alla misoginia, negando la libertà delle donne di decidere come e quando avere figli, escludendo l’educazione sessuale e promuovendo messaggi disastrosi come la negazione della contraccezione responsabile, la repressione dei desideri e l’obiezione di coscienza anche per contraccettivi e pillole del giorno dopo.

La Marcia è contro l’aborto, per l’abolizione della legge 194. Questi promoter della vita quindi chiedono di tornare al tempo degli aborti clandestini, quando morivano migliaia di donne per mano di macellai che lucravano sulla mancanza di diritti e con una stampella e del prezzemolo ti liberavano dall’impiccio. Oggi secondo l’OMS ( Organizzazione mondiale della Salute ), nel mondo gli aborti clandestini sono la causa di morte di circa 68.000 donne l’anno. Il maggior numero ovviamente avviene in quei Paesi in cui legislazioni proibitive di certo non allontanano le donne dall’aborto, ma le spingono a sottoporsi a interventi clandestini che spesso provocano complicazioni o le lasciano semplicemente morire.

La Marcia è contro la contraccezione, contro l’educazione sessuale. Insomma per la trasmissione di malattie veneree, per le gravidanze adolescenziali, per la castità innaturale che altera le attitudini ormonali degli esseri umani, per una diffusa ignoranza tra la popolazione che, oggi sappiamo, porta a non conoscersi e non conoscere l’altro, interpretare male il proprio corpo, reprimerlo e non imparare mai il rispetto per l’altr*.
La Marcia è per l’obiezione di coscienza. Quindi per la limitazione dei diritti delle donne, per l’uso strumentale del servizio pubblico sanitario, per l’imposizione di dettami cattolici che non rispettano la vita delle donne, ma solo quella che potenzialemente potrebbero incubare.

Silvana Agatone, fondatrice di Laiga ( Libera associazione italiana di ginecologi per l’applicazione della legge 194/78 ), conferma che già ad oggi in molti ospedali non si fanno proprio le interruzioni di gravidanza perché non ci sono medici disposti ad applicare la legge.

Questo, nonostante nella Legge 194 si specifichi che, ad opera della Regione: “Gli enti ospedalieri e le case di cura autorizzate sono tenuti in ogni caso ad assicurare l’espletamento delle procedure previste dall’art.7 e l’effettuazione degli interventi di interruzione di gravidanza secondo le modalità previste”.
Oggi gli obiettori di coscienza in Italia sono il 91,3% dei ginecologi e delle ginecologhe ( fonte: Laiga, 14 giugno 2012 ).
Alcuni istituti ospedalieri sono già completamente obiettori, ledendo chiaramente il diritto alla salute delle donne, di scelta, ed interrompendo il servizio di salute pubblica.
Tra pochi anni per le donne italiane non sarà più possibile abortire perchè, anche per colpa della mitologia antiabortista che la Marcia per la vita propone, ormai essere medico non obiettore è essere ghettizzato, procurare aborti per tutta la vita, rinunciare alla carriera, vivere braccato dagli oltranzisti.

Oggi che tanto si parla di combattere la violenza sulle donne, è un’ipocrisia fare finta che questa Marcia non sia una violenza.
Chiedere l’abrogazione della 194 e gradualemente riuscirci inserendo un nuero spropositato di obiettori negli ospedali pubblici è violenza sulle donne. Privarle della libertà di gestire il proprio corpo e la propria sessualità è violenza sulle donne.
Così come lo sono promuovere con simili marcette politiche regionali di privatizzazione e cattolicizzazione dei consultori pubblici ( vedi Legge Tarzia nel Lazio ) o negare l’aborto farmaceutico con la RU486.
Se ad oggi c’è una interlocutrice di un dibattito simile, tra tutte quelle che si sperticano in buoni propositi sulla questione di genere, crediamo possa essere ora di dire qualcosa. Per dimostrare che le belle parole possono anche concretizzarsi in fatti, soprattutto magari per mano di chi oggi si vanta di avere ben presente la contemporaneità e invece poi ricade nei vecchi schemi sessisti oppure li peggiora magari, facendo tutt’uno di genere e sport.

 

Non siamo contente delle 7 Ministre di questo governo perchè non basta essere donne, bisogna anche “diventarlo”, battendosi e affrontando anche e soprattutto chi oggi attraversa le nostre città promuovendo principi in netta contraddizione con le nostre libertà.
Spesso in questo Paese si confonde la biologia con il genere, l’avere una vagina con il lottare per l’emancipazione.
Perchè la questione di genere non è un fenomeno di costume di cui chiacchierare nei talk show televisivi o con cui farsi eleggere in Parlamento.
In questo caso, sono donne che muoiono e soffrono per una repressione patriarcale sostenuta anche da questi gruppi e da queste manifestazioni.
Se questa fosse una lettera alla Presidente della Camera Boldrini, ad esempio, le chiederemmo quando viene il momento di prendere davvero posizione e, oltre ai legittimi proclami antisessisti che interpretano la piazza anche virtuale, quando viene il momento di dire BASTA alle marce fasciste su Roma contro le donne.

Intanto riproponiamo un appello del collettivo femminista Le Ribellule ( qui ) che invita a partecipare all’assemblea pubblica che si terrà a Roma giovedì 9 maggio per rilanciare il 12 maggio come giorno di commemorazione della memoria di Giorgiana Masi, contro la marcia della vita, perchè si legge sul comunicato:
“Non autorizzeremo a parlare di vita chi marcia scortato da fascisti, portatori della cultura mortifera e di sopraffazione ed esecutori materiali di aggressioni e violente campagne discriminatorie. Rifiutiamo l’iconografia antiabortista imposta dal fanatismo cattolico come rifiutiamo i dogmi di qualsiasi fondamentalismo religioso, non siamo asservit* alla loro guerra santa.
La Roma antifascista e antisessista il 12 maggio non permetterà che la memoria di Giorgiana Masi venga calpestata“.
Ad oggi fortunatamente sono già in moltissim* ad aver aderito, tra cui Action, BeFree, daSud, Casa Internazionale delle Donne di Roma, Centro Donna L.I.S.A., Coordinamento donne CGIL Roma e Lazio, Loredana Lipperini, Sandro Medici candidato sindaco, Sportello Antiviolenza “Una stanza tutta per sè”, Barbara Romagnoli, Linda Santilli. E noi, ovviamente.
Segno che qualcun* allora parola inizia a prenderla davvero.


Aggiorniamo il post con il Comunicato Stampa in cui si rende noto che la Questura di Roma nega l’autorizzazione a manifestare in ricordo di Giorgiana Masi e in contestazione della marcia.

COMUNICATO STAMPA

Dopo 2 giorni di trattativa con la Questura di Roma, i gruppi e le associazioni di donne, i collettivi autorganizzati e liberi individui, promotori della giornata del 12 maggio in ricordo di Giorgiana Masi, contro il femminicidio e in contestazione alla “Marcia per la vita” convocata dall’oltranzismo cattolico, ricevono il divieto di manifestare in qualsiasi luogo adiacente al percorso della marcia.
Si tratta dell’ennesima dimostrazione di come l’operato delle forze dell’ordine sia asservito ai poteri del governo cittadino e allo stato del vaticano, nascondendo una marcia tutta politica sotto le vesti di manifestazione sportiva, e adducendo motivi di ordine pubblico.
Giorgiana Masi come centinaia di persone il 12 maggio del 1977 erano in strada sfidando, anche quella volta, il divieto di manifestare. Oggi come ieri saremo nelle strade del centro di Roma, partendo da Piazza Campo de Fiori fino ad arrivare a Ponte Garibaldi.
Con o senza autorizzazioni noi costruiremo la nostra giornata. La nostre vite sono autodeterminate e la nostra rabbia non si placa.

Giovedì 9 maggio ore 18 assemblea pubblica a piazza Sonnino

Il 12 maggio tutti e tutte in piazza!

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