IL CORPO D'AMORE

di Lea Melandri
14 febbraio 2012

Quando dico che l’amore à rimasto un tabù per il movimento delle donne, mi riferisco in particolare alla svolta che c’è stata nel femminismo italiano tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80. L’affermarsi del “pensiero della differenza”, attraverso i documenti della Libreria delle donne di Milano, e il diffondersi degli “studi di genere” nelle università, hanno spostato l’attenzione dal racconto del corpo e di tutte le esperienze che hanno il corpo come parte in causa, al piano simbolico:
rilettura della “differenza femminile” in chiave di positività, abbandono dell’analisi del dualismo sessuale inteso come l’esito di una differenziazione originaria che ha radici nello psichismo profondo.

Le acque, per così dire, tornavano a separarsi: le donne si riconoscevano un’appartenenza e un primato nell’“ordine simbolico della madre”, una genealogia, una tradizione e una lingua propria. L’incontro con l’uomo andava ripatteggiato sulla base di “differenze” irriducibili.

L’amore, che nell’autocoscienza e nelle pratiche dei gruppi femministi aveva conosciuto i patemi e le esaltazioni del distacco da mariti, amanti, figli, la scoperta del desiderio sessuale per la propria simile, trovava di nuovo forme composte come richiamo alla “gratitudine verso la madre” e come scelta di una mediazione femminile nel rapporto col mondo: “pratica dell’affidamento”.

La presa di distanza dalle posizioni della Libreria delle donne di Milano non posso dire che sia stata allora solo una scelta teorica. Proprio negli anni in cui emergeva in gran parte delle componenti del movimento la “voglia di vincere”, io attraversavo un momento di crisi personale, sfociata in una lunga terapia analitica, e un passaggio obbligato di riflessione sul sogno d’amore, non tanto come innamoramento, legame di coppia, ma come spinta profonda a ricomporre in armonia i due poli della dualità. Posso pensare che il decennio precedente avesse portato in primo piano un femminile materno vissuto come potente, minaccioso, inglobante, contro il quale poco potevano le analisi e la cultura prodotta dal femminismo.

C’è un passo illuminante nel capitolo VI del saggio di Virginia Woolf, Una stanza tutta per sé, che esprime molto bene quanto la divisione tra corpo e pensiero sia radicata nel vissuto di una donna, confusa con le figure, le identità del maschile e del femminile, proiezione che l’uomo ha fatto sulla donna di un dilemma che trova in se stesso.

Perché certamente quando io vidi la coppia che saliva sul tassì, la mia mente si sentì come se dopo una lunga spaccatura si fosse naturalmente ricomposta in un insieme naturale. Il motivo più ovvio sarebbe che la cooperazione tra i sessi è perfettamente naturale. C’è in noi un profondo, benché irrazionale, istinto a favore della teoria che l’unione dell’uomo e della donna provoca la massima soddisfazione, la felicità più completa (…) Forse voleva dire questo Coleridge, quando osservò che una mente superiore è androgina. Ed è appunto quando ha luogo questa fusione che le mente diventa pienamente fertile e può fare uso di tutte le sue facoltà.

Nel momento in cui prevaleva nel femminismo l’orgoglio dell’appartenenza di sesso, la voglia di “vivere con agio”, l’affermazione della fine del patriarcato, occuparsi del sogno d’amore – dal libro che stavo scrivendo alle rubriche di posta del cuore su “Ragazza In” e su “Noi donne” – fu visto da alcune come un tornare sulla “miseria femminile”. Per me ha voluto dire invece riprendere e approfondire l’intuizione originale del femminismo: il dualismo sessuale, la consapevolezza che le figure di genere non hanno dato forma solo a rapporti e gerarchie di potere tra uomini e donne, ma, come conseguenza della complementarità, anche all’amore tra i sessi, al sogno di ricongiungimento di “nature”diverse, e all’ideale di interezza dell’individuo.

Finché il maschile e il femminile sono visti come poli complementari, come se fossero le due metà di un intero, c’è nell’amore una “terribile necessità”.

Come spiegare altrimenti un’interiorizzazione della visione maschile del mondo così duratura? Come spiegare una subalternità così evidente delle donne nella vita pubblica, l’emancipazione come assimilazione al neutro? La difficoltà è pensare l’interezza del proprio essere fuori dall’ideale androgino, di cui parla Virginia Woolf.

La complementarità è ingannevole, ma esercita ancora una grande attrazione: basta pensare al protagonismo che hanno preso le due grandi attrattive delle femminilità nelle sfera pubblica: la maternità e la seduzione. Il processo di autonomia dai modelli interiorizzati ha ancora molta strada da fare. Ma, soprattutto, interessa uomini e donne, interroga la femminilità come la maschilità.

A partire della metà dell’ultimo decennio, a farmi tornare sul tema dell’amore sono stati i dati allarmanti sugli omicidi famigliari e, per un altro verso, la valorizzazione delle “doti femminili” in ambito pubblico, il “valore aggiunto” di cui avrebbe bisogno l’economia, la produzione, l’industria dello spettacolo e la società in generale.
E’ come se il sogno d’amore fosse uscito dal rapporto di coppia e andasse a ridare fiato a una civiltà sempre più sterile e distruttiva.
Nelle discussioni e nelle iniziative che sono nate intorno agli omicidi domestici, l’amore non è mai nominato. Eppure è evidente che c’entra. La violenza scoppia all’interno dei rapporti più intimi e per mano di mariti, amanti, padri, fratelli. Ma per i media è sempre “inspiegabile” e “insospettabile”. L’uomo si accanisce sul corpo che l’ha generato, che gli ha dato le prime cure e sollecitazioni sessuali, e che incontra nella sua vita amorosa. La violenza si annida dunque, come elemento nascosto, “perturbante” – nella definizione di Freud –, di ciò che è a noi più noto e famigliare.

Al femminismo è mancata l’analisi della coppia, della famiglia, degli effetti devastanti che ha il prolungamento dell’amore nella sua forma originaria  -fusione di due esseri in uno- nella vita adulta. Non si è ragionato a fondo su quanto l’aggressività sia legata alla dipendenza, al potere di indispensabilità di una madre-moglie, all’illusione maschile di libertà, all’infantilizzazione dei rapporti in ambito famigliare. Di qui la violenza di chi non sopporta la perdita di una posizione di dominio e di sicurezza che gli era sembrato garantita per legge naturale.

Pierre Bourdieu, nel suo libro Il dominio maschile, dedica l’ultimo capitolo all’amore. Si chiede se il vissuto singolare di smarrimento nell’altro, appartenenza intima a un altro essere, possa considerarsi  “una tregua” alla guerra tra i sessi o piuttosto la forma suprema, perché la più subdola, la più invisibile, della violenza simbolica. Fissando la donna nel ruolo di madre, l’esperienza dell’indistinzione originaria è inevitabile che si ripresenti immaginariamente e che venga sentita come una minaccia per la libertà dell’individuo. Ma, soprattutto, impedisce che l’amore diventi l’incontro tra due individui, due desideri, rispetto al quale la memoria dell’originaria unità a due potrebbe essere solo un elemento di tenerezza che si aggiunge.
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